CAPITOLO 4
di Andy Arton
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Erano passati sette giorni da quando avevano lasciato l’accampamento. Della brigata di fanteria guidata dal generale Rufus Gamp non era rimasto che uno sparuto gruppo di uomini. Si era diffusa la convinzione che in qualche modo i ribelli li stessero seguendo e che attaccassero durante la notte chi era di ronda, o chi rimanesse indietro. Così la truppa da giorni avanzava ai ritmi serrati di una marcia forzata. Fermarsi troppo a lungo voleva dire morte certa. L’unica possibilità di sopravvivere era andare avanti e sperare che Coille non distasse ancora molto.
Henri Dumont faceva del suo meglio per ignorare la fatica, la stanchezza e il dolore delle vesciche ai piedi per rimanere dietro il colonnello Dancy, attaccato alla sua giubba come un bambino alla gonna della madre. Ad ogni passo malediva in silenzio diverse svariate divinità per il destino crudele che si era abbattuto su di lui. «Ecco che cosa succede a fare l’eroe. Jean farà meglio ad essere ancora vivo quando riuscirò a trovarlo» imprecava tra sé e sé, senza il coraggio di pronunciare quelle parole ad alta voce.
Le marce notturne erano la cosa che detestava più di tutte, calava il buio e le lanterne che alcuni portavano con sé non bastavano a dare quella rassicurante sensazione di luce. Henri camminava intimorito tra ombre traballanti costringendosi ad inventare ogni genere di spiegazione per i mostri acquattati che intravedeva tra i rami.
In quei momenti la sensazione di essere alla deriva in un mare di foglie gli pesava come l’allarmante preoccupazione che si fossero persi. Di tanto in tanto scongiurava quei timori aggrappandosi con gli occhi all’ago cremisi della propria bussola, solo vagamente consapevole di quale fosse la direzione da seguire, ma certo che in qualche modo procedendo verso ovest avrebbero trovato Coille.
Quasi condividessero i suoi stessi timori i soldati si erano fatti ogni giorno più cupi, non proferivano che poche parole sottovoce ormai da diverse miglia, così nemmeno osava chiedere quando il generale stimasse di arrivare. Henri sospirò, pensando che stava per piovere di nuovo. Lo si poteva capire dall’odore inconfondibile di terra umida che percepì ad un tratto più forte.
Quando gli alberi si fecero radi il cuore di Henri quasi sussultò pensando che forse ce l’avessero fatta, ma la foresta si aprì solo ad un mare di fanghiglia distesa forse per chilometri. Pensò che dovevano essere finiti in una sorta di palud, che con la pioggia di quegli ultimi giorni si era gonfiata d’acqua. «Avanti, Forza!» gridò il colonnello alzando un braccio, con grande afflizione del dottore alle sue spalle. Solo per paura di rimanere indietro non si decise a mandare al diavolo la truppa e accamparsi lì dov’era.
Quando le prime luci dell’alba si sollevarono all’orizzonte ormai erano tutti impantanati fin quasi alle ginocchia. Gli scarponi scivolavano a decine nel terreno melmoso. Fermarsi era impossibile, avanzare era lento e faticoso. Il fango li aveva afferrati come una morsa viscida. I movimenti dei soldati erano alterati, privi della forza e del tipico ordine militare. Henri non era da meno, faceva leva sulle ginocchia, ignorando il ronzare di minuscoli insetti.
Alzò ancora una volta uno stivale e lo affondò più avanti nel pantano viscido. «Quando tornerò a Soleil» borbottò un po’ a se stesso e un po’ al suo apprendista che, una spanna più alto di lui, camminava a testa bassa al suo fianco «stanzierò dei fondi per bonificare questa maledetta palude e al suo posto farò costruire i binari per un bel treno». Il medico si fermò per riprendere fiato e scacciare un moscerino che aveva quasi rischiato di ingoiare. «E sai una cosa?» continuò nervosamente, «quando prendendo il treno tonerò qui con mia moglie e mia figlia, guarderò il panorama fuori dal finestrino, seduto comodamente in uno dei vagoni e racconterò di come era orrendo questo posto prima che arrivasse la monarchia a portare il progr… maledizione!» imprecò quando i suoi scarponi scivolarono nel fango. Si aggrappò per un soffio alla manica del suo apprendista, che stringendogli la mano intorno al gomito lo salvò dallo spalmarsi nella melma.
