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Ricordi che sanno d'arancio

Parte 2

21 min di lettura

Il sole splendeva alto nel cielo limpido, illuminando il paesaggio amalfitano che si estendeva a perdita d'occhio oltre la terrazza della villa. A differenza della sera precedente, le onde del mare si acquietarono, affinché potessero emulare la serenità del cielo che le sovrastava. Solo qualche nivea vela a solcare quella tavola turchese. Piccoli borghi ed interminabili agrumeti adornavano le pendici dei monti, diffondendo nell’aria sordi rintocchi e aspre fragranze. Gli alti pini e cipressi che costeggiavano i sentieri del giardino avevano gentilmente scortato me e Kasper fino a quel terrazzo immerso nella storia, dove avremmo trascorso parte della mattinata assieme.

La balaustra in marmo e ferro era scandita da busti in stile greco-romano che fin dal Settecento, come fedeli custodi, sorvegliavano quel panorama infinito a cui la terrazza doveva il suo nome. Poco più in là, aperto ai lati da due ampi archi contrapposti, sorgeva un grazioso tempietto in pietra, al centro del quale posava solenne una statua di Cerere, dea dell’agricoltura e della fertilità. Per l’occasione indossai un semplice abito verde oliva, un cappello di paglia a tesa larga e dei sandali chiari. Era mio desiderio portare sulla pelle le tonalità tipiche dell’estate. D’altro canto, gli abiti di Kasper non erano certo meno eleganti dei miei. Portava una maglia arancione a maniche corte e pantaloni beige abbinati a dei mocassini della stessa tinta. Sul petto gli ricadeva, appeso al collo, un oggetto dal grande valore affettivo: la macchina fotografica di cui mi aveva accennato il giorno prima. Ricordo quanto fosse radioso quella mattina e l’aura di benessere che sprigionava. Mi chiesi se fosse la giornata soleggiata o semplicemente il suo modo naturale di essere, dal momento che non lo conoscevo abbastanza da potermene rendere conto. 

Kasper era appoggiato con i gomiti al corrimano di ferro. Il suo volto era segnato da un’espressione contemplativa mentre la vastità del panorama si rifletteva nel nero delle sue pupille. Eravamo appena arrivati in quel luogo sopraelevato e come prima cosa decidemmo di goderci per un po’ la vista e la pace che la circondava. Io mi tenevo alla barra con entrambe le mani, mentre ammiravo davanti a me l’azzurro del cielo e del mare che si fondevano in una cosa sola. Un’improvvisa folata di vento tentò di sottrarmi il cappello di paglia, ma Kasper, con la prontezza di riflessi di cui aveva già dato prova, riuscì ad acchiapparlo in tempo. Ci guardammo per qualche secondo, sorpresi. Poi mi si avvicinò, abbastanza da far accelerare appena il mio battito cardiaco. Con un gesto delicato appoggiò il cappello di paglia sulla mia testa. Io continuavo a fissarlo negli occhi, indecisa su che emozione provare. Sollevai le mani per sistemarmi la tesa, mentre i nostri sguardi non volevano saperne di lasciarsi. Alla fine distolsi l’attenzione altrove, non riuscendo a sostenere quel silenzio che mi stava tingendo di una delicata tonalità rosea le guance. Poi, la voce di Kasper mi riportò nuovamente a lui.

«Allora…» disse appoggiandosi con un gomito al corrimano. «Sono tutt’orecchi.»

Sorrisi flebilmente, virando lo sguardo sul paesaggio per riflettere un istante.

«Vuoi sentire prima le cose belle o quelle tristi?»

Kasper allargò appena le mani.

«Quello da cui ti senti di cominciare.»

Esitai, per ponderare la mia risposta.

«Ricordi quando ti ho parlato delle storie che scrivo? Beh… per molto tempo ho soltanto scritto bozze. Era un ancora territorio inesplorato per me e dovevo prenderci la mano. Ma poi, in una piovosa e monotona giornata d’inverno, ebbi un’epifania. Mi misi di fronte alla macchina da scrivere e cominciai a riversare su carta un fiume di creatività. E come un fiume in piena che si fa strada ai piedi della montagna, scorsi, inesorabile. Fu una notte insonne, ma ne valse la pena. Perché composi l’epilogo del mio primo libro. Una storia fatta di dolore, tempo e amore. Sto ancora finendo di scriverlo, ma prevedo di pubblicarlo entro la fine di quest’anno.»

