Parte 1
di Miliaë
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Il dolce suono prodotto dalle corde tese di un mandolino tra le mani di un umile uomo di mezz’età, seduto sopra un semplice sgabello di legno, permeava l’atmosfera di una candida quiete. La luce morbida dei lampioni e delle case toccava ogni cosa, donando all’intero quartiere un alone agrumato che ricordava i tanto amati aranci del Mediterraneo, mia terra natia da ormai trent’anni. L’uomo suonava cullato dalla propria musica, tenendo gli occhi chiusi come ad assaporare ogni singola nota che usciva dalle proprie dita segnate da anni di duro allenamento. Nell’aria aleggiava una leggera brezza che mi accarezzava delicatamente la pelle, sussurrandomi parole della buonanotte. Una piccola folla si era radunata attorno all’umile signore, attratta dal richiamo della musica. Anche un piccolo batuffolo bianco con la lingua leggermente all’infuori scodinzolava tenendo rigorosamente il tempo. Le persone, colpite, si chinavano a turno per lanciare spiccioli nel vecchio cappello ai piedi del signore, il quale proseguiva incurante di tutto la sua ballata. A un certo punto, il mio passo iniziò a farsi più lento quando scrutai un uomo tra la folla con occhiali e abiti eleganti imitare gli altri mentre tirava fuori qualcosa dalla tasca. Con cura poggiò quello che pareva essere un gruzzoletto di banconote all'interno del cappello. L’uomo elegante posò una mano sulla spalla del signore e avvicinandosi disse qualcosa che a quella distanza non mi fu possibile comprendere. Tuttavia capii dal debole sorriso d’intesa di entrambi che, molto probabilmente, l’inaspettato dono era stato apprezzato. Più osservavo il volto di profilo di quel benefattore, più avevo come l’impressione che stesse comunicando con una versione di me distante nel tempo, poiché c’era una certa familiarità in lui e in quel suo modo di muoversi che sentivo di riconoscere ma che, sfortunatamente, non ricordavo. Si raddrizzò, allontanandosi lentamente dalla folla. Ogni suo morbido passo denotava l’animo di chi è padrone di sé stesso. Quasi come se curarsi degli altri o del mondo, lì, in quella fresca sera d'estate, non fosse affar suo. Sembrava lasciarsi trasportare completamente dai più piccoli piaceri della vita, senza dar peso alle preoccupazioni artificiali che tanto dimorano nelle vite degli esseri umani. Provai un’impellente curiosità, così ripresi il passo e mi avviai verso di lui, facendo attenzione a non risultare troppo invadente.
«Mi scusi» cominciai, «Perdoni il disturbo, ma… lei ha un viso familiare.»
L’espressione dell'uomo denotava un’evidente confusione. I suoi occhi scrutarono i miei, rovistando tra i tanti ricordi della sua memoria. Quel silenzio, però, cominciò a farsi piuttosto imbarazzante. Così, convinta che non comprendesse chi fossi, liquidai il tutto con un gesto sbrigativo della mano.
«Non importa. Scusi il disturbo.»
Non appena mi voltai per riprendere il cammino, la sua voce calma mi colse alla sprovvista quando mormorò qualcosa:
«Sofia.»
Sapeva il mio nome.
Ma io non sapevo il suo. O forse, si era solo disperso da qualche parte nei meandri più bui della mia mente. Poi si fece strada sulle mie labbra, come colta da un’epifania.
«Kasper?» bisbigliai incredula.
«Mi sorprende che ricordi ancora il mio nome» rispose compiaciuto.
«E tu il mio» dissi leggermente accigliata.
«Beh, non capita tutti i giorni di incontrare uomini danesi, sai?»
«Né di incontrare donne che leggono Pessoa» controbatté, inclinandosi appena verso di me.
«Come stai?» chiese con dolcezza.
