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Vecchi stracci

Capitolo 1

di Ste

5 min di lettura

L'odore del caffè riempiva la cucina, la luce filtrava dagli scuri socchiusi, ma la finestra appannata suggeriva il freddo del tardo novembre. Un giorno come un altro per me che cercavo di essere un piccolo porto franco, appartato e sicuro. Guardavo scorrere il fiume che trascinava le vite altrui. Era doloroso guardare verso l'alto, a quelli che lottavano per “farcela”. Anch’io ero stato uno di loro e sapevo bene che erano quasi sempre battaglie perse e prima o poi ne avrei visti tanti altri come me, trascinati via dalla corrente. Preferivo guardare verso il basso, a quelli che subiscono, perchè questo rendeva più accettabile il mio quieto vivere. Allora la pensavo così: se non sogni non soffri e soprattutto, se non combatti non perdi, ma ancora non sapevo che stavo per cambiare idea.

Il cellulare che passeggiava vibrando sul tavolo, mi aveva distolto dal mio non pensare...messaggio, il primo di quella strana storia.

- Ciao! -

- Ciao, ma chi sei? -

- Fa freddo copriti bene prima di uscire.-

- Va bene, grazie, ma hai sbagliato numero -

- No, se tu sei Luca -.

- Lisa? -

Nessuna risposta. Bel modo di iniziare la giornata.

Il parcheggio del bar era pieno di macchine abbandonate in modo fantasioso e i clienti imbacuccati aspettavano che il sole facesse il suo lavoro. L’enorme stufa di terracotta al centro del locale era accerchiata dalle mani stese dei nuovi arrivati, come in una sorta di rito. Li guardavo cercando di intuire chi potesse aver inviato i messaggi. Nessuna idea. Qualche idiota che aveva voglia di fare il furbo. L'ultimo sms diceva “Chi è Lisa?”.

Una bionda sorseggiava un cappuccino che le appannava gli occhiali e Marcello, un omone che faceva parte della combriccola di amici del bar, la sbirciava da sopra il giornale. Uomo o una donna? Se qualcuno qui avesse quel numero e lo chiamassi ora, pensavo. No, non era da me, meglio fare finta di niente e stare a vedere che era poi quello che facevo da sempre.

Lentamente il freddo aveva lasciato spazio a un tepore gradevole, quasi primaverile. Tra chiacchiere e affarucci del mio commercio surrogato era arrivata sera. Oltre a fare il trafficone, mi dilettavo a curiosare sui fatti locali, quelli un po’ scandalosi, ma non disprezzavo qualunque cosa fosse in odore di segreto. Di solito scrivevo di come erano andate le cose e capitava che quel che ne usciva, lo pubblicasse un giornale locale, ma per lo più finiva tutto dimenticato in un cassetto. Così ero assolutamente a mio agio mentre chiedevo inutilmente in giro se qualcuno conoscesse quel numero. Accennavo a una chiamata probabilmente sbagliata per non dover dare spiegazioni. Quel velo di mistero mi divertiva. Era una botta di vita nelle mie giornate noiose.

Anche per la cena tutto era sempre all'insegna dell'abitudine, solita pizzeria e solite persone. Era il momento peggiore quello in cui tutto il passato tornava a trovarmi. Ricordi e timori giravano liberi nella mia testa e non potevo evitare di rivedere Marco che pendeva dalla trave o di sentire l’ultimo respiro di quel primo soccorso andato male. Era da allora che la sensazione di impotenza mi accompagnava. Meglio non pensare e lasciarsi scorrere il tempo addosso, senza interferire.

Il salone della pizzeria era semi deserto, come sempre in quel periodo dell'anno. Durante l'estate tutta la vallata si riempiva di gente in cerca di refrigerio per poi tornare ad essere un posto desolato per il resto dell'anno. Mi aggregai a Marcello e Lisa che sedevano ad un tavolo vicino al forno, così almeno non avrei dovuto cenare solo.

- Qualcuno di voi ha cambiato numero? -

- No Luca, perchè mi hai cercata? - rispose Lisa sorridendo mentre scuoteva la testa con quel suo modo di fare un po’ mascolino, jeans scoloriti, felpa grigio topo di una taglia in più del necessario, telefonino in mano e sempre pronta ad imbastire qualche cazzata.

- No - fece Marcello che non era nella mia lista dei sospetti. Con quelle dita grosse e sgraziate come salsicce, non avrebbe mai potuto centrare le lettere giuste sul display.

- E’ tutto il giorno che ricevo chiamate da un numero che non conosco, saranno i soliti venditori rompipalle. Tu Lisa, sai chi può essere?-

Lei era piovuta da quelle parti come me, senza un apparentemente perché, non glielo avevo mai chiesto così da non essere obbligato a ricambiare e raccontare i fatti miei.

- No, ma se vuoi lo chiamo – aveva concluso con quel suo mezzo sorriso e quell’espressione strana che disorienta, a metà tra curiosità maliziosa e disponibilità. Non andavo mai sul personale per evitare malintesi, ma la sua era una compagnia piacevole, con lei si poteva ridere e scherzare senza andarsi a ficcare in quei ragionamenti complicati che lasciano immancabilmente il tempo che trovano.

- No, lascia stare. Meglio di no –

Non era stata lei, non aveva mai distolto lo sguardo o abbassato la testa, ne avuto nessuno di quei riflessi involontari che avevo imparato a riconoscere in chi ti vuole raggirare.

Marcello aveva una sua soluzione e con la lingua ingrossata e la camicia mezza fuori, sentenziò -Avranno sbagliato numero, a me capita sempre -.

- A te o a chi ti chiama? -

- Ma vaffanculo! - e la grossa testa bisunta seguì per un attimo di troppo il gesto del braccio, come sempre verso quell'ora.

Ne sapevo tanto quanto prima, ma poco importava. A fine serata decidemmo di trovarci da me, con tutto il resto della compagnia, la domenica sera successiva. Non era una novità, spesso organizzavamo bisbocce, era un’occasione per stare insieme a ridere e scherzare. Eravamo una decina di amici un po’ attempati che venivano da convivenze e matrimoni subiti o mancati e riempivamo il tempo libero che ne conseguiva, cazzeggiando in compagnia.

Il sabato sera successivo giravo per il supermercato già pieno di luci, nastri e di tutto quello che fa Natale. Il messaggio era arrivato mentre sistemavo nel carrello le ultime cose per la cena.

- Ciao, si fa festa senza il mio permesso? -

- Certo vieni anche tu? -

- Magari -

- Sei uomo o donna? -

- Donna -

- Mi sento meglio :-), ti conosco? -

- Beh, almeno di vista spererei proprio di sì -

- Chi sei? -

Nessuna risposta.

Nevicava e i grandi fiocchi si avvitavano nell'aria come i miei pensieri. Sulla strada di casa elencavo inutilmente i nomi delle donne che conoscevo, ma nessuna aveva bisogno di fare la misteriosa. Sembrava un po' meno una presa in giro e sentivo crescere la smania della curiosità. Quella sconosciuta, sempre che fosse veramente una lei, sapeva della cena o forse era semplicemente al corrente delle nostre abitudini. Doveva essere vicina a me o a qualcuno dei miei amici, comunque stava invadendo i miei pensieri e la cosa mi disturbava. Mi accesi una sigaretta senza neppure rendermene conto, la prima dopo tanto tempo e subito una nuvola di fumo si era mescolata al calore umido del riscaldamento con un odore nauseabondo. Pensare non serviva a niente, ma non potevo evitarlo.

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