Chinai lo sguardo, abbozzando un sorriso e lasciandomi trasportare da quella calda sensazione di felicità.

«Non riesco neanche a descrivere l’entità delle emozioni che provo quando ci penso.»

Posai le braccia sul corrimano e tirai un profondo sospiro. Gli occhi mi si chiusero spontaneamente, per assaporare appieno quell’aria marittima e la quiete che la accompagnava. Riuscivo a percepire su di me lo sguardo di Kasper che mi scrutava attentamente. Poi, in tono nostalgico, disse:

«Conosco bene quella sensazione.»

Si appoggiò al corrimano accanto a me, con lo sguardo rivolto al paesaggio.

«Ricordo quando pubblicai il mio primo libro. Dopo svariati anni passati a pubblicare solamente articoli, l'idea di aver trascritto con devozione altrettanti anni di lavoro ed esperienza sulle pagine di un libro che la gente avrebbe poi tenuto sullo scaffale della propria libreria… mi travolse di un appagamento inaudito.»

Notai come il colore aranciato della sua maglia si abbinasse alla perfezione al calore che traspariva dalle sue parole.

«Come si intitola? Il libro.»

«Nordisk Sind, L’animo nordico. È un saggio sull’arte danese e su come il carattere del suo popolo si rifletta in essa. Per secoli artisti provenienti da ogni angolo della Danimarca hanno saputo dare voce ai tratti che contraddistinguono quel lontano paese del nord Europa. Hammershøi fu in grado di dipingere su tela il silenzio; Per Krøyer, la luce simboleggiava il legame del popolo danese al mare e alla natura; Anna Ancher seppe intravedere lo straordinario nell’ordinario; Bertel Thorvaldsen, invece, dimostrò come l’arte greco-romana potesse mantenere la sua grandiosità pur senza ostentazione. Silenzio, natura, quotidianità ed equilibrio. Echi che, fin dalla tenera età, sento risuonare in me. Come sussurri in attesa di essere riconosciuti, e ormai parte del mio cammino.»

Indugiai un momento prima di replicare, investita dall’intensità delle sue parole.

«Non avevo mai notato questa cosa. Che l’arte di un popolo potesse riflettere il suo carattere» commentai con genuino stupore.

«Che mi dici dell’arte italiana, invece? Pensi che essa rispecchi la personalità del suo paese?»

A quella domanda, le labbra di Kasper si piegarono in una smorfia di compiacimento.

«Beh,» cominciò, ruotando il busto verso di me, «L’Italia è un paese nettamente più grande della Danimarca, perciò secoli e secoli di arte hanno contribuito a plasmare un’identità più frammentata e diversificata rispetto a quella danese. Si potrebbe quasi dire che ogni regione, da nord a sud, vanti un proprio patrimonio culturale e, di conseguenza, una propria fisionomia. Venezia esalta il colore e l’atmosfera; Firenze privilegia proporzioni ed equilibrio, mentre Napoli valorizza il realismo e l’emotività. Questo, sostengo essere il vero tratto distintivo che rende unica l’arte italiana nel mondo.»

Si schiarì la gola, mettendo ordine tra i suoi pensieri.

«Tuttavia, non sono da ignorare alcuni valori ricorrenti, come la ricerca della bellezza, la centralità dell’uomo, l’intensità espressiva e la reinterpretazione del passato. Forse… è proprio questo il filo che, nel tempo, ha saputo tenere insieme una tradizione tanto eterogenea.»

Mi rivolsi verso di lui, i miei occhi alla mercé del suo fervore intellettuale. D’un tratto, mi balenò in mente la domanda che volevo porgli la sera precedente, lasciata in sospeso.

«Mi puoi togliere una curiosità?»

Il suo sguardo s’intinse nel mio, con la dolcezza della punta di un pennello sulla tempera.

«Certamente», annuì appena.

«Come mai sei così fluente in italiano? Sembri madrelingua.»

Kasper rise soavemente.

«Semplicemente perché il mio percorso di studi lo richiedeva. L’Italia è un paese ricco di arte e imparare la lingua che la accompagna è il modo migliore per comprenderla appieno. Inoltre, per anni ho sfogliato saggi e cataloghi che mi hanno avvicinato ad essa… e conversare con alcune conoscenze è stato certamente di grande aiuto.»

