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Le cronache del sogno

Simulacro- Una vita per riflettere

28 min di lettura

Sono qui. Sono qui per restare. Spesso mi domando se quel qualcosa che scivola dentro sia permanente fluire. Spesso mi chiedo se si tratta di un buco o di un luogo troppo affollato per essere percepito come pieno. Se quel caos che vorticosamente scivola e nuota e salta e ride e danza e scherza e gioca e soffre e piange sia davvero reale, insomma, se anche quello sia lì per restare o se è solo un illusione, dentro ognuno di noi un illusione, nel profondo, sotto le dita, oltre la carne, attraverso le ossa, un illusione. Se così non fosse, ci sarebbe tanto da ammirare. Sono qui per restare.


Un giorno una bambina passò di qui, il suo sguardo era smarrito, sembrava cercasse qualcosa ma a dirla tutta non posso esserne sicuro. Si trovava lì, proprio di fronte a me, vicino ad un’altalena, in un parco giochi.

Non la notai mentre giocava ma d’un tratto, improvvisamente, fermò l’altalena puntando i piedi, così, di tutta fretta. Abbassò le gambe e le puntò a terra come se anche quelle fossero lì per restare. Ma invece no, così come aveva d’improvviso bloccato l’altalena le sollevò, quelle piccole gambe, prodigioso miracolo! Sollevò le gambe e si scostò leggermente dall'altalena, fissando un punto preciso. Non guardava me, sia chiaro, nessuno mi guarda, nessuno mi guarda davvero. Fissava un punto preciso con l’intensità di mille sguardi, come centinaia di occhi tutti fissi sullo stesso, preciso, identico punto. Erano tutti lì e si affollavano chiedendo permesso, scostando gli altri, ansimando in mezzo alla folla asfissiante, avanzavano e avanzavano sino a che non trovavano un punto favorevole ed allora, solo allora, si bloccavano. Centinaia di occhi che lentamente, facendosi largo, trovavano la giusta prospettiva per fermarsi e guardare. Sembrava quasi che quei mille occhi fossero stati fatti solo per trovarsi in quel punto preciso e fermarsi. E guardare. Fermarsi e guardare. Sembravano lì per restare.

La minuta bambina lasciò cadere il bambolotto che teneva tra le mani e fece un passo avanti. Il bambolotto cadde e partorì un suono tonfo, ovattato, come se secoli dietro di lui avessero attutito il colpo prima della caduta. Il bambolotto era logoro, troppo logoro persino per le mani di una bambina, la piccola maglietta presentava tagli e buchi qui e là, la testa tormentata dalla violenza che solo quelle piccole pinze di bambino o di bambina hanno il coraggio di esercitare. I bellissimi capelli del bambolotto non erano più, erano stati violati, calpestati, strappati via da quella che conoscevano essere la loro casa. E da qualche parte, in mezzo a ciò che nessun uomo guarda oramai più, languivano e morivano lentamente, sognando casa. Sognando di tornare a casa e di rimanerci. Sognando di essere per restare.

La bimba fece un altro passo verso quel punto che mille occhi fissavano, pietrificata dalla sua potenza ed allo stesso tempo trascinata verso quell'unico centro focale che sembrava essere il principio e la fine, la genesi di ogni miracolo ed il riposo di ogni obiettivo. La bimba rimase lì a fissare quel punto, guardandomi senza vedermi, scrutando se stessa attraverso i miei occhi. I miei spaziosi, brillanti, cangianti occhi. Sembrava avere capito qualcosa di importante, una di quelle cose che riesci ad afferrare solo una volta nella vita, se sei fortunato. Guardava e sorrideva, sorrideva e vedeva oltre, come se attraverso di me potesse leggere tutto ciò che fu e soprattutto tutto ciò che doveva ancora venire. Non so se la mia impressione fu corretta, non so se vidi solo quello che volevo o se anch'io, di riflesso, colsi anche solo un’oncia di ciò che quella bambina era riuscita a cogliere. Tutto ciò che so è che mi prese con sé e che da quel momento in avanti, attraverso di lei, vidi il mondo.

Lei mi prese con sé e, dopo avermi dato un’ultima occhiata, capì che non poteva essere diversamente. Io ero lì, stretto in lei, chiuso per sempre, mai più diverso da ciò che osservavo.

Ero lì per restare.

*

La mia storia comincia come molte altre, non c’è poi tanto di interessante nell'inizio della mia storia. Mio padre mi creò dal nulla, bastò un soffio di fuoco per darmi la vita. Il lavoro difficile, secondo mio padre, non stava nel crearmi quanto nel darmi la giusta forma. Mio padre diceva che dal caos ogni cosa può emergere, ogni cosa ha il diritto di esistere, qualsiasi cosa può scostarsi dall'insensato fluire per sollevare il capo e dire “io sono”. Allo stesso modo, però, mio padre diceva che solo poche cose venivano create per restare. Mio padre diceva che qualsiasi cosa che avesse la presunzione di chiamarsi rarità o unica o irripetibile e ineguagliabile doveva avere una forma ben precisa. Attraverso la forma, qualsiasi cosa prendeva reale sostanza, usciva veramente dal caos e riconosceva verso sè stessa un ordine. Mio padre diceva che senza quell'ordine, il caos avrebbe continuato a fluire dentro l’essere, lo avrebbe divorato per sputarlo e masticarlo di nuovo sino a che quell'accenno di forma che stava per ottenere fosse stato cancellato, completamente cancellato in ogni sua singola fibra per potere essere di nuovo caos. Puro e semplice caos. Mio padre diceva che, attraverso l’ordine, l’essere si solleva dal caos, ne è protetto, schermato, sublimato. L’ordine è la porta di accesso verso la dualità, una di quelle distanze che ti permettono di creare altro caos. Ma non del caos qualsiasi, bensì quello che, una volta intrappolato nella forma, sarebbe potuto essere definito un nuovo essere, ma di tua creazione stavolta. Elegante e piacevole essere sublimato dal caos ed intrappolato nella forma. Nell'ordine. Questo diceva mio padre.

