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Il capo branco

Prologo

7 min di lettura

Stavamo ancora camminando, io e una manciata di amici stretti. Avevamo raggiunto le rive del fiume già da più di un'ora, eppure nessuno spazio, insenatura naturale, spiaggetta fatta del fondale levigato del fiume oramai ritiratosi sembrava andare bene. Dopo mezz'ora di cammino alla ricerca del luogo giusto già mi sentivo pentito di avere proposto la sortita al fiume. In fondo che importanza poteva mai avere il luogo? Ciò che davvero contava era passare, come spesso facevamo, del tempo tutti insieme. In buona compagnia. A parlare del più e del meno con lo scrosciare dell'acqua a farci da sottofondo musicale.


Passata un'ora da che eravamo arrivati a lambire il letto del fiume capii. Non era il posto perfetto che stavamo davvero cercando. Eravamo si alla ricerca di qualcosa, ma nessuno di noi sapeva ancora di cosa potesse davvero trattarsi. Quando oramai camminare diventava faticoso tra i ciottoli della sponda e l'energia abbandonava le nostre gambe, ecco una luce in lontananza. All'inizio credetti si trattasse dei fari di qualche macchina, che arrampicandosi per le strette curve della montagna avesse per un momento deciso d'inondarci con il suo tagliente bagliore. Eppure quella luce era troppo tremula e allo stesso tempo permanente per potere essere un faro di macchina.

L'approssimarsi alla fonte, il colore rossastro sempre più visibile e un vago sentore di fumo che ci accarezzava, trasportato dal vento, rivelò infine l'arcano. Si trattava di fuoco, fuoco vivo. Ma non era un principio di incendio. Era semplicemente un fuoco da campo, il fuoco di un campo allestito sulle rive del fiume. Proprio lo stesso che desideravamo vedere nascere intorno a noi, nel punto perfetto sulle rive del fiume dove potere trascorrere in serenità del tempo in compagnia.

Oramai trasportati dalla singolarità della serata, decidemmo di andare contro i nostri più profondi istinti da "gruppo chiuso" e di avvicinarci al fuoco per capire chi altri, come noi, aveva deciso di trascorrere la notte in quel luogo tranquillo e allo stesso tempo rapido, dove la vita scorreva con la velocità del fiume e dove azione e riflessione si incontrano in una perfetta armonia d'intenti.


Incuriositi e affascinati dalla scoperta, attratti verso quel fuoco come gli eroi dei grandi classici si sentivano attratti verso il proprio destino, affrettammo il passo. Incominciammo a distinguere in lontananza una figura solitaria, appollaiata su di un lungo tronco che faceva da panca proprio in prossimità del falò, ben preparato e arginato per evitare che qualche scintilla potesse accorciare le distanze con il fitto bosco, proprio alle spalle del campo. Avvicinandoci alla figura, un senso di inquietudine cominciò ad afferrarci fino a quando l'urlo di una ragazza del nostro gruppo risvegliò tutti dall'incanto, facendoci temere il peggio. La figura debolmente illuminata dal fuoco aveva qualcosa di mostruoso e terribile, sembrava il personaggio di una storia del terrore. Il corpo quasi interamente ricoperto di pelo, la testa incoronata da due lunghe orecchie canine, un muso contratto che sporgeva allungandosi in modo anomalo. Ci trovavamo forse di fronte a un lupo mannaro? La natura o l'inquinamento umano avevano forse partorito una nuova creatura mostruosa e terribile, pronta a scavalcare l'uomo nella lunga tratta che conduce all'apice della catena alimentare? Terrorizzati e impacciati, provammo goffamente a disporci in una specie di linea di attacco, con le donne dietro, pronte alla fuga, e noi maschi avanti, pronti ad attaccare - o alla meno peggio a guadagnare un pò di tempo perché si potesse allontanare la minaccia, in attesa della fuga di massa. Poi, improvvisamente, la figura cominciò a parlarci.


"Buonasera! Non abbiate paura! Siete dei giovani, dico bene? Scusate, non vedo più bene come un tempo, vi prego avvicinatevi! Non abbiate paura! Ho del cibo da condividere con voi se volete, di acqua poi ce n'è in abbondanza qui, sulle rive del fiume! Non abbiate paura, avvicinatevi, venite a scaldarvi intorno al fuoco!"


La voce suonava stranamente cadenzata e sorpresa, come di chi non è abituato a parlare. O a sentirsi parlare. Nonostante ciò, la totale mancanza di minaccia nelle sue parole agì come un balsamo calmante, potei distinguere sensibilmente i corpi contratti dei miei amici rilassarsi e così il mio. Fui il primo ad avvicinarmi alla figura, accennando un saluto, e subito cominciai a ridere della mia grossolana valutazione di ciò che avevo di fronte. Si trattava in realtà di una persona di una certa età, ogni centimetro di superficie del volto stropicciata da infinite rughe, un sorriso ampio e sincero, occhi acuti, pensosi, eppure quieti, pieni di pace e cordialità. Il resto del corpo, testa inclusa, era in effetti un ammasso di pelo e furono soltanto i costumi odierni, così lontani da questo "vestiario", a condurre me e i miei amici in errore. Il vecchio indossava una pelliccia di lupo lungo tutto il corpo, la testa dell'animale a coronare il suo capo.