«Attenzione dottore, so che a Soleil andate matti per le cure di bellezza, ma non credo sia il momento per un bagno di fango» lo rimbeccò il ragazzo assecondando i suoi tentativi di rimettersi in piedi.
«Molto sagace, davvero molto divertente, fosse così pronto con le suture interrotte come lo è con le battute sarebbe un passo più vicino dal diventare un ottimo chirurgo, Kamill»
«Sono sicuro che con la fortuna di avere un maestro minuzioso come lei, dottore, sono già un passo più vicino alla perfezione», ancora una volta, come spesso accadeva con lui Henri non era completamente certo che fosse serio, ma era troppo nervoso per dargli peso. Piuttosto si rimpettì cercando di mantenere una postura fiera, nonostante affondasse per buona parte nel fango.
«Figliolo, ci vuole modestia nella vita, umiltà, nemmeno io sono perfetto! Sebbene sia certo che sottola mia guida riuscirà a fare grandi cose. La precisione nel proprio lavoro è tutto, lo ricordi» iniziò cercando di stare dietro al suo apprendista che avanzava al contrario con straordinaria agilità nel fango.
«Anche io tempo addietro sono stato un apprendista. Pieno di talento, ma imperfetto, proprio come lei»
«Davvero? Impossibile» si premurò di rispondere Kamill, senza lanciare alcuna occhiata al dottore per non imbarazzarlo in quel momento d’impaccio.
«E invece è proprio così, glielo assicuro! Solo ascoltando i miei mentori sono riuscito a diventare l’ottimo chirurgo che sono oggi e le assicuro che riuscirà a migliorare persino lei in questo campo se mi dà ascolto»
«Non potrò mai essere un chirurgo capace come lei»
«Abbia fiducia in se stesso, Kamill! Anche se a mio modesto parere la radiologia è il futuro della medicina, un giovanotto come lei dovrebbe saperlo: voi giovani siete sempre aggiornati su queste nuove tecnologie»
«Si, mi pare che me l’abbia accennato giusto un altro paio di volte»
«Esatto! allora saprà che è la scelta migliore per un uomo che vuole essere il futuro della medicina anche se non ha il talento per i lavori manuali. Lei può migliorare, ma le ci vorrà un bel po’ di pratica, la radiologia invece è un campo ancora inesplorato, florido. Ha la speranza concreta di diventare qualcuno! Se mi permette, quando sarò tornato a Soleil farò il suo nome al capo del reparto di radiologia del mio ospedale, sono certo che se consigliato da me la prenderanno con molto piacere»
«La ringrazio dell’offerta, ma credo tornerò a Pivnich alla fine della guerra»
«Oh no, che sciocchezze, solo gli dei sanno quanto è arretrata Pivnich, non ha possibilità lì, deve pensare alla sua carriera. È deciso, parlerò di lei con il primario del reparto di radiologia e anche con il direttore dell’ospedale. Sa, facciamo parte dello stesso circolo, non per vantarmi, ma siamo particolarmente int… cos’è stato?», chiese agitato interrompendosi di colpo. Si voltò per individuare la sorgente di quel rumore, ma alle sue spalle non c’erano altro che i caschetti verdi dei soldati.
«Sembrava il grido di una donna, o di un bambino» osservò Kamill voltandosi con lui, aveva uno sguardo preoccupato e la fronte aggrottata.
«Non dica sciocchezze. Forse era una volpe, si sorprenderebbe nello scoprire che questi animali sono capaci di urla quasi umane» sentenziò Henri come a liquidare qualsiasi più inquietante possibilità.
«O una civetta…» suggerì la voce tremolante di un soldato vicino, aveva il viso pallido ed emaciato, i suoi occhi azzurri guizzavano da un lato all’altro della foresta ancora in ombra.
