Attuccio Meschiù, uno strano caso
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La notte ha una profondità tutta particolare, che non ha eguali negli accidenti vari del pianeta. Porta alla mente il mistero, la malinconia, la voglia di nascondersi e di negare ciò che, dentro di noi, fatichiamo a ritenere appartenente al nostro essere. Ed è proprio dove la notte si fa più densa e buia, colma di paure e di angosce, che il desiderio di fare luce su ciò che ci circonda fuori e dentro si fa pressante, potente, incontenibile.
Una luce di tal genere albergava, quella notte, in casa Zeppi. Il misero pasto serale era stato consumato da un po’ di tempo dalla povera famigliola, che da molto tempo si accontentava più della fortuna di essere insieme e di essere liberi, più che delle leccornie e delle comodità che la vita moderna ha da offrire.
Un simile pensiero passava per la mente di Herm che, fissando suo figlio, contemplava la magnificenza che si nasconde nelle piccole cose. E nello stesso tempo si dannava l’anima per non essere capace di prendere il mondo nelle mani e offrirlo umilmente a Jacob che, pieno di vita, lo guardava con due occhi che già assaporavano luoghi ed esperienze tutte da scoprire.
Herm seguì con lo sguardo il figlio che, dopo aver chiesto il permesso, si alzò dalla tavola assieme al nonno trotterellandogli intorno. Una volta rimasto solo, non potè fare a meno di vomitare tutto ciò che gli passava per la testa alla moglie che, ansiosa, lo guardava con l’aria di chi vede nella persona che ama un tarlo insonne che corrode il pensiero e che farebbe qualsiasi cosa pur di lenire le sofferenze dell’amato. Ma si sa, la speranza ha sempre un sottile velo d’impotenza nell’animo di chi la esprime.
“Siamo sette miliardi in questo maledetto pianeta, è mai possibile!? Siamo soli, nessuno ci aiuta, non c’è lavoro, non ci sono soldi, non c’è spirito di unione, non c’è comprensione, non c’è…”
“Amore, un modo lo troveremo, non ti avvelenare più del dovuto. Guarda a ciò che abbiamo invece che a ciò manca. Almeno abbiamo la salute!”
“La salute? Ci toglieranno pure quella presto, vedrai.”
“Amore è inutile fare così, non c’è nulla che possiamo fare. Non è solo qui che le cose vanno male. Tutto il mondo vive un periodo duro.”
“E se tutto il mondo vive e perpetra un sistema che non funziona, mi spieghi per quale diavolo di motivo ci stiamo ancora dentro? Noi e tutti loro? Verso cosa cazzo stiamo correndo, me lo spieghi? Perché non ci fermiamo tutti e cominciamo a pensare a qualcosa di meglio, me lo spieghi? Me lo spieghi?
“Dove vai ora?”
“Esco, ho bisogno di uscire, ciao”.
“Gianni! Gianni, lo sai che non sta bene origliare, te lo hanno già detto la mamma e il papà” “Ma Nonno, il papà ha cominciato a urlare ed io mi sono preoccupato.” “Lo so piccolo mio, lo so.” “Nonno? Perché la mamma e il papà hanno litigato?” “Non hanno litigato, piccolino. Sono solo molto nervosi, stiamo passando un periodo difficile e la tensione, a volte, ti porta a dire delle cose che non vorresti. E ti arrabbi e alzi la voce. Ma non ti preoccupare, passerà. Vieni, andiamo a dormire, ti vengo a rimboccare le coperte.”
Fuori della finestra di casa Zeppi il mondo imperversa con la sua pioggia e la sua notte buia. Il piccolo Gianni soffre della rabbia, della frustrazione, della paura che sente scivolare per i muri della sua casa, che legge negli occhi di sua madre, che ora piange straziata in cucina; nel padre che cammina sotto la pioggia con la voglia di sollevare le mani e distruggere quella realtà contorta che non dà tregua; nel nonno che lentamente lo accompagna a letto conoscendo i malanni della sua gente e del suo paese ma che, in tutta onestà, sa bene che la comprensione è solo un primo, piccolo passo. E averla nelle mani significa avere appena cominciato nella strada del cambiamento. Il piccolo Jacob vede e soffre di tutte queste cose, ma non sa attribuire loro un nome.
