En gullavtale - Un accordo d'oro
2. Vicino alle nuvole
di Arkjana
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Lyra
«Sono distrutta», dico ad Emma mentre mi lascio sprofondare sul cuscino. La mia migliore amica mi guarda ridendo. «Non dirlo a me, sister» ribatte mentre finisce di spogliarsi per poi infilarsi vicino a me. Stiamo disobbedendo alle regole, non che questo sia importante. Teoricamente ognuna dovrebbe stare nella propria stanza. Solo che da un paio di settimane non voglio stare sola con Kally. Fino a poco tempo prima la consideravo un'amica e ciò mi fa ancora male. Ora non è più nessuno. «Ly», mi richiama Emma strappandomi via dai miei pensieri. «Tutto okay?» chiede gentilmente. Il suo sguardo preoccupato mi fa sorridere nonostante tutto. «Sì, tutto bene», il tono della voce mi tradisce, ma cerco di far finta di niente. Emma si acciglia ma non risponde. Per un attimo restiamo in silenzio.
«Possiamo tornare fuori», dice guardinga. «Andiamo a bere», batte le mani come una bambina, eccitata da quella possibilità. La sua allegria mi rianima, almeno in parte. «Non oggi», la supplico, pronunciando le parole lentamente. Alza la testa dal cuscino, mi guarda e poi esce dal letto. «È sabato sera. Siamo entrambe single. Torniamo fuori, ti prego», mi ricorda un piccolo cucciolo di panda e non posso fare a meno di alzarmi con lei. «Va bene, ma solo per poco», cerco di minimizzare i danni. Ci vestiamo e scendiamo giù alla mia macchina, dirette in città.
Durante il tragitto cantiamo a squarciagola, come due invasate. «Alla fine ho vinto!», mi abbraccia lanciandosi verso di me dal suo posto, appena parcheggio. «Siamo fuori, girl!», continua eccitata. Siamo abbastanza distanti dal locale, camminiamo per un pezzo di strada, con Emma che continua a cantare e io che faccio finta di non conoscerla. «Chi sei?», la prendo in giro, alternando il passo al suo; lei risponde solo con la linguaccia e scoppiamo a ridere. Alla fine entriamo da Bips. Non è il mio posto preferito; solitamente non ci metto piede.
«Ordina qualcosa di forte, come due vodka-cola. Io cerco un tavolo» mi urla Emma sopra il frastuono del bar. Mi metto in coda, la fila avanza lenta e costante. Non faccio molto caso a chi c'è, sapendo che è il classico locale universitario. «Due Vodka cola» dico al barista, pago e aspetto le nostre ordinazioni. «Ciao, Lyra», mi saluta Kally con la sua voce stridula, atteggiandosi a prima donna. È insieme ad alcuni ragazzi della squadra di football. Drax, per fortuna, non è con loro. Se è difficile stare vicino a Kally, mi è impossibile anche solo vedere lui. Alzo la mano, per educazione, ma subito dopo mi giro dall'altra parte. Non appena ho i drink in mano cerco Emma. I bicchieri sono scivolosi nelle mani e vorrei appoggiarli il prima possibile, solo che non la trovo. Faccio due giri del locale ma sembra essere sparita. Che diamine! Era lei a voler uscire. Torno al bancone e controllo il telefono. Una notifica mi avvisa di un messaggio.
Emma:
Emergenza in dormitorio. Perdonami se puoi ma la mia coinquilina matta ha allagato il bagno.
Sbuffo e lascio le due bevande al primo tavolo. Due ragazze mi guardano confuse. «Ve le regalo», sbotto infastidita, decidendo di uscire da quel posto infernale e tornare in camera. Salgo in macchina e metto in moto con una certezza: Emma è un uragano inarrestabile. Può convincerti a fare qualsiasi cosa e poi sparire nell'arco di cinque minuti.
Percorro la stessa strada di prima ma al posto di dirigermi a casa, da brava studentessa, decido di fermarmi allo stadio. L'idea di essere sola e non vedere nessuno è allettante. So per certo che si può salire sul tetto del palaghiaccio, non l'ho mai fatto prima ma oggi mi sento particolarmente fiduciosa, visto il buio, di non essere beccata. Così parcheggio la mia Honda blu in un angolo nascosto e mi avvicino furtiva alle scale. Inizio a salire, allungando la mano sul metallo freddo che mi regala un brivido di eccitazione. Salgo gli scalini veloce, con il vento che gioca tra i capelli. Il silenzio del luogo contrasta con il casino che sento nel petto. Arrivata in cima mi guardo intorno ma a parte la luce tenue che si riflette dalla città, il tetto sembra un enorme buco nero. Non importa. Sono salita per restare sola e ammirare il panorama.
Bugiarda, mi rimprovera una voce nella testa. Sono salita per sparire da tutti.