Quando mi creò, rimasi a guardarlo attentamente, come per registrare ogni singolo movimento, ogni difetto ed ogni dettaglio del suo essere, così come lui faceva con me con una cura che mai più, nella mia esistenza, ebbi il pregio di osservare.

Mi sollevò dal mio giaciglio e, come scosso da mille fremiti di ansia e gioia, mi condusse sino alla stanza di colei che tutto poteva, colei che ogni cosa rendeva reale e possibile, colei che sola poteva decidere tutto, o quasi, della persona su cui posai il mio primo sguardo e che sempre avrei ricordato come il principio di tutte le cose: mio padre.


Quella donna era la donna. Mio padre non amò mai altri che lei, ogni suo respiro, ogni suo piacere, ogni suo cruccio era dedicato esclusivamente a lei. Quella donna, la compagna della sua vita, sollevò lentamente lo sguardo ad incontrare il suo: la sua bocca si allargò lentamente, ritmicamente, come rapita da una intima danza, sino a sbocciare in un mirabile sorriso, di quelli che se ne vedono pochi nell'arco di tre vite, o forse quattro. Mio padre ricambiò tale energia e disse che finalmente ciò a cui aveva dedicato anima e corpo per anni era pronto. Finalmente, disse, il dono più bello che poteva mai concepire era chiaro, nitido, completo, perfetto. Mi sollevò con la forza di mille angeli e mi scaraventò avanti, bruciando le distanze in attimi, sospiri, sino a che i miei occhi furono simili, identici, infinitamente speculari a quelli della donna che, dinanzi a me si ergeva, limpida, radiosa, perfetta. Mai sorriso più bello poté lambire i miei occhi commossi. Per un attimo parve persa, la donna dico, parve persa nei miei occhi, nei suoi occhi, non so. Fu solo un attimo. Poi riprese ciò che aveva messo per quell'istante da parte, un mirabile prodigio dell’esistenza, perfezione di forma, consistenza, colore. Un sorriso.

Mio padre era tanto felice da farsi scappare qualche lacrima. Finalmente poteva adempiere alla promessa che aveva fatto tanto tempo addietro, precisamente la terza volta che ebbe la fortuna di incontrare quella donna. Le aveva promesso che avrebbe trovato il modo di dare forma a ciò che di più bello aveva mai visto nella sua vita. Così creò me.

Quella donna, il suo nome era Jamie, beh Jamie divenne la mia più intima confidente ed io divenni il suo. Ero il suo primo pensiero appena sveglia e l’ultimo prima di addormentarsi. Imparai a capire che le persone, quelle vere intendo, non sono solo una maschera. Le persone vere hanno la capacità di indossare la maschera che tutti portano, quella che ti permette di essere parte del tutto comune umano, quella che ti fa vestire per andare a lavoro e che ti lascia prendere il portafogli per pagare un caffè. Magari per offrirlo. Magari soltanto per far finta di volerlo pagare. Ebbene, grazie a lei scoprì che le creature umane

erano molto più di questo e che, sotto quel manto di coltre, sassi e umido, quella fitta nebbia che noi chiamiamo maschera, ogni cosa alberga in un ampio giardino, uno di quelli cangianti, in cui tu sei tu e mille altre persone, quello in cui credi di vedere tuo fratello, che in realtà è il tuo cane, che in realtà è tua nonna, che in realtà è il postino. Uno di quei giardini in cui ogni cosa trova posto, se pur piccolo, lì dove la tempesta convive con l’arcobaleno e dove il volo più alto e leggero può divenire la caduta più vertiginosa.


