L'ULTIMA LETTERA - Il segreto che poteva cambiare la Rivoluzione
CAPITOLO XI – La strada verso il buio
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Il giorno seguente, il sole si alzava con un pallido chiarore, riflettendosi sulle maestose facciate degli edifici. Giovanni Ridolfi si mise in cammino verso la redazione del giornale. Trascorse l'intera notte immerso nelle sue ricerche, con la mente in uno stato di febbrile agitazione. Giunse, infine, il tanto atteso momento. Sperava che la sua ricerca fosse avvertita dal suo superiore come un qualcosa capace di mettere in discussione la storia stessa.
Giunto davanti al portone dell’edificio, spinse la pesante anta di legno e si fece strada tra i corridoi impregnati di inchiostro e carta, dove i tipografi già armeggiavano attorno alle stampatrici. Oltrepassando i tavoli disseminati di bozze, raggiunse l’ufficio del caporedattore e bussò con fermezza, trattenendo il respiro prima che la voce grave dell’uomo lo invitasse a entrare.
— Ridolfi, — disse il caporedattore tradendo una stanchezza forgiata anni trascorsi a custodire trasparenze troppo pesanti da ripetere, — avete l’aspetto di chi ha scorto l’abisso e desidera raccontarlo.
— Capo, — disse Giovanni, — oltre a quello che vi mostrai la volta scorsa, ho scoperto un simbolo. Un simbolo che dovrebbe appartenere a una famiglia nobiliare di antica stirpe.
— Parlate di enigmi come fossero titoli d’apertura. Ma vi chiedo: cosa avete trovato davvero? Un’ipotesi o una prova? — replicò il caporedattore.
— Una prova, se seguiremo le tracce. L'autore della lettera non era un uomo qualsiasi. La sua discendenza rappresentava un'ombra tra i nobili, una minaccia che non era mai stata espressa a parole.
— Quindi vi piacerebbe addentrarvi nel passato e portare alla luce segreti che dovrebbero restare celati? — chiese il caporedattore, mentre un lampo di apprensione trapelava dal suo sguardo stanco.
— Non sono io a volerlo. È la storia stessa che reclama giustizia, — rispose Giovanni con fermezza.
Il tono del caporedattore si fece più grave.
— Se ciò che dite è vero, Ridolfi, e se siete deciso a proseguire, avete il mio appoggio… ma anche il mio monito. Non dimenticate che i vostri passi si posano su un suolo incerto, pronto a soccombere alla pressione della realtà.
— Ma non camminerò da solo. — rispose Giovanni, con un'espressione che lasciava appena intuire un sorriso.
Il caporedattore sollevò un sopracciglio interrogativo.
— Cosa volete dire?
— Non sono più solo, capo. Qualcuno mi ha trovato… e mi ha offerto il suo aiuto.
Il suo capo si accarezzò il mento, gli occhiali scintillarono sotto la luce ondeggiante.
— Un alleato, volete dire? E chi sarebbe quest’uomo che appare dal nulla, proprio mentre stavate per scoprire quello che è proibito?
Ridolfi posò le mani sulla scrivania, le dita ancora intorpidite dall’incontro, scosso dal peso delle parole che gli furono rivolte.
— Conosco solo il nome, per ora. Ma lui conosce il mio. Sa che sto cercando il prigioniero senza nome. Sa che trovai il simbolo cancellato. In più ho visto lo stesso simbolo sull’anello che portava al dito. E mi diede un avvertimento: non sono il solo a cercare conferme.
Una quiete greve calò nella stanza.
— E vi fidate di lui? — domandò il caporedattore.
La sua voce rivelava un'incredulità che risulterebbe difficile da afferrare per chi ha già vissuto molte ingiustizie.
Ridolfi sorrise appena. Non era questione di fiducia. Era questione di necessità.
— Per ora, lui mi aiuta. Ma la domanda non è se io mi fido di lui… bensì se lui si fida di me.
Fu allora che il caporedattore comprese. E la realtà, impaziente, si avvicinava. E mentre il caporedattore scrutava Ridolfi, entrambi erano consapevoli che il percorso intrapreso li avrebbe guidati verso un universo in cui qualcosa, per quanto nascosto, attendeva solo un'anima temeraria per emergere.