CAPITOLO I - RICARDUS
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“Richard?” chiese l’uomo stupefatto.
“Rufus? Ma non eri morto?” chiese ancora più sbalordito Richard.
VENTISEI GIORNI PRIMA
“Devo sbrigarmi… devo fare presto” pensò Massimo, correndo. “Il sole è quasi calato, devo essere lì prima che si svegli”. Aveva il fiatone, le vertigini ed era zuppo di sudore. “Lui odia svegliarsi e non trovarmi… ogni volta che è successo… neanche voglio ripensarci a quello che è successo”. Mentre correva, istintivamente, si massaggiò le spalle.
Saliva le scale facendo i gradini a due a due per fare il più velocemente possibile. Doveva arrivare all’attico di quel vecchio palazzo del 1300, ma alla prima rampa era già a corto di energie.
Massimo, per gli amici Massimino, era un ragazzetto magrolino, sulla ventina, universitario fuori corso ad economia e commercio. Tutto sommato, un bravo ragazzo.
Riuscì ad arrivare alla porta dell’appartamento tra mille imprecazioni, dolorante per due rovinose cadute durante la salita impervia. Inserì la chiave magnetica nella fessura e la porta si aprì da sola. Entrò in casa, chiuse il portone blindato dietro di sé, disattivò l’allarme e si diresse verso il salone.
L’attico si trovava al centro di Perugia, affacciato su Corso Vannucci da un lato e su Via Baglioni dall’altro. L’arredamento antico dava un tocco medioevale a quell’appartamento di trecento metri quadrati, mentre la parte moderna e altamente tecnologica gli conferiva un certo fascino, tipico del suo padrone. Non si azzardò ad accendere le luci, oramai conosceva la strada a memoria; non aveva bisogno di usare la vista e poi non voleva farlo spazientire: l’ultima volta gli era costata molto cara. Istintivamente, si toccò le costole. Nella penombra intravide una sagoma: il cuore gli balzò in gola, la mente gli suggerì di fuggire il più velocemente possibile e di scappare dall’altra parte del mondo, mentre i muscoli s’irrigidirono, rendendolo una statua.
“Sei in ritardo” tuonò una voce dalla penombra. Non sembrava felice.
“Padrone… ioooooo… sa… il traffico… i turisti...”. Massimo cercava di articolare una frase sensata per giustificarsi, ma gli battevano i denti dalla paura e il terrore stava prendendo il sopravvento sulla sua volontà.
“Sono buoni i turisti… a me piacciono, dovresti saperlo. Hai qualcosa contro di loro?”. La voce del padrone, dapprima bassa e calma, si fece tuonante e minacciosa sul finire della frase.
Il ragazzetto si affrettò subito a rispondere, convinto di aver peggiorato ancora di più la propria situazione e farfugliò piagnucolando: “No… no… padrone. Devo essermi espresso male… volevo dire che… che...”. Era talmente spaventato che se la fece addosso. Il cervello gli sembrava come spento; le tempie pulsavano forte, provocandogli un dolore mai sentito prima. Ora gli giungevano alla mente solo immagini spaventose, accompagnate da urla strazianti.
Il padrone uscì dalla penombra e si diresse lentamente verso Massimo, il quale, accortosi che l’uomo lo stava fissando, si affrettò ad abbassare lo sguardo ed esclamò: ”Ti prego! Ti prego! Non farmi del male!”. Scoppiò a singhiozzare come una signorina: “Ti prego! Farò tutto quello che vuoi! Farò tutto quello che mi chiederai… non spezzarmi le ossa anche oggi”.
L’uomo era a pochi centimetri dal ragazzo, che non osava né guardarlo né tantomeno spostarsi. Troneggiava su Massimino, dall’alto dei suoi due metri, spalle enormi, muscoli ovunque - gonfi in maniera anomala - mascella squadrata, capelli corti e biondi, sguardo di ghiaccio. Si faceva chiamare Richard, ma il suo vero nome era Ricardus; troppo antico per essere usato ai giorni nostri.
Richard, sogghignando, afferrò i capelli di Massimo, costringendolo a guardarlo negli occhi. Appoggiò l’altra mano sulla spalla tremante del ragazzo e gli disse con tono rassicurante: ”Tranquillo, piccolo umano, oggi sono di buon umore e lo sai che mi diverto di più a giocare con la tua mente primitiva, piuttosto che con le tue gracili ossa”. Gli lasciò i capelli e si diresse verso la camera. Prima di varcare la soglia aggiunse: ”Hai fatto quello che ti avevo ordinato?”.
”Certo. Fatto il pieno alla macchina, lavata e lucidata” si affrettò a rispondere il ragazzo.
”Pulisci quello schifo che hai sotto i piedi e aspettami” ordinò Richard, ad alta voce.
Detto questo, svanì nella camera, senza accendere neanche una luce. Massimo tirò un sospiro di sollievo; la mente tornò lucida e riprese a ragionare normalmente. Si affrettò a pulire il disastro che aveva combinato, compresi i pantaloni e le scarpe e tornò ad aspettare il suo padrone. Richard era un uomo di poche parole; quando il ragazzo svolgeva bene i compiti assegnatigli, sapeva ricompensarlo. Massimo lo aveva conosciuto qualche anno prima in una discoteca e da quel giorno la sua vita era drasticamente cambiata. Il padrone non aveva un vero lavoro, era un hacker piuttosto bravo e si guadagnava da vivere facendo truffe e frodi online, clonando carte di credito e cose di questo genere. A quanto poteva vedere, quel lavoro gli rendeva piuttosto bene.