Capitolo 2 - Il respiro degli alberi
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Capitolo 2 – Il respiro degli alberi
Il giorno dopo, Gabriel si svegliò prima dell’alba.
Non furono i rumori della foresta, né le galline sotto la casa: era qualcosa dentro di lui. Un fremito, un impulso senza nome.
Restò disteso sull’amaca, ascoltando il battito regolare del cuore mentre nella mente tutto girava.
Aveva rallentato davvero il tempo?
Aveva visto i segni sull’albero?
Aveva spostato la barca senza toccarla?
Rivide la donna trascinata dalla corrente, gli squali in agguato, il calore esploso nella sua testa, l’aria densa come acqua, la barca che cambiava direzione. Poi il buio.
Se non ero io… allora cosa è successo? E se invece ero io… come l’ho fatto?
Si alzò di scatto, corse in giardino. Le foglie brillavano di rugiada, i colibrì ancora nei nidi.
Si avvicinò al grande albero al centro del cortile e poggiò la mano sul tronco. Sembrava… vivo. Non nel senso ovvio: poteva sentirne il respiro.
Sedette accanto alle radici, chiuse gli occhi. Ripensò alla caduta nel burrone. Nessuna frattura, solo un braccio indolenzito. Quella falena sospesa, immobile come una fotografia viva.
Il tempo non è più tempo, quando smette di scorrere. È come se fosse… mio.
Sfiorò il petto. I segni non facevano più male, ma vibravano. Non cicatrici, ma sussurri silenziosi.
Dal retro della casa giunse la voce della madre, al computer: parole in inglese tecnico, dati, modelli 3D. Poi la voce del padre, stanca: — O parte oggi, o la barca finisce in fondo al mare.
La normalità restava intatta.
Lui no.
******
Isabelle lo raggiunse più tardi, con pane e frutta in un sacchetto di stoffa. Lo guardò negli occhi, poi si sedette accanto a lui sull’erba.
— Succede anche a te, vero? — chiese Gabriel.
— No. Ma sento quando qualcosa cambia. E tu… stai cambiando.
— Non so se mi fa paura o bene.
— Non devi scegliere. A volte due cose vere convivono.
Gabriel le prese la mano. Restarono lì, in silenzio, mentre la foresta si svegliava.
Il sole appena sopra le cime degli alberi quando udì un suono. Lontanissimo, eppure chiaro: un grido. Forse un bambino. Forse un uccello. Ma era come se gli fosse stato sussurrato all’orecchio.
Si voltò di scatto. Nulla.
Un fruscio tra i rami. Due scimmiette fulve lo fissavano, curiose. Una fischiò, l’altra la imitò. Gabriel ne percepì l’intenzione: non paura, ma allerta. Curiosità.
Più in alto, un bradipo si muoveva lento su un ramo. Ogni gesto amplificato, persino il suono delle unghie sulla corteccia.
Sto sentendo troppo, pensò. Troppo lontano, troppo preciso.
Chiuse gli occhi. Vedeva lo stesso. O meglio: percepiva. Alle spalle, una pietra bianca. Non l’aveva notata, eppure sapeva che era lì. Si girò. C’era.
Allungò la mano. — Muoviti — sussurrò.
La pietra tremò. Un millimetro, forse meno. Ma si mosse.
Fece un passo indietro, il cuore in gola. Non paura: riconoscimento.
Isabelle lo fissava. — Cos’hai fatto?
— Non lo so. Ho pensato al movimento… e la pietra l’ha fatto.
— Stai cercando di controllarlo?
— No. Sto solo cercando di capire se è mio. O se mi attraversa.
Le scimmiette corsero via, il bradipo tornò al suo lento cammino.
— Sei connesso a qualcosa, — disse Isabelle. — Lo sento.
— E se quella cosa non fosse buona?
— Allora dovrai scegliere come usarla.
Gabriel abbassò lo sguardo. La pietra era immobile. Ma il mondo sembrava ascoltarlo.
******
Il pomeriggio divenne afoso, immobile. La stagione secca stringeva la giungla: foglie pallide, rami rigidi, animali nervosi.
Gabriel notò il fumo prima ancora dell’odore. Un filo sottile saliva sul versante nord della collina.
— Isabelle… guarda.
Lei si voltò. — È un incendio. Sta salendo.
Corsero. La terra secca scricchiolava sotto i piedi. L’aria sapeva di plastica bruciata, resina, rabbia.
Non era naturale.
Tra i rami anneriti, Gabriel vide taniche di benzina vuote. I narcotrafficanti usavano il fuoco per radere al suolo la foresta e piantare droga al suo posto.
— È stato appiccato, — disse Isabelle, la voce incrinata. — Mai così vicino.
Una lingua di fiamme si allungava verso il sentiero. Uccelli in fuga, scimmie che gridavano e nessuno in giro.
Gabriel avanzò.
— Che fai? — gridò Isabelle.
— Non lo so. Ma devo provarci.
Inspirò, le mani aperte davanti a sé. Il calore lo investì, ma non arretrò. Sentì un ritmo: aria, fumo, fuoco, un unico battito.
— Basta — pensò.
Una raffica improvvisa scese tra gli alberi. Non portava fiamme: le spense. Una dopo l’altra, come candele.
Il silenzio tornò. Gli alberi feriti ma vivi. Animali salvi.
Isabelle lo guardava senza parole.
— L’hai fatto tu?
— Sì… o forse sono stato solo un canale.
Le ginocchia gli tremavano, le mani tese ancora a trattenere un’energia invisibile.
Un fruscio. Passi tra i rami bruciacchiati.
Gabriel si voltò.
Una donna avanzava tra i fumi: minuta, camicia chiara, zaino sulle spalle. I capelli raccolti, occhi intelligenti.
— Signora Clara… — mormorò.
La maestra si fermò a pochi passi, gli occhiali da sole appena tolti.
— Cosa avete fatto? — chiese. La voce calma, ma tesa di controllo.
Gabriel non rispose.
Clara osservò il terreno annerito, i fiori salvi, gli uccelli tornati. Poi fissò lui, come davanti a un’equazione insolubile.
— Quel fuoco avrebbe divorato la collina. Nessuno sarebbe arrivato in tempo. Ma voi… siete arrivati prima.
— È stato un caso, — balbettò Gabriel.
— Certo. Un caso.
Lo guardò ancora, poi passò a Isabelle.
— E tu?
— Ero qui. L’ho visto.
Clara fece un cenno breve.
— Domani non venire a scuola, Gabriel. Prenditi una giornata libera. Ti giustifico con i tuoi genitori. Alle 9 a casa mia.
— Sto bene.
— Lo so. Non è per questo.
Si rimise gli occhiali, scomparve tra i rami.
Gabriel restò immobile.
— Ci ha visti, — sussurrò Isabelle.
— Ha capito — rispose lui.
— Pensi che parlerà di questo con i tuoi genitori?
Gabriel non rispose subito. Guardava il punto in cui Clara era svanita.
— Dipende da cosa ha pensato di avere visto davvero. Aspettiamo.