Continuai a fissarlo, leggermente accigliata, e intrigata.

«Sai,» intervenni, «sei la persona più… colta che abbia mai incontrato nella mia vita.»

Kasper si lasciò sfuggire un piccolo sorriso.

«E tu», continuò inclinandosi appena in avanti, «la più… curiosa.»

Un forte battito di ali interruppe improvvisamente quel momento di intima stasi. Era una colomba, che in preda alla stanchezza decise di ristorarsi per qualche istante sul corrimano accanto a Kasper. Lui si voltò per guardarla, mentre la mia attenzione si spostava dall’armonia dei suoi lineamenti nordici al piumaggio candido del volatile. Rimanemmo immobili come statue, in modo da non spaventarla, mentre con il suo becco affusolato si lisciava minuziosamente le penne delle ali. Mi colpì il modo in cui Kasper contemplava, quasi come assorto in un'opera d'arte, il candore e il comportamento di quella semplice colomba spossata, senza mollare un attimo lo sguardo. In quel momento mi resi conto di quanto rara e interessante fosse una persona che si ferma semplicemente ad osservare. Sentii il muro che il mio subconscio aveva eretto per proteggermi dal dolore iniziare a cedere a poco a poco, senza concedermi il tempo di oppormi.

«Una creatura incantevole» mormorò Kasper tra sé e sé.

Mi forzai a distogliere l'attenzione da lui, sporgendomi appena oltre il corrimano per osservare la colomba. Col timore di rimanere vittima di quel sentimento pervasivo che i cantastorie per secoli hanno tanto decantato.

Nel giro di un secondo, la colomba fu un tutt’uno con il vento e si librò verso l’etere, lasciandosi alle spalle una piuma che ondeggiava leggiadra nel calore del sole mediterraneo. Kasper continuò ad osservarla allontanarsi. Poi, i suoi occhi si posarono nuovamente sui miei, in sincrono con l’approdo della piuma bianca sulla balaustra.

«Non mi era mai capitato di vedere una colomba così da vicino» dissi entusiasta.

Era quasi… come se l’inverno avesse deciso di imparare a volare, pensai.

Mi rivolsi al mare lontano e mi appoggiai al corrimano, incrociando entrambe le braccia. Sollevai gli occhi al cielo terso, la testa fra le nuvole.

«Sogno di volare così, un giorno. Libera da qualsiasi vincolo terreno e spirituale. Parte del cielo che si mescola e confonde con il mare.»

I polmoni mi si gonfiarono del profumo della natura. Il cuore, del desiderio di libertà… di pace.

«Perdonami, sto usando parole fin troppo astratte…» conclusi, chinando lo sguardo.

La tesa del cappello di paglia mi oscurò parte del viso, impacciato. Fin quando Kasper, con un gesto delicato della mano, non la sollevò, riportando la luce sui miei lineamenti. Una nota di comprensione colorò il tono della sua voce.

«Non è astratto, Sofia. Ha perfettamente senso.»

Sorrisi appena, mentre la sua mano lasciava il lembo del mio cappello.

«Questa macchina fotografica…» proseguì, guardandosi il petto, «è stata il mio paio di ali.»

Sfiorò dolcemente la fotocamera con le dita.

«C’è stato un periodo della mia vita in cui il buio filtrava ogni cosa. Tutto venne spogliato della propria luce. Ma grazie a questo obiettivo, il mondo ha riaquistato i colori perduti.»

Sollevò di nuovo lo sguardo. Gli occhi di chi aveva sofferto e amato.

«Mi ha permesso di volare, quando credevo di dover arrendermi alla terra.»

Lo ascoltavo parlare, immersa nella sua voce, ed era come se un filo invisibile, per tutto questo tempo, avesse tenuto legate insieme le nostre quintessenze.

Mi avvicinai lentamente e toccai quella fotocamera tanto a lui cara.

«Posso?» chiesi in tono calmo.

