Si parte!
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Passò tranquillo anche il Capodanno e, accompagnato da una crescente trepidazione, finalmente arrivò il mattino del terzo giorno di gennaio, destinato al viaggio progettato.
Giunti alla stazione nel silenzio che precede l’alba, padre e figlia salirono puntuali sul comodo treno regionale che, provenendo da Bolzano, conduce sino alla città veneta di Verona. Riposti il cappotto e la giacca sulla rastrelliera portabagagli, si accomodarono in uno scompartimento completamente libero, che però si riempì pochi attimi prima di partire. Guardarono le luci di Trento sfilare ai lati della ferrovia e scomparire alle loro spalle; dietro le montagne della sinistra Adige il cielo, che cominciava ad accendersi, annunciava l’arrivo dell’alba.
Mentre Angela recuperava qualche minuto di sonno, suo padre perfezionava lo studio dell’itinerario della giornata: cambio a Verona, arrivo alla stazione centrale di Milano, colazione, passeggiata fino a villa Belgiojoso, visita alla galleria d’arte moderna, passeggiata fino a piazza duomo e alla galleria Vittorio Emanuele, pranzo presso qualche locale della zona, un giro per le vie del centro con acquisto di qualche ricordo e ritorno a piedi verso la stazione ferroviaria in serata.
Quando il treno uscì da Verona era ormai giorno. La fitta nebbia, che tutto confonde e ingrigisce, rivelava che erano ormai lontane le montagne di casa, abitualmente coronate da un azzurro intenso e inondate dalla luce violenta del sole invernale. Angela controllava i messaggi notificati sul suo telefono e con la solita curiosità ascoltava i discorsi delle persone degli scompartimenti vicini. Suo padre invece, seduto in senso opposto a quello di marcia, guardava dal finestrino scorrere le case, le insegne ancora illuminate, le strade, le auto e tutte le altre innumerevoli cose affastellate le une sulle altre, le stesse, pensò, di cui trabocca qualunque luogo della megalopoli padana da Mestre a Torino.
Le anonime muraglie dei capannoni della periferia soffocavano nella fitta coltre cenerina, i cavalcavia svanivano nel nulla e i pilastri di cemento sembravano inutilmente svettare senza fine verso il cielo.
D’un tratto si delinearono delle sagome di automobili parcheggiate, disposte ordinatamente a righe parallele su un piazzale inghiaiato. All’inizio sembravano solo due, poi tre, quattro, cinque, poi non si riusciva più a contarle tanto sconfinata era quella distesa di macchine. Erano palesemente in ottimo stato, nessuno avrebbe dubitato che fossero nuove. Così abbandonate alle intemperie in quella landa solitaria sembravano però destinate al rottamaio più che ad un autosalone. Non veniva voglia di ammirarle e possederle, come quando si vedono in una di quelle pubblicità che solleticano le fantasie dell’automobilista; da oggetto di desiderio e strumento di esibizione di potere o al più della libertà di muoversi, in quella distesa desolata quei concentrati di metalli e plastiche varie sembravano trasformate in meste lapidi di un cimitero abbandonato. Segni decadenti di una gloria che fu ora dimenticata. Il treno su cui i due viaggiavano si stava prendendo una piccola ma significativa rivincita. “La nuova generazione, quella di mia figlia – pensava Paolo – viaggerà in treno. Il sogno dell’auto di massa appartiene alla mia generazione, quella dei baby-boom figli del miracolo economico e a quella dei miei genitori, ma con noi finisce.” Questa convinzione era sempre più radicata in lui, l’aveva letta spesso, ne aveva sentito parlare da studiosi autorevoli ed ora ne aveva una dimostrazione. Quel treno gliela stava fornendo, sfrecciando a più di cento all’ora davanti a quel monumento alla crisi di sovrapproduzione dell’industria automobilistica. Impietoso il giudizio sulle scelte passate che ne scaturiva. Chiarissimo l’insegnamento sul da farsi per il futuro: l’auto privata come mezzo di trasporto di massa doveva essere abbandonata, andava preferito il mezzo pubblico o comunque condiviso.
