11 Febbraio
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11 Febbraio
Il Giudizio:il giorno in cui sarebbe stato deciso il destino delle gemelle.
Erano secoli, forse anche millenni, che le Moire si incarnavano in tre mortali.
Al tempo di Pericle, un povero contadino aveva visto morire, anno dopo anno, le sue tre figlie e la moglie di un male incurabile. Tuttavia, il contadino non inveiva contro le Moire, accusandole di aver assegnato alla sua famiglia dei fili troppo corti, come facevano gli altri mortali.
Al contrario, diceva di essere felice del fatto che le dee avessero dato una vita, seppur breve, a quelle persone che aveva avuto la fortuna di amare, e sfruttava al meglio i loro ultimi giorni trascorrendo insieme più tempo possibile.
Dunque le Moire vollero premiare la saggezza e l'accettazione del contadino:tramite Ermes, gli dissero che si sarebbero incarnate nelle sue giovani figlie, ormai giunte nell'Ade, e che queste avrebbero abitato la Torre del Fato per molti secoli. Poi il contadino si risposò ed ebbe altre tre figlie, cosicchè le Moire, nel corso dei secoli, poterono incarnarsi in altre tre sorelle di quella discendenza.
E poi nacquero loro.
Fino alla nascita di Zoe tutto andava secondo le previsioni, ognuna di loro sarebbe diventata una Moira in base alla propria età, ma quando nacque Cloe il corso degli eventi mutò drasticamente e il Cosmo andò in subbuglio, rischiando di collassare. C'erano quattro sorelle per tre divinità.
Non era mai successa una cosa del genere, la discendenza del contadino si era sempre composta di tre figlie. Ma stavolta no.
Apparve chiaro fin da subito che l'ultima nata sarebbe dovuta essere l'incarnazione di Cloto, colei che origina il filo della vita degli uomini, mentre in Zoe, la sorella di mezzo, si sarebbe dovuta incarnare la Moira che decreta la lunghezza di quel filo, Lachesi. Il problema sorgeva con l'incarnazione di Atropo, la maggiore, la più potente di tutte, l'inesorabile, che taglia quel filo relegando negli inferi il mortale a esso legato.
Come capire quale delle due gemelle avrebbe dovuto prendere il suo posto?
Mettendole alla prova, naturalmente.
Fu così che, il giorno in cui le quattro sorelle furono condotte da Ermes nella Torre del Fato e trasformate in Moire, Atropo diede inizio alla competizione. A partire da quel giorno, Yvonne e Kira avrebbero avuto tre anni di tempo per riuscire nella loro impresa, paragonabile a una delle fatiche a cui era stato sottoposto Ercole. Durante il Giudizio, Atropo le avrebbe valutate e si sarebbe incarnata nella vincitrice, per la perdente, al contrario, la sparizione, l'oblio, il nulla.
Atropo credeva anche che, nel frattempo, le due si sarebbero staccate dall'umanità che le legava ancora al mondo dei mortali e che avrebbero sviluppato l'apatia e la noncuranza verso di essi e le loro vicende, doti imprescindibili per una Moira.
La data del Giudizio era ormai imminente e le gemelle erano ancora una volta in parità. Nessuno sapeva chi sarebbe stata a recidere il filo decisivo.
Quando le scale di pietra bianca furono gradualmente sostituite da dei gradoni di legno e muschio, capirono che si stavano avvicinando all'uscita. Alla fine della salita, furono investite da una luce così potente che le ragazze si coprirono gli occhi per non esserne accecate. Scavalcarono un tronco morto, il confine tra i due mondi, e abbandonarono l'Ade definitivamente. Raggiunsero le loro biciclette, incatenate a un lampione poco più avanti, tolsero i lucchetti e iniziarono a pedalare.
Il cielo era terso e il sole caldo ma non cocente, così da lasciare sulla pelle, rinfrescata da una lieve brezza, un gradevole tepore. Elio ed Eolo dovevano essersi riappacificati quel giorno, tanto il clima era mite.
I muscoli delle sorelle erano stanchi, ma allo stesso tempo rinvigoriti da quello sforzo. Sentirli stendere e contrarre a ogni movimento era davvero soddisfacente, se non addirittura bello, come lo era anche il rumore delle ruote prima sulla strada sterrata, poi sull'asfalto.
Gli stormi che facevano ritorno dai paesi caldi e la quiete della campagna incontaminata venivano gradualmente sostituite dalla frenesia cittadina, dalle persone iperattive che affollavano ogni centimetro percorribile e dalle macchine chiassose che riempivano il resto dello spazio. Le gemelle odiavano quegli ammassi di metallo:il fumo puzzolente che si lasciavano dietro le faceva tossire e a ogni clacson improvviso sussultavano, spaventate.