Jamie non era sempre felice, non aveva sempre quel magnifico sguardo che illumina.A volte, quando parlava con me, piangeva, e piangeva forte perché sapeva di non essere ascoltata. Perché sapeva che non l’avrei mai tradita. Io. Non avrei mai potuto. E mai lo feci. A volte piangeva perché, appena sveglia, aveva come un velo sugli occhi, si toccava spesso la testa, dava tormento ai suoi capelli, si muoveva con passo malfermo, come ferita. A volte piangeva perché, diceva, se pure tanto piccina, la sua testa era capace di immagazzinare e contenere dolore, ma tanto dolore, tanto sino a scoppiare, tanto sino a sentire la vertigine. Diceva che non poteva farci nulla e che non era la sola, sia chiaro, non era la sola a sentire questa cosa. Diceva che molti la hanno ma che i più la nascondono a loro stessi. Diceva che ci sono due tipi di persone, in questo senso: quelle che hanno sofferto, conoscono il dolore, patiscono ma resistono e ad ogni caduta conoscono un nuovo volo. E poi parlava di quelli come lei. Delle persone come lei. Diceva che non potevi incontrare peggior creatura che vagabondi per la verde terra. Diceva che, se mai ne avessi incontrato un altro o un’altra come lei, avrei dovuto fuggire, più veloce che potevo, con tutta la forza che avevo in corpo, fuggire. Le persone come lei erano quelle che avevano imparato a soffrire, non necessariamente avevano vissuto il dolore ma, in qualche modo, lo avevano visto in qualcuno o in qualcosa. Oppure lo avevano semplicemente intuito. Beh, una volta conosciuto, comunque, lo avevano assimilato, appreso. E a quel punto, ma solo a quel punto, capivano in un misero istante che non li avrebbe mai più lasciati. Avrebbe continuato a vivere, per loro ed attraverso loro, vivere. “Jamie!” diceva, “Jamie! non dimenticarlo mai!! Tu vivi per tramontare. Tu vivi per tramontare”.

Jamie era una donna meravigliosa.

*

Il suo canto era prodigioso: lo si poteva sentire dalle prime luci del giorno. Non di rado potei scorgere, anche se a mala pena, attraverso la finestra, gente intenta a percorrere nel più breve tempo possibile la strada che li separava dalle loro occupazioni; li vedevi lì per la strada, piccoli, assenti, smaniosi nella loro corsa, presenti osservatori di ogni cosa potesse impedire loro il cammino eppure così distanti, assenti, troppo concentrati a misurare le loro difese invece che regalare a casuali sguardi incrociati sorrisi e cortesi saluti affettuosi.

Poi, improvvisamente, le arie di Jamie li raggiungevano come tiepido vento, avresti quasi potuto tracciare un solco da entrambe le parti della strada dove tutti riuscivano a catturare in un solo istante quel delicato fluire di note intense, calde, malinconiche. In quel preciso punto tutti si arrestavano e fissavano lo sguardo nel punto che sembrava loro più prossimo alla sorgente di quel dolce suono. Ma non stavano guardando veramente. Avresti potuto capirlo da miglia di distanza, non stavano davvero guardando. Erano come perduti dentro sé stessi, rapiti dalla musa, quella musa che prometteva mille piaceri ancor più sottili se solo loro avessero dedicatole altro tempo, un altro minuto del loro preziosissimo tempo. Così si arrestavano e rimanevano in ascolto, pieni di ignoto e lontani, alla ricerca di qualcosa da chiamare sé.

Questa disarmante danza si ripeteva ogni mattino, sino a quando un auto o un cane li risvegliava dalla loro quieta letargia e, ripresi dal demone della fretta, si lanciavano nuovamente nella loro frenetica corsa, consci del loro ennesimo ritardo, incapaci di sottrarsi a quella magia mattutina.

Jamie non sembrò mai accorgersi di questa alchimia che era capace di sprigionare. La sorpresi, eppure, innumerevoli volte in una improvvisa interruzione del canto e delle sue faccende. Capitava sempre quando il passante di turno veniva sottratto alla magia e proprio in quel momento Jamie si arrestava stringendo il vuoto con lo sguardo, come se in quel momento avesse afferrato una verità più alta, indicibile, di proporzioni cosmiche. Con la medesima rapidità con cui era giunta, quella intuizione sembrava scivolare al di sotto delle pieghe del pensiero, abbandonando lo sguardo di Jamie ed accordandole di tornare alle sue faccende, accompagnata da una solitaria cantilena che continuava a mormorare attraverso le labbra chiuse.

*

Un giorno accadde qualcosa di veramente insolito. Intendiamoci, era un mattino come un altro, mio padre si svegliò alla solita ora e, prima di andar via si fermò in un bacio delicato per Jamie che, come sempre, lo accolse protendendosi verso di lui ed augurandogli a fil di voce una buona giornata. Credo di aver capito che qualcosa di sbagliato nuotasse nell'aria quando mio padre chiuse dietro di sé la porta abbandonando le prime luci del giorno, in casa, al comune silenzio.


Il rumore della porta causava istantaneamente come una sorta di frustata a Jamie, che spalancava gli occhi, si girava dall'altra parte del letto per trovare sul comodino la solita tazza fumante di cappuccino, che ogni dì mio padre era prodigo preparare per lei. Quella mattina Jamie non aprì gli occhi. Non si voltò dall'altra parte. I passanti, ansiosi di sentire il bel canto sconosciuto, si fermavano attoniti nel medesimo punto, con gli occhi persi ed una visibile amarezza, lontani dalla bellezza che ogni mattino saggiavano rapendoli verso mete lontane prima di incamminarsi alla solita quotidianità. Mi sorprese uno di loro che rimase lì, in attesa, molto a lungo, con lo sguardo rivolto al marciapiede e le mani stropicciate in nervose contorsioni.