«Esatto! Vede Kamill? non si lasci suggestionare dalle sue paure, la facevo decisamente più coraggioso»
«Dice così perché non sa cosa si racconta dalle mie parti riguardo chi abita le paludi, o meglio: che cosa» sottolinea il ragazzo, che alto una spanna più del suo mentore in quel momento sembra un faro che scruta nella nebbia.
«Mi avevano detto che quelli del nord di Pivnich sono dei creduloni, ma non pensavo che persino lei, Kamill, uomo di scienza, potesse dare credito a certe fantasie»
«Che cosa dicono?» chiese di nuovo il soldato al loro fianco, non doveva avere più di diciassette anni.
Henri gli lanciò un’occhiataccia che il ragazzo non vide, rapito com’era dal racconto di Kamill.
«Si dice che esista una specie di mostro lacustre: il Bunyip. È grosso come una mucca e ha il muso di un cane, la pelliccia nera, la coda di cavallo, le pinne e le zanne da tricheco. Secondo la leggenda si apposta nei corsi d’acqua e di notte si possono sentire le sue grida mentre divora qualunque animale si sia avventurato nel suo territorio»
Il soldato emise un gemito acuto che fece scoppiare a ridere Kamill, «non preoccuparti, il Bunyip lascia stare gli umani» lo rassicurò assestandogli una pacca sulla spalla. Il ragazzo sembrò riprendere fiato e così fece anche Henri.
«Certo è anche vero che quando la sua riserva di cibo viene violata, trascina gli uomini sott’acqua e li affoga per vendetta» sospirò Kamill scuotendo la testa, «ovviamente sono solo dicerie, vero dottor Dumont?»
Henri sembrò riscuotersi improvvisamente sentendo il proprio nome, «ma certo, certo. Come dicevo prima, sono solo dicerie» confermò per poi voltarsi e riprendere la marcia. Il colonnello Dancy si era pericolosamente allontanato e in quelle circostanze l’idea di rimanere indietro era più spaventosa di quanto non lo fosse una vecchia leggenda.
Nella luce grigia di quella mattina la pioggia sottile iniziò lentamente a farsi scrosciante. Nessuno aveva detto più una parola nella speranza di distinguere oltre il rumore degli stivali nel fango altre strane grida. Si fecero più frequenti e sempre più acute.
I soldati, spinti dalla paura che da un rinnovato vigore, iniziarono a camminare più rapidamente, alcuni alle loro spalle scivolarono nel fango, altri superarono il medico di lato allontanandolo da Kamill.
Henri si guardò intorno, corrucciò le sopracciglia, scambiando un’occhiata con il soldato di poco prima. Fu allora che lo vide. Il Bunyip, o quello che doveva essere un Bunyip, grosso come un orso emerse dal fango e si avventò sul ragazzo. Henri cadde a terra di schiena, lo zaino attutì il colpo lasciandolo però senza fiato. Quando dal basso vide il mostro avventarsi sulla gola del ragazzo, spezzargli il collo e tuffarsi di nuovo nell’acqua per poi sparire, gridò con tutto il fiato che aveva nei polmoni. Sentì i passi dei soldati farsi più rapidi, stavano scappando, lo stavano lasciando indietro!
«Aspettate!» strillò scivolando di nuovo nel tentativo di rialzarsi. Un altro grido si sollevò acuto, come il graffiare di unghie sull’ardesia. La paura corse su per le vertebre dell’uomo, fece ballare le giunture e paralizzandolo nel fango. Si guardò lentamente intorno con gli occhi sbarrati dalla paura. Sudava freddo e aveva il respiro affannato, il cuore batteva così forte che minacciava di strappargli il petto. Con lo sguardo correva da una parte all’altra della palude, ma tutto improvvisamente sembrava essere tornato calmo.
Un’onda di melma si sollevò d’un tratto davanti ai suoi occhi mostrando i canini giallastri e appuntiti del muso rabbioso del mostro. Henri si portò una mano davanti la faccia e uno scoppio alle sue spalle lo fece sobbalzare. Il mostro improvvisamente si fermò per guardare un punto sopra la sua testa.
