Vai al contenuto

Papaveri Violenti

Ritorno

1 min di lettura

La luce verde dell’autostrada la terrorizzava.

Masticava una cicca rossa, della stessa consistenza delle sabbie mobili.

Il Vento, che in quei giorni spirava ostinato, tentava invano di ripulirle gli occhi ed i pensieri cristallizzati dalla grezza congiuntivite zuccherina cadutale addosso in quei giorni.

Troppa polvere platinata in troppo poco tempo.

Genova.

Non le era mai piaciuta.

Genova.

La amava di riflesso.

Quando gliene parlava, i suoi occhi d’ebano esplodevano. I fuochi d’artificio imitavano le supernove morenti.

Lui, orfano d’animo, era cresciuto nel gelido abbraccio della pietra, viveva la contraddizione di una bolla plastica umida e viva, scopriva i sentimenti nelle biblioteche affrescate.

Come fa una spugna riflettente, senza volerlo, rispondendo semplicemente ad una funzione naturale, decise di amare quella città fitta come la barba di Odino, ferocemente radicata nel suo mento montagnoso.

“Innocente, colpevole. Se sono entrambi è come se non fossi Niente?”

Ed è qui, tra salmastro, kebab e focaccia appena sfornata, che affondi il tuo miglior destro.

Pungente, perfetto, diretto.

Le vibrisse si piegano, irrigidendosi, captando quell’odore rissoso.

Il maglione grigio, di lana sottile, a contatto con il calore della pelle emanava sospiri di detersivo e fumo passivo, di cartina senza ammoniaca.

Zefiro, burlone cacciatore, rubò un po’ di quel calore, trascinandolo con forza fino a Lei, attraversandone membra, vestiti e muri.

Sorrise.

Tra i mille modi di farlo ne scelse uno che ancora non aveva provato.

L’Amore ormai marcio, divenuto Marte ed infine Occaso, si era trasformato in un’infastidita arrendevolezza.

Non poteva radere al suolo la città solo per passare inosservata.

Lo sentiva addosso.

Pesava.

Le ricordava quella sciarpa di lana, calda, spessa, lavorata dalla paziente mano di qualche bambina thailandese che non metteva quasi mai perché, come furiosa Era graffiava il suo collo esile e biancastro, erodendone la carne.

Teneva caldo ma colava ematico rifiuto.

“Un ottimo Oracolo il tuo.”

Il suo pugno aghiforme le perforava i timpani, il cervello, facendo esondare le ghiandole salivari.

Ululava, dolorante come Lupa orfana del cucciolo appena dato alla Morte della Vita.

Commenti

0 commenti

Accedi per commentare e dire a chi scrive che cosa ne pensi.

Ancora nessun commento. Inizia tu la conversazione.