Insicuri sul da farsi, ancora rapiti dalla scarica adrenalinica, non eravamo certi di come comportarci in una situazione del genere. Decidemmo comunque, uno per uno, di avvicinarci al fuoco e di prendere posto chi sul tronco, chi a terra, a godere del tepore del fuoco.


Quel che poteva sembrare facile all'inizio si rivelò strenuamente difficile: cosa si poteva dire o fare per spezzare l'imbarazzo iniziale? Come cominciare una conversazione con un perfetto sconosciuto che più lo guardi e più domande di ogni genere si affollano nella tua testa? Come poi, se questo stesso conosciuto continua a mostrare un sorriso a trentadue denti - tutti perfettamente e insolitamente in ordine e in salute - guardando in faccia a turno tutti i presenti come a chiedere: "Che si fa adesso? Che si fa? Che si fa?".


Per fortuna fu lo sconosciuto a toglierci dall'impiccio, cominciando a parlare in modo così improvviso e a volume così alto da fare trasalire tutti quanti: "Il mio nome è Ulv. piacere di conoscervi. Si dice così? Scusatemi, è tanto tempo che non parlo con qualcuno e sono molto lontano da casa". Beh, il nome la diceva lunga in proposito. Ci presentammo a nostra volta, espletando le formalità e, una volta parlato della nostra provenienza, chiedemmo a Ulv da dove mai venisse. Per non parlare del come, visto il personaggio che ci trovavamo davanti. Gli occhi di Ulv danzavano di un fumoso giallo davanti al fuoco mentre, di tutta risposta, non fece altro che indicare una direzione col dito. Il suo dito puntava le montagne che si alzavano oltre il fiume, oltre la boscaglia, oltre lo sguardo ad arrampicarsi su per irti sentieri e fitte foreste che come feria peluria ricoprivano il glabro torreggiare di un picco particolarmente alto e solitario. Chiedemmo dunque: vieni da quella parte? Vieni dall'Est? Vieni da oltre le montagne? Vieni da oltre il mare? Da un altro continente? La risposta era sempre un energico no con la testa, la lingua quasi a sporgere penzoloni attraverso le labbra. La risposta era forse più vicina di quanto pensassimo. Vieni da un paesino nei dintorni? Lì, a metà strada tra le montagne? Sei un montanaro? Mi sembrò dal suo sguardo che queste deduzioni sembrarono convincerlo in qualche modo, ma non del tutto. Dopo avere inclinato la testa un po' a destra, un po' a sinistra, fino a raggiungere pendenze quasi preoccupanti, scosse la testa e disse: "No, no, giovane amico. Io vengo da lassù. Il mio villaggio si trova sulla cima di quella montagna".


Impossibile!


Conoscevo a menadito quelle montagne, avevo passeggiato su ogni sentiero battuto dall'uomo e mi ero spinto anche oltre, alla ricerca della fonte del nostro amatissimo fiume, ma la concentrazione boschiva e la pendenza non permettevano all'uomo di superare determinate altitudini. Nemmeno l'alpinismo era possibile data la mancanza di pareti scalabili. Solo un mezzo volante poteva portare fino a quelle vette ma la compattezza degli alberi non dava adito a rilevazioni di particolare rilevanza. Ulv mi guardò insistentemente mentre mi producevo in considerazioni di questo tipo, lo sguardo fisso e le guance leggermente gonfiate a produrre una curiosa rotondità che ricordava quella dei molossi che si accingono a esplodere in un rabbioso latrato. La strana posa ebbe fine con uno sbuffo simile a un placido latrato: "Hai torto, giovane amico. Io Ulv, figlio di Varg, giuro sul mio nome di provenire da lì. Wataha è la mia casa. Wataha è la mia casa". Questo vecchio voleva davvero farci credere che lassù, nascosto tra gli alberi, esisteva un posto abitato da umani? Wataha poi? Che nome è Wataha?. "Ok, ammettiamo allora che magari" presi a dire, "oltre i punti che io non sono riuscito a superare, il bosco divenga più rarefatto e che sia possibile vivere in certi punti di quel picco. Ma come si fa a vivere? Come facevate a nutrirvi e sopravvivere all'inverno? E poi sule cime di quelle montagne fanno da padrone i lupi!". Ulv si mise improvvisamente sull'attenti e ripetè: "Lupi? Lupi? Si, si, lupi, lupi!". Dopodiché si accascio sulle gambe puntando alla luna e si produsse in un ululato agghiacciante, così simile a quello che nelle distanze mi era capitato di sentire, a certe altitudini, nella notte, provenire dai branchi di lupi che abitano le montagne. Ma nel silenzio che ne seguì, la cosa più agghiacciante non fu quella: a distanza di pochi secondi, lontani ululati cominciarono ad echeggiare attraverso lo spazio, accarezzando le cime degli alberi e infrangendosi contro le alte murate del fiume, giungendo fino a noi, giù a valle, come un macabro coro gregoriano. "Senti? Senti? Lì è Wataha! Lì sono i lupi! Lì nasce il fiume!" la contentezza nella sua voce era contagiosa.


Basta, era troppo. Dovevo assolutamente saperne di più. Se non altro per la strana storia che quest'uomo sembrava portare con sé.


Dovevo scoprire l'esatta posizione della foce del fiume e come arrivarci. Forse, finalmente, la mia ricerca era finalmente arrivata a una svolta!

Commenti

1 commento

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  1. Michele Di Brigida

    Come inizio niente male, voglio saperne di più sull'uomo...