“Le coperte sono troppo strette?” “No, ma io non ho sonno! Leggimi una storia!” “Mettiti buono e dormi piccolo, è già tardi ormai, su!” “Ti prego nonno, io non ho sonno, raccontami una storia, raccontami una storia! Ti prego, leggimi la storia che mi piace tanto, quella del tuo libro, ti prego!” “va bene, va bene, ma adesso rimettiti sdraiato, su. Allora, dove l’ho messo? Ah eccolo qui, leggiamo dal mio vecchio libro. Vediamo, eccola qui.
Pronto? Va bene:
C’era una volta in un luogo lontano la trama di un regno ove tutto era strano:
Case, borsette, giardini ed igloo; la luce, le stelle, le lune lassù.
Resta un mistero il curioso vivente che vi risiedeva come dominante.
Tra le razze del mare, del cielo e quaggiù, vivevano fieri i sinceri Meschiù.
Un popolo antico, forte e tenace, sguardo felino, umore vivace, vivevano
In pace prosperando così.
Un giorno assai strano rivelò piano piano le sorti di un prode Meschiù. Un giovincello - che sbarbatello! - curioso e di talento guardò all’ingiù e vide così la Terra e i suoi strani perchè.
Quello che accadde in un solo istante è proprio inatteso ma vero: questo ragazzo, come una scheggia cominciò a correre per il suo pianeta, finchè non giunse alla punta estrema che lo faceva penzolare all’ingiù. Il prode ragazzo prese coraggio e in un balzo saltò via da casa. Cadde riverso per l’universo ed entrò nella nostra atmosfera.
Gli uomini stanchi, con i loro malanni, tornavano a casa dopo un lungo dì. Videro allora con grande sorpresa la strana luce che solcava il cielo e che moriva con un lampo in un campo. Inclini a piegare la testa all’ingiù non diedero peso al tapino Meschiù, che riverso nel campo sognava bruciando. Spente le ultime fioche fiammelle un Attuccio sfiancato spalancò due lanterne, che occhi appena apparivano: si guardò attorno e con mille ansie vide terra asciutta e fragrante, ma buia e dolente di cicatrici e semi. Si alzò lentamente e come un lattante cadde prendendo a gattonare. Una luce lontana lo chiamava pressante, un fuoco o una zuppa, assai inebriante era ciò che serviva oramai.
Un vecchio abitava con la sposa Giuliva in campagna, da soli: non un’anima viva conosceva sentieri e racconti. Aprì la porta e disse di sorpresa: “Vieni, vieni a vedere Giuliva! Il ragazzo sta male, bisogna farlo entrare!!” E così il buon Attuccio si poté ristorare al focolare di una buona famiglia.
“Nonno, com’è che si chiama la moglie del vecchio?” “Si chiama Giuliva, piccolino.” “che nome strano. Beh, il povero Attuccio era piccolo come me? E come si chiamava la sua mamma? Ma ora sta male?”
“lasciami bere un po’ d’acqua adesso, risponderemo leggendo.”
Il vecchio Tobia non potè fare a meno di emettere uno sgradevole suono sordo, rotto, nel buttar giù l’acqua: questa si era fermata in gola come fosse cemento al pensiero di ciò che sta accadendo tutto intorno a loro. Il mondo cambia inesorabilmente e coloro che avrebbero il compito e la fortuna di cambiare le cose tremano impotenti dinanzi ad una velocità differente, che non possono proprio comprendere. E così si arroccano dietro i loro palazzi, sporcandosi le mani e l’anima più di quanto non avessero già fatto in passato. E tutto al fine di bloccare il tempo, di fermare quella che, ai loro occhi, appare una insensata marcia fuori rotta verso qualcosa che non riescono ad accettare, poiché quel qualcosa li proietterebbe con un colpo soltanto fuori dei giochi, fuori di qualsiasi gioco. Ma tutto sommato è soltanto questione di tempo, e il tempo maggiore imputato a fiaccare lo spirito del motore del divenire, maggiore l’impatto di quel fiume in piena che sbuffa e sogna, scorrendo profondo.
Ciò che più bloccava la gola del vecchio Tobia era la consapevolezza che, se pur molti nel suo Paese avessero intuito il decadimento e i giochi di potere in atto e che contro questi erano determinati a combattere, essi non guardassero in realtà al secondo passo necessario e fondamentale: la determinazione nel cambiare il cuore, la cultura di ogni giorno ed il comportamento, in breve sé stessi prima che il sistema stesso.
