Capitolo 3 – La bocca del drago
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La pioggia tamburellava leggera sul tetto d’argilla, sebbene non fosse prevista. La stagione secca sapeva sorprendere: a volte la foresta decideva di respirare da sola.
Clara restava immobile davanti alla finestra aperta. Era ancora una bella donna, nonostante avesse superato i quaranta. I capelli corti, biondi, simbolo di praticità. Gli occhi azzurrissimi portavano sempre un velo di malinconia. Il vapore del caffè saliva dalla tazza che non beveva.
Alle sue spalle, suo marito Carlos, un bell’uomo latino, chiudeva con delicatezza lo sportello della borsa medica.
— Hai dormito poco, — disse, con quella voce bassa e premurosa che non usava con nessun altro.
— Non avevo sonno, — rispose lei, senza voltarsi.
— Lo so quando succede. Hai lo stesso sguardo… quello che avevi prima.
Clara si girò.
— Quel ragazzo, Gabriel. Ieri, nella foresta. L’ho visto fare qualcosa di… impossibile.
Carlos si fermò. — Che tipo di cosa?
— Ha fermato il fuoco. Non con l’acqua, né con le mani. Era come se l’incendio si fosse accorto di lui.
Il medico si avvicinò piano. — Stai tornando a vedere segni dove gli altri vedono solo coincidenze?
— No, — scosse la testa. — Non questa volta.
Carlos le prese la tazza.
— Ti ricordi perché siamo venuti qui? Perché abbiamo lasciato tutto?
— Certo che lo ricordo. Io ho lasciato il convento per te.
— E io l’ospedale di Puerto Viejo per noi.
Cadde un silenzio denso.
— Ma Clara, — riprese lui, — tu non hai mai smesso di cercare. Anche quando eri vestita di nero, anche quando lo chiamavi silenzio, Dio, regola… cercavi sempre qualcosa che tremasse sotto la superficie.
Lei abbassò lo sguardo. — E se l’avessi trovato? Se quel ragazzo fosse un segnale?
Carlos non rispose. Bevve un sorso di caffè, poi le prese la mano.
— Allora ti prego: stavolta, vacci piano. Non sei più sola. E nemmeno lui lo è.
******
Il cortile della scuola era invaso da voci acute e risate, come se nulla fosse accaduto. Solo Gabriel restava in disparte, seduto all’ombra del grande guanacaste, un libro aperto sulle ginocchia e lo sguardo perso tra i rami.
Clara lo osservava appoggiata al telaio della porta di casa di fronte alla scuola. Non lo chiamò. Aspettò che fosse lui ad accorgersi di lei. Quando alzò gli occhi, s’incontrarono. Nessuno sorrise.
— Posso sedermi? — chiese lei, avvicinandosi.
Gabriel annuì e chiuse il libro. Non sapeva se lo attendeva una ramanzina o una lezione.
— Ti senti meglio oggi?
— Sì, signora Clara. Ho dormito molto.
Lei guardò le sue mani. — Carlos mi ha detto che ti ha visitato.
Gabriel s’irrigidì. — Ha detto qualcosa di… strano?
Clara scosse la testa. — No. Ma lui vede più di quanto dice. E io lo conosco troppo bene per non accorgermene.
Un attimo di silenzio. Poi la sua voce si abbassò:
— Quando ero giovane vivevo in un altro mondo. Il silenzio era la mia lingua. La regola, la mia casa. Non c’erano urla, né incendi, né bambini che fermavano il tempo. Solo silenzio e preghiera.
Gabriel esitò. — Era in un convento?
— In un monastero. Prima studentessa, poi la clausura. Le mie giornate erano luce, voci basse, solitudine e lunga attesa. Poi arrivò un giovane medico di passaggio, veniva dalle missioni in Africa. Mani sporche di disinfettante, sorriso stanco, occhi pieni di dubbi. Mi parlava di ferite invisibili e cercava Dio dove io non lo trovavo più.
— Il Dottor Carlos… — sussurrò Gabriel.
Lei annuì.
— Quello che ho visto ieri non mi spaventa, — disse Clara, — ma mi chiede una scelta.
— Quale scelta?
— Se entrare nella tua vita. Oppure restarne fuori per sempre.
Si alzò, lasciandogli un foglio piegato sul banco.
— Lì c’è un luogo. Vai solo se vuoi. All’imbrunire. Nessuno ti obbliga.
Si voltò senza aggiungere altro. Gabriel aprì il foglio: nessuna parola, solo un disegno. Un sentiero che portava a una collina isolata, oltre la scuola, dietro la curva che scendeva al fiume.
Isabelle comparve alle sue spalle.
— Cosa voleva?
Gabriel le mostrò il foglio. — Credo che voglia mostrarmi qualcosa. O forse… aiutarmi.
