Capitolo 1 - Semi nascosti nella giungla
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Capitolo 1 – Semi nascosti nella giungla
Il sole batteva alto e gentile sopra il paesino, fatto quasi interamente di casette di legno arrampicate tra le pieghe della foresta tropicale. I tetti di lamiera riflettevano la luce con un riverbero lieve, mentre dalle finestre aperte uscivano profumi di cipolla, coriandolo e caffè. Nei giardini esplodevano orchidee dai colori impossibili, e i colibrì, gemme in volo, zigzagavano in duelli silenziosi tra le foglie.
Gabriel stringeva un cesto di manghi appena colti. Camminava scalzo lungo il sentiero che portava alla casa di Isabelle: assi scolorite, veranda color corda, pavimento che scricchiolava a ogni passo.
— Ti sei svegliato presto anche oggi, — disse Isabelle, seduta sul gradino con un libro sulle ginocchia. Il sole le faceva brillare i capelli scuri con riflessi ramati.
— Papà voleva portarmi al mercato, ma ho fatto finta di dormire, — rispose lui con un sorriso storto. — Tu cosa leggi?
— Una raccolta di miti. Qui parla del giaguaro come messaggero degli dei. Si dice possa attraversare il tempo.
Gabriel si sedette accanto a lei. — Ti somiglia.
Isabelle sorrise, senza rispondere.
******
Il paese viveva lento. Al mercato si barattava: riso per banane, pesce per manioca, fagioli neri per spezie rare. Nessuno aveva fretta, eppure tutti erano occupati. I bambini correvano scalzi tra i banchi, i vecchi narravano leggende sotto il fico sacro, e il fumo delle braci saliva in spirali nell’aria.
Dopo pranzo, Gabriel e Isabelle s’incamminarono nella foresta, oltre la collina, verso la gola che chiamavano la bocca del drago. Un luogo proibito, e proprio per questo irresistibile.
— La terra è secca, non piove da giorni, — disse Gabriel, osservando il sentiero. — Il burrone dev’essere profondo almeno venti metri.
— Non è la profondità che fa paura, — ribatté Isabelle. — È non sapere come tornare indietro.
Gabriel rise. Poi un sasso cedette sotto il suo piede.
Il mondo si capovolse. Il cielo divenne verde, le foglie roteavano. Cadde. Ma non precipitò.
Il tempo si cristallizzò, come immerso nell’acqua. I capelli fluttuavano intorno al volto, il corpo scivolava con lentezza irreale. Vide ogni dettaglio: una lucertola sulla parete del burrone, un nido tra le radici, il volto impietrito di Isabelle sopra di lui.
Una liana. Il braccio si allungò, spinto da qualcosa che non era solo istinto. La afferrò. Oscillò. Rimase sospeso.
Isabelle lo tirò su, ansimante.
— Stavi… volando.
— No. Stavo cadendo.
— Certo. Cadendo al rallentatore, come nelle storie.
— Non mi sono fatto niente, solo un po’ di paura. Tu non ti spaventi mai?
— Mi spavento ogni giorno. Ma la paura non c’entra con questo.
Gabriel la fissò. Si chiese in quale momento della vita fosse diventata così: forte, autentica.
Camminarono in silenzio lungo il crinale. Le cicale frinivano, il caldo era umido, resinoso. Gabriel guardò le mani: sporche, graffiate, ma integre. Il braccio che aveva afferrato la liana non tremava. Sembrava più saldo. Come se, per un istante, fosse diventato altro.
— Non dire niente ai miei, — mormorò.
— Non potrei. Abbiamo già troppi segreti, — rispose Isabelle. — ma dovresti parlarne con tua madre.
— Lei pensa che io sia speciale. Nel modo in cui ogni madre lo pensa di suo figlio.
— E se invece lo fossi davvero?
Gabriel tacque. Isabelle fissava un punto tra le foglie. Lei vedeva cose che gli altri ignoravano, non solo nella giungla, ma nelle persone.
— Oggi al mercato c’era il vecchio con le collane di semi di tamarindo, — disse lui per cambiare discorso. — Dice che portano fortuna, ma solo se li trovi senza cercarli.
