CAPITOLO II - FRANÇOIS
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Erano quasi le otto di sera e la strada scorreva veloce. “Mancano poche curve e ci siamo” pensò Richard, guidando. L’appuntamento era per le otto e mezzo al Castello dell’Oscano; avevano l’intero complesso a loro disposizione per tutta la notte. Imboccò sulla destra il viale d’ingresso alberato e salì verso il parcheggio del castello. Arrivato nei pressi dell’ingresso pedonale, vide un uomo vestito di scuro con gli occhiali da sole, una pistola automatica in bella vista nella fondina della giacca e un auricolare gli faceva capolino dall’orecchio destro.
Richard fermò l’auto, l’uomo gli aprì la portiera ed esclamò: ”Buonasera, signore! Fatto buon viaggio?”.
Il gigante scese dall'auto e diede una pacca sulla spalla del parcheggiatore: ”Falle la guardia, è un vero gioiellino”, indicando con il dito la propria Audi S8 coupé bianca, cinquemila di cilindrata, ventiquattro valvole e sovralimentata a benzina.
”Siamo qui per questo, signore” rispose l’uomo.
Richard si diresse verso la sala dei ricevimenti, sorridendo tra sé e sé. Nel tragitto tra il parcheggio e la sala, il gigante incontrò una decina di guardie armate, tutte vestite uguali: abito nero, occhiali da sole, auricolare e pistola nella fondina.
“Deve essere successo qualcosa di grosso” disse a bassa voce, camminando.
Davanti alla porta dell’entrata un maggiordomo lo salutò: ”Buonasera, signore. Prego, mi segua da questa parte, la stanno aspettando”.
Richard imboccò un corridoio con molti quadri appesi: scene di caccia, paesaggi, ritratti di Re e Regine. Il corridoio sfociò poi in una sala più ampia, che percorse a grandi passi. Quando arrivò alla porta, si bloccò: si accorse di una presenza, una persona familiare.
Richard chinò la testa verso il pavimento e disse con un filo di voce: ”Padre, sono onorato di incontrarvi dopo tanto tempo. E’ davvero una gioia immensa stare nuovamente qui, al vostro fianco”.
Un uomo comparve alle spalle di Richard, che lentamente lo raggiunse davanti alla porta. Il nuovo arrivato gli poggiò una mano sulla spalla e lo fece girare verso di lui. Era dieci o forse quindici centimetri più alto di Richard, spalle larghe, muscoloso, capelli corti grigi, mascella squadrata, molto ben vestito: “Ricardus… Ricardus...”. La voce profonda dell’uomo pareva venisse direttamente dagli inferi. “Quante volte ti ho detto di non chiamarmi padre. Siamo amici… siamo fratelli di sangue”.
Si chiamava François.
Sorrise a Richard: ”E alza questa testa… caprone!”, aggiunse scoppiando in una risata mefistofelica.
“Come tu ordini… padre” rispose sorridendo Richard, alzando la testa.
I due scoppiarono a ridere.
“Vieni, entriamo, ci stanno sicuramente aspettando” concluse François prendendo Richard sottobraccio.
François aveva una ventina d’anni più di Richard, era nato in Francia, non era più sposato da secoli e si occupava di oggetti antichi; un antiquario, in sostanza, ma non gli piaceva che lo chiamassero in quel modo o che associassero il suo lavoro a quello di un antiquario.
I due aprirono la porta verso l’interno della stanza, varcando la soglia in fila indiana. Davanti François, seguito da Richard, ovviamente. La sala dei ricevimenti era enorme, priva di mobilio, a parte qualche poltrona agli angoli della stanza. Nell’angolo più lontano rispetto a loro, su una poltrona posta tra due guardie armate, sedeva una ragazza molto giovane e molto bella, vestita con un abito da sera ottocentesco. Nella stanza, oltre a lei, c’erano anche altre persone che parlottavano in piedi, ai lati del salone.
François si diresse verso la ragazza, mentre Richard si fermò tre o quattro passi oltre la soglia d’ingresso. Arrivato al centro della stanza, si fermò anche lui e, ben consapevole delle altre persone presenti, fece un inchino verso la ragazza, la quale, con un cenno della mano, ricambiò il saluto. “Felice di rivederla, chéri. Vostra madre come sta?” chiese François.