******
Al tramonto, Gabriel seguì il sentiero con il foglio in tasca. Il quetzal splendente si acquattava tra i fiori arancio, e persino le lucertole dai colori vivaci parevano osservarlo. Ogni passo lo portava più lontano dalla scuola, più dentro a qualcosa che non sapeva nominare.
La casetta semi distrutta era nascosta tra due dorsali minori, poco oltre il letto asciutto del fiume. Un portone di legno pendeva da un solo cardine. Nessun cartello, solo silenzio e odore di alcol.
Spingendo il battente, trovò un ambiente piccolo, disordinato eppure pulito: brandine pieghevoli, taniche d’acqua, garze, bende. Un armadio aperto conteneva medicinali con etichette in più lingue.
Alle pareti, fotografie in bianco e nero: uomini con divise strappate, ragazzi troppo giovani, donne con ustioni. Riconobbe Uno dei volti: il comandante della postazione militare vicina.
Sul tavolo, una vecchia Bibbia. Lo aprì, nella prima pagina il nome della maestra. Dentro, fogli scritti a mano: Coltivatore. Mano sinistra, ustione da benzina.
Contrabbandiere. Ferita da arma da fuoco. Non parla spagnolo.
Gabriel capì: Clara insieme al marito non avevano servito un solo volto. Avevano curato tutti. Militare o piromane, coltivatore o contrabbandiere. Senza giudicare. Senza chiedere.
Sul retro del foglio lasciato sul banco, una frase in bella grafia:
“Nessuno è solo nel dolore. Non sempre si può scegliere da che parte guarire.”.
La porta scricchiolò. Clara era lì, senza zaino, le braccia conserte.
— Non è un segreto. Ma nemmeno una verità facile da raccontare. Te ne parlo come a un adulto.
Gabriel si avvicinò alle foto. — Ero troppo piccolo per sapere. Ma ora capisco perché qui… tutto sembra più complicato.
Clara annuì. — La giungla non è mai stata solo natura. È rifugio, campo di battaglia, casa. Qui si mescolano peccato e redenzione.
— È per questo che mi hai fatto venire?
— Perché stai cambiando. E quando cambierai del tutto, dovrai decidere a chi offrire le tue mani.
Si sedette su una cassa di metallo, lo sguardo sulla Bibbia aperta.
— Prima di venire in Costa Rica, vissi a Roma. Il monastero aveva legami antichi col Vaticano. Poche di noi potevano accedere alla biblioteca riservata. Non capivo perché mi avessero scelta. Fui trasferita a Roma. Lì conobbi il cardinale Raimondo.
La sua voce si fece lenta, grave.
— Uomo di scienza e fede. Traduttore di rotoli antichi, parlava sei lingue. Studiava testi apocrifi, leggende, manoscritti oscurati. Tutti parlavano della stessa cosa.
— Di cosa? — chiese Gabriel.
— Del risveglio ciclico delle forze celesti sulla Terra. Il velo tra Cielo e Terra si sarebbe assottigliato. Segni evidenti si sarebbero manifestati: bambini con doni inaspettati, incendi spenti senza acqua, voci nella foresta, il tempo che si piega.
Un brivido attraversò Gabriel.
— Il cardinale credeva che ci stessimo avvicinando a uno scontro. Non una guerra solo tra eserciti, ma tra intenzioni. Tra anime. Tra chi vuole dominio… e chi vuole libertà e libero arbitrio.
— E tu ci hai creduto?
— Solo quando ho visto te.
Il vento soffiava tra i rami, profondo come un respiro. Gabriel abbassò lo sguardo sulle mani.
— E se non fossi pronto?
Clara sorrise appena. — Nessuno lo è mai. Ma alcuni nascono con un fuoco dentro.
Si alzò, la voce ferma.
— Ora sai abbastanza per intuire che ciò che ti accade non è casuale. Ma non sai abbastanza per capirlo. Se accetterai il mio aiuto, ti mostrerò dove guardare. Non ti darò risposte, perché certe cose vanno vissute, ma ti guiderò con ciò che ho imparato.
Posò una mano sulla sua spalla.
— C’è una condizione. Per ora, non ne parlerai con nessuno. Nemmeno con Isabelle.
— Perché?
— Perché certe verità, dette troppo presto, spezzano. Devi crescere ancora un po’. Ascoltare, prima di rivelare. Raccogliere informazioni, prima di esplodere. Promettimelo.
Gabriel annuì. — Va bene. Lo prometto.
Clara fece un cenno. — Allora ci vedremo spesso qui. In silenzio.
Si voltò e uscì nel crepuscolo. Gabriel restò solo tra quelle pareti intrise di dolore, sangue e fede.
Si trattenne ancora qualche minuto. Poi uscì anche lui.
Aveva molte domande. Ma una certezza nuova: non era più solo.