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Di generazione in generazione

Pensieri di viaggio

3 min di lettura

Doveva essere il solito spostamento in automobile, ordinario momento sospeso fra un prima, l’abituale ambiente di casa, e un dopo, la desiderata meta della gita natalizia. Padre e figlia, ancorati ai sedili, per tre ore sarebbero stati due passeggeri confinati nella loro capsula di ferro, plastica e vetro, circondati da miriadi di automezzi che, come meteoriti impazzite, sarebbero sfrecciati pericolosamente a pochi centimetri di distanza l’uno dall’altro. Nei momenti più calmi lo sguardo dell’uomo di mezza età alla guida avrebbe potuto al massimo svagarsi sullo scorrere del nastro di asfalto sotto di loro, mentre in quelli più trafficati tutte le sue energie si sarebbero dissipate nei tentativi di disincagliare la loro navicella dagli ingombranti mucchi di metallo che avrebbero riempito lo spazio circostante dell'autostrada.

Angela, questo era il nome della figlia, apparentemente ignara della bufera scatenatasi là fuori, avrebbe alternato momenti di assopimento ad altri di immersione nei mondi mirabolanti nascosti negli abissi del suo smartphone. I finestrini le avrebbero offerto soltanto delle fugaci immagini, come poster affissi ad una parete immobile per pochi secondi e presto sostituiti, troppo deboli per apparire ai suoi occhi più accattivanti delle rapide sequenze in eruzione dallo schermo tenuto sotto le dita. Le rotte dei suoi viaggi paralleli avrebbero coinciso con la loro traiettoria comune soltanto in alcuni brevissimi istanti, in cui stancamente avrebbe rivolto al padre la domanda che più di tutte dà la misura della noia: “Quanto manca?” In questi casi il “dove siamo?” sarebbe già una manifestazione di consapevolezza del fatto che si sta viaggiando su un territorio, fatto di città, luoghi, persone, storie. Il “quanto manca?” che Paolo sentiva in agguato, avrebbe invece spietatamente mostrato l’inutilità di quelle tre ore, destinate ad essere solo un tempo vuoto, uno scivolare inevitabile su una tabula rasa. Un trasferimento, non un viaggio.

Quando prima di Natale le aveva proposto di recarsi a Milano, Paolo aveva capito che Angela stavolta non cercava la solita scena vista e rivista, dove catturare qualche foto in cui potersi rivedere infinite volte, per poi tornare distrattamente a casa. Nei suoi occhi trasparivano i ricordi dei suoi viaggi di infanzia, quando con la famiglia attraversava l’Italia in treno per recarsi al mare di Puglia. Si capiva che la ragazza stava rivedendo il paesaggio della pianura dispiegarsi davanti a lei maestoso e sconfinato al diradarsi delle montagne trentine, baluardi inespugnabili che per proteggerti ti proibiscono di guardare oltre le abitudini rassicuranti del proprio piccolo mondo. Quando era bambina amava affacciarsi con suo padre al finestrino del treno per ammirare i tramonti della campagna padana. In piedi, quasi sull’attenti in atteggiamento di rispetto come quando si è al cospetto di qualcuno di importante che sta per congedarsi, i due attendevano in estasi che il cerchio rosso del sole scomparisse dietro l’orizzonte, fra le ombre nere degli alberi e dei casolari sparsi fra i campi risparmiati al consumo del suolo. Seduta compostamente sul sedile vicino al corridoio, la madre si intratteneva con i personaggi del romanzo che teneva gelosamente fra le mani, acquistato dopo minuziosa ricerca presso uno dei librai di fiducia della sua città. Soltanto le eccitate esclamazioni di ammirazione di Angela la distoglievano momentaneamente dalla lettura e si concedeva uno sguardo compiaciuto verso il cielo infuocato.

Orbene, quegli occhi accesi di ragazza stavano ora chiedendo al padre la complicità necessaria per poter ripetere quelle esperienze. Fu così che, trascorso il Natale serenamente in famiglia, d’accordo con la consorte che pur preferendo rimanere a casa non ostacolò il proposito, Paolo decise di acquistare due biglietti ferroviari da Trento a Milano. Per dare maggiore ritualità al gesto, non pensò di acquistarli “on-line”, scelse piuttosto di recarsi alla biglietteria della stazione, guardare negli occhi l’addetto in divisa d’ordinanza, esporgli la richiesta, pagare in contanti e ricevere i documenti di viaggio cartacei, come da ottantasette anni si faceva presso quegli sportelli. Scelse il treno regionale, più lento e rispettoso della dignità di tutte le stazioni che si susseguono lungo la via. Anziché spazzarle via al suo passaggio, il treno regionale avvicinandovisi rallenta, si ferma, raccoglie chi dal circondario deve recarsi lontano e pazientemente riprende velocità per portare tutti a destinazione.

Paolo pensò che si corre tutto l’anno: per Natale avrebbero potuto dimenticare la fretta e regalarsi una volta tanto un viaggio lento. Angela non parve contrariata, probabilmente avvertiva che il permanere più a lungo sul treno le avrebbe dato la possibilità di prolungare il ricordo dei viaggi passati e di assaporare meglio quello presente.

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