Non era la prima volta che incontravo quell’uomo, e un angolo del mio cuore questo lo ricordava. Il nostro primo incontro non fu niente di eclatante. Solo qualche scambio interessante di opinioni su autori e opere letterarie di un certo spessore a bordo di un Boeing 727 in volo per l’Italia. Lui mi disse che stava recandosi nel bel paese per lavoro. Io stavo facendo il mio ritorno in patria dalla Francia, dopo aver passato del tempo con quello che al tempo era il mio compagno. Come ho detto, non fu un incontro importante, ma fu ad ogni modo stimolante. E, a quanto pare, tanto bastava per non dimenticare quel piacevole momento trascorso brevemente assieme.
«Bene, grazie» risposi istintivamente, mentendo in primis a me stessa. Mia nonna era venuta a mancare da qualche mese ormai e il peso che portavo nel petto si era attenuato nel corso del tempo ma non estinto.
«E tu, che mi racconti?» ripresi, sperando non si accorgesse del cambio di espressione nei miei occhi. Ma ogni mia speranza fu vana, poiché, lasciandomi alquanto interdetta, domandò:
«Posso sapere perché?»
«Che cosa?» chiesi senza capire.
«Perché non stai bene.»
«Non ho detto quello» contestai con un sorriso confuso.
«Ma i tuoi occhi sì.»
Socchiuse appena gli occhi e inclinò leggermente la testa. C'era un genuino interesse, o una nota di apprensione forse, nel suo profondo sguardo, che lì per lì mi spiazzò, poiché non ero abituata a quel tipo di interazione con qualcuno. Abbassai lo sguardo, travolta da un'ondata di lacrime che mai si manifestò sulle mie guance. Era passato del tempo dall'ultima volta in cui avevo pensato alla scomparsa di mia nonna e tutto il dolore accumulato si stava riversando nelle mie pupille in maniera inopportuna in quel preciso istante. Mi ricomposi immediatamente. Poi, Kasper intervenne, spezzando quel breve ma straziante silenzio.
«Perdonami» mormorò con tono colpevole. «Non sei tenuta a darmi spiegazioni.»
Raddrizzai la testa, agganciando i miei occhi ai suoi, blu, come un'ancora in mare aperto.
«Non ti preoccupare.»
Tentai di rassicurarlo.
«È solo che…» dissi appoggiando una mano sul petto, «è una ferita ancora aperta.»
Sorrisi, in modo da non far prendere alla conversazione una piega fin troppo deprimente. Sul volto di Kasper si dispiegò un malinconico eppure rincuorante sorriso.
«Ogni ferita è destinata a rimarginarsi» disse.
Sollevò il gomito, invitandomi ad afferrare il suo braccio con il mio.
«Vieni. Dimmi un po' cos’è successo in questi ultimi due anni. Sono certo che ne avrai da raccontare.»
Un po’ titubante, intrecciai il mio braccio al suo, e con passo quieto iniziammo a passeggiare per le suggestive strade campane costellate di locali ancora aperti e di gente che si godeva spensierata la vita notturna. Risate, effusioni e discorsi di ogni genere si mescolavano nell'aria all'odore pungente di sigaretta e a quello invitante di pomodoro, mozzarella e basilico. Il profumo di pizza aveva sempre avuto un certo effetto su di me, e anche in quel momento desiderai ardentemente di addentarne una.
«Dunque…» esordii, mentre i nostri passi si sincronizzavano per agevolare il cammino.
«Sono successe tante di quelle cose che non saprei da dove partire…»
«Potresti partire da quella che ti ha reso più felice.»
Mi resi conto di quanta calma e sicurezza mi trasmettesse la voce di quell'uomo a me ancora sconosciuto e di quanto inusuale fosse quella sensazione di familiarità associata a un qualcosa di ignoto. Il mio cervello arrancava nel timore, ma per qualche ragione il mio cuore si sentiva a casa. Quasi come se fossimo amici di vecchia data.
Esitai, poi risposi.
«Mi sono innamorata.»
«Oh» commentò Kasper incuriosito prima che potessi terminare la frase.
«Della scrittura» continuai con tono giocoso.
Il suo volto pareva compiaciuto da quell’inaspettata rivelazione.
«E com'è nato questo amore?»