Tobia pensava a tutto questo guardando la pioggia battente sul vetro lucido della stanza di suo nipote e si beava di potere ancora fermarsi a riflettere, di dedicare del tempo ai suoi cari e di potere ancora sognare un mondo in cui anche la contraddizione si concilia, così come dovrebbe essere.
Un tappeto, un fuoco, minestra e riposo furon tesoro per lo stanco Meschiù. Il vecchio Baele che lo aveva ospitato, un curioso ometto gentile e sdentato, lo guardava dormire al tepore beato. Si chiedeva qual fato avesse portato in quei lidi il giovane sgraziato. “Attuccio si chiama, così mi ha detto; forza Giuliva! Portiamolo a letto!”.
I due rimasero per un po’ senza fiato, guardando il ragazzo di stracci vestito. “Dev’esser randagio, lontano di casa!”
“Ma guarda, Baele, la sua chioma tesa! Sembra fuoco ma l’ha sulla testa! Sarà cattivo, dannato o rabbioso?”
“No Giuliva, avrà preso una batosta, domani avremo qualche risposta”.
Il giorno seguente venne strisciando; nella mente dolente del giovane grato il sole venuto a svegliarlo. “Ma come”, si disse, “Ce n’è solo uno! Ho lasciato casa senza dirlo a nessuno, mi chiedo: son libero o solo e sperduto?” La risposta arrivò senza alcun indugio alla soglia della stanza dove il vecchio Mancuso fissava severo il tapino Meschiù. “Sono il vicino, mi ha chiamato Baele, desideroso com’era di sapere il mio parere riguardo chi fossi e la tua provenienza. Temo ahimè che tu, giovinotto, sia molto lontano dal retto posto che Dio ha voluto per te. Vieni meco a conoscere il mondo, sarò tuo maestro e paziente guida di quel folle gioco chiamato vita”.
La pioggia aveva cominciato a dare un po’ di tregua, il vento con essa aveva allentato la presa sulla sua frusta e, leggero, fluttuava accarezzando ogni cosa. Fissando gli occhi all’insù Herm evidentemente si accorse che l’unica acqua a scendere era oramai solo quella di cui era zuppo. Eppure, nel suo cuore, la pioggia non aveva ancora smesso di cadere. L’insegna di un locale attirò la sua attenzione e decise di entrare a bere qualcosa. Non voleva riordinare le idee, non voleva asciugare le sue stanche ossa dal violento acquazzone, non voleva incontrare qualcuno con cui sfogarsi. Il profluvio di emozioni che dentro di lui si contorcevano spingendo, scalciando, urlando, graffiando non lasciavano posto alla volontà. Volere cosa, poi?! In un mondo in cui l’armonia raggiunta va riconquistata sempre, soggetti come siamo a continue azioni e squilibri che disperatamente cerchiamo di ricalibrare, cosa si può mai volere in un mondo così? Nauseato dal pensiero e dalle parole, quelle che hanno lo stesso sapore del vento, Herm entrò.
Il vecchio Mancuso, saggio e assai retto, comprese subito che il giovine ometto era qualcosa di diverso rispetto al creato che ogni giorno ci accompagna. Non era soltanto smarrito e frustrato, aveva qualcosa di strano, di raro, sembrava un essere di molto lontano capitato chissà mai perché qui. Lo seguì paziente, giorno e notte, spiegandone sempre di crude e di cotte di quello strano posto che tutto orgoglioso il vecchio Mancuso chiamava, pensoso, il piccolo angolo di un Dio sbadato. Attuccio conobbe la vita per campi, apprese a parlare i tanti dialetti che le creature del mondo dividon; apprese non solo le lingue dell’uomo, ma quelle del lupo, del faggio, dell’uovo! Capiva il linguaggio dei più dei viventi, avanti al maestro legava elementi intuiti attraverso la lingua. Smise pian piano di gattonare, correva per erba, per monte e per mare, capì del mondo la gravità, diversa del suo pianeta; la usò per andare di qua e di là, sbattendo le mani per volare più in là.
Lenti passaron diversi giorni, Mancuso e Attuccio vagavano assorti, ognuno coi propri perché. Mancuso cercava inver di insegnare, Attuccio annuiva pensoso, ma pace! Non sapeva che farne dell’istruzion!