Arrivate alla piazza principale trovarono Hugo seduto sul bordo della fontana, la bici per terra, lo sguardo rivolto in alto, perso chissà dove.
Kira e Yvonne dovettero chiamarlo più volte per catturare la sua attenzione e quando il ragazzo si accorse della loro presenza le salutò allegramente, scusandosi per non averlo fatto prima. I tre ripresero a pedalare e, dopo un quarto d'ora, si fermarono in un bar, dove finalmente poterono pranzare.
Le sorelle presero due focacce e assaporarono ogni morso di quelle delizie. I pezzetti di oliva e formaggio si frantumavano sotto i loro denti e andavano a formare, con la mollica morbida che si scioglieva in bocca, una poltiglia molla, unta e calda, lasciando sulle loro lingue un sapore aromatico e squisito. A Yvonne, ogni volta che beveva, piaceva sentire anche ogni singola goccia d'acqua bagnarle le labbra e scenderle giù per la gola, dissetandola.
Queste erano alcune delle cose che le rendevano felici di essere ancora per metà mortali:godere del bel tempo, del canto degli uccelli, della vista della natura, tutti doni degli dei generosi, assaporare il cibo, bere, andare in bicicletta, passare una giornata spensierata con un amico. Potevano ancora vantarsi di far parte di quel complesso sistema che era la vita, esserne comprese insieme a tutti gli altri viventi.
Dopo il Giudizio, tutte queste cose sarebbero diventate vaghi ricordi, sensazioni irripetibili.
Hugo era l'ultimo legame che le gemelle avevano con il mondo dei mortali, l'ultimo ricordo di quella vita pienamente umana in cui non sapevano cosa fossero destinate a diventare. Lo avevano conosciuto ancor prima della nascita di Zoe e avevano tessuto con lui una solida e resistente amicizia.
Lui non conosceva la loro natura semidivina, ovviamente, e di conseguenza non sapeva come mai avessero smesso di frequentare la scuola, dove fossero finite Cloe e Zoe o perché ormai potessero vedersi solo di rado.
A ognuna di quelle domande, le gemelle davano delle giustificazioni che, però, non riuscivano sempre a convincerlo. Per esempio, riguardo alle piccole, gli avevano detto che erano andate a vivere dai loro nonni in Oriente e, quando lui aveva chiesto perché non fossero partite insieme a loro, le due gli avevano risposto che avevano ancora alcune cose da fare lì e che le avrebbero raggiunte non appena avessero finito. A quel punto lui faceva spallucce e non chiedeva più nulla, anche se le sue domande non erano state del tutto soddisfatte.
Se avesse saputo la verità, d'altro canto, non vi avrebbe creduto oppure non l'avrebbe compresa pienamente:in fin dei conti, era un semplice mortale e le macchinazioni divine erano qualcosa più grande di lui.
Per fortuna, in quella rara uscita, si era limitato a godersi la compagnia delle ragazze senza ulteriori paranoie, così come Kira e Yvonne. Visti in quel bar o a bordo delle loro biciclette sembravano tre normalissimi amici, che parlano, scherzano e ridono senza grandi preoccupazioni. Ma era tutta apparenza. Nessuno poteva vedere il grosso fardello che le due portavano sulle spalle.
Il prossimo mese Hugo avrebbe compiuto gli anni, ma tutti e tre erano consapevoli del fatto che le gemelle non ci sarebbero state:lui perchè sapeva che quel giorno sarebbero partite per raggiungere le sorelline, loro perchè quell'evento sarebbe avvenuto nello stesso giorno del Giudizio.
Quella giornata era il loro implicito addio a lui e alla vita mortale.
La prima parola che Kira e Yvonne associavano alla Torre del Fato era monotonia. Era sempre tutto uguale a se stesso, non solo l'edificio, ma anche i loro gesti, le loro parole e persino i loro pensieri.
Anche "la finestra", pensandoci bene, mostrava sempre gli stessi due eventi. Scene diverse apparivano assai raramente, più rapide di una saetta scagliata da Zeus, e non facevano in tempo a essere memorizzate che venivano offuscate dalle solite visioni.
D'altronde, cos'era la vita di una Moira? Creare, prolungare o tagliare fili, ancora, e ancora, e ancora, fino a che non fosse stata rimpiazzata da una nuova discendente.
Un tempo talmente lungo che le menti delle gemelle non riuscivano a raggiungerlo, nemmeno a immaginarlo.