«Una sera tornai dal lavoro. Cenai, mi feci una doccia calda e mi piazziai davanti alla macchina da scrivere. Stavo attraversando un periodo piuttosto delicato... e quella sera fui colta da un turbinio di emozioni. Ben presto, si tramutò in un vortice di ispirazione, poi in nero su bianco. Trasformai ciò che portavo dentro in parole, in poesie, e infine, col passare delle settimane, in storie con mondi e personaggi.»
Feci un profondo respiro di riflessione, inalando appieno la vita notturna che ci circondava. Una piccola molecola della colonia indossata da Kasper, nel marasma di profumi della città, riuscì ad insidiarsi furtiva nelle mie narici. Una fragranza naturale e leggermente aspra, come i brulli e candidi Appennini d’inverno. Ricordava il sapore agrumato dei limoni sulle tavole imbandite nelle cucine delle case.
«Quella sera,» continuai con passione, «capii che avrei voluto fare della scrittura la mia vita.»
Kasper volse il capo per guardarmi e chiese in tono serio:
«E lo è, adesso? La tua vita.»
Un fugace silenzio si intromise fra di noi.
«No» replicai con amara sicurezza. «Ma ci sto lavorando.»
«Beh» cominciò, «dal modo in cui parli e da quel poco che so su di te… Suppongo tu possa avere le capacità per scrivere e far appassionare la gente ai tuoi scritti. Cultura, introspezione, dialettica... Tutti elementi essenziali per la stesura di storie.»
Le sue parole mi lusingarono come poche volte accadde nella mia vita.
«A proposito, che tipo di storie scrivi?»
Non appena dischiusi le labbra per rispondere, Kasper mi fermò prontamente sollevando l’indice sinistro.
«Oh e…» aggiunse tentennando, «Un’altra cosa. Mi piacerebbe leggere qualcosa. Di tuo.»
Spostai nervosamente una ciocca di capelli dietro l’orecchio, sorridendo soddisfatta a quella richiesta. Avevo già sottoposto i miei testi a famiglia e amici in precedenza e avevo ricevuto solo complimenti da parte loro. Ma l’idea di sentire l’opinione di una persona che non è condizionata dalla storia della mia vita e con la quale non condivido un passato sembrava… interessante.
«Se per te non è un problema, naturalmente» concluse.
«Ne sarei contenta» risposi con grazia.
I nostri passi rallentarono a poco a poco fino ad arrestarsi e i nostri occhi si scambiarono un caldo sorriso. A quel punto, una coppia di ragazzini al volante di una vespa color crema ci sfrecciò accanto, incuranti di tutto e di tutti mentre ridacchiavano e gridavano parole in un dialetto campano che perfino io faticavo a comprendere. All’improvviso, avvertii la mano di Kasper aggrapparsi saldamente alla mia spalla e percepii il suo corpo a pochi centimetri dal mio. Si era prontamente scostato dalla strada con i riflessi di un felino per evitare che la vespa ci travolgesse entrambi e aveva coperto il mio corpo con il suo con fare protettivo. Il profumo di limoni si era fatto più intenso, come anche l'alone d'imbarazzo tra di noi. Poi, a spezzare momentaneamente quella sensazione di disagio fu un signore sulla sessantina al di fuori di un locale lì vicino che fino a poco tempo prima stava bevendo e chiacchierando in compagnia. L’uomo esclamò:
«Vir' 'sti ddoje scemi!», seguito dallo sbigottimento di altre persone che, come noi, avevano appena assistito alla scena.
Io e Kasper ci voltammo per guardarli, poi mi fissò con discreta preoccupazione. Prima di allora, non avevo mai avuto modo di incrociare il suo sguardo così da vicino, ma quei suoi occhi, delicatamente incorniciati da morbidi occhiali esagonali, sembravano contenere tutto l’azzurro di tutti i laghi ghiacciati del mondo.
«Stai bene?» domandò, cominciando lentamente ad allontanarsi per allentare quell’imbarazzo creatosi in così poco tempo.
«Sì» balbettai io, sistemandomi il gilet nero e i calzoncini color noce, più per nervosismo che per necessità. Fui sorpresa dalla sua calma e dai suoi nervi d’acciaio, in quanto quell’evento potrebbe aver avuto risvolti più tragici se la fortuna non fosse stata dalla nostra parte. Riprendemmo tranquillamente la nostra passeggiata, insieme alla nostra conversazione lasciata in sospeso poco prima.