Jamie si levò dal suo giaciglio molto tardi quella mattina, gli occhi gonfi di mille pensieri, la bocca contratta in una smorfia di consapevolezza. Rimase seduta, sul letto, ad osservare la finestra ed il mondo di fuori, sembrava evitare accuratamente il mio sguardo. Sembrò poi improvvisamente ritrovare energia: si levò di scatto urlando, cominciando a prendere a calci gli sportelli degli armadi, rivoltando le sedie mentre fiumi di lacrime sgorgavano copiosi sul suo viso. Colpì il comodino, rovesciando la tazza di cappuccino oramai fredda, grumosa. Il suono della tazza che rovinava sul pavimento fu la conclusione di quell'orchestra di grida e rumori. Jamie rimase a lungo ad osservare il cappuccino che, lentamente, avanzava sul pavimento in cerca del suo spazio vitale, finché col suo potere non fu più in grado di scavalcare l’ultimo ostacolo, fermandosi per sempre, portando via con sé l’ultima eco dei frammenti della tazza.

Jamie ingollò quell'ultimo eco, riponendolo in qualche oscuro se pur pacifico anfratto nella sua mente e, sedutasi davanti alla scrivania, cominciò a scrivere affannosamente una lettera che ripose sotto il cuscino di mio padre. La sua ultima lacrima fu accidentale sigillo della lettera. Il suo corpo nudo sfilò dinanzi a me, mise l’abito più bello e rimase a fissarmi per un pò: era un incanto. Scivolò attraverso la porta della stanza, riconobbi i passi sino al bagno e poi nulla.

Jamie era una donna meravigliosa.


*

Ebbi modo di sentire distintamente la porta di casa che cedeva il passo a mio padre. Stanco ed appesantito si lasciò cadere sul divano per un momento di quiete. Chissà quali furono i suoi pensieri una volta realizzato che qualcosa non andava. Sentì i suoi passi pesanti mentre ispezionava nervosamente stanza dopo stanza. Sino a che non arrivò al bagno, al piano di sopra.

Le ore che seguirono questi momenti furono come trapassate, senza tempo, vissuti da un’aria pesante. Rumore di sirene e di gente quanta mai aveva messo piede in quella casa giungevano da ogni parte, se pure ovattati; quegli uomini sembravano troppo rapidi nell'interrogare, ispezionare, raccogliere, eppure sembravano in realtà colti da essenza di peso e di pensiero persino, gravitavano da stanza a stanza rigidi, fluttuavano di moto immobile e tanto velocemente giunsero quanto velocemente abbandonarono il luogo. Quel giorno potei vedere mio padre solo a tardo pomeriggio, entrò nella camera da letto e, come fantasma, si trascinò sino al letto per abbandonarsi al conosciuto giaciglio.

La stanza, in realtà, era irriconoscibile. Cyd – questo era il nome di mio padre – sembrava incapace di emettere qualsiasi suono, le guance rigate. Nessun suono.

Cyd scosse la testa, come per abbandonare a sé stesso un cattivo pensiero. Si rivoltò nel letto, a pancia sotto, scivolando la mano sotto il cuscino. Ogni suo muscolo sembrava improvvisamente contratto, reattivo, il suo corpo teso verso la scoperta che lo riaccese come tempesta.

Scattò a sedere sul letto, nella mano destra una lettera che portava una lacrima come sigillo. Lesse. Ancora ed ancora. Lesse. La stanza fu profondo abisso, accolse una notte furiosa, lenta, indifferente. Mio padre non sopravvisse. Il suo ultimo sguardo morì dentro di me, con le prime luci dell’alba. Rimase a fissarmi a lungo, un’ultima traccia di sentimento e coscienza. Schiuse le labbra tremanti. Mormorò qualcosa che non ebbi la prontezza di intendere. Sembrava che, attraverso me, potesse ancora vederla.

“Ti sia lieve la terra, dolce amor mio”. Con queste parole lasciate a morire per la stanza, mi afferrò e con tutta la forza che aveva in corpo mi scaraventò via, lontano.

Io e Cyd.

Frammenti.

*

Un giorno una bambina passò di qui, il suo sguardo era smarrito, sembrava cercasse qualcosa ma a dirla tutta non posso esserne sicuro. Si trovava lì, proprio di fronte a me, vicino ad un’altalena, in un parco giochi.

Credevo di essere un semplice scarto oramai, una briciola di ciò che ero, un riflesso del sole che splende in uno sterminato prato verde, forse buono soltanto per una gazza ladra. Forse soltanto per essere calpestato. Lei, invece, mi notò.

Tra le innumerevoli fila dello spazio e del tempo puntò a terra i suoi piccoli piedi e mai più andò per il mondo senza me.

Raccogliendomi, da terra, le sue piccole dita si tagliarono al contatto: rosso scarlatto mondo attraverso il suo sangue, cristalline lacrime copiose attraverso i suoi occhi. Piangendo, corse da sua madre senza lasciarmi cadere, ansimando mostrò a sua madre il torto subito.

La donna che vidi attraverso le dita sorrideva del piccolo incidente. Seducente, il suo sorriso mi colpì come pugno altisonante. I suoi lunghi capelli scuri, di un delicato nero corvino alla luce del sole, venivano avidamente accarezzati dal vento in moto costante verso ed attraverso lei, quale magnifico prodigio! Solo in quel momento mi fu chiaro ciò che lui aveva visto in lei.

La donna fissò i suoi grandi occhi dolci sulla bimba, le sue dita scivolarono su di me afferrandomi. Un fazzoletto raccoglieva ciò che di me restava mentre un altro raccoglieva generoso le lacrime della piccola.