“E’ in viaggio d’affari con mio padre, stanno creando nuove società in Cina” rispose la ragazza. “Il nuovo continente è toccato ai miei genitori. Il vecchio invece” aggiunse dopo una breve pausa “è toccato a me e mio fratello”. François s’inchinò nuovamente e, congedandosi con un ampio sorriso, si diresse verso Rufus.
“Rufus!” esclamò François. “Amico mio!”. Lo abbracciò: “Come te la passi, gran bastardo di uno yankee di madre incerta?”.
Rufus, sorridendo, ricambiò l’abbraccio o, almeno, tentò di farlo. Era notevolmente più piccolo del suo amico, corporatura media, alto circa un metro e settanta, molto affascinante ed elegante nei modi. Rufus era americano, possedeva diverse aziende d’import/export sparse in tutto il mondo. Aveva una fissazione per tutto ciò che apparteneva al periodo gotico. La sua collezione, era così ampia da far impallidire il più fornito dei musei.
“Sto benone, brutto steroidato di una checca francese. Tu come te la passi?” chiese sorridendo Rufus.
“E come vuoi che me la passi? Da Dio!”. I due risero. “Rufus, da quanto non ci vediamo?”.
“Se non ricordo male, dalla peste a Parigi” rispose, soffermandosi poi a riflettere per alcuni secondi. “Io andai a Londra e tu a Barcellona. Che bei tempi erano quelli!”. Rufus fece una pausa e poi aggiunse, fregandosi le mani: “I pasti migliori”.
I due sogghignarono. François si girò verso Richard, che nel frattempo non si era mosso di un millimetro, come l’etichetta gli imponeva; gli fece un cenno spazientito perché li raggiungesse subito.
“Rufus, ti ricordi del mio amico, nonché fratello, Ricardus?”. François fece l’occhiolino a Richard. “Come potrei scordarmelo questo ragazzone?” rispose Rufus annuendo, poi diede una pacca sulla spalla di Richard che però sortì l’effetto contrario: Rufus stesso fu spostato di qualche centimetro all’indietro.
“Piacere di rivederla signor Rufus. Ehm… stia attento, non si faccia male” rispose Richard.
Rufus arrossì leggermente. Dopo che i tre si furono scambiati battute amichevoli, giunse l’ora dell’incontro. Gli invitati erano tutti arrivati, così la giovane ragazza seduta nell’angolo si alzò, raggiunse il centro della stanza e invitò tutti a seguirla.
Entrarono in una stanza più raccolta, dopo aver percorso diversi corridoi con moltissimi quadri appesi alle pareti: ritratti di persone appartenute all’alta aristocrazia, naturalmente. E tutte opere originali: di questo, Richard, era più che convinto. Nella sala, posto al centro, troneggiava un tavolo enorme, sedie a destra e a sinistra e una sola a capotavola. Anche qui, lungo le pareti, vi erano mobili in legno risalenti al medioevo, tutti intarsiati e d’inestimabile valore, ritratti e scene di caccia. Il soffitto a cupola era affrescato con colori vivaci. “Non ci sono finestre. Forse siamo in qualche stanza del piano interrato” osservò Richard.
Alcune guardie armate si disposero agli angoli della sala, altre rimasero all’ingresso. Sul tavolo, in corrispondenza di ogni sedia, ad eccezione di quella a capotavola, vi era il nome di un invitato. Tutti presero posto nel silenzio più totale e rimasero in attesa. Dopo qualche minuto, la porta si aprì ed entrò un uomo sulla cinquantina, vestito anche lui con un abito ottocentesco, la cui fattura assomigliava molto a quella dell’abito sfoggiato dalla fanciulla salutata da François. L’uomo andò a sedersi a capotavola, girò la testa a destra, dove era seduta proprio la bella fanciulla e le bisbigliò qualcosa che Richard, però, data la lontananza, non riuscì a comprendere.
L’uomo si alzò in piedi e si presentò: “Buonasera a tutti e ben arrivati. Per quelli che ancora non mi conoscono, io sono Adam, il figlio di Caius e Iulia. Questa ragazza alla mia destra è mia sorella Ramona. I nostri genitori sono in viaggio d’affari in Cina e, in loro assenza, ci hanno incaricato di sbrigare questa delicata faccenda”. I presenti ascoltarono in silenzio. “Come saprete, la nostra casata è una delle più antiche e potenti ancora esistenti e, tutti voi, le avete giurato fedeltà. Sono stato da poco incaricato di occuparmi degli affari nel nuovo continente Africano ma, oggi sono qui per sincerarmi che nessuno di voi abbia da lamentarsi delle decisioni prese da mio padre”. Adam si mise seduto, scrutò i volti dei presenti e poi riprese a parlare: “A Perugia stanno accadendo cose molto strane. Nella nostra provincia, come in altre, c’è qualcuno che sta mietendo vittime senza che le autorità facciano niente”.