Kasper sollevò nuovamente il gomito, invitandomi ad avvinghiare un’ulteriore volta il mio braccio attorno al suo. Sorrisi flebilmente e procedemmo a braccetto sui numerosi ciottoli disseminati sulla strada sfiorata dal freddo bacio della notte. Dopo un breve momento di quiete reciproca, dissi:
«Romanzi. Scrivo romanzi. Mi piace immaginare mondi alternativi, diversi. Ma scrivo anche di vicende ambientate nel nostro, di mondo. Tuttavia… c'è qualcosa di estremamente affascinante nello scrivere di luoghi di fantasia. È stimolante, e permette di rifugiarsi in qualcosa di differente dalla realtà che si vive ogni giorno. Tasse, automobili e telefoni fissi diventano soltanto un lontano ricordo. Mentre epoche passate ed elementi magici sono come il caldo abbraccio di una coperta durante un gelido inverno.»
Kasper esitò, riflettendo sul significato delle parole appena pronunciate. Poi intervenne con fare misterioso.
«Non te l'ho detto, ma…»
«Che cosa?» chiesi io con un po’ troppa voglia di sapere.
Lui sospirò, compiaciuto da quella mia dimostrazione di interesse.
«Anche io mi sono innamorato. Della scrittura.»
Le mie sopracciglia si sollevarono in gesto di sorpresa. Tutt’a un tratto, realizzai di avere a fianco una persona che condivideva il mio stesso amore per la veneranda arte della scrittura, e la cosa addolcì le corde del mio cuore impolverite da tempo.
«Sono sempre stato quel tipo di ragazzo che se ne andava in giro con una penna nel taschino, e l’alunno che eccelleva in letteratura danese. Colsi fin da subito l’importanza e il potere che le parole hanno sull’animo umano. E quella passione, unita all’interesse per la storia e per l’arte in generale, mi portò a scegliere di intraprendere la carriera di storico dell’arte. Penso che, se mai tornassi indietro nel tempo… non cambierei quella scelta per nulla al mondo.»
Un altro silenzioso e intimo istante aleggiò nell’aria. Mi stavo iniziando ad abituare ai nostri brevi ma intensi silenzi.
«Ciò che ci distingue, è che io non scrivo storie inventate, ma storie realmente accadute. Templi, sculture, dipinti, affreschi, fotografie… Sono tutti portatori di echi che, se non raccontati, andrebbero solamente a seppellirsi tra le dune inesorabili del passato. Io, mi reputo un umile portavoce di quelle preziose forme d’arte e questo è per me motivo di grande orgoglio.»
Aveva riversato su di me quel fiume carico di parole e io faticavo a trovare le mie, intenta ad elaborare la profonda devozione che traspariva dalla sua voce. Infine, riprese con tono più solenne:
«La strada dello scrittore è lunga e tortuosa, come d’altronde quella di quasi qualsiasi altra professione… Ma il cammino vale lo sforzo di ogni passo.»
Appoggiò la mano sinistra sul mio braccio ancora stretto attorno al suo, come a rafforzare il concetto. I nostri passi continuarono ad avanzare lentamente nel vialetto rischiarato dal solo chiaro di luna e da poche altre luci soffuse. Chinai gli occhi sulla sua mano a contatto con la mia pelle e avvertii una certa avversione, la quale però venne immediatamente controbilanciata da un senso di accoglienza di quel gesto. Circa un anno prima lasciai il mio ex compagno, Dante, e da quel momento in poi il mio corpo divenne sensibile a pressoché qualunque cosa potesse anche vagamente alludere a un’intimità emotiva o fisica. La mia fiducia in lui si ridusse in piccoli frammenti, come un bicchiere di cristallo che si schianta al suolo. L’idea di innamorarmi di nuovo assunse un sapore amaro e la paura imprigionò completamente il mio cuore, ghermendolo nella sua morsa gelida.
