VCP
10 min di lettura
A nessuno piace far la fila. Il biglietto non è un grosso problema: tutti ne hanno uno sin da subito ed è molto difficile perdere il proprio. L’unico problema è arrivar fino in fondo. Certe file son così lunghe che sembra quasi di dover morire lì, tra l’impazienza di quello che ti sta dietro e la speranza di chi ti precede. Certo, c’è sempre qualche bagarino pronto a venderti la miglior offerta a costo maggiorato. E dove c’è business, la fregatura trova terreno fertile.
La gente non si preoccupa molto degli altri della fila, nemmeno quando li vedono uscir fuori, attirati da qualche losco individuo. Forse per guadagnare un posto migliore in fila, forse per rimetterci le penne come degli sprovveduti. “Ben stà loro!” Pensano i più. “Se con conio tonante trovano un posto migliore, che vadano al diavolo! Se finiscono in trappola, beh, se la son cercata!”. Evidentemente la compassione non è un requisito minimo per stare in fila.
Un sacco di luci, flash e canzonette accompagnano la lunga serpe che, lenta, striscia fino al botteghino, dove la gente dabbene col vestito da galà può finalmente presentare il proprio biglietto e trovare posto. Trovare posto e lì rimanere per chissà quanto tempo ancora, mentre la gente continua a sfilare prima che lo spettacolo cominci, che le poltrone del cinema si svuotino nuovamente e che un nuovo set di selvaggia umanità possa installare comodamente il proprio fondoschiena in una poltrona, sempre in attesa di chi vien dopo.
La tolleranza sembra una caratteristica fondamentale per questa lenta processione. Tutto sembra sfidare la migliore delle menti pazienti tra tormentoni, luci accecanti e tanta, tanta attesa. Eppure, anche qui, sono in molti a trovare una virtù alternativa che faccia loro da scudo, salvaguardia e distintivo alle noie mortali quotidiane. C’è chi scompone il proprio baricentro e, nella lunga attesa, costringe il corpo a pose squilibrate e ritmate, bimbi stufi che giocherellano con le gambe, c’è chi fissa un piccolo schermo in attesa di fissar quello più grande e sul suo social network preferito scrive: “Finalmente han chiamato anche me, finalmente sono in fila!”. Dall’altra parte un confessore globale annuisce e trascrive la sua storia. C’è chi fa piccoli numeri di prestigio, chi fa il farfallone con la donna in fila davanti, conscio eppure di non potere abbandonare la fila nel caso in cui facesse colpo e volesse portar la conquista a bere un drink. C’è chi prova a circuire gli altri componenti per guadagnare terreno e c’è chi si lascia circuire. Questi ultimi sono tra i miei preferiti.
Nemmeno la verità sembra far da padrone all’interno della fila. Lo prova il fatto che la casa produttrice del nuovo evento cinematografico, la “Verme conquistatore Produzioni” o VCP, ha consapevolmente scelto di creare un’unica fila agitata contro le innumerevoli entrate che potrebbero portare il pubblico all’interno della sala cinematografica. Tante le entrate, pochi problemi di verifica del biglietto essendo questo nominativo e non falsificabile, nessun problema di affollamento. C’è sempre posto per tutti agli spettacoli offerti dalla VCP.
Il crimine perfetto.
Eppure la VCP preferisce mentire e creare un’unica fila di spettatori, tutti ansiosi e spezzati dall’attesa, tutti demotivati dai lunghi silenzi e impotenti di fronte alle tante distrazioni che, al massimo, rallentano la marcia ma non potranno mai strappar via nessuno dalla fila. Tutti scossi e innervositi dall’idea di dovere perdere tempo perché tanti altri fratelli esseri umani non hanno trovato di meglio nella loro misera esistenza che farsi accecare dal richiamo di massa di un nuovo spettacolo e così affollare oltre ogni termine di sopportazione l’unica entrata del nuovo evento dell’anno. Naturalmente la VCP ha il suo bel guadagno da questa situazione confezionata a regola d’arte: lo spettacolo ultimo signore e signori! Quello che cancellerà tutto quello che è venuto prima, la forma finale, suprema evoluzione dell’intrattenimento, spiaggia di confine tra il possibile e l’impossibile. No, nemmeno la verità sembra essere un requisito minimo.
I tirapiedi della VCP contemplano beati lo spettacolo. Ce n’è uno in particolare che fortunatamente la gente tende a dimenticare: è tra le prime persone che incontri quando ti avvicini al cinema, un chiudi-fila che vedi non appena segui la scia della gente. Ti scruta come se fossi carne da macello e tutto elettrizzato segna anche il tuo nome in questo lunghissimo rotolo: il libro della fila. Luci e canzonette successive cancellano lentamente le sue labbra da serpente, i suoi occhi da avvoltoio dai tuoi ricordi e tanti altri come te- le loro impronte sotto le tue nel punto preciso dove loro, prima di te, si trovavano- ti confondono e ti attirano completando il trucchetto. Gli altri agenti sembrano molto più sobri e pertinenti alla serata, tutti impettiti nelle loro belle giacche, attenti e soddisfatti della loro ultima geniale produzione per le masse affamate di storie.