Ebbi nuovo involucro, nuova cornice, dato in dono per la seconda volta, silenzioso osservatore, mancato proprietario del mio riflesso.

Divenni presenza costante per la piccola che nel mio riflesso crebbe, minuta Kim. Molte bambine accompagnano alle loro giornate il giocattolo preferito o una lieve finzione che le aiuta a sopportare la necessità di divenire grandi. La piccola Kim preferiva contemplare me, unica tra tutti mi osservava nelle mie imperfezioni e meraviglie. Misericordia! Non più mezzo della vanità ma reale confidenza fatta tascabile, vincastro dei giorni scuri, allegoria di quelli quieti.

La madre di Kim si chiamava Meg, che donna deliziosa! Passava buona parte del suo tempo a comporre musica, i suoi occhi portentosi sempre protratti lontano a condurre i suoi pensieri altrove, per allontanare la colpa ed accarezzare il perdono. La sua musica era il canto delle sfere: qualcosa che soltanto Jamie avrebbe potuto comprendere. Era come una leggera cantilena che sembrava affiorare dalle profondità di un corso d’acqua, stretto e veloce. Una volta in superficie, iniziava la sua folle corsa scivolando fluida e inarrestabile. Improvvisamente, poi, spiccava il volo abbandonando ogni illusione, quelle sottili e quelle spossanti, in un volo vorticoso verticale fatto di incanto e nostalgia. Accompagnata dal vento accarezzava le nuvole sino a divenire della stessa sostanza dell’anima, intenta a pregare il tuono e la pioggia di non essere spazzata via, frantumata dalla loro potenza. Ma si sa, nessuna melodia dura in eterno. Dalle nuvole piombava bruciante sul terreno sino alle sue profondità, appesantita da un pensiero troppo lungo, scoperta nel momento della mancanza. In quel momento, Meg ritraeva improvvisamente le mani dal pianoforte, il viso catturato in un sorriso di scherno, gli occhi proiettati verso quelle nuvole rade, di cui riusciva oramai a percepire soltanto l’inconsistente fluttuare.

Era così che Kim immaginava il padre che non aveva mai conosciuto.

*

Di soli tre sguardi su di un singolo soggetto si possono dire tante cose talmente variegate tra loro da potere riempire sette mari di gocce. In uno di questi sguardi vi è il mio, che mai poté fare a meno di assordarsi con una malia perpetua, come un carillon aperto inavvertitamente una volta nella vita per non esser mai più chiuso. Non che il suono sia così seducente, intendiamoci. Mai più chiuso non per scelta, ma per carenza di volontà. Kim teneva il suo, di carillon, su di un vasto comodino nell'angolo più buio della sua mente, costretta ad ascoltare, cieca dinanzi alla ricerca di questo mal accidente scomodo, sgradevole ed ingombrante. Tutti gli esseri umani hanno questo maledetto carillon nella testa, chissà chi l’ha inventata questa cattiva sorte, il diavolo lo porti! A tutti la sottile litania urticante che scivola nelle membra, rimbalza per le pareti del cuore e via, corre attraverso le arterie come un guerriero su di un destriero che, sguainando due spadoni terribili, li agita e li percuote bucando e dilaniando ogni cosa nella sua folle cavalcata. In lontananza, il cavaliere vede un ostacolo, le bianche mura della mente, non così alte da dover essere scalate ma non abbastanza basse da eludere con un balzo. Conscio della fine imminente punta le spade in avanti, un ghigno beffardo sul volto; il cavallo, nella sua folle corsa, rovina contro il muro. Il cavaliere trafitto dalla groppa del destriero, le due spade sfrecciano verso il cervello e, superando il muro si conficcano spietate nelle pareti della mente, lì per restare.

All'interno del carillon, un terribile cavaliere che impenna sul suo nero destriero sembra brandire due armi pesanti, ma le sue mani sono vuote. Il ghigno sul suo volto a ricordare che il nemico ha colpito, le sue armi cercavano guerra e sempre trovano quel che cercano; è proprio questo che il suo viso contratto trasuda. Tutti hanno un nemico nella mente, non si sa chi ce l’ha messo né se sia davvero necessario o inevitabile.

Sia come sia, il nemico è lì, testimone della sua presenza in un canto lamentoso, rinnovato nella colpa in una ferita che mai si rimargina; un corpo estraneo talmente vivo da sembrare parte di noi, parla con la nostra voce, guarda con i nostri occhi, consuma le nostre carni. Vigile, saggio, crudele, invisibile.