Rimasi ammutolita, incapace di formulare un qualsiasi tipo di pensiero poiché paralizzata da quel suo discorso tanto toccante. Non potei fare altro che replicare tramite il silenzio, in segno di ponderazione interiore. Kasper non sembrò disdegnare quel momento di pausa. Al contrario, accolse il silenzio come un amico la cui presenza fosse un qualcosa a lui caro. Quasi fossero buoni vecchi amici che avevano trascorso assieme molti momenti, da quelli più felici a quelli più tristi. Zittii quel silenzio, ponendo una domanda:
«Come hai capito che l’arte sarebbe stata la tua vita?»
I suoi occhi cristallini cominciarono a vagare pensierosi sul paesaggio urbano di fronte a noi, frugando attentamente tra i ricordi di una giovinezza lontana.
«Perché quando ero piccolo,» esordì con tono delicato, «ero l'unico che a scuola, durante la pausa, se ne stava in disparte con un libro tra le mani, mentre gli altri bambini giocavano insieme nel cortile. Quel trambusto semplicemente non faceva per me. Io preferivo la quiete eloquente delle pagine.»
Esitò un istante.
«Ricordo che quando avevo tredici anni partimmo con la scuola in viaggio per il castello di Frederiksborg a Hillerød, il quale distava soltanto una ventina di minuti in autobus. Il castello fu costruito in epoca rinascimentale, ancora oggi padrone di una bellezza senza tempo, e da quasi un secolo ospita dipinti, sculture e arredi risalenti al regno di Cristiano IV. Quel giorno, ci soffermammo tutti, alunni e insegnanti, su dei quadri appartenenti a Peder Severin Krøyer. Tuttavia mi accorsi troppo tardi che la mia attenzione vi si soffermò un po’ troppo a lungo, poiché gli altri si erano già allontanati per contemplare i dipinti di un altro artista. I suoi giochi di luce e l’uso sapiente dei colori seppero incantarmi profondamente. C’era qualcosa in quelle tonalità di blu, bianco e ocra e nelle scene raffigurate che finì per ipnotizzare il mio cuore. Fu in quel momento, che capii che avrei amato l’arte più di-»
Kasper si interruppe. La voce gli morì in gola, spezzata da un’emozione che non riuscii bene a comprendere, se meraviglia o dolore. Poi riprese, con tono più deciso e pacato.
«Più di qualsiasi altra cosa al mondo.»
Rivolsi il mio sguardo verso di lui, in modo da carpire le emozioni che stava provando, ma senza successo. Il suo viso risultava disteso, neutro. Non potevo sapere cosa fosse stato, ma qualcosa doveva averlo turbato particolarmente mentre parlava del suo passato.
«È bellissimo, Kasper.»
Sorrisi, addolcita da quella storia. Kasper mi restituì il sorriso, ma gli si leggeva in viso che vi si celava una nota di malinconia.
Mentre le nostre braccia rimanevano avvinghiate l'una all'altra, pian piano ci addentrammo in un viale visibilmente più scarno e decadente, abitato da quella fetta di popolo che la miseria perseguitava ormai da tempo immemore. Mai fui in grado di comprendere l’ingiustizia dello storico divario tra ricchi e poveri che affligge l’umanità da millenni. Il solo pensiero mi procurava una pena immensa. Variopinti abiti misti a lenzuola, che pendevano da lunghi fili sui balconi, ondeggiavano placidamente al passaggio del vento, mentre alcune semplici sedie in legno sostavano solitarie accanto alle porte delle case, memori di conversazioni passate. Nell'aria, soltanto il profumo di caffè appena macinato a riempire i polmoni dell’intero vicinato. Sentii Kasper prendere un lungo respiro, e capii che probabilmente stava apprezzando l'intenso aroma. A un certo punto, in lontananza, scrutammo entrambi una piccola e sinuosa figura sgattaiolare con ricercata agilità da un lato all’altro della strada. La rapidità del movimento suggeriva senza alcun dubbio la spericolatezza e la noncuranza di chi sa di possedere ben sette vite. Il manto grigiastro del gatto, solcato da lunghe strisce nere, quasi si mimetizzava sul grigiore del pavimento in penombra, ma un paio di puntini giallastri che brillavano minacciosi nell’oscurità resero vano qualsiasi tentativo di camuffaggio. Il felino ci fissò con occhio torvo, carico di diffidenza. Io e Kasper ci scambiammo una rapida occhiata, in attesa di scoprire la sua prossima mossa. Da attento predatore quale era, in meno di un secondo, il gatto individuò un minuscolo topolino che bazzicava ignaro in qualche sudicio angolo dell'oscurità. Senza pensarci due volte, partì dritto all'inseguimento, per poi perdersi nel resto dei vicoli fatiscenti della città, facendo riecheggiare tra una parete e l'altra gli angosciati squittii del povero roditore. Quella miseria in cui ci eravamo improvvisamente ritrovati mi riportò alla mente l'istante in cui Kasper infilò nel vecchio cappello del mandolinista quello che pareva essere un modesto gruzzolo di banconote. Perciò, spinta dalla curiosità di conoscerne la motivazione, chiamai:
«Kasper?»