Kasper esitò, colto alla sprovvista da quella domanda. Come se qualcuno gli avesse appena chiesto di cedergli un pezzo del suo cuore. Ma poi si sfilò la tracolla e me la porse con garbo. L’afferrai con cautela e iniziai ad osservarla attentamente, notando come i segni di usura raccontassero una storia di cui non ero a conoscenza. Infilai la testa nella tracolla e portai un occhio all’obiettivo, strizzando l’altro, mentre miravo la fotocamera al paesaggio oltre la terrazza. Il mondo parve restringersi all’interno di un minuscolo rettangolo, circondato dal solo nero assoluto. Poi, il suono ovattato di un passo sulle lastre in pietra mi fece aguzzare le orecchie. Kasper mi si avvicinò ulteriormente, compiendo un gesto esplicativo con la mano.

«Dovresti ruotare la ghiera.»

Fece un piccolo cenno con il mento.

«Per mettere a fuoco.»

Seguii il suo consiglio e vidi i dettagli del panorama farsi sempre più nitidi, lasciandomi sfuggire un sommesso verso di stupore.

«È la prima volta che usi una macchina fotografica?» domandò Kasper con premura.

«No,» risposi senza abbandonare lo sguardo dall’obiettivo, «mi è già capitato di scattare un paio di foto con la fotocamera di una mia amica. Ma, purtroppo, non ricordo bene come si maneggi.»

«Trattieni il respiro. Per pochi secondi.»

«Cosa?» chiesi confusa.

«Così non viene mossa.»

Un po’ riluttante, feci come aveva detto. Quando sentii che era il momento giusto, premetti con decisione il pulsante di scatto, e un rumore secco riecheggiò nell’aria. Tuttavia, non potevo sapere come fosse venuta la foto. Solo allora mi resi conto di quanto il mestiere del fotografo fosse degno di lode, poiché fondato su un atto di fiducia.

Poi, quasi come se mi avesse letto nel pensiero, Kasper disse:

«Domani sapremo com’è venuta.»

Allontanai gli occhi dalla fotocamera e li posai sui suoi, sempre più azzurri.

«Domani?»

«Sì.»

«Temo di essere impegnata…» continuai con rammarico, «Io e le mie amiche abbiamo in programma di andare al mare insieme.»

«Ma certo» rispose Kasper in tono comprensivo, «Nessun problema.»

Esitai un istante, rivolgendo in basso lo sguardo. Provai un certo dispiacere al pensiero di rifiutare un’ulteriore occasione per trascorrere del tempo assieme e imparare a conoscere un po’ di più il suo mondo. Così proposi il giorno successivo, nel quale avrei avuto tutta la giornata libera.

«Che ne dici del giorno dopo?»

«Giovedì?» disse, sollevando le sopracciglia.

«Certo, sono libero.»

Non seppi nascondere un lieve sorriso sul volto, e neppure le labbra di Kasper riuscirono a trattenersi. Con un movimento lento, tirò fuori qualcosa dalla tasca posteriore dei pantaloni. Un oggetto rimasto fedele alle abitudini della sua gioventù.

«Questo è il numero della stanza dell’albergo in cui alloggio» disse, scrivendo con una biro sul taccuino in pelle. «Hotel Miramare, in via delle Agavi.»

Strappò una pagina e me la porse.

«Per qualsiasi cosa, sappi che mi puoi telefonare.»

Afferrai la pagina e lessi il suo nome completo, Kasper Sørensen, seguito da una serie di numeri. Mi soffermai a notare come l’eleganza del suo essere si riflettesse sull’inchiostro della sua grafia. Piegai con cura il foglietto e lo infilai all’interno della borsetta.

«Ti dispiace?» chiesi, allungando la mano verso il taccuino.

Kasper sorrise dolcemente. 

«Affatto.»

Mi tese carta e penna e cominciai a scrivere diligentemente. Quando ebbi finito, strappai a mia volta la pagina e gliela porsi. Kasper lesse attentamente, sistemandosi una lente degli occhiali.

«Sofia Romano…»

Ci fu un momento di pausa, scandito dal solo cinguettio degli uccelli e dal fruscio delle fronde.

«Se hai bisogno di me, sai dove trovarmi.»

Oltre al numero di telefono avevo aggiunto anche l’indirizzo di casa, nell’eventualità in cui un giorno avesse voluto rintracciarmi.

Per un po’ il tempo parve fermarsi, mentre i nostri sguardi si sfioravano l’un l’altro. Guardai la macchina fotografica sul petto e la sollevai, con l'intento giocoso di scattare una fotografia a Kasper. Al di là dell’obiettivo, il suo viso si illuminò della luce di una stella. Ma poi, inaspettatamente, la sua espressione si rabbuiò. Fu questione di pochi impercettibili secondi, ma furono sufficienti a lasciarmi paralizzata. Abbassai la fotocamera lentamente, non capendo il motivo di quel suo improvviso turbamento.