Mi sporgo leggermente verso il bordo, mille piccole luci danzano in lontananza e mi rammarico al pensiero di aver lasciato la Nikon a casa. Non sarebbero venute fuori foto spettacolari, ma questo non mi avrebbe fermato. Non oggi, almeno.
«Potresti evitare il suicidio in mia presenza?», una voce cupa mi fa sobbalzare. Pensavo di essere sola. Mi giro, andando a sbattere contro un corpo muscoloso. «Cosa?» Sono confusa, non mi ero accorta fosse così vicino. «Puoi evitare di ucciderti in mia presenza? Non voglio esserne testimone», ripete tranquillo. La sua accusa mi arriva dritta al petto. «Ti stai sbagliando», alzo la voce in preda alla rabbia. Senza sapere se sia per le sue parole o la sua vicinanza.
Sposto il piede all'indietro, finendo per urtare il muretto con il tallone. Sono incastrata tra questo bestione e il vuoto. «Se non mi lasci un po' di spazio rischi seriamente di assistere alla mia morte», la mia voce cresce sull'ultima parola. Lui fa un passo indietro, stringendomi per il polso e trascinandomi con lui. Per poco non gli cado addosso. Che cavolo! Cavernicolo. Non appena è soddisfatto della distanza tra me e il cornicione, mi lascia andare.
Solo ora noto che ha una birra in mano, ne beve un lungo sorso soddisfatto. «Pensavo di bermi una birra in pace e invece mi tocca salvare donzelle in pericolo» esclama compiaciuto. Alzo un sopracciglio. «Io sarei una donzella?» In che secolo pensa di vivere? Lo guardo intensamente in viso, socchiudendo gli occhi per distinguere i suoi lineamenti nella poca luce. Solo in questo momento lo riconosco e vorrei scappare via. È Kael Solberg, il capitano della squadra di hockey della Blackthorn. Di lui si sentono molte storie in giro. Cuori spezzati, qualche rissa ma soprattutto ha la fama di essere un arrogante atleta con più muscoli che cervello.
«Torna alle tue birre, allora...» taglio corto senza dargli il tempo di rispondere alla prima domanda. «Io me ne vado» continuo già pronta a tornare alle scale. «Puoi sempre venire a goderti una birra». La sua voce mi ferma. «Quassù c'è pace» dice ancora guardando la mia indecisione. «Lo so» mi sfugge senza pensare. L'idea della quiete mi tenta più di quanto sono pronta ad ammettere.
Effettivamente mi sono lasciata convincere anche da Emma prima, proprio perché non mi va di stare in stanza con Kally. Passare del tempo con Kael? Forse anche questa non è un'ottima scelta ma la serata non promette di offrire molt'altro; a parte pensare, cosa che sto cercando di evitare di fare a ogni costo. «Fa come vuoi» lo sento dire mentre alza le spalle e si gira per andare solo Dio sa dove. Ormai sono fuori, sono qui. Cosa potrà mai succedere se bevo una birra? Tanto se mi beccano che sia sola o meno perdo lo stesso la borsa di studio. L'unica cosa che potrei ancora perdere è quello sguardo orgoglioso negli occhi di papà. Vorrei evitare di dargli altri problemi. Mi dondolo avanti e indietro, gli occhi chiusi. Quando li riapro ho deciso. Lo seguo, sorridendo amara fino a un angolo nascosto del tetto. Qui, invece, non è buio: ci sono tante lucine colorate appese. Un divano di pallet con tanti cuscini beige. Kael si siede e aspetta di vedere cosa decido di fare, io però sono abbagliata da quel piccolo spettacolo di colori. «Che c'è?» chiede con un sorriso sbieco, probabilmente immaginava già la mia reazione. «Qui…», inizio a dire ma non trovo la parola giusta per descriverlo. «Qui è bellissimo» riprovo trovando finalmente un termine appropriato. Il suo sorriso si allarga. «Oh credimi», imita il mio tono di stupore. «Questo è quello che succede a tutte quelle che si ritrovano sole con me.» Involontariamente arrossisco. Non per lui. Bensì per la sua frase. Stringo i pugni con forza. Lui si gratta la nuca mentre gli sfugge una risata nervosa. «Scherzo» dice ancora ridendo. Ma la mia espressione resta congelata, il viso paonazzo. «Scherzo, d'accordo?» ripete più per lui che per me. Lentamente apro le mani, mentre lui sorride e mi fa segno di sedermi sul divano. Lo fisso un attimo ma poi decido di sedermi sulla coperta a scacchi appoggiata sul pavimento.
