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Papaveri Violenti

Annalisa

2 min di lettura

Non riuscivo a smettere di guardarla.


Leggeva attentamente un libro.

Non riuscii a scorgerne il titolo, ma il suo sguardo non era tranquillo.

Macinava rapida le righe senza mai fermarsi temendo, forse, che se avesse interrotto la lettura i pensieri dai quali stava scappando potessero tornare violenti a corroderle la testa, rendendoli dolorosi e maleodoranti.

Arricciò leggermente le labbra.

Non sembrava un movimento volontario, piuttosto uno di quei tic incontrollabili che molte volte tradiscono emozioni che si vorrebbero nascondere al mondo, che si vorrebbero nascondere a se stessi.

Il mio viso divenne paonazzo, rosso di fastidio. Non capivo come mai nessuno riuscisse a vederla, tutti le passavano vicino ma nessuno la guardava davvero.

Solo io ero stata rapita, solo io ero entrata in quel vortice che i suoi occhi tentavano invano di celare e non riuscivo a tirarmene fuori, seppur cercassi con tutte le mie forze di aggrapparmi al primo palo della luce, un po' come fanno a Trieste quando soffia la violenta Bora.

No, non c'era nulla intorno a lei, ma quel nulla se lo teneva stretto.

Forse le andava bene così, sfacciatamente sola, così grande da sembrare inattaccabile.

Una giovane ragazza le si avvicinò e rimanendo in silenzio si sedette accanto a lei. Un fugace sguardo quello che si scambiarono e sul volto della giovane lettrice nacque un sorriso sincero, timido, bellissimo.

Finì svelta la riga – per non lasciare quella frase a metà – e fece un'orecchia alla pagina, chiudendo subito dopo il libro.

Ora, finalmente, si guardarono.

Si, la giovane dalla giacca viola si era fermata, cacciandosi in quel vortice maledetto senza paura, senza paracadute.

Non la temeva, ma si sbagliava.

Avrebbe dovuto aver paura, avrebbe dovuto far come me: tenersi stretta ad un palo, per evitare di sprofondare.

La lettrice questo lo sapeva, ma non riusciva a cacciarla. O meglio, non sapeva come farle capire che non avrebbe tratto guadagno da quell'imprudenza adolescenziale che guidava la ragazzetta dalla giaccia viola e gli occhi verdi.

La voleva accanto, ma non così vicino.

La temeva perché conosceva quell'abisso e le sue conseguenze erano ben note, lo si vedeva dal suo fisico smunto, da quegli occhi svegli ma spenti, senza luce. Solo buio.

Si guardarono ancora, senza parlarsi.

Non c'era niente da dire.

Sospirò, iniziando a canticchiare una canzone che probabilmente la giovinotta non conosceva. Si erano già dette tutto e fingere non lo sapevano proprio fare.

Forse giacchetta viola si era avvicinata l'ultima volta, perché come una radura non può allontanarsi dal lago che la cinge, lei non era in grado di staccarsi. Di cambiare il suo posto.

Mi venne in mente una storiella che sentii tempo fa, una delle poche che ricordo.

“Davanti a casa mia c'era un lago. Molto più grande di questo. Mamma mia che lago quello! Ora non c'è più.

No, non si è prosciugato. È successo qualcosa di ancora più terribile.

Lo scorso autunno un branco di anatre, suppongo più di una quarantina, si posarono proprio al centro del lago e mentre se ne stavano li successe questa cosa stranissima..la temperatura si abbassa di colpo fino a far gelare il lago. Puf! In tre secondi tutto congelato. E le anatre non morirono, no, volarono via...portandosi dietro il lago. Si dice che ora quel lago si trovi da qualche parte in Georgia.”

No, non in Georgia.

Ma qui, seduto su una panchina.


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