«Tutto bene?» domandai apprensiva.

Kasper scosse leggermente la testa, come a scacciare qualcosa dalla mente, e un mesto sorriso gli affiorò sulle labbra.

«Perdonami, per un attimo mi hai ricordato… qualcuno.»

«Chi?» chiesi, inclinando il capo.

Solo dopo mi domandai se non avessi commesso un errore a porgli quella domanda in un momento tanto delicato.

Virò lo sguardo verso il mare scintillante, poi a un lontano stormo di rondini che volteggiavano all’orizzonte.

«È una splendida giornata oggi. Sarebbe un peccato sottrarne la bellezza.»

Tornai ad essere il centro della sua attenzione.

«Magari ne parleremo un'altra volta.»

Emanava un’aria tranquilla, ma si percepiva che stava sforzandosi di mantenere un atteggiamento composto. Liquidai la questione con un piccolo cenno di assenso, per suo ma non per mio volere.

Come aveva giustamente osservato Kasper in precedenza, la curiosità era il carburante che alimentava la mia esistenza. Tuttavia, ben comprendevo che quell’argomento sarebbe stato meglio tenerlo da parte per un’altra occasione.

A un certo punto, una coppia di anziani fece capolino nel silenzio della terrazza. Camminavano a braccetto, con passo lento ma deciso. Come se, nella loro lunga vita insieme avessero percorso migliaia di chilometri l’uno al fianco dell’altra. Kasper non sembrò notarli, ancora assorto nel panorama davanti a sé e nei pensieri intricati della sua mente. Non appena furono abbastanza vicini a noi, l’anziano signore fece un cordiale cenno di saluto con il berretto, mentre sua moglie sorrise con la dolcezza che solo una nonna sa possedere. Il rumore dei loro passi richiamò l'attenzione di Kasper. Lui si voltò e, con la sua consueta raffinatezza, rivolse un cortese saluto ad entrambi. 

«Giornata stupenda, oggi» esordì l’anziano con voce rauca.

«Meravigliosa» replicò Kasper con un sorriso.

«Godetevi la vita, voi che siete giovani…» aggiunse la dolce vecchietta, accompagnando le parole con un gesto del braccio.

A quella frase, non seppi trattenere un sorriso. Provai tenerezza per quella coppietta che, dopo tanti anni, ancora era capace di godersi una tranquilla passeggiata insieme. Qualora mi fossi innamorata di nuovo, pensai, avrei desiderato un amore come il loro. Autentico ed eterno.

Alla fine, la coppia raggiunse l’arco d’ingresso del tempietto di Cerere. L’uomo si tolse il berretto e baciò con tenerezza la punta del naso della moglie, la quale gli restituì uno sguardo pieno d’amore. Nonostante quella scena mi toccò il cuore, fu come ricevere al contempo una pugnalata nel petto, poiché anche Dante era solito riservare a me quel particolare gesto. Chiusi appena gli occhi, scuotendo leggermente la testa per tentare, seppur in vano, di dimenticare il dolore che ancora mi dimorava dentro. Kasper, nel frattempo, si era appoggiato nuovamente al corrimano con i gomiti, assaporando la dolce compagnia del silenzio.

La spensieratezza di quei due anziani e la bellezza poetica di quella villa sospesa sul mare improvvisamente destarono in me un’idea interessante. Senza pensarci due volte, decisi di proporla a quell’uomo danese che stava donando colore al nostro tempo assieme. Lì, affacciati sull’infinito.

Mi appoggiai con la schiena al corrimano, le mani sul ferro riscaldato dal sole.

«Ho un’idea» dissi.

Kasper si raddrizzò per guardarmi, incuriosito.

«Un’idea?»

Guardai la fotocamera che ancora mi pendeva sul petto, l’afferrai e la rivolsi verso di lui.

«Scegli qualcosa che cattura la tua attenzione. Una nuvola, un albero, un animale, un edificio… Qualunque cosa. Io, m’inventerò una poesia che si addica a ciò che hai scattato. Dopodiché, invertiremo i ruoli.»

Kasper sbuffò lievemente dalle narici, con un sorriso sbieco.