«Sì?»
«Mi chiedevo… se non sono indiscreta…»
Esitai un istante, poi proseguii.
«Cosa hai dato a quel signore che suonava il mandolino?»
Inizialmente non disse una parola, tanto che cominciai a pensare di averlo inavvertitamente offeso o irritato in qualche modo. Posai lo sguardo sul suo viso, assorto, poi sulle sue labbra, che improvvisamente presero vita.
«Cinque banconote da diecimila lire.»
Un altro breve ma pesante silenzio.
«Sua sorella è gravemente malata. Ho pensato fosse cosa buona aiutarli, seppur con poco.»
La rivelazione di quel nobile gesto mi scaldò il cuore, lasciandomi senza parole. Alla fine, riuscii a dire solamente:
«Per loro non è stato poco.»
Lui sorrise, concorde con quanto appena detto, e vidi i suoi occhi fare altrettanto al di là delle sottili e ampie lenti.
«Come sapevi che la sorella di Salvatore non stava bene? Avevate già parlato in passato?»
«Sì», annuì. «Circa sei mesi fa, atterrai qui in Campania per lavoro e notai quel malinconico mandolinista suonare il suo strumento in uno stretto vicolo, accerchiato da poca gente. Appena ebbe un momento libero, colsi l’occasione per chiacchierare un po’ con lui e finì per parlarmi di sua sorella e di come stessero affrontando un brutto momento. In quel periodo avevo in programma di trattenermi in Italia per circa una settimana, quindi tornai a trovarlo una seconda volta, dal momento che, tra una visita al museo e l’altra, avevo a disposizione poco tempo libero. Prima di ripartire per la Danimarca andai a salutarlo, ma non fu un addio. Sapevo che prima o poi il mio lavoro mi avrebbe portato di nuovo qui. Così mi ripromisi di adoperarmi, per alleggerire un’onesta famiglia dal suo dolore. Almeno, per un po’.»
Mentre parlava, la sua voce si districava tra sfumature di nostalgia, tristezza e speranza. Tutto ciò, mantenendo una compostezza e una finezza che, nel poco tempo trascorso assieme, avevo imparato a riconoscere.
«E tu, Sofia? Come conosci Salvatore?» chiese interessato, il suo accento pregno delle vele vichinghe spiegate al vento e dei rinomati dolci alla cannella. Quel particolare, evocativo delle sue nordiche origini, mi rammentò una domanda che desideravo porgli da tempo, ovvero come fosse in grado di parlare la lingua italiana così fluentemente. Ma per quello, pensai, avrei dovuto attendere il momento opportuno.
«Mi è capitato di imbattermi in lui qualche anno fa, quando aveva iniziato da poco ad esibirsi per le strade di Amalfi. Ricordo che la sera dopo aver terminato di lavorare in libreria, sulla strada di casa, lo ritrovavo ancora seduto su quello sgabello di legno. Sembrava trovare conforto nella musica. Io e mia madre avemmo modo di parlare con lui in qualche occasione, durante le nostre solite passeggiate. Dopo tutto questo tempo… vedo che non ha abbandonato il suo animo gentile e la passione per la musica.»
