CAPITOLO 3
di Andy Arton
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Una volta fuori dalla tenda del generale Henri rimase immobile per qualche secondo. Guardò il colonnello allontanarsi di spalle, poi lo chiamò correndogli dietro.
«Colonnello, ieri notte, io non…» iniziò non appena gli fu di fronte, voleva scusarsi per la sua condotta, ma Dancy lo fermò con un cenno.
«Ieri notte ha fatto ciò che doveva, dottore. Abbiamo visto entrambi troppi uomini morire per non sapere quanto sia importante tenersi stretta la propria vita» aveva un non so che di rassicurante, anche se l'aria trasandata e i modi diretti erano dettagli che in un'altra vita, lontano dalla guerra, Henri non avrebbe saputo apprezzare allo stesso modo. Lo vide portare una mano nella tasca interna della giubba per tirarne fuori una fiaschetta di metallo.
«Beve un sorso con me, dottore?» chiese.
«... si... certo, colonnello», Henri cercò di nascondere la sorpresa, ma persino lui si rese conto che gli sfuggì lampante sul viso, però il colonnello non sebrò prestarci attenzione. Piuttosto scrollò le spalle, «mi chiami Ben», svitò la fiaschetta e prese un lungo sorso. Strinse le labbra in un’espressione disgustata, «dannazione, siamo nella terra del whiskey e non abbiamo nemmeno un goccio di alcol decente, le vere vittime di questa guerra sono i campi di segale che i ribelli bruciano».
Henri si concesse di sorridere sotto i baffi. Prese la fiaschetta che il superiore gli stava porgendo, «credevo stessimo combattendo esattamente per questo» osservò passandosi il beccuccio sotto il naso, emanava un pungente odore di alcol.
«Non sia così ingenuo, dottore, crede davvero che la guerra sia scoppiata perché quelli di Wyd non vogliono pagare le tasse sugli scambi commerciali? Si figuri, è tutta una questione di politica. E di soldi. Come sempre. Scommetto che il Reggente voleva mettere le mani su Wyd già da un bel po’ di tempo e quella manica di idioti gli ha dato il pretesto perfetto per farlo» sentenziò guardando il dottore buttare giù un sorso dalla fiaschetta. Quando esplose in un eccesso di tosse Dancy scoppiò a ridere quasi se lo aspettasse. Gli diede un paio di colpi dietro le spalle.
«Accidenti, è davvero tremendo, come fa a berlo?» osservò rauco.
«Ad un certo punto ci si abitua, non ricordo nemmeno che sapore abbia l’alcol decente»
«Alla fine della guerra potrebbe venire nella mia tenuta a Soleil, facciamo dell’ottimo champagne, dopo non vorrà bere altro, glielo assicuro»
Ben sorrise rimettendo la fiaschetta in tasca, aveva uno sguardo malinconico eppure risoluto, «certamente, quando la guerra sarà finita mi tenga da parte una bottiglia» e come fosse un saluto si allontanò senza aggiungere altro, lasciando il dottore immobile a guardarlo andare via.
I giorni seguenti furono relativamente tranquilli. Ogni cosa nella foresta intorno all’accampamento rimaneva immobile, eppure nessuno dei gruppi di ricognizione tornava, i soldati mandati con i messaggi per Hall nemmeno. Dopo qualche giorno iniziò a farsi più viva la consapevolezza che fossero completamente isolati. Esattamente come aveva detto il colonnello. Nessuno voleva partire per i soliti giri, di notte gli uomini di ronda sparivano inspiegabilmente.
«Siamo in una trappola per topi» osservò amaramente Ben in una delle riunioni nella tenda del generale «se rimaniamo qui ancora a lungo ci uccideranno uno alla volta, fino a quando non rimarrà più nessuno».
Intorno al settimo giorno di fermo i viveri iniziarono a scarseggiare. Si pensava che i ribelli in qualche modo rubassero il cibo delle scorte, quanto bastava per non destare immediatamente sospetti, ma in quantità sufficienti da condannarli alla fame in un breve lasso di tempo.
«Dobbiamo andarcene» sentenziò Ben, trovando l’assenso di buona parte degli altri vertici e così anche di Henri, che aveva calcolato ben poco tempo di sopravvivenza nelle condizioni di inedia cui erano destinati.
«Per andare dove?» ribatté il tenente Moore «seppure riuscissimo a raggiungere Coille non potremmo attaccarla senza nuove truppe di rifornimento»
«Raggiungiamo la seconda brigata ad est da qui» propose un secondo tenente.
«Non sappiamo dove siano arrivati a questo punto, potremmo non riuscire a raggiungerli.... potremmo fare la fine dei gruppi di ricognizione che abbiamo mandato a cercarli» ribatté Moore.
«Non sia disfattista, Moore» lo richiamò Ben in piedi al suo fianco di fronte la solita cartina stropicciata.
«Allora lei cosa propone colonnello?» ribattè con tono ironico.
«Avanziamo, andiamo a Coille come da programma, lì troveremo il modo di metterci in comunicazione con il generale Hall»
Moore in tutta risposta rise di quella che considerava una ridicola ingenuità, «crede che quelli di Coille ci presteranno il loro telegrafo? Preferirebbero mangiarselo, quei bastardi»
Il dibattito si fece più acceso alimentato dall’esasperazione e dall’ansia di quella situazione precaria. Rufus intanto ascoltava impassibile, improvvisamente sollevò lo sguardo sul dottore, che se ne stava fermo immobile un po’ in disparte.
«Dottore, gli uomini feriti nell’incendio si possono mettere di nuovo in marcia?».
Henri preso alla sprovvista si voltò a guardarlo nervosamente. Per qualche secondo rimase in silenzio soppesando le condizioni degli ustionati, molti erano sulla via di guarigione, ma niente escludeva che marce forzate avrebbero potuto mettere a rischio il processo di risanamento, senza considerare che altri invece non potevano ancora muoversi. D’altro canto era sicuro che non sarebbero riusciti a sopravvivere a lungo senza cibo. Inoltre la paura di rimanere immobile ad aspettare in quella che sembrava a tutti gli effetti una trappola lo terrorizzava tanto quanto l’idea di rimettersi in camino nei boschi.
«Si, molti di loro possono camminare» concluse alla fine.
«D’accordo, allora partiamo per Coille» sentenziò in tutta risposta.
«E quelli che non possono camminare?» chiese Moore incredulo. «Non abbiamo come trasportarli, rimarranno qui, lasceremo dei soldati a guardia dell’accampamento, non appena avremo nuovi uomini li manderemo a recuperarli» rispose secco.
«Li sta lasciando qui a morire, generale» osservò amaramente Moore.
«Basta così, tenente, si ricordi che sta parlando ad un suo superiore» il tono del colonnello era perentorio, irritato dal disfattismo del tenente più che indignato da quell’insolenza.
«Radunate le truppe, domani all’alba abbandoniamo l’accampamento, in due giorni di marcia dovremmo arrivare a Coille» così detto il generale Gamp abbandonò la tenda. Lo scalpiccio dei suoi stivali risuonò ancora per qualche istante nel silenzio generale, poi anche Moore e il resto dei tenenti si congedò lasciando nella tenda solo Henri e Ben.
«Ce la faremo ad uscire da questa foresta?» chiese con un filo di voce il dottore, non era completamente certo di voler ascoltare la risposta.
«Dannazione si, non ho intenzione di morire in questa fogna» osservò Ben prima di tirare fuori ancora una volta la sua fiaschetta.