«Bionda o rossa?», non capisco a cosa si riferisce. Io sono castana, cosa c'entra il biondo o il rosso? Deve leggere sul mio viso la confusione perché subito precisa che sta parlando della birra, mostrandone una. Ecco, sapevo che il non bere prima o poi mi avrebbe resa ridicola. «Qual è la più forte?» mi torturo le mani mentre lo chiedo. Dio, sembro una bambina. Non mi interessa che lo pensi ma devo ricordarmi di chiedere a Paul ed Emma, magari mi insegnano qualcosa in più sull'alcol. Già immagino la faccia di Paul in redazione per la mia domanda e la sua risposta sarcastica. «Decisamente la rossa» risponde riaprendo un mini frigo e passandomi la bottiglia. La prendo tenendo lo sguardo basso. Il primo sorso è amaro e una smorfia mi spunta sul viso. Ne prendo un altro e un altro ancora arrivando a metà bottiglia prima di rendermene conto. Anche Kael sta bevendo e il silenzio tra noi si protrae a lungo. Non è però un silenzio imbarazzante o pieno di significato. È solo pace. «Bene, donzella» dice all'improvviso e alzo lo sguardo su di lui, odiando quella ridicola parola. «Cosa ti succede?», sembra tranquillo ma qualcosa mi dice che non è così. Mi chiedo se sia possibile che la voce di me, Drax e Kally sia uscita fuori dal football e abbia già raggiunto la squadra di hockey. Mi irrigidisco, muovendo solo la testa da destra a sinistra. «Non sono abbastanza ubriaca per parlarne con uno sconosciuto» gli faccio presente anche se mi sento una stronza nel dirlo.
Socchiude gli occhi mentre io incrocio le gambe, chiudendomi a riccio e bevendo un lungo sorso. Cavolo, la bottiglia è vuota. «Va bene», mi risponde lui allungandomene un'altra. «Dopo questa però voglio sapere tutto», la butta lì leggero, prima di portarsi la bottiglia di nuovo alle labbra. Lascio cadere quella vuota sul pavimento in cemento e inizio a farla girare come in quel gioco per ragazzini ubriachi alle feste. È una cosa stupida da fare, soprattutto se si è solo in due ma mi rilassa. Quel tintinnio che produce girando mi ricorda una ninnananna. Kael guarda cosa sto facendo e un sorriso compiaciuto gli compare in volto. «Obbligo o verità?» chiede quasi ridendo. Ha pensato la stessa cosa, anche lui. Alzo gli occhi al cielo. «Non siamo all'asilo, Kael», dico ma non posso fare a meno di ridacchiare. La bottiglia continua a roteare fino a fermarsi in un punto morto, dritta verso il buio. Kael con calma si spinge in avanti e le dà un colpetto per rimetterla in movimento. Prendo un sorso da quella piena, prima di appoggiarla di nuovo a terra.
Il rumore di una porta rompe il silenzio. Allungo la mano fino a fermare la bottiglia. Lui spegne le lucine e ci ritroviamo immersi nel buio. «È il custode», sussurra. La sua voce riverbera un istante nella quiete del tetto. Mi stringo le gambe con le braccia. «Se ci beccano…» Non finisco la frase, non ce n'è bisogno. Sappiamo entrambi cosa rischiamo salendo qua su.
«Andiamo», si muove fino ad avvicinarsi. Non ho tempo per riflettere. Farmi trovare qui non mi sembra una buona idea. Mi alzo il più in fretta possibile. «Veloce», mi bisbiglia vicino all'orecchio prendendomi la mano e iniziando a correre. Gli resto dietro. Vedo la luce della torcia girare l'angolo mentre ci allontaniamo. Vorrei chiedergli di fermarsi, di rallentare. Sono una fotografa, non una sportiva, e il suo ritmo veloce è troppo per me. Evito. Lo seguo in silenzio. Lui si muove come se conoscesse perfettamente il tetto. Io probabilmente mi sarei già arresa al custode. Arriviamo vicino alle scale e mi lascia la mano. Inizio a scendere di corsa due scalini alla volta. Kael è subito dietro di me e la luce è sempre più vicina. Arrivata a metà mi fermo. Vorrei ridere, ma mi tappo la bocca con la mano. Kael mi guarda, serio. «Dai, muoviti», mi intima. Ho bloccato anche lui. Questa situazione è tanto nuova quanto buffa. Ricomincio a muovermi, anche se vorrei solo fermarmi a ridere. Le scale sembrano non finire mai. Annaspo mentre le macino a una velocità degna di un maratoneta. Scendo l'ultimo scalino tenendomi il fianco, il respiro che a tratti sembra bloccarsi. Non mi volto indietro. Cerco subito la mia auto, pronta questa volta davvero ad andare a casa. Kael mi ferma per il polso. Lo fisso chiedendomi cosa voglia. «Andiamo» dice mentre mi tira gentilmente verso di sé. «La mia auto» gli faccio presente ma mi sto già muovendo dietro di lui. «Non c'è tempo…» lascia la frase sospesa, girando intorno all'edificio. E io lo seguo, senza sapere dove. Gli vado dietro con l'unica certezza che questa serata disastrata non sta per finire. Non come vorrei nel mio caldo letto ma sta prendendo una nuova piega inaspettata. Forse è proprio questo a renderla elettrizzante.