Il nemico di Kim possedeva tutte queste qualità ma il suo non era un nemico qualsiasi. Non aveva bisogno delle miserie sottili della xenofobia, non necessitava di una religione da accusare, di un Dio da bestemmiare, di un genitore da assassinare o di uno sconosciuto da malmenare sino a sentire le ossa delle mani doloranti. No, il suo nemico era qualcosa di più astuto, un abile stratega ed un lottatore immobile: la sua più grande intuizione fu quella di giocare a carte scoperte, lasciava vedere a Kim ogni singolo passaggio, ogni cavillo, ogni sapiente operazione che portava al risultato architettato, beandosi di cotanta astuzia. Alla fine del percorso un verde, melmoso liquido sgorgava dal solco scavato dalle spade, copioso si riversava per ogni vicolo e anfratto in cerca della depressione più comoda su cui bivaccare. Eccola, infine, la valle: il liquido vomitava se stesso per fare di luogo inospitale la propria casa. Ogni territorio cavo di questo strano terreno sono le passioni che ho visto avvicendarsi nell’animo di Kim, tante quante non potrei contare. La perfidia del suo nemico sta nel dimostrarle inconfutabilmente, attraverso il suo veleno, come ogni cosa su cui lei abbia posato animo sia, in ultima analisi, vacua, vuota, un riflesso della potenza che lei sente esplodere dentro. Ad ogni passo indietro il guerriero si fa più forte e non perché vince quelle singole battaglie, figuriamoci. La vera guerra non si fa in quelle valli dimenticate, incolti giardini lasciati a maggese, ma nel picco più alto della mente di Kim, lì dove la sua volontà alberga; lì il terribile nemico combatte la sua guerra tentando di avvelenare la luce irresistibile della volontà con il male di vivere. Semplice, viscido, oscuro male che intacca la volontà che non muore. Lì si combatte la vera guerra.

Mi piace pensare ad un aneddoto dell’ultima adolescenza di Kim, perché inquadra bene questa lotta nel suo eccesso. Lei aveva 19 anni, due anni prima aveva conosciuto un ragazzo con cui stava, il suo nome è Todd. Un ragazzo come tanti, sapete. Forse un pò burbero ed eccentrico in alcune cose, ma un bravo ragazzo tutto sommato. Pesante e leggero allo stesso tempo, dotato di una complessità tutta sua. Una notte, mentre dormiva, Kim aprì improvvisamente gli occhi: il cavaliere si era destato dal suo letargo nella sua dimora-carillon ed aveva ripreso la sua folle cavalcata. Kim si girava e rigirava nel letto, incapace di tirare le briglie, di urlare basta. Alla fine il cavaliere puntò dritto all'obiettivo e scagliò le sue oscene spade.

Todd sembrava uno di quei ragazzi stanchi, forse stufi, forse inadeguati, che poche cose riescono a scuotere da perpetuo torpore vitale. Credo amasse davvero tanto Kim, profondamente. Una passione abissale, mistura di gratitudine, desiderio e sentimento sincero. Forse fu quella complessità a permettergli di intuire che qualcos'altro al posto di Kim parlava, respirava, gesticolava attraverso di lei. Comprese che di qualcun’altro si trattava, ma non che quel qualcuno fosse uno spettro nella sua mente. Scambiò fantasmi per eroi, credendo che dietro la confessione atona di Kim che adesso diceva lui di non provare più nulla si nascondesse un altro ragazzo, uno più bello, sicuro, affascinante, uno che lui avrebbe voluto incarnare, che avrebbe voluto schiacciare. A quel punto fu il cavaliere di Todd a cavalcare attraverso le sue vene: nero, compatto, morboso fumo prese il posto degli occhi nelle sue orbite, lentamente si alzò dal letto della sua stanza dove si trovavano e si scagliò su Kim. Avrei voluto battermi per lei, urlare e combattere con tutto il fiato che avevo in corpo e, forse, anche con quello che non possedevo. Ma non potei. Kim rimase inerte a subire, osservando la nera furia galoppante di Todd abbattersi su di lei tra pugni, urla, strette. Rimase lì ad osservare per un pò finché, incredibilmente, la più alta vetta nella sua mente cominciò a splendere di potenza solare propria. Le bastò un attimo, un secondo di più per perfezionare la mira, un terzo per scagliare un gancio perfetto nel volto contratto di Todd, che volò per terra ansimando e sbavando.

Mentre con calma si allontanava dalla stanza, dalla casa e poi dal quartiere di Todd, se pur persa nei propri pensieri Kim sapeva, non era necessario prendersi in giro: il nero cavaliere non era sconfitto, no affatto. Beh, quello di Todd forse lo era. Magari lo era eccome. Ma non il suo. Voleva vedere il sangue e, ghignando, lo sentiva scorrere dalle labbra tumefatte di Kim così come lei lo osservava nella sua mano intinta nella ferita. Si era soltanto ritirato, beandosi della bella battaglia combattuta e così la volontà, dai suoi alti bastioni, poté esplodere senza impedimenti.

Kim camminava su di un viale lentamente, percependo ancora lo sconosciuto pulsare di quella energia sconvolgente, domandandosi se era possibile mantenere attiva quella potenza, domandandosi se quel calore era lì per restare.

Fissando lo sguardo sulla ferita nella mano, un lontano ricordo sembrò spingere dentro di lei, una bambina piangente che osservava sé stessa da un mondo tinto di rosso e quel mondo ero io. Stringendo me nell'altra mano, si fece forza guardandosi attorno. Riconobbe la strada di casa ed accelerò il passo.

*

Un giorno la catturai sognante, sul suo letto, pronta ad accogliere mille promesse di desideri da soddisfare con il solo sforzo del pensiero. Mi domandavo quale fosse lo spirito che dentro di lei si agitava, permettendole di perdersi nei più stravaganti mondi che non conoscono mura o odore, quei nebulosi castelli in un globo senza sentieri, le verità dell’innocenza di chi solca il proprio universo, fluttuando tra le proprie speranze e lasciandosi dietro le frustrazioni della consistenza.