In fondo, tutto ciò che la maggior parte delle persone vogliono è una bella storia da raccontare. E tutti, nessuno escluso, arrivano sempre con una meravigliosa storia da raccontare alle poltrone, breve o lunga che sia.
Mentre anch’io, come tutti, guadagno il mio posto e inizio la scalata verso il botteghino, un oceano di gente mi passa attraverso perché, come per le storie di strada, spesso accade che informazioni e racconti da altri punti della fila comincino a percorrere in lunghezza la processione da una parte e dall’altra, raggiungendo ogni punto e ogni volta cambiando, impreziosendosi o imbruttendosi. Gli agenti sono restii a tollerare questo tipo di misero intrattenimento e gentilmente, con molta cortesia, invitano i convenuti a rispettare religioso silenzio per preparare il loro spirito alla visione e per non disturbare gli altri. Tutti quelli che cercano soltanto un po’ di quiete e senso della misura. Ricordo di una persona che chiese con tono canzonatorio: “Ma la misura di cosa, scusate?”. Gli agenti invitarono il ragazzo a seguirli. Chissà, forse ha fatto una bella impressione ed è riuscito a saltare la fila.
La fila prosegue e i primi a cadere sono quelli che hanno fatto male i conti con la realtà e, tutti appesantiti da giacche, orpelli e scarpe scomode cercano di dimostrare dignità e spirito di nobiltà contro i più leggeri, quelli che non hanno borse, alcuni nemmeno scarpe, che sanno come misurare le forze per arrivare a fine giornata ma che, a volte, si lasciano sopraffare dalla debolezza e tutti curvi cercano disperatamente di non addormentarsi o di non cadere per paura di perdere il loro posto.
La fila procede inesorabile e già sento gli umori ribollire nelle teste di fronte a me: l’entrata è prossima. La gente comincia a perdere fibra, la fila si sfilaccia perdendo di organicità. Alcuni si ritrovano quasi alla stessa altezza di chi li precede, altri si svegliano dal torpore virtuale del cellulare, pronti a farsi inghiottire da quello cinematografico, altri ballano cantano e quasi gli agenti del VCP non riescono a contenere la gioia montante del pubblico, che ha perso ogni voglia di furberia e raziocinio dopo la lunga attesa e finalmente vuole soltanto divertirsi, trovare una posizione comoda su una bella poltroncina e non pensar più a tutto il baccano e le fesserie degli altri là fuori. “Verrà il loro turno” pensano, “adesso è il mio e me lo godo”. La situazione si riproduce più o meno identica nei vari segmenti eccetto che in uno: una dolcissima giovane giapponese è ben distanziata da chi la precede e da chi la segue, i due bene attenti ad ammonire chi mai osasse avvicinarsi troppo a tenere rigorosamente la stessa distanza da loro stabilita. La giovane giapponese non sembra curarsi della situazione attorno a lei. Solo un’infinita, dolce delicatezza e una lontana malinconia la sfiorano appena come fossero amanti capricciosi, riempendo la creatura di grazia e meraviglia. A quanto pare da qualche ora gira questa voce sulla donna: il suo nome pare essere Tsubaki, non si sa se per diretta conseguenza del meraviglioso profumo di camelie che la segue o se, diversamente, il profumo sia conseguenza del nome, e pare sia nel senso meno comune del termine una specie di vedova nera a cui pochi uomini fortunati sono sopravvissuti. Si dice che, nella sua infinita dolcezza, dopo aver sedotto lo sfortunato amante, ami un gioco assai cruento che consiste nello spaccare un oggetto di vetro, come ad esempio una bottiglia e comparare poi la base del coccio con la portata del membro dello sventurato. Come dicevo, solo pochi sono sopravvissuti per raccontare di una bottiglia rotta diretta a velocità verso il loro bacino, bloccata a filo di rasoio. Non saprei in tutta onestà comprovare la veridicità di questa storia e certo non posso lasciar la fila e perdere il posto! E poi quella donna sembra così triste, non vorrei davvero disturbarla nelle sue meditazioni con una domanda così sciocca e fuori luogo. In fondo anche lei, pur con tutte le possibili peculiarità che la distinguono, sarà come tutti gli altri, una volta presentato il biglietto al botteghino: superato il drappo rosso che occulta la sala di proiezione, una volta preso il proprio posto su di una poltrona sarà come tutti gli altri, un altro punto nero nel buio, fatta della stessa sostanza del ricordo.