— Tu non hai bisogno di semi, — ribatté lei calciando una pietra. — Tu sei un seme.
Gabriel rise. — Sei matta.
— Non io. La foresta, — disse, sorridendo.
Tornarono al tramonto, col cielo d’arancio e il ronzio crescente degli insetti. La madre di Gabriel li attendeva in veranda, con uno schizzo in mano. Architetta, disegnava anche la sera, perdendosi tra linee e tetti come in una seconda vita.
— Dove siete stati? — chiese senza sollevare lo sguardo.
— A cercare legnetti per Sam, — rispose Isabelle. — Quelli scuri che piacciono ai turisti.
Non era una bugia, ma non era tutta la verità.
A cena mangiarono riso, fagioli neri, cipolla dolce e banana fritta. La radio gracchiava musica anni ottanta. Il padre arrivò tardi, mani sporche di diesel, camicia arrotolata.
— Tutto bene oggi, Gabriel?
— Sì, papà. Ho aiutato un po’ in giro.
Annuì, stanco, versandosi dell’acqua.
— Hai finito con la barca? — chiese la madre.
— Eh. Quella vecchia ha ancora il motore a scoppio. Mi sporco sempre. E pensare che la casa va al cento per cento a energia solare, persino l’acqua della doccia è filtrata.
— L’hai progettata tu, — disse Gabriel, sorridendo verso la madre.
— E tuo padre la fa vivere, — aggiunse lei.
Il padre ridacchiò. — La multinazionale per cui lavoro farebbe carte false per un posto così. Loro lo trasformerebbero subito in un resort di lusso. Meglio non parlarne troppo in giro.
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Quella notte, steso sull’amaca, Gabriel ascoltava i suoni della giungla: il battito d’ali delle falene, le foglie che sussurravano al vento, le gocce che scivolavano da una foglia all’altra. Sentiva ancora il sapore della banana fritta, e sulle mani l’odore di gasolio del padre.
Pensava a sua madre, elegante anche tra schizzi e fango, capace di far crescere case come se fossero alberi. A suo padre, diviso tra schermi e barca, multinazionali e reti da pesca. Gabriel amava quella contraddizione: la casa ecologica, i pannelli solari, il giardino pieno di orchidee… e la barca vecchia, tossicchiante di fumo. Un equilibrio imperfetto, ma vero. Come lui.
E pensava a Isabelle. Lei sapeva sempre dove mettere i piedi. Aveva una calma che spesso mancava agli adulti. La sua frase — Tu sei un seme — gli era rimasta dentro come una canzone lenta.
Si toccò il petto. Non sapeva perché, ma qualcosa si muoveva lì dentro: un’eco, un impulso. Una promessa.
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Il caldo era soffocante. Il lenzuolo gli s’incollava alla pelle, ma non era il calore a tenerlo sveglio. Era la sensazione di essere osservato.
Si alzò piano, uscì nel giardino immerso nel buio. I fiori del frutto del drago brillavano alla luce lunare, enormi, profumati. Fece pochi passi scalzi sull’erba. Ogni cosa era più nitida: il vento tra le foglie, le radici sotto i piedi, persino il battito d’ali di un pipistrello.
Poi accadde.
Una falena gigante si fermò davanti a lui, sospesa nell’aria. Non si muoveva. Le ali immobili, il corpo congelato nel tempo.
Gabriel trattenne il respiro. Vide ogni particolare, persino il cuore che pulsava nell’addome. Una parola gli risuonò dentro. Non una voce, ma un comando limpido:
Ascolta.
Il cuore prese a martellare. Allungò la mano. La falena restò ferma. Poi, all’improvviso, il tempo riprese a scorrere. Le ali vibrarono, l’insetto volò via tra i fiori.
Gabriel rimase immobile, la mano tesa.
Fu allora che li vide. Sul tronco più vicino, segni che non c’erano prima: linee bruciate nella corteccia, curve sottili e intrecci misteriosi. Non parole, ma un alfabeto dimenticato. Al centro, inciso più a fondo, il disegno di un’ala.
Restò a fissarlo, mentre una brezza fredda, fuori posto nella notte tropicale, gli scivolava sulla nuca.
Il suo corpo tremava. Non di paura, ma di riconoscimento.