Sollevandosi lentamente rimuginava canticchiando sulla leggerezza del dinamismo, di come a volte un attimo possa sembrare una vita intera e di come, vissuta una vita intera, la stessa può essere rievocata in scarni frammenti che fanno di una intrigante complessità un bricolage di immagini, sensazioni, parole ed ambizioni.

Scivolando per il lungo corridoio della sua casa giunse di fronte alla porta della sua piccolina che quieta dormiva nella culla, incanto di compimento e meraviglia di perpetrazione, una piccola Kim dormiva beata incurante del domani.

Il pensiero di suo marito la accarezzò attraverso il caldo soffio d’aria estiva che penetrava dalla finestra, sfiorando le sue labbra che accennavano un sorriso, fluendo tra i capelli che leggeri caddero di nuovo ad occupare il proprio giaciglio. Immaginò un’ombra, un pensiero lugubre e severo, mistura medica tra dolore e sollievo. Scese le scale del secondo piano sempre più in fretta, sempre più in fretta, come per fregare il demonio scartandolo, come per fuggire via e lasciare indietro la paura e proprio quando il rito sembrò non funzionare, giunta oramai a gran velocità all'ultimo gradino, qualcosa dentro di lei sembrò collassare lasciando spazio alla quiete. E in quell'ampio giardino che aveva preso posto dentro, si riversò un torrente fragrante che cantava la melodia di sua madre, l’alchimia che Meg creava, volta dopo volta, appena sedutasi dinanzi al pianoforte. Ma stavolta la musica sembrava non volersi fermare a quando, infine, Meg ripiombava in questo mondo ritraendo le mani. Quell'idea, alla fine, voleva prevalere per terminare i contorni del volto che Kim avrebbe sempre voluto vedere attraverso quelle note.

Personalmente in quei momenti mi abbandonai al pensiero di Jamie, quella donna portentosa capace dell’energia più potente e della fragilità più acuta, un diamante in moto che trafigge di bellezza e squarcia di angolazione.

Ricordo distintamente come un giorno passò intere ore in silenzio fissando me e suo marito, emettendo quella portentosa energia, inerme ascoltando e lasciando scivolare attenzione ed indifferenza verso le parole di Cyd. Lui si angustiava ed affannava tra congetture, farneticazioni e giustificazioni mentre, evidentemente, Jamie si domandava soltanto come doveva essere stato per me rimanere lì inerme, immobile, a fissare la perversione di Cyd, testimone della sua concupiscenza.

In ogni modo, di tutte le melodie che si agitavano nella mente di Kim, ella non si accorse che il telefono squillava. Era sua madre.

*

Meg si trovava lì, accoccolata sul divano, stringendo tra le braccia un morbido cuscino, lo sguardo proiettato ad assaggiare le distanze dell’orizzonte, pronto ad un tuffo ritmato accompagnato dal sole che si eclissava in un grazioso tramonto. Kim non era certa di ciò che avrebbe detto, di ciò che avrebbe mai potuto dire: troppi pensieri, troppe domande si accalcavano nella sua mente, troppe congetture lasciate al vento volavano freneticamente a mescere tutto in una satura poltiglia, troppi se, forse e ma non lasciavano spazio allo stupore di chi dovrebbe semplicemente sedersi ed ascoltare. Ma, al contrario suo, Meg sapeva.

Quando si accorse che stava guardando proprio lei, quando comprese che le nebbie che le vorticavano dentro facendole sentire la vertigine erano ciò che Meg stava davvero guardando, Kim si sentì come di pietra e perse il suo sguardo in quello di sua madre: non si scompose. Meg, intendevo dire, non si scompose. Proprio così, rimase a fissare sua figlia con lo sguardo di chi conosce un rimpianto avulso da qualsiasi cosa di passeggero possa mai essere accaduta, con lo sguardo di chi comprende che gli errori del passato non sono qualcosa di legato ad un singolo momento, ad una singola scelta, ad un unico pensiero o stralcio di esso. Meg guardava sua figlia con gli occhi di chi comprende che il rimpianto è uno stato mentale, una vuota malinconia infinita come il mare, che conosce tempesta solo nelle sue più insidiose profondità ma che sempre, come un alito leggero, culla su di una zattera solitaria, smarritasi nella propria percezione di qualcosa che non ha fine.

Kim non poté fare altro che svuotarsi di tutta quella satura poltiglia che dilagava nella sua mente con un singolo sospiro, portando dietro di sé tutti i se, i forse ed i ma che fino a un momento prima la opprimevano come una fredda montagna, stagliata sopra le sue spalle, per rendersi conto che nulla di tutto ciò che stava solo in accenno farneticando dentro di sé potesse avere un benché minimo senso o importanza. Scivolò sul divano accanto a sua madre come in assenza di peso e consistenza, lentamente appoggiò la testa sul petto di Meg e così trovò l’esatta sensazione di chi è dove dovrebbe essere, persino nella posizione giusta. Mantenne il silenzio, pronta ad ascoltare la madre. Ma in realtà poco di tutto ciò aveva davvero importanza: era lì per restare.