Un brusio riempì la sala; Adam allora picchiò il pugno sul tavolo.
“Non ho finito!”. Nella sala tornò a regnare il silenzio più assoluto. “Cadranno molte teste, questa volta; potete starne certi. Abbiamo raccolto la documentazione che siamo riusciti a reperire in tutta la penisola; degli indizi, ma ancora nessuna certezza”. Fece una breve pausa e poi riprese. “L’unica certezza che abbiamo, è che si tratta di un cacciatore di vampiri, che si è messo ostinatamente sulle nostre tracce e va assolutamente fermato con qualunque mezzo”. Picchiò nuovamente con forza il pugno sul tavolo e questa volta il legno scricchiolò. “Prima che io me ne vada, per lasciar dirigere l’operazione a mia sorella, voglio fare il punto della situazione con tutti voi. Ricordatevi che sia io che mio padre saremo costantemente informati su ogni progresso che farete e, sappiate sin da subito che i meritevoli saranno lautamente ricompensati”.
Mentre Adam continuava a parlare, spiegando ciò che era accaduto negli ultimi mesi e cosa era stato raccolto nei fascicoli, Richard, si perse nei suoi pensieri e iniziò a chiedersi se quella ragazza, Ramona, sarebbe stata in grado di assumersi una tale responsabilità. Suo fratello era sicuramente più adatto al compito e dimostrava di avere anche una certa esperienza; quella ragazza, invece, sembrava davvero troppo giovane. Mentre questi pensieri affollavano la sua mente, Richard, non si rese conto che nel frattempo non riusciva più a muovere il proprio corpo. Dei fortissimi crampi allo stomaco gli stavano procurando un dolore lancinante, sembrava quasi che la pancia gli stesse per implodere. Cercò in tutti i modi di muoversi, anche solo un dito o la bocca, per avvertire suo padre, ma niente. Il terrore allora cominciò a prendere il sopravvento e gocce di sudore iniziarono a formarsi sulla fronte; avrebbe voluto urlare, ma non riusciva a fare nemmeno quello, gli sembrò per un attimo d’impazzire. Poi una voce femminile gli tuonò nella mente: “Ho il doppio dei tuoi anni e sono in grado di badare benissimo a me stessa, come puoi ben vedere, grosso scimmione con il cervello da formica. Hai la volontà di un gatto morto, ringrazia subito tuo padre; se non fosse per la stima che ho per lui, ti avrei frullato il cervello e lasciato sbavare per l’eternità”.
Richard era troppo intontito per capire fino in fondo il significato delle parole di Ramona, però poco prima di riuscire nuovamente a muoversi, la sua mente fu investita da un’ulteriore ondata di terrore, condita da immagini inquietanti di demoni danzanti al suono di una cetra. La cosa che lo spaventò maggiormente fu proprio il suono di quello strumento a corda. Dei brividi gli percorsero tutta la schiena, fino ai capelli. Dopo qualche minuto impiegato per riprendersi da quell’allucinazione, cercò lo sguardo della ragazza per scusarsi della gaffe fatta, ma non fu possibile.
Realizzò di essersi perso tutto il resoconto di Adam; iniziò a preoccuparsi seriamente e a temere per la propria incolumità. Ricordava bene le parole pronunciate poco prima: “Parecchie teste cadranno” . Era proprio un brutto modo per iniziare quel nuovo incarico.
I partecipanti si scambiavano opinioni su quanto ascoltato; François e Rufus parlavano animatamente tra loro. Nel frattempo, il fratello di Ramona era andato via. La giovane ragazza aveva occupato il suo posto a capotavola e aspettava con impazienza che tornasse il silenzio nella stanza. Col passare dei minuti, il brusio si era trasformato in vero e proprio baccano. Ramona fece una smorfia di disapprovazione, schioccò le dita e tutti i presenti furono investiti da un dolore improvviso che li fece zittire all’istante.
“Odio fare queste cose. Siete dei trogloditi. Vergognatevi tutti!” disse quasi urlando la ragazza. Sembrava essere fuori di sé: “Ora, se avete delle domande da pormi… uno alla volta… partendo dalla mia sinistra”.