Guardò in alto, poi in basso e sorrise: fragorose risate si sollevarono lise ma pur sempre sincere. Attuccio rideva e rideva ancora, il vecchio ammise con animo quieto che nulla aveva insegnato davvero a quel teppistello di un mondo lontano. Meschiù, come folgore, mostrava invece che quel da sapere è poco o niente se noti quel gioco che tutti conduce. Nè se nè domani, ci porta infatti lontani lontani per smettere di guardare e iniziare a ridere.
Il giovane fiero fu congedato dalle care persone che lo avevan salvato da morte più o meno certa. Prese a vagare per terra e per mare vedendo di tutto e di più. Un giorno giunse in un campo di felci, curioso pel canto che udiva. Vide una donna bella e adorna di fiori e vesti radiose. Cantava senza posa di una bianca sposa che un giorno felice sarà. I loro sguardi, ampi e sgargianti incrociaron fuoco e disio. Attuccio conobbe le danze segrete che l’uomo per grazia detiene: passò giorni e giorni senza rintocchi, sentendo e parlando d’amor.
Il vecchio Tobia prese una pausa e, guardando il piccolo Jacob, si accorse che si era già beatamente addormentato. Si alzò lentamente e vide attraverso la finestra che la pioggia aveva finalmente deciso di dare un po’ di tregua. Preoccupato e pensieroso, si tolse le lenti per pulirle mentre la mente vagava tra le sfocate strade della città in cerca di Herm. Sapeva che se mai gli fosse successo qualcosa, lui lo avrebbe saputo. Forse ancor prima che la cosa stessa accadesse. Succede così con le persone a cui vuoi bene e che consideri una parte di te. Chissà se magari l’uomo possa essere in grado di estendere la propria comprensione e intuizione profonda delle persone che ama a tutte le creature del pianeta. Magari semplicemente esercitandosi nel riporre lo stesso genuino sentimento di amore in tutto e tutti. Ma Tobia sapeva bene, dopo la sua lunga vita, che domande come queste nascondono l’impossibilità di comprendere e, a volte, l’indifferenza della gente nei confronti delle più autentiche ricerche che in questa vita meritano tale definizione. Decise allora di continuare a leggere la favola, cercando di ingannare l’attesa che lo separava dal ritorno in casa di Herm.
La dolce fanciulla che lo accompagnava era promessa al duca di Triava che la cercava così; andò a vedere un brigadiere dicendo: “è scomparsa Mimì! Sà da trovare, la devo cercare, la voglio tutta per me!” Il brigadiere partì al galoppo alla ricerca del drudo gaglioffo che teneva lontana Mimì. Questa sapeva della sua pena: dovere lasciare il suo amor. Vide lontano un fumoso pastrano, indicante i suoi soccorritor. Disse a Meschiù la trista realtà e lo supplicò di andare colà a cercare scampo di lì. Attuccio triste dovette partire, non oltre l'attesa poteva tradire. Prese la gonna della sua donna e volò su via di lì.
Avvolto nel velo che andava pel cielo piangeva la donna amata. Volava ogni tanto in quel lieto campo cercando la sua amata lì. Solo ogni tanto un tuono ed un lampo lo portavano indietro a quei dì: allor non credeva che tanto sincera potesse essere la vita.
Dopo diversi bicchieri tracannati, Herm stava lì ciondolando sul posto, seduto al bancone della bettola in cui era entrato. Improvvisamente uno strano rumore attirò l’attenzione di tutti. Sembrava una banda o qualcosa del genere, come un corteo per le strade. Ma l’ora era tarda e pareva alquanto difficile che un corteo si snodasse a quell’ora per le vie della città. Proprio quando i rumori si erano fatti molto vicini ricadde improvvisamente il silenzio: la porta della bettola si spalancò e una folla di gente - alcuni mascherati, altri con strumenti in mano e i più accessi da una strana euforia - si riversarono all’interno del locale. Uno di questi, occultato da una maschera carnascialesca simile a quelle veneziane, prese la parola e disse: “Signore e signori! La rivoluzione è qui con voi e per voi!” il baccano generale riprese mentre gli insoliti convenuti parlavano di una nuova marcia, il tempo della resa dei conti e del cambiamento. Parlavano di riprendersi ciò che appartiene a tutti, strappandolo dalle mani dei pochi. Parlavano di pace e di guerra, di giusto e sbagliato, di ieri e di oggi. Scosso dall’euforia, Herm si era alzato in piedi ascoltando avidamente ciò che veniva detto, accorgendosi a malapena di essersi mosso.