In molte occasioni, sin dai tempi non sospetti degli studi universitari, Paolo aveva maturato la consapevolezza, supportata da dati scientifici, che il treno è il mezzo di trasporto più sicuro e rispettoso dell’ambiente. Per mettere alla prova questo vecchio concetto, tanto risaputo quanto ignorato, volle fare mentalmente un rapido calcolo del numero di passeggeri che potevano stare seduti sul loro vagone: un centinaio di persone, venti automobili al completo. La maggior parte delle automobili nell’ora di punta viaggiano soltanto con il conducente, quindi era facilmente deducibile che il vagone poteva sostituire cento automobili. Assumendo un valore medio di sessanta, Paolo giunse alla conclusione che un treno regionale con tre vagoni poteva togliere dalla strada mediamente centottanta automobili. Ripassò questo calcolo a voce, per renderlo comprensibile a Angela.
Alla domanda: “secondo te inquina meno l'automobile o il treno?” la ragazza rispose senza indugio: “Il treno! Anche a scuola ce l’hanno insegnato”. Ma subito dopo sollevò un’obiezione, che peraltro per Paolo era ricorrente, in quanto spesso s’era trovato a doverla controbattere a scuola o nelle conversazioni con amici e conoscenti. “Però con il treno – questa fu l’obiezione – impieghi più tempo, devi aspettare.” Poi, quasi a voler troncare la conversazione su quell’argomento facendo intendere che non avrebbe cambiato idea, alzando gli occhi al cielo, con voce squillante tuonò: “Che noia aspettare!”.
Di fronte a quella presa di posizione, sentendo di dover conciliare in sé il duplice ruolo paterno e di insegnante di ragazzi adolescenti, Paolo cercò di assumere un tono pacato ma risoluto, nell’intento di far comprendere a Angela il messaggio che intendeva trasmetterle.
“Vedi – disse – solo apparentemente ci vuole più tempo in treno. Mentre aspetti il treno puoi leggere il giornale, dare una scorsa alle e-mail e alla chat. Sul treno puoi leggere un libro, studiare, guardare il panorama, tutte cose che guidando non puoi permetterti o che comunque dovresti fare una volta sceso dall’auto. Quando viaggi in treno puoi incontrare persone, scambiare qualche parola, fare amicizia, o semplicemente osservare altri modi di vestire, di parlare e di comportarsi. Il maggior tempo richiesto dal treno è presto recuperato. Per di più considera quanti minuti si perdono in coda ai semafori o per cercare parcheggio quando ci si sposta in automobile.”
“Oltre a questo – continuò Paolo - pensa che per produrre l’energia necessaria alla nostra auto per portarci a Milano sarebbe stata emessa nell’atmosfera molta anidride carbonica. Per la precisione ne avremmo emessi duecentoquaranta chilogrammi. Con un’auto di grossa cilindrata più di ottocento. Viaggiando in treno tu e io conteniamo le nostre emissioni a novanta.” Per concludere l’esposizione del concetto che voleva esprimere, soggiunse: “Sai bene che quando emettiamo anidride carbonica aumentiamo l’effetto serra e provochiamo il surriscaldamento dell’atmosfera, ti ricordi quando per l’esame di terza media ripassavi questi argomenti?”
Angela annuì e ricordò anche il servizio televisivo della sera precedente, in cui mestamente veniva riferito del restringimento progressivo dello spazio vitale per i pinguini della zona artica, a causa dello scioglimento dei ghiacci.
“Sono contenta di essere venuta a Milano in treno” concluse con convinzione.
Nei minuti che li separavano dall’arrivo a Milano, fra i due calò il silenzio. Angela si aggiornava sulle ultime foto postate sui social e Paolo leggeva avidamente le ultime pagine de “L’opera” di Zola. La campagna cedette il posto alle fabbriche e ai centri commerciali, poi ai condomini dei quartieri periferici. Entrare così rapidamente nel cuore delle città è una prerogativa del viaggiatore ferroviario: non è dato di conoscere altri mezzi terrestri che consentano simili incursioni nei labirinti urbani, le cui strade sono sempre più congestionate e lente. Il rallentamento repentino del convoglio annunciò dunque l’avvicinarsi del centro cittadino.