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Pacto-terapia

Pacto-terapia

5 min di lettura

Stavo lì fermo, con la morte nel cuore e un principio di lacrime negli occhi. Cercavo di concentrarmi su ciò che stavo suonando, ma davvero non riuscivo. Avevo provato e riprovato il pezzo prima di decidermi a suonare in pubblico ma il punto non era la sicumera delle mie dita, no davvero.


Il fatto è che, mentre cercavo di accompagnare nel migliore dei modi la poesia che recitavo con la melodia che appositamente per essa avevo composto, non potevo fare a meno di notare che i passanti, per strada, persino quelli che si degnavano di liberare qualche spicciolo nel mio cappello, mi lanciavano fugaci sguardi carichi di un sentimento che aveva qualche strano grado di parentela con l’odio o il disprezzo. Mi guardavano rapidi nella loro folle corsa sui marciapiedi come fossi affetto da una qualche malattia contagiosa, come se il contatto, persino visivo, fosse proibito nei confronti della genia di creature di cui facevo parte, come fossi una bestia o una qualche creatura sconosciuta, un lupo derelitto misconosciuto dal resto del branco.


In ogni volto che mi passava attraverso vedevo le facce degli editori che avevano rifiutato il mio lavoro. “Mi dispiace ma la poesia non ha mercato. Torna quando il tuo sarà un nome conosciuto”. Questo è ciò che tutti ripetevano. “Non pensi che se il mio nome fosse conosciuto non avrei avuto bisogno di presentarmi qui da te ed elemosinare stampe e pubblicità, eh!?”. Questo è ciò che avrei voluto rispondere a tutti loro.


Ogni passante che faceva finta che io nemmeno esistessi poteva benissimo essere uno dei tanti amici a cui, entusiasta, avevo parlato del mio lavoro mentre quelli di tutto rimando mi liquidavano con qualche frase di circostanza, troppo presi da vestiti, scarpe e relazioni che di sentimentale avevano davvero poco, dicevo troppo presi da queste cose per spendere qualche minuto del loro tempo per leggere o ascoltare qualcosa di mia produzione. Altri ridevano bellamente del mio entusiasmo. “Vuole fare l’artista!” Dicevano rotolandosi dalle risate. “Ma vai a lavorare, sfigato!” dicevano. Ma io non capivo, c’è per caso qualche dottore o scienziato che attraverso metodo sperimentale ha dogmaticamente affermato che lavorare- con le mani o col cervello che sia- e fare arte sono cose incompatibili tra loro? Nell’era del multi-tasking mi vieni a dire che non c’è spazio per entrambe le cose nella vita, per chi l’arte la produce e ne gode e per chi ne fruisce soltanto?


No, non ci credo.


Forse ormai la linea di confine che tempo addietro tracciava due dimensioni distinte tra arte e commercio non esiste più. La complessità della creazione ha magari ceduto il posto alla facilità dell’acquisto e all’ampiezza della scelta. Forse artista è chi è scelto come tale dai magnati del mercato e non chi sente il cuore del mondo pulsargli lungo tutto il corpo, nelle vene, nella carne e nelle ossa.


Il pensiero mi aveva condotto troppo lontano per riuscire davvero a rimanere concentrato, così mi accorsi che avevo smesso di suonare, chissà da quanto.

“Per favore continua. Non smettere di suonare”. La richiesta arrivò dalla mia destra, un uomo anziano si era seduto su di una panchina vicina ad ascoltare ed ora mi esortava a continuare. “Mi perdoni ma non sono più in vena. Ha visto come mi guarda la gente? Sembra che la mia chitarra vibri loro veleno addosso, che la mia poesia sia spazzatura di quart’ordine. Direi che per oggi è sufficiente”.


Nonostante la gioia che avevo provato un attimo prima nel sentire qualcuno assorto nelle mie melodie, l’astio e il cruccio mi avevano rabbuiato a sufficienza perché quel piccolo bagliore di speranza non fosse sufficiente ad intaccare la coltre di tristezza dentro di me. Il vecchio mi guardò con aria interrogativa e disse: “sei sicuro che sia la tua arte a rendere la gente così nervosa e guardinga nei tuoi confronti? Non saranno quelle catene che porti legate ai polsi e alle caviglie ad agitare i passanti?”. Interessante. Poteva davvero essere quello il motivo che metteva sul chi va là la gente. Quando confermai al vecchio la reale possibilità che avesse ragione, questo scoppiò in una fragorosa e brillante risata, una di quelle che mette il buonumore.


Mi chiese il mio nome, da dove venissi, qual era il significato nascosto nei versi della mia poesia.


“Molto interessante, molto interessante. Dico sul serio! Ma adesso, ragazzo mio, devi assolutamente spiegarmi il motivo per cui porti quelle catene! Per caso è una moda all’ultimo grido che non ho ancora visto diffondersi in città?”

“No, no, nulla del genere!” Risposi. “Le indosso per ricordarmi che la mente è solita forgiare catene rinchiudendoci in stereotipi, in frasi fatte e, in generale, producendo infiniti meccanismi di difesa e di rapida decodifica del reale che non fanno altro che imprigionarci dentro noi stessi e dentro le nostre paure”. “Hai proprio ragione ragazzo, hai davvero colto nel segno! Temo però che dovrai aggiungere un’altra catena a quelle che già porti! Ti sei dimenticato di fare attenzione a non cadere in giudizi affrettati quando valuti le ragioni e i sentimenti degli altri. Così sei stato veramente troppo duro nei confronti di gente che non ti conosce affatto- e forse anche verso chi non ti conosce abbastanza. Hai pensato che fossero chiusi o di vedute ristrette invece che riflettere seriamente sul motivo di tanta diffidenza o superficialità. Una bella catena al collo potrebbe ricordati che, in fondo, loro hanno tutti sogni, paure e desideri. Proprio come te!”.


Il vecchio aveva ripreso a ridere mentre io, ancora assorto dal ragionamento, vedevo nei passanti il mio volto riflesso che faceva mille boccacce e versi senza senso.


Era folle e geniale allo stesso tempo!


Troppo facile a cadere nell’ira o nella tristezza, non mi ero accorto che tutti coloro che mi avevano deriso o ignorato stavano in realtà combattendo le medesime battaglie che io mi affannavo a ingaggiare col mondo. Avevo dimenticato che tutti, indistintamente, dal primo momento di veglia sino all’ultimo e oltre, ebbene tutti devono affrontare il dolore che giace nell’impossibilità di comprendere.


Rinvigorito da questo pensiero vivificante mi sollevai di scatto e abbracciai il nonno di fronte a me. Poco ci mancava che lo strozzassi con le catene che avevo completamente dimenticato di avere. Mi scusai e lo ringraziai ancora. Presi dal leggio la pagina con la poesia che stavo recitando e la regalai al nonno che tanto l’aveva apprezzata.


Correndo verso casa, mentre facevo qualche smorfia o boccaccia ai passanti che inorriditi si scansavano, mi giravo di tanto in tanto per salutare ancora il buon samaritano che aveva salvato la mia giornata. La terza volta che mi girai, eppure, non c’era nessuno a ricambiare il saluto: la panchina era vuota, il foglio con la mia poesia era l’unica cosa ad occupare spazio fino a che il vento, passando di lì, se ne interessò e, dopo averla letta, la prese sotto braccio e la portò con sé.



Troppo tardi mi ero ricordato di non avere chiesto al vecchio il suo nome. Che persona incantevole!

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