«Mi sembra un’idea… stimolante.»

Cominciò a guardarsi attorno, alla ricerca di qualcosa da fermare nel tempo. Il paesaggio che fremeva di essere immortalato.

«Qualunque cosa, eh?» mormorò pensieroso.

«Esatto» risposi, «Così potresti cogliere l’occasione per fare qualche scatto come avevamo detto. Senza pensieri.»

Sfilai la tracolla, prestando molta attenzione, e gliela cedetti. Kasper la indossò intorno al collo, il dito d’istinto sul pulsante di scatto. Si protese poco oltre il corrimano con la macchina ben impugnata, come a scandagliare il paesaggio con l’occhio attento di un falco. Dopo qualche minuto, parve finalmente individuare qualcosa. Non all’interno del panorama, bensì ai piedi della balaustra. Kasper si accovacciò e la sua presa sulla fotocamera si fece più salda e stabile. Mi sporsi appena, per vedere e comprendere il motivo per cui, di fronte a quello splendido paesaggio, avrebbe voluto soffermarsi su qualcosa che quasi non ne faceva parte. Poco oltre la balaustra, infatti, scrutai un giglio bianco che giaceva solitario sul terreno erboso. Rimasi colpita da come l’attenzione di Kasper scelse di posarsi su un piccolo fiore emarginato che sembrava quasi competere con l’immensità del panorama. L’otturatore della fotocamera fece un sonoro scatto e Kasper abbassò lentamente l’obiettivo della macchina fotografica, soddisfatto. 

«Perché quel giglio?» domandai stranita ma incuriosita, «Perché non un elemento del paesaggio?»

Indicai il panorama.

«Avevi detto qualunque cosa, no?» replicò lui in tono calmo. «Il cielo, il mare, i borghi e le piante hanno indubbiamente il loro fascino. Ma un piccolo giglio nascosto alla vista non è avvezzo alla contemplazione altrui, e non tutte le cose belle sono sempre visibili o percepibili.»

Allungò la mano verso il fiore e lo sfiorò delicatamente con le dita, come a non volerlo danneggiare.

«Guarda come risplende, nonostante l’oscurità degli sguardi indifferenti.»

Parlava con un'adorazione insolita, eppure singolare, nei confronti di quello che era un semplice giglio. Ma le sue parole mi fecero ricredere, poiché accovacciandomi a mia volta per osservarlo provai a guardarlo attraverso i suoi occhi. Il giglio d’un tratto acquisì una sfumatura diversa, come anche la simbologia dietro i suoi nivei petali. Riflettei sulle sue condizioni di vita e sulla solitudine che lo accompagnava: lontano dalla presenza dei propri simili; soggetto a qualsiasi intemperia. Non era più soltanto un piccolo giglio nascosto dall’imponenza del panorama, bensì un potente emblema di bellezza e resilienza.

Nella mente vidi scorrere già i primi abbozzi dei versi che avrebbero composto la mia poesia. Mi presi il tempo necessario per riflettere, lasciandomi tingere l’anima da quel dolce fiore, e non appena ebbi terminato di rifinire i versi, con tono deciso ma delicato, pronunciai:

«Sole d’estate,

un giglio solitario

reduce del tempo

posa contro il mare,

incanto.»

Mi premurai di lasciare una pausa abbastanza lunga tra il penultimo e l’ultimo verso, in modo da conferirgli maggiore risalto.

Kasper, che nel frattempo si era rimesso in piedi, non proferì una singola parola. In un primo momento, pensai quasi che non avesse apprezzato la mia poesia e che faticasse a confessarlo, ma poi incrociai il suo sguardo. Mentirei se dicessi che quegli occhi non mi hanno toccato come l’abbraccio di un raggio di sole. Vi intravidi uno stupore e una dolcezza che quasi rischiarono di farmi arrossire nuovamente. Mi raddrizzai accanto a lui, tenendomi con una mano alla balaustra.

«Cosa ne pensi?»

«È molto bella.»

Finimmo per parlare all’unisono, le vibrazioni delle nostre voci che si incontravano per la prima volta.

Non potei fare altro che sorridere e dimostrare la mia gratitudine.

«Grazie, Kasper.»

Un sorriso lieve addolcì il suo viso.

«Sono solo sincero.»