All’inizio nessuno osò aprire bocca, poi dopo uno scambio di sguardi, iniziarono a porgerle delle domande. Anche François chiese spiegazioni in merito alla suddivisione dei compiti e alla tempistica per poter eseguire le opportune ricerche. Quando tutti ebbero finito, la giovane si alzò in piedi: “Tra qualche ora sarà l’alba. Dirigetevi pure nella hall, sarete portati nelle vostre stanze, spero siano di vostro gradimento. Troverete un regalo ad aspettarvi: fatene l’uso che più vi piace, nel rispetto delle regole comuni, ovviamente”.
Ramona si diresse verso la porta, seguita da due guardie armate. Tutti si alzarono in piedi e la salutarono con un inchino.
“Fratello mio, ho grandi progetti per noi! Ora andiamo nelle nostre camere, riposiamo e domani ti aggiornerò” esclamò François, girandosi verso Richard.
François e Rufus salutarono gli altri conoscenti e, seguiti da Richard, si diressero all’ingresso, dove ogni invitato era atteso da un maggiordomo che li avrebbe portati nelle rispettive camere. I tre amici, neanche a farlo apposta, avevano le camere vicine. François e Richard salutarono Rufus, che entrò nella propria stanza, lasciando i due sul corridoio a parlottare. Richard stava scambiando le sue ultime impressioni con suo padre, quando gli tornò alla mente quel terribile suono della cetra: un brivido gli percorse tutta la schiena fino alla testa e, vedendo la faccia di François assumere una strana espressione, pensò di aver fatto qualche smorfia di dolore. Pochi secondi dopo, trovò conferma di quel pensiero.
“Anche a te è toccato il suono del takhe?” chiese François, scoppiando a ridere.
Richard, inizialmente incredulo ma sicuro di aver capito bene le parole del padre, si affrettò a rispondere con un filo di voce: “La cetra… nemmeno lo conosco, il suono della cetra… ma come diamine ha fatto?”.
François stava lacrimando dal gran ridere, ma si fece forza per darsi un contegno e rispondere all’amico: “A me è toccato il takhe, che se non ricordo male assomiglia molto alla cetra. Quella ragazza deve avere un odio particolare per gli strumenti a corda”. E tornò a ridere a più non posso. Richard si grattava la testa; da un lato non credeva alle proprie orecchie, dall’altro invece era contento di non essere l’unico ad avere quegli improvvisi brividi alla schiena.
François, dopo qualche minuto, tornò serio e diede una pacca sulla spalla a Richard: “Ci siamo passati quasi tutti. Dopo qualche secolo si attenua… tranquillo”. Tornò a ridere con le lacrime agli occhi.
Richard sbuffò, voleva andare a dormire, ma doveva aspettare che suo padre lo congedasse. François, ridendo, gli disse che si sarebbero visti l’indomani, così il gigante con un mezzo inchino si diresse verso la propria stanza. Stava per entrare, quando François lo invitò a raggiungerlo in camera. La stanza era ampia e ben arredata, dotata di ogni comfort e della bara da letto. Era in legno, stile classico. Si misero seduti sulle poltrone; François estrasse due sigari dal taschino interno dalla giacca, li accesero e restarono lì per qualche minuto ad assaporarli.
“Come vanno i tuoi poteri?” chiese François.
“Non mi posso lamentare”.
“Credo sia l’occasione giusta per potenziarli un po', male non ti farà”.
François si morse il polso destro facendo fuoriuscire del sangue, molto scuro e denso. Richard si alzò, si mise seduto sul pavimento e iniziò a berlo avidamente. François se ne accorse e sorrise.
Richard ricordò il primo incontro avvenuto con François; per parecchi anni aveva pensato che si fosse trattato di un caso, ma poi, conosciuta la casata e tutto il resto, capì che dietro c’era un disegno ben preciso. Quando fu trasformato in vampiro, suo padre lo era diventato a sua volta da poco tempo, per questo i suoi poteri inizialmente erano molto deboli. Per essere trasformati non basta essere morsi, va anche bevuto il sangue del vampiro dal quale si è stati morsi. Affinché la trasformazione abbia successo, ne va bevuto almeno la metà di quello che l’altro ha in corpo; superato questo limite, il vampiro rischia la morte. Più se ne fa bere al proprio figlio, più i poteri di questo saranno forti, così come per la cieca obbedienza. La forza del potere acquisito dipende anche dall’età del vampiro che diventerà il padre. Più è vecchio e forte, più forti saranno anche i poteri del figlio. Bere ogni tanto il sangue del proprio padre, oltre a far aumentare la forza dei propri poteri, migliora anche il controllo della volontà del padre sul figlio. Più ne sei succube, più è facile obbedire agli ordini.