Henri abbassò la mano e vide Kamill in piedi alle sue spalle. L’uomo si rigirava il fucile tra le mani con un’espressione sorpresa. Il dottore lo fissò terrorizzato, chiedendosi se oltre gli aghi non sapesse usare nemmeno le armi.
Il mostro ringhiò di nuovo ed Henri rimpicciolì ancora di più sotto i suoi occhi neri, indirizzati verso la nuova preda. Kamill fece un passo indietro. Henri immediatamente strisciò di lato nel fango per allontanarsi quanto bastava per uscire dalla visuale del mostro e rimettersi finalmente in piedi, grondante di melma.
«Dannazione, sparagli!» gridò al suo apprendista nella viva speranza che si decidesse a fare fuoco. Contro ogni previsione il ragazzo smise di arretrare e con un «mangiati questo!» gli lanciò il fucile colpendolo in pieno muso.
Nessuno si aspettava una mossa del genere, nemmeno il mostro, tantomeno Henri, che non si fece ripetere due volte «Via!» dal suo apprendista per battere in ritirata a gambe levate.
La fuga forsennata e goffa accelerò pericolosamente quando alle loro spalle il mostro si tuffò all’inseguimento. Convinto di essere più morto che vivo Henri continuò a correre a perdifiato, si accese in lui un moto di speranza quando intravide acquattati tra gli arbusti ed il fango alcuni soldati. Tra di essi c’era il colonnello Gamp che si alzò improvvisamente in piedi e tirò la sicura di una granata. Il lancio fu rapido e preciso. La bomba esplose esattamente davanti al Buniyp che stridette di quel suo ringhio acuto e assordante.
Henri premette le mani sulle orecchie senza accennare a fermarsi, ma superando a tutta velocità il gruppo di soldati che al segnale del colonnello si mise a correre dietro i due medici.
«Kamill!» gridò Henri affannato, «per gli dei, perché diamine non gli ha sparato?!»
«Si figuri, non mi ringrazi per averle salvato la vita!»
«Oh questo di sicuro non grazie alla sua mira! Quel maledetto mostro stava per uccidermi!»
«Strano! Non credevo che le favole potessero uccidere le persone!» gridò in tutta risposta Kamill, abbassandosi di colpo al rumore di un’altra esplosione. Un secondo Buniyp poco lontano emise un grido straziante e affondò di nuovo nella fanghiglia.
«Faccia meno lo spiritoso e corra! non vorrei doverle ricambiare il favore proprio oggi!»
Le esplosioni e le grida continuarono ad incalzare i due fino a quando miracolosamente il terreno tornò a farsi più solido sotto i loro scarponi. Tornare nella foresta fu come tornare in salvo, anche se per giorni Henri non aveva desiderato altro che uscirvi.
Le grida dei Bunyip si fecero più lontane e rabbiose, fino a quando non scomparvero del tutto, soffocate dall’ululare del vento.
Sembrava tutto finito, eppure nessuno ebbe il coraggio di fermarsi, o rallentare. La marcia tornò ad un passo regolare, se non lento, quando la foresta si diradò nello scheletro annerito di se stessa. Segni di un incendio domato solo dalle piogge di quei giorni straziavano il terreno e la su natura.
«Sono stati i Bunyip?» chiese Henri voltandosi a guardare il suo apprendista, piegato sulle ginocchia per riprendere fiato. «No, impossibile» rispose con la voce spezzata dall’affanno. Aveva il viso pallido e uno sguardo preoccupato, che strideva con la sua tipica espressione placida e irriverente.
«Allora cosa pensi sia stato?» continuò il dottore rimettendosi in piedi e portandosi al suo fianco. I muscoli delle gambe gli dolevano terribilmente costringendolo a digrignare i denti ad ogni movimento.
«Non ne ho idea» fu la risposta secca dell’apprendista, che alzando lo sguardo gli indicò poi un punto sull’orizzonte. Gli occhi di Henri procedettero lungo i tronchi martoriati degli alberi nella luce grigia che filtrava dai nembi. In mezzo a quella distesa di cenere e devastazione si ergevano le spoglie ustionate di alte mura circolari. «Coille» disse il dottore con gli occhi spalancati per la sorpresa.
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