Esitò un istante prima di riprendere, rivolgendo un ultimo sguardo a quel fiore che ci aveva fatti avvicinare.

«Sai, penso tu abbia scelto le parole adatte. “Reduce” e “incanto”. Le ho trovate… evocative.»

Un dolce momento di pace ci avvolse, mentre entrambi meditammo profondamente sullo scatto e sulla poesia, assimilando ogni goccia delle nostre più recondite essenze.

Kasper si sfilò la tracolla e mi porse la macchina fotografica con un gesto un po’ più confidente di prima.

«Ora, è il tuo turno» disse.

Afferrai la fotocamera e indossai una seconda volta la tracolla. Stavo sinceramente iniziando a prendere gusto nell’osservare il mondo attraverso quell’obiettivo e all’idea di poter rendere immortale qualcosa semplicemente premendo un pulsante.

Mi rivolsi al paesaggio, scrutando ogni dettaglio, alla ricerca di qualcosa che sussurrasse alla mia anima. Ero indecisa, poiché qualunque elemento del paesaggio, dalle barche a vela che navigavano sul mare agli ulivi verdi che costellavano i terrazzamenti delle montagne, racchiudeva in sé una bellezza unica. Il mio occhio, alla fine, decise di posarsi sui piccoli borghi che ornavano le pendici del monte, brulicanti di una vita che a quella distanza non si poteva vedere ma solo percepire. C’era qualcosa di intimo nella luce che si rifletteva su quei tetti rossi e sull’alta cuspide del campanile che vegliava sui suoi abitanti. Un senso di comunità, protezione, serenità… vita. Mirai con precisione l’obiettivo ai pendii edificati e agli agrumeti che vi si intrecciavano, poi trattenni il fiato per pochi intensi istanti, prima di far scattare l’otturatore della macchina fotografica. Mi concessi ancora qualche momento per ammirare quei borghi lontani, facendomi cullare da una gentile brezza marina e dagli aromi del panorama. La voce calda di Kasper, poi, richiamò nuovamente la mia attenzione.

«Perché i borghi?» chiese con espressione seria. «Sono curioso.»

Tirai un sospiro di ponderazione.

«Sanno di casa» risposi con il cuore colmo di ricordi. «E poi, mi piace l'idea che persone con obiettivi, paure, desideri ed emozioni così differenti tra loro convivano insieme in uno stesso luogo. In armonia, in qualche modo.»

Gli occhi cristallini di Kasper si spostarono per una frazione di secondo sulle mie labbra, poi si guardò le mani. Potevo quasi avvertire i suoi pensieri rincorrersi.

«Gli esseri umani… sono un intricato groviglio di emozioni e la capacità di governarle è riservata solo a pochi fortunati. Ma la vita trova sempre un suo equilibrio, e l'armonia è solo una delle tante sfumature che può assumere, in un universo tanto complesso.»

In un primo momento, ebbi una certa difficoltà a decifrare il significato delle sue parole, ma volli tentare comunque di tenerle a mente per potermici soffermare in futuro con più calma.

Nel momento in cui mi accinsi a sfilare la tracolla, Kasper mi fermò prontamente.

«Tienila pure per adesso» disse con un semplice gesto della mano, «È molto che quella fotocamera non vede attraverso lo sguardo di altri.»

Chinai lo sguardo, sfiorandola con le dita, sovrappensiero.

«Beh, adesso…» comiciai con tono sommesso, «avrà una storia in più da raccontare.»

Le labbra di Kasper s’incurvarono e i suoi occhi s’illuminarono ancor di più di una luce piena di vita.

Si appoggiò con i gomiti al corrimano, osservando i borghi in lontananza mentre rifletteva sulla poesia da dedicarvi. Io mi misi ad osservare insieme a lui, in attesa di scoprire in che modo il suo cuore avesse interpretato la mia fotografia.

D’un tratto, la sua voce riempì l’aria di montagna attorno a noi, scorrendo fluida come l’acqua di un ruscello.

«Oh, borgo

da qui ti scorgo

tra gli agrumeti

le tue pareti

di mattoni

s’illuminano

di vari toni

e i tuoi colori

e i tuoi dolori

come sulla tela

di un pittore

donano vita

a chi vive d’odio

e a chi vive

d’amore.»

Ci furono dei brevi momenti di pausa tra alcuni versi. Si intuiva che stava soppesando con saggezza l’accuratezza e l’emotività delle parole.