François tolse con la forza il polso dalla bocca di Richard; quasi subito la ferita si rimarginò. Il gigante si pulì la bocca. Lentamente, una strana forza gli pervase il corpo.
“Ora vattene in camera tua a dormire, lasciami riposare, sono molto stanco” disse François dando un calcio al sedere di Richard, il quale, sorridendo, si ritirò nella propria camera.
Aperta la porta, notò subito due presenze all’interno della stanza; ora che ci pensava, era tutta la notte che non mangiava e gli era venuto un certo languorino.
“Maledetta cetra!” esclamò Richard entrando, scosso da un brivido lungo la schiena.
Chiuse la porta dietro di sé e diede inizio allo spettacolo.
C’erano due ragazzi che giocavano con la console davanti al grande televisore di cui era provvista la camera. Sembravano sedati, o leggermente drogati; i movimenti lenti e le parole biascicate facevano pensare ad una delle due ipotesi. Non si accorsero della presenza di Richard e probabilmente non si accorsero nemmeno del guaio in cui si erano appena ficcati, ma ormai erano lì e Richard si sarebbe sfamato e divertito come meglio credeva, nel rispetto delle regole, come sempre. La legge era semplice e andava rispettata: in quella nuova vita non vi erano prigioni, chi sbagliava pagava con la morte definitiva. Nessuna mezza misura o sconti della pena.
Richard puntò uno dei due ragazzi, attivò i poteri mentali di cui era dotato, che investirono la mente del giovane con immagini demoniache e iniziò a parlare con tono grave e profondo: “Scarafaggio, tu sarai il primo”. Con uno scatto fulmineo, che difficilmente l’occhio umano sarebbe riuscito a seguire - altro dono di suo padre -, Richard afferrò per il collo il giovane malcapitato - che nel frattempo si era messo ad urlare per la paura generata dalle immagini mentali trasmesse - e lo sbatté contro il muro, sollevandolo da terra. Con l’altra mano gli afferrò il braccio torcendoglielo fino a quando un crack riempì la stanza, attirando l’attenzione dell’altro ragazzo, che nel frattempo non accortosi di nulla, continuava a giocare con la console. Richard fissò negli occhi il ragazzo, godendosi e assaporando ogni momento di agonia del giovane. A lui il sangue piaceva così, ricco di adrenalina. Decise all’ultimo che si sarebbe divertito un altro po' con quello scarafaggio: lo lanciò in aria, facendolo ricadere di schiena sul pavimento; il giovane, per il dolore, si raggomitolò su se stesso, piangendo e tremando. Con la stessa velocità di prima, afferrò il secondo malcapitato, gli piegò la testa di lato e vi affondò i canini, aspirandone due abbondanti sorsate. Quando si accorse che nel sangue era presente del tranquillante, per evitarne gli effetti collaterali smise di bere e gettò il corpo da una parte. Si avvicinò allora all’altro ragazzo, ancora tremante sul pavimento, gli tirò un calcio sulle costole e sogghignando gli disse: “Ora tocca a te”. Il gigante lo afferrò per i capelli e lo sollevò da terra; il giovane tentò di divincolarsi tirando calci e pugni, ma senza successo. Richard gli piegò la testa di lato, vi affondò i canini e bevve fino a saziarsi. L’adrenalina stava combattendo la droga presente nel corpo del ragazzo e comunque, in ogni caso, era ora di andare a letto. Droga o non droga, avrebbe dormito come un bambino.
Finita la cena, alzò il telefono della camera e disse: “Venite a ripulire, la cena era ottima”. Chiuse la telefonata, si avvicinò alla bara di mogano e ne aprì il coperchio. Dentro c’era un pigiama rosso, di morbido raso, mentre la cassa aveva una bella imbottitura blu.
“Pure il letto colorato. Natale deve essere arrivato in anticipo, quest’anno”. Scoppiò in una risata.
Si tolse i vestiti, infilò il pigiama e si mise a letto. Chiuse il coperchio e cadde in un sonno profondo, privo di sogni. Solo il suono di quella dannata cetra fece capolino, pochi secondi prima che si addormentasse.
