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Papaveri Violenti

Psicopompo

3 min di lettura

Uno scalatore senza imbragatura.

Un Adamo vestito di paura, vergogne, ansie e preoccupazioni; armato della sola Vita.

L’ossigeno, rarefacendosi ad ogni passo, acquistava un colorito livido; le piccolissime perle bluastre avvolgevano la Luce, vaporizzandosi, caricandola di Essenza.

L’esito della Guerra ancora incerto non gli permetteva di arrendersi.

La scalata verso la Consapevolezza esigeva il suo protagonista.

Eco, divenuta muta, lo teneva per mano, mostrandogli come, fin troppo giovane, era morto di vecchiaia. Portava con sé l’odore stantio, quasi rancido del pensiero abusato, delle riflessioni argute, dei comportamenti indifferenti che gli altri amavano definire “straordinariamente maturi”. Avrebbe voluto stringere i loro colli diafani tra le mani oscurate dalla lieve peluria e, con le bave alla bocca, mostrar loro i brividi di passione feroce che gli spaccavano le vertebre, frantumandole nella bianca sabbia messicana.

Quella stessa passione, come fece con Ugolino, lo divorava. Lenta. Inesorabile. Facendogli perdere il senso del Tempo. Quell’ebreo, il giorno che gli consegnò la moneta d’oro del Peccato Originale, non lo aveva messo in guardia sulla valuta e Lui aveva vissuto come gli era naturale e non come era consuetudine.

Sospirò profondamente. La Torre in cemento armato, in forte contrasto con la fatiscenza dell’edificio, gli permetteva di godere del paesaggio sottostante, di respirare le nuvole, di morderle come sognava spesso di fare da bambino. In quel periodo, quando imparò a sorridere, sorrideva sempre, anche quando dormiva. È stato proprio in quel momento che i muscoli, stanchi di quello sforzo quotidiano, smisero di arricciarsi. Nessuno conosceva il colore dei suoi denti.

Non prestò attenzione a ciò che lo circondava, sentiva le viscere contorcersi, vittime della ferrea presa di sé stesso, della curiosità che lo aveva portato fino a quel punto, sull’orlo.

Non fu il Vento, non fu un impulso nervoso, non fu la spalla di qualche amico, non fu nemmeno sua intenzione, ma cadde.

Natura, offesasi della disattenzione mostrata nei suoi confronti, armò Ossigeno. Egli, adottando la romana testuggine, lo spinse. Dissetò la Curiosità virulenta che lo opprimeva.

Ma non lo rese libero. Dalla Torre della Consapevolezza non poteva che ricevere un Oracolo: abbiate pietà di chi non teme la Morte, perché sarà proprio quello sventurato a non incontrarla Mai.

Chiuse gli occhi ad un palmo dal suolo, l’ultima cosa che udì fu il rumore della pelle a contatto con il terreno, solo il primo nanosecondo, poi. Buio.

La scena che nessuno poté vedere, suonava raccapricciante. Uno scalatore nudo, con la faccia in giù, spiaccicata, sformata, senza un minimo ritegno; la pelle esplosa colava ematico rancore color petrolio. Piccoli filamenti di pece fuoriuscivano dai polmoni: il cancro che coltivava da anni finalmente era libero. Le ossa mascellari, le ossa palatine e le cavità orbitali, come tessere di un puzzle abbandonato si cercavano, intonando una litania che avrebbe fatto rabbrividire una Supernova.

Una preghiera, o forse la semplice nascita dello Spirito, il suo primo vagito, la liberazione dall’utero carcerario che è l’Uomo.

Come bollicina, nata dal fondo di una bottiglia e diretta verso la superficie, incominciò a fluttuare, con fatica, portandosi appresso la Consapevolezza che quella nuova Vita avrebbe avuto gli stessi colori della precedente. La sua pena.

Salendo, o forse scendendo, o forse perché un pittore pazzo lo disegnò attorno a Lui, si ritrovò in quell’edificio fatiscente dai colori sfarzosi. Il Rosso era talmente vero, che il Mantegna dovette vendere l’anima per riceverne due lapislazzuli che utilizzò sapientemente nella devozione a Zeno, assicurandosi l’eternità di un colore Vivo.

Caronte per Caronte, pagò il breve tragitto con la moneta d’oro, nascondendola nel taschino che si era aperto sul petto. Non era il cuore a tremare, ma le vibrisse. Arricciò il naso, mescolando inspirazione ed angoscia, trattenendo il respiro per non dover provare ancora quell’orribile sensazione. Perso, senza riferimenti, senza basi, con la paura di non aver nulla nemmeno sotto i piedi, con la percezione di non avere legami sociali, nessuna possibilità di chiedere aiuto. Nessuna facoltà di scappare perché intanto non avrebbe un posto in cui tornare.

Chiusero la porta della cella alle sue spalle; e finalmente si accorse di quanto misero fosse.

Non avere possibilità. Può esistere condizione peggiore?

La non esistenza, trasformata dall’esigenza di intrattenere rapporti sociali diventa mancanza di occasione, inconsistenza, non vieni capitalizzato. Talmente fuori dal sistema da soffrire quando è lui stesso ad ignorarci. Perché si ha la convinzione che tutti hanno il diritto di essere visti, anche nella loro assenza.

E sopratutto, la loro mancanza di presenza ci permette di affermare con forza ed insistenza la nostra. Diamine, io ci sono. Tu non ci sei, ma io che ci sono ti vedo.

Ecco, lui si sentiva così. Non voleva far parte di quel Mondo, ma pretendeva da quel Mondo il dono dell’Esistenza.


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