Rimasi attonita, completamente ammutolita. Ipnotizzata. Si potevano sentire solo i lontani stridii dei gabbiani nel cielo e i deboli sussurri del vento.

«Kasper…» esordii con voce provata dall’intensità di quella poesia.

«Sì?» rispose lui, in attesa di scoprire il mio parere.

«Hai saputo dare vita a ciò che porto dentro, nella maniera più magistrale possibile.»

«Beh,» continuò lui raddrizzandosi, «suppongo che questo “gioco” ci abbia dato la preziosa opportunità di vedere il mondo attraverso gli occhi dell’altro.»

Kasper si avvicinò lentamente, quasi come a compiere un movimento inconscio. Il suo profumo agrumato mi penetrò nelle narici e la mia mano si tenne più salda al corrimano. Non era ad una distanza tale da invadere il mio spazio personale, ma fu sufficiente per allertarmi e aumentare il mio battito cardiaco. Si sistemò una lente degli occhiali e disse:

«La vita sembra la stessa per tutti, ma una volta che la osservi attraverso gli occhi di un’altra persona cambiano il suo colore e il suo valore.»

I nostri sguardi si sfiorarono a lungo, laddove le nostre mani non osavano ancora farlo.

Le mie corde vocali, per qualche ragione, parvero non voler funzionare. Così mi schiarii la gola e cercai di assumere un’aria più sicura, assolutamente non scomposta dalla pericolosa vicinanza di Kasper e dalla profondità delle sue parole. Infine, presi coraggio e aggiunsi:

«È come prendere in prestito un pezzo del cuore di qualcuno. Solo per un po’.»

Kasper si avvicinò ulteriormente, sfiorando la balaustra con la mano. Riuscii a percepire il mio intero sistema nervoso mandare segnali in tutto il corpo, per quanto da fuori nulla sembrò realmente smuovermi. D’istinto, l’occhio mi cadde sulle sue labbra e il suo fece lo stesso sulle mie. In quell’eterno istante, sebbene una parte di me volesse scappare, avrei solo desiderato fare un passo in avanti e azzerare quella distanza che ci separava. Tuttavia, dal nulla, una piccola goccia d’acqua, presagio di un imminente temporale, pensò bene di poggiarsi sul naso di Kasper. Entrambi levammo lo sguardo al cielo, indeciso tra il mantenere il suo tipico color celeste o l’osare e tingersi di un grigio cupo. I nostri sguardi tornarono ad incrociarsi e in quel momento capimmo che la nostra permanenza in quella villa non sarebbe durata tanto a lungo.

«Il cielo reclama la terra» commentò Kasper, aprendo un palmo per farvi atterrare alcune gocce.

«Penso sia il caso di incamminarsi…» proposi.

Restituii la macchina fotografica al suo legittimo proprietario, ma provai una certa amarezza nel liberarmene.

«Sì…» rispose Kasper con una nota di dispiacere, «Meglio avviarsi.»

Volsi lo sguardo un’ultima volta a quel panorama a cui avevo iniziato ad affezionarmi e a quella terrazza custode di mille ricordi, tra cui quel nostro semplice eppure intimo incontro. I rumori dei nostri passi sulle lastre di pietra riecheggiavano flebili nel silenzio, andando pian piano a mescolarsi l’un l’altro. Non appena arrivammo al tempio di Cerere cominciarono lentamente a scemare, mentre entrambi ci soffermammo ad ammirare l’incantevole statua della dea, avvolti da quel silenzio che da tempo ci seguiva ad ogni passo. Rimanemmo per un po’ in quel luogo suggestivo, guardandoci attorno e assorbendo la bellezza di un passato lontano.

Infine, ci dirigemmo verso il Viale dell’Immenso, appena fuori il tempio. Un intenso profumo di glicine, i cui rami e fusti si erano totalmente impadroniti del pergolato, ci accolse con veemenza e i filari di pini e platani che costeggiavano il lungo viale si ergevano silenziosi ai lati, proiettando su di noi le loro ombre frastagliate. Camminammo nella poetica quiete della natura, respirando l’uno il silenzio dell’altra, distanti ma vicini. Sconosciuti, eppure affini. Sfiorati dai raggi solari che filtravano attraverso gli alberi. In ombra, come un giglio solitario ai margini di un paesaggio.

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