Parlai con un macigno colmo di impotenza nel cuore, dovuto alla consapevolezza delle condizioni di vita di quel buon uomo e, ora che ne ero stata messa al corrente, di sua sorella. Ma una parte di me si rincuorò ripensando alla bontà innata del mandolinista e all’indole benevola che da poco avevo scoperto in Kasper. L’idea di un mondo abitato da persone con i loro medesimi valori aveva assunto una luce più rassicurante ai miei occhi fino ad allora pressoché disillusi.
«A proposito,» continuai, «fino ad ora hai detto di essere venuto in Italia solo per lavoro. È così anche in quest’occasione?»
«No, ho scelto di passare qui le vacanze per staccare un po’ dal lavoro, poiché tutte le volte che visitavo l’Italia ero costretto a dividermi tra visite ai musei e stesure di articoli che finivano inevitabilmente per occupare la quasi totalità del mio tempo. Tuttavia… dovunque io posi lo sguardo, mi capita di notare arte: ville, duomi, statue, fontane... Persino portoni incisi e vasi con fiori. Ogni cosa, ai miei occhi, sembra possedere legami con l’arte. Anche il Mediterraneo, che con perseveranza inonda le coste del mezzogiorno. L’unica cosa che non ho saputo fare a meno di portare con me è stata la mia cara vecchia macchina fotografica. La tentazione soggiunse proprio mentre mi apprestavo a fare i bagagli e per un po’ seppi tenerle testa… ma alla fine cedetti.»
Proprio come Kasper ebbe difficoltà a resistere a quell’impulso, così la sua voce non seppe trattenere l’adorazione che scorreva nelle sue parole.
«Mi risulta arduo darti torto» replicai. «La bellezza è insita alle cose, alla vita stessa. E tutto può essere considerato arte, a suo modo. Secondo me, questa è un’ottima occasione per sfruttare l’obiettivo della tua macchina fotografica per uno scopo un po’ diverso dal solito. Magari, potresti immortalare ciò che cattura la tua attenzione senza la pressione di sapere di dover pubblicare articoli o altro, in seguito. Potresti solo fermarti, contemplare, e apprezzare. Libero dal lavoro, dalle scadenze, dalle responsabilità. Libero da tutto.»
«Sì…» mormorò meditabondo, «Potrei provare a fare così.»
Fece una breve pausa. Poi riprese, leggermente accigliato.
«Hai detto di lavorare in una libreria, se ricordo bene» disse, sfiorando con l'indice il ponte degli occhiali da vista per sistemarli.
«Già…», risposi con letizia, «Da ormai cinque anni, ma al momento mi sono presa delle meritate ferie. È quasi strano considerarlo un luogo di lavoro. I libri… mi fanno sentire a casa. Dovunque io mi trovi. Anche se in libreria non posso leggerli ma soltanto venderli.»
Sospirai, come ad assorbire l’odore di quel luogo lontano. Kasper mi stava osservando, completamente assorto, ma io ero troppo sopraffatta dai ricordi per accorgermene.
«Lì, l’atmosfera è pregna del profumo delle pagine e della sommessa ponderazione della gente che medita su quali libri portare a casa con sé. E poi, c’è qualcosa di particolarmente appagante nel raccomandare titoli e nello speculare sui motivi per cui una persona ha scelto un determinato libro. Alla fine, credo che i libri che scegliamo rivelino qualcosa di essenziale sul nostro vero io.»
Levai gli occhi al firmamento, rapita, e lo sguardo di Kasper seguì la stessa traiettoria del mio.
La notte si era impadronita completamente del cielo, punteggiato qua e là da timide nuvole, e contro di esso si stagliava imponente la Via Lattea in tutta la sua magnetica bellezza. Anche le pupille di Kasper si dilatarono leggermente a quella meravigliosa vista. Un lungo silenzio contemplativo ci accompagnò in quell’istante come, d'altra parte, aveva fatto durante il resto del nostro tragitto. Presto, però, senza fare il minimo rumore, si rintanò nel proprio limbo, non appena la strada che stavamo percorrendo si restringeva a poco a poco confluendo in una stretta e ripida gradinata rocciosa che dava sul mare in lontananza, indomabile. Perfino la luna, distante e intoccabile, intimorita da quella peculiare veemenza.