Il giorno passò e il sole scomparve all’orizzonte. Richard aprì lentamente il coperchio della bara e trovò la colazione ad aspettarlo. Questa volta nella stanza c’era una ragazza che dormiva sul divano. Il gigante uscì dalla bara e indossò i vestiti del giorno prima, profumati di lavanderia.
”Proprio un ottimo servizio” pensò.
Si avvicinò alla ragazza, le spostò i capelli dal viso e si limitò ad entrare nei sogni della malcapitata. Un terribile incubo iniziò a far tremare la giovane; Richard sogghignò e fece colazione: adrenalina mista a qualche droga dal sapore strano, che lo fece subito eccitare. La serata non avrebbe potuto iniziare in maniera migliore.
Uscì dalla camera sprizzante d’energia e trovò ad attenderlo un maggiordomo, che lo condusse in una saletta appartata dove lo stavano aspettando François e Rufus.
Scambiati i convenevoli, François prese un tablet dalla tasca, condivise alcuni documenti con i presenti, inviandoli ai loro rispettivi dispositivi e disse: “Vi ho mandato dei file segreti che riguardano la missione assegnataci. Rufus ed io dobbiamo fare tappa in diverse capitali europee. Dobbiamo sbrigare alcuni affari improcrastinabili”.
Rufus annuì con la testa.
“Tu, Richard, resterai qui a indagare su queste morti” aggiunse François. Richard stava per dire qualcosa, quando suo padre continuò: “No, non sarai solo. Nei file inviati c’è una lista di amici che dovrai contattare. C’è scritto dove trovarli. Porta con te questo e mostralo, se ce ne fosse bisogno”. Prese un oggetto dalla tasca interna della giacca, un anello con un sigillo e lo diede al figlio. “Una volta messa insieme la squadra investigativa, iniziate a cercare informazioni, partendo dall’obitorio comunale. Hanno ucciso un adepto credendolo uno di noi; già questo ci fa intuire che non sanno esattamente quali siano i vampiri e quali no. Iniziate da lì e proseguite fin dove gli indizi vi porteranno. Stai tranquillo, ci sentiremo di tanto in tanto. Mi farò vivo io”. François sghignazzò per la battuta, ma gli altri non colsero la sfumatura. Fece spallucce.
Finito il briefing, François e Rufus se ne andarono insieme, mentre Richard si trattenne per qualche ora nella saletta, a studiare i profili degli altri investigatori; non voleva sorprese. Alcune ore prima dell’alba decise di tornare a casa. Passando dalla hall del castello, gli fu consegnata una valigetta scura, accompagnata da una lettera che portava la firma e il sigillo di suo padre. Prese tutto con sé, si diresse alla macchina e solo allora si chiese dove fosse finita quella ragazza del giorno prima. Si rese subito conto di aver fatto una stupidaggine: la cetra risuonò nella sua mente e il solito brivido di paura gli percorse tutta la schiena fin sopra alla testa.
”Maledizione!” esclamò Richard, fortemente contrariato. ”Che sia maled….”. Si trattenne dal dirlo e soprattutto dal pensarlo; il solo pensiero di quello che era successo il giorno prima, lo fece subito desistere dal pronunciare qualunque insulto. Salì in macchina e si diresse a casa.
Parcheggiò l’auto nel garage e prese l’ascensore segreto che lo portò direttamente all’interno del suo appartamento. Si era ben guardato dal dirlo al suo adepto: per lui c’erano le scale per salire e la finestra per scendere, qualora lo avesse fatto infuriare ancora una volta. Ogni tanto si chiedeva dove l’avesse trovato, quell’incapace.
In casa sembrava tutto in ordine. Disinserì l’allarme e si diresse nello studio per leggere la lettera di François e vedere che cosa vi fosse nella valigetta. Appoggiò l’orecchio sopra la ventiquattrore, ma non sentì ticchettii strani provenire dall’interno.
”E’ già qualcosa” pensò tra sé e sé.
La lettera conteneva poche righe: “[…] sono fiero di te […] non cacciarti nei guai […] sii prudente […]”. C’era anche un: “fai attenzione a non morire”, che non lo rassicurò per nulla. Nella parte finale si faceva riferimento ad una valigetta in cui avrebbe trovato del materiale che gli sarebbe stato utile per le ricerche.
“Non poteva scriverlo all’inizio?”.