*

Meg le raccontò tutto o quasi. Infiniti fraseggi pronti nella sua mente come una melodia erano stati scritti molto, moltissimo tempo addietro, in attesa di questo momento, pronti ad essere eseguiti, pronti a far piangere il cuore o a dare un momento di sollievo nell'oceano interiore che chiamiamo impossibilità di comprendere. Esattamente come un musicista si siede dinanzi al suo spartito e, leggendo esegue, così Meg cominciò raccontando di come conobbe il padre di Kim, in una serata organizzata da una sua amica in cui unico suo compito era quello di sedersi al piano ed intrattenere gli ospiti con un delicato sottofondo. Le capacità di Meg erano sin dall'infanzia impressionanti, riusciva a stregare ogni persona che posasse orecchio sulle sue melodie. Così la serata riuscì molto bene, talmente tanto che diverse persone si accostarono a lei per farle i complimenti. Tra questi, il padre di Kim si lanciò in una goffa presentazione di sè stesso ed ancor più goffamente mise in scena una corte da manuale, piena di frasi di circostanza e di retorica, di figure trite e ritrite ma con un che di nostalgico. Un desiderio pulsante scorreva sotto la pelle sino alle più profonde superfici degli occhi, insomma una strana alchimia nacque tra i due ed ebbero meravigliosi momenti insieme. Fino a che Meg non si accorse del pallido anello che creava uno scarto tra la pelle abbronzata del compagno ed il sito dove una fede avrebbe dovuto essere al suo posto. Non lo rivide mai più.

Kim decise di andare a conoscere suo padre come mai aveva potuto. E come mai potrà, del resto.


Il cimitero era praticamente vuoto a quell'ora del pomeriggio. Non aveva mai avuto paura dei cimiteri, al contrario. Tutta quella distesa di sempiterna stasi le trasmetteva una certa quiete, come di chi non ha più problemi per la testa, come di chi ha abbandonato le inezie dell’esistenza e si prepara a qualcosa di superiore, ad un salto più lungo o ad una vera e propria assenza di moto, una di quelle che puoi solo immaginare pensando a degli occhi fissi, narici statuarie e petto piano.

Con cura avanzò tra le lapidi alla ricerca del luogo indicatole ed infine, dopo una breve ricerca, lo vide.

Una targa annunciava la sua presenza, un’ovale vuoto che per espresso ordine tale doveva rimanere, lontano del culto delle immagini. Nessuna foto, nessun ritratto. Solo parole.

Kim si accovacciò di fronte alla lapide di suo padre, chiuse gli occhi per prepararsi a ricevere l’unica cosa che di suo padre avrebbe mai potuto sapere: le ultime parole che per sè stesso aveva scelto. La targa riportava:

Qui giace Cyd,

Cercatore di tesori, cacciatore di frammenti. A te che ti concedi il tempo ed il lusso di leggere dico: fai attenzione ai riflessi, alle luci cangianti e ai desideri inespressi. Ricorda il percorso che ti ha condotto al dubbio, amante virtuosa dell’illusione. Perdere il senso della prospettiva è incapacità di porre rimedio al torto, poiché ogni strada, se pur intricata e apparentemente infinita, ti riporterà sempre a casa.

Qui Cyd giace per restare.


Oramai seduta di fronte alla lapide, intenta a leggere e rileggere, Kim cercava di capire il vero significato di quelle parole, se magari qualcosa le stesse sfuggendo o se, ironia della sorte, persino nel momento della morte suo padre sarebbe rimasto un criptico enigma, piena e libera dimostrazione dell’impossibilità di comprendere.

Due persone che bisbigliavano alle sue spalle attirarono l’attenzione di Kim. Erano lì, di fronte alla tomba, a fissare il marmo e a mostrare un finto sorriso a lei. Stavano parlando dell’importanza di lasciare un marchio nel mondo e di come perdere persone come Cyd, rinomato fabbricante di specchi che aveva fatto della sua atavica professione un’arte, fosse ciò che davvero significava perdere gente che cambia le cose. Un velo di disagio ed imbarazzo coprì i loro volti nel sentire la risata crescente di una donna accovacciata di fronte alla lapide, meravigliosa, minuta Kim. L’allegria che la accese parve riportare alla memoria quel momento in cui mi individuò in mezzo all'erba, quando mi prese con sé. Credo che avesse finalmente afferrato quella cosa importante che da piccina aveva solo intravisto in una fugace visione, con la coda dell’occhio. Purtroppo non ebbi mai modo di sapere cosa fosse, perché mai volle parlarne con me. Ciò che invece fece fu tirarmi fuori dalla sua borsa, ancora accompagnata da quella delicata e fragrante risata e, quasi senza sforzo, mi incastrò nella lapide di mio padre, lì dove il loculo adibito a contenere la foto del defunto era vuoto. Non lo sarebbe stato mai più.

La vidi allontanarsi con passo calmo e sicuro, il sole di fronte a lei la seguiva verso l’orizzonte mentre un piccolo frammento di specchio, incastrato in una lapide, rifletteva gli ultimi bagliori del giorno, proiettandoli verso il cielo, immaginando di poter cavalcare lungo quel raggio di luce e perdersi nel firmamento. Conscio eppure di essere lì per restare. 

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