La fila avanza e le porte del cinema ingoiano, uno dopo l’altro, tutti i componenti della fila che si fanno avanti. Io, come loro, sono fin troppo impaziente di raggiungere l’entrata e guadagnare il mio posto, nessuno me lo porterà più via, sarà il mio posto per sempre. Non so e non ho interesse nel sapere quante persone si saranno sedute lì, quante avranno modulato gli stessi gesti che faccio io fissando lo schermo, non so quanti avranno pensato le stesse cose che penso io. Non importa. Per tutto il tempo che mi sarà concesso là dentro, quella poltrona, almeno una su tutte, sarà appartenuta a me, avrà accolto come un capiente calice i miei sogni, le mie speranze, la mia stanchezza e la mia pace. Anche se solo per un momento, quella poltrona sarà mia.
Questo pensiero mi allontana dal senso di fastidio, da uno strano tarlo che non avevo neanche realizzato girasse imperioso nella mia mente, come sentore di una fregatura o di qualcosa di sbagliato, qualcosa che non va proprio insomma. Che sarà mai? Saranno forse le luci del botteghino, accecanti e cangianti che recitando il titolo dello spettacolo “L’astrofago”, risucchiano e intorpidiscono come tanti lustrini appesi nel soffitto. E mentre la testa cerca ancora di guardare in alto, quasi ad afferrare nel vuoto quelle luci ormai prodotto del ricordo, la bellissima donna giapponese di prima sfila di fronte ai miei occhi mentre si accomoda in una delle balconate che decorano le mura: serenità, pacatezza, quasi rassegnazione sfiorano il viso della dolce donna mentre piena di grazia si accomoda nella sua poltrona.
Lo spettacolo sta per cominciare, il tremito che percorre in lunghezza la sala e che come corrente alternata trova carica e nuova spinta nelle maschere, che sorvegliano il perimetro, è quasi palpabile. La gente si affretta a prendere posto superando di gran carriera le porte esterne della sala, simili a topolini atterriti dalla possibilità di sfiorare un’invisibile rete elettrificata che li imprigiona. Le luci si fanno più soffuse, la sala vibra di mille promesse di avventura, amore, paure e colpi di scena. Il sipario, memento d’illustre passato, lascia spazio allo schermo. La meraviglia accoglie e solidifica ogni cosa e persona dentro la sala, tutto sembra perdere di elasticità, di morbidezza. I muscoli si tendono fino all’inverosimile, lo scheletro si trasforma in gabbia immota, tutti gli umori rappresi nelle loro cavità. Un’immagine olografica accarezza il viso di ciascuno spettatore: il protagonista della pellicola, l’Astrofago, si manifesta dinanzi a ognuno, magnifico e terribile. Somiglia un po’ al primo agente del VCP che ho incontrato appena arrivato. Quello col rotolo. E infatti questo Astrofago un rotolo nelle mani ce l’ha, pare stia lentamente cercando con le dita il mio nome ma non ne sono sicuro, non riesco più a spostare lo sguardo dai suoi occhi neri come la notte. Dentro quegli occhi vedo tutta la mia vita passare lentamente, ogni episodio sofficemente si snoda dinanzi al mio cuore, riempiendolo di gioia, dolore, meraviglia, stupore. Ogni sentimento che provo dinanzi all’attenta rivisitazione di questa mia incredibile vita è di una strepitosa energia che gira e gira su sè stessa, come cercando di abbracciarsi, tenersi forte per non perdere nemmeno un’oncia della sua bellezza. Tutte fluttuano dinanzi a me, mescolandosi e illuminando i ricordi del mio passato. Le mie orecchie catturano alcuni suoni intorno: sembra che tutti gli altri spettatori, come me, stiano vivendo quest’esperienza unica, tutti intrappolati nel sogno della loro vita. Quella brutta sensazione che avevo nascosto prima si fa risentire non appena l’Astrofago comincia morbosamente a succhiare verso di sé queste essenze di emozioni, che come piccole stelle fluttuano nella mia memoria. Sento svanire dentro di me tutte quelle piccole luci, che mi spezzano dentro lasciando dietro di loro un amaro vuoto.
Abbandonando la testa sullo schienale, mentre le ultime forze mi lasciano ormai, un leggero profumo di camelie accarezza il mio naso. Tsubaki!
Con l’ultimo anelito di energia cerco di sollevare la testa all’insù, alla ricerca della balconata che la ospita. La vedo lì seduta, le sue lunghe gambe immobili come quelle di una statua greca, il viso avvolto in un sorriso appena abbozzato mentre l’Astrofago, di fronte a lei, si ciba lentamente del ricordo di un boschetto con tante camelie in fiore dove lei giace abbandonata nell’abbraccio di un uomo.
Prima che possa vedere il resto, l’astrofago ingoia l’ultima piccola stella che dinanzi a me fluttuava.