Richard era visibilmente spazientito.
Aprì la valigetta, il codice della serratura era nella lettera: c’erano passaporti falsi con diverse identità, soldi in contanti, carte di credito pulite, qualche chiave di alberghi sparsi per la città, un cellulare nuovo, pulito, diverse schede telefoniche mai usate prima e una chiavetta USB con un post-it attaccato sopra: “Documentazione missione”.
“Mio padre deve conoscermi meglio di me stesso, ha capito che non sarei stato attento per più di dieci minuti e così mi ha dato tutto quello di cui hanno parlato ieri sera. Sono salvo” sospirò sollevato. “Ora ho bisogno di dormire, domani sera inizierò a cercare gli altri”.
Si diresse in camera, mise il pigiama, chiuse la porta a chiave, inserì l’allarme ed entrò nella bara. “Casa dolce casa. A me il letto piace di granito, bello squadrato”.
Schiacciò un bottone all’interno della cassa e il coperchio scorse da un lato all’altro, fino a sigillarsi. “Che l’ossigeno entri oppure no, sono anni che non respiro per vivere”. Sghignazzò.
Chiuse gli occhi e si addormentò di colpo, come sempre.
“Che dormita, ne avevo proprio bisogno”. Richard uscì dalla bara, infilò le pantofole e si diresse nel soggiorno, dove trovò ad aspettarlo Massimo.
“Buonasera, padrone” disse il giovane, vedendolo arrivare. “Quando è pronto, la porto a fare colazione”.
“Bravo, ragazzo. Mi faccio una doccia e poi andiamo, ho un certo languorino”.
Richard si preparò per uscire, indossando il completo nero: voleva dare una buona impressione ai suoi futuri nuovi amici. Andò nello studio, prese la sua valigetta preferita, ci mise dentro alcuni documenti che gli sarebbero stati utili per spiegare agli altri cosa avrebbero dovuto fare insieme, dei soldi, alcune carte di credito, il tablet e le chiavi delle camere d’albergo. Cambiò la scheda telefonica dello smartphone, sincronizzò i dati del vecchio con il nuovo, prese le chiavi della macchina e si diresse alla porta.
“Andiamo, Massimo, spero per il tuo bene che il cibo non sia pessimo come l’ultima volta” intimò Richard al ragazzo.
Scesero le scale, salirono in macchina e si diressero in un parcheggio appartato a Monte Malbe, dove scorsero un’auto ferma in disparte, con dentro una ragazza.
Il parcheggio era vuoto, non c’era nessuno nei paraggi. Massimo scese dall’auto, si diresse dalla ragazza, le disse qualcosa attraverso il finestrino e salì nell’auto con lei. Dopo qualche minuto la ragazza scese. Richard la guardò, non era il suo tipo: bassina, indossava una minigonna, truccata come una prostituta. Probabilmente lo era.
“Ti dispiace se saltiamo i convenevoli e ci sbrighiamo? Ho altri amici che mi aspettano” chiese la ragazza, dopo essere salita nell’auto ed aver chiuso lo sportello.
Richard scrollò le spalle, bloccò le portiere e diede il meglio di sé: dopo tutto, non era bello far aspettare una ragazza. Massimo riuscì a sentire le urla della giovane dall’interno dell’auto in cui si trovava. La paura e l’ansia di essere scoperti gli fecero battere talmente forte il cuore che quel pulsare lo assordò.
“Speriamo si sbrighi: prima finisce, prima ce ne andiamo, meno rischi corriamo” disse Massimo a bassa voce.
Le urla cessarono, il giovane scese dalla macchina, aprì il portabagagli dell’auto della ragazza e si diresse dal suo padrone. Quando arrivò alla portiera dell’auto, Richard stava ancora banchettando, così aspettò, ansioso. Quando la portiera fu sbloccata dall’interno, il ragazzo capì che era giunto il momento: la aprì, prese di peso la ragazza svenuta e la caricò nel porta bagagli dell’altra auto. Salutò Richard e con l’auto della malcapitata si diresse verso un luogo sicuro, in cui poterla abbandonare.
Richard era appagato, aveva bevuto a sazietà e non aveva trovato tracce di droga nel sangue della giovane, così sarebbe stato nel pieno delle sue forze, sia fisiche sia mentali. Accese l’auto e si diresse verso una discoteca piuttosto famosa del posto, dove avrebbe incontrato uno dei suoi futuri colleghi.