Kasper chinò lo sguardo sull’orologio stretto intorno al polso. Protesi il collo con discrezione, per dare una rapida sbirciata all'orario. Si erano fatte le undici ed era passata circa un’ora da quando avevamo iniziato a camminare.
«Beh,» cominciò, «si è fatta una certa ora. Suppongo che la nostra passeggiata termini qui» concluse in tono calmo.
Annuii, sciogliendo delicatamente il mio braccio dal suo. Volsi lo sguardo al mare, assimilandone il profumo salato, poi abbassai il capo e con voce sommessa dissi:
«Oppure… Potremmo proseguirla domani. Se non hai impegni.»
Guardai Kasper negli occhi e, per qualche ragione, mi pentii quasi subito di aver fatto quella proposta. Ma fu troppo tardi, poiché l’espressione lieta sul suo viso parlò prima ancora che potessero farlo le sue labbra.
«Volentieri.»
Scordai immediatamente la precedente sensazione di rimorso. Quel suo sorriso così luminoso destò in me il desiderio represso di abbandonarmi totalmente all’essenza di un’altra persona. Corpo e anima sapevano che stavo esponendomi a un rischio, ma c’era una parte di me… che voleva tentare. Un’altra volta. Un’altra avventura.
«Così posso davvero raccontarti cosa è successo in questi ultimi due anni» aggiunsi.
«Sarò tutto orecchi.»
Kasper, che nel frattempo aveva fatto sprofondare entrambe le mani nelle tasche dei pantaloni, sorrise con calore e si accinse ad allungare un piede sul primo gradino, insolitamente più ripido degli altri. Sollevò lo sguardo verso di me e mi tese dolcemente la mano, invitandomi ad afferrarla per facilitarmi la discesa. Esitai un momento, mentre sprofondavo nei suoi occhi luminosi, in conflitto con il buio della notte. Allungai un piede con molta cautela e, quando finalmente fui accanto a lui, i nostri sguardi si incrociarono brevemente, per poi confluire nella vastità dell’orizzonte di fronte a noi. Kasper lasciò la mia mano e procedemmo silenziosamente in quella quiete interrotta solo dal frinire dei grilli e dallo stridìo lontano dei gabbiani che volteggiavano con moto circolare al di sopra delle onde. Ciascun nostro passo sul pietrisco freddo della gradinata fu scortato dalla dolce e intensa fragranza di fiori di gardenia e gelsomino, custodita nel ricordo di mille estati mediterranee. Quel suggestivo scorcio in cui ci eravamo imbattuti quasi mi diede l'impressione di star attraversando una poesia. Durante la discesa, il mio sguardo cadde più volte sul viso di quell'uomo al mio fianco che ora non consideravo più tanto sconosciuto. Sebbene quello che avevo da poco appreso su di lui non corrispondesse neanche alla punta dell'iceberg che è l'animo umano.
Non appena fummo ai piedi della scalinata, quasi come a risvegliarmi da uno stato onirico, mi resi conto che di lì a poco le nostre strade si sarebbero separate.
«Che ne dici se domani mattina ci troviamo appena fuori Villa Cimbrone?» propose lui. «So che c'è una terrazza tra le montagne con una vista sul mare da togliere il fiato.»
Si aggiustò il bordo di una lente, con un movimento che, seppur in maniera impercettibile, nascondeva un lieve nervosismo. Fu la prima volta che notai in lui una certa irrequietezza.
«Mi piacerebbe molto» replicai. «Potremmo fare alle nove. Se per te va bene.»
«Ottimo» continuò lui, tenendo lo sguardo fisso sul mio.
«Allora… A domani. Sofia.»
Sorrisi flebilmente, perdendomi un'ultima volta nella pace dei suoi occhi blu.
«A domani, Kasper.»
Il profumo agrumato di limoni svanì a poco a poco nella brezza della notte e per la prima volta, quella sera d'estate, i nostri passi imboccarono direzioni diverse. Ognuno sulla via di casa. Ognuno con il ricordo dell'altro nel cuore. Il giorno successivo mi avrebbe atteso una gita in montagna e l'idea di rivederlo, seppur con mite timore… mi rallegrava.