Tra la calca, qualcuno cominciò a urlare alla farsa, chiamando i nuovi venuti invasati, sciocchi e folli. Qualcun altro cercò, urlando più forte, di coprire la voce di tutti dicendo che il tempo non poteva più essere sprecato e che bisognava agire al più presto, con unica arma la pace e la determinazione di un popolo. Qualcun altro accorreva alla diatriba dicendosi d’accordo ma chiamando a gran voce la guerra di strada.
Le voci cominciarono a mescolarsi e confondersi, ideali e alcool andavano creando un tutto organico che quasi pareva potesse davvero prendere vita. Venne solennemente proclamato tutto e il contrario di tutto sino a che la prima sedia non andò a infrangersi sulla testa di un poveretto che la pensava diversamente dell’aggressore. Di qui alla rissa generale il passo fu breve: colto di sorpresa, Herm tirò in alto le mani e cominciò a sganciare calci e pugni di qua e di là. La frenesia riempì la sua mente fino a che non si sentì un tutt’uno con il movimento stesso della massa informe all’interno del locale. La danza della lotta divenne il principio e la fine. Continuò così per qualche tempo finchè, nell’ebbrezza generale, non si accorse di essere cavalcioni su di uno sventurato ragazzetto: dopo averlo lanciato a terra, si preparava a scaricare sul viso dello sventurato una raffica di pugni. Riprese coscienza di sé fissando il suo sguardo su quello del ragazzo, un ventenne forse o magari anche più giovane che, terrorizzato, lo fissava credendo imminente la fine.
Disgustato Herm si sollevò, vide allo specchio mezzo rotto oltre il bancone il proprio riflesso. Disperato uscì in fretta dalla bettola, ingurgitando con ampi respiri l’aria pulita e fresca del primo mattino. Si concesse un po’ di tempo per riprendere fiato e ordine per poi cominciare a camminare, sconoscendo la meta ma con la voglia matta di mettere tra sé e il locale la distanza maggiore possibile. Si ritrovò in un parco e, vedendo una panchina da lontano, la raggiunse per sedersi un momento. Ripercorrendo le ore passate si concesse l’idea che tutto avrebbe pensato della propria serata meno che un finale del genere. Si sarebbe potuto immaginare ubriaco fradicio uscire dal locale per addormentarsi da qualche parte, come un relitto abbandonato da qualche parte.
Abbandonò lo sguardo nel cielo cangiante, pensando che una soluzione deve essere trovata, che qualcosa deve essere fatto ma ancora impossibilitato nel darsi una risposta, incapace di rendere ragione della direzione preferibile da intraprendere per risolvere la matassa di problemi, compromessi, bugie che lega tutti in una gabbia senza uscita. Vedendo i primi bagliori del sole nascente, osservando quel piccolo punto luminoso appena visibile oltre l’orizzonte, ripensò a suo figlio e a quel suo modo furtivo di nascondersi dietro a muri e mobili, sbirciando appena oltre per seguire silenzioso i movimenti o le conversazioni dei suoi parenti. Un ampio sorriso lo colse improvvisamente: veloce si alzò dalla panchina per dirigersi a grandi falcate verso casa, riconoscendo che, seppure un grosso problema si stagliava dinanzi a lui, ogni cosa ha i suoi tempi e le priorità del nostro vivere non devono essere mai messe da parte, costi quel che costi. In quel momento, la sua famiglia e suo figlio erano la sua priorità. Si diresse rapido verso casa sua dove tutto taceva, dove il sonno faceva da padrone. Persino il povero Tobia si era oramai appisolato da molto tempo, colto dall’età, distante di pochissime parole dalla conclusione della storia che aveva deciso di leggere, libero oramai nei propri sogni. La compassione che colse Herm lo invitò a seguire il filo della storia, proprio dove il vecchio Tobia aveva posto a riposo il suo ossuto indice.
Ora rimane con un po’ di pane e vive cantando nel blu. Lo puoi trovare, solo a cantare, per mare, per cielo e quaggiù. Vive felice ricordando in pace la donna che è tutto per lui. Quando la gente più sofferente passa guardando all’ingiù, lui dice: “Orsù! Canta anche tu! Canta con Attuccio Meschiù!”.