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Perché i dinosauri non vivono a New York?

Prologo — Il primo piccolo Rex nell’ascensore

4 min di lettura

Chi, da bambino, non ha mai sognato di avere un dinosauro?

Non un tirannosauro gigantesco che insegue jeep e distrugge bagni chimici.

No.

Uno piccolo.

Tutto tuo.

A casa.

Delle dimensioni di un pastore tedesco.

Con un guinzaglio.

Che ti aspetta dietro la porta.

Che dorme accanto al divano.

E che spinge i vicini a chiedere:

— Cos’è quello?

E tu, con la massima calma:

— Rex.

Ecco.

Un piccolo dinosauro domestico.

Non un mostro.

Non uno scheletro da museo.

Non un’immagine su un’enciclopedia.

Un animale vero.

Vivo.

Caldo.

Veloce.

Strano.

Un animale che respira nel tuo ingresso e guarda il frigorifero come se qualcuno vi avesse rinchiuso il cuore del Cretaceo.

Sulla carta è meraviglioso.

Fino al giorno in cui arriva a casa tua.

Perché un sogno con un dinosauro di solito finisce con:

— Wow.

La vita con un dinosauro, invece, comincia più o meno così:

— Cosa gli diamo da mangiare?

— Perché ha questo odore?

— È stato lui a scoreggiare?

— Perché il gatto vive sopra l’armadio da tre giorni?

— Perché nessuno può più aprire il frigorifero senza sorveglianza?

— Chi gli ha comprato quel giocattolo? È durato quattro minuti.

— Perché il suo guinzaglio sembra un dispositivo progettato per trattenere una moto durante il decollo?

E soprattutto:

— Dov’è il veterinario più vicino che cura piccoli teropodi… e accetta la nostra assicurazione?

Immaginavi la felicità.

Ti ritrovi con orari dei pasti, una museruola, una cuccia rinforzata, un tagliaunghie che sembra un attrezzo da giardinaggio, uno shampoo “per pelli sensibili e creste ansiose”, un sacco di Prehistoric Protein Junior e un intero ripiano del frigorifero che è meglio non esaminare dopo mezzanotte.

Un animale lo compri una volta.

Le conseguenze, ogni giorno.

Ma va bene.

Te la cavi.

Cibo: comprato.

Giocattoli: comprati.

Guinzaglio: comprato.

Museruola: comprata.

Gatto: preparato psicologicamente.

Vicini: non c’è stato tempo.

E poi arriva la prima mattina.

Una mattina di città assolutamente normale.

Sei in ritardo.

Un caffè in una mano.

Il guinzaglio nell’altra.

All’altro capo del guinzaglio: Rex.

Aspetta nell’ingresso, con la testa leggermente inclinata.

La cresta è sollevata.

La coda oscilla lentamente dietro di lui — non come quella di un cane felice. Accompagna tutto il corpo e lo aiuta a mantenere l’equilibrio.

Annusa la porta.

Poi le tue scarpe.

Poi il sacco della spazzatura.

Poi di nuovo la porta.

Tu dici:

— Passeggiata.

Non conosce davvero la parola “passeggiata”.

Quello che capisce è che davanti a lui sta per aprirsi un enorme territorio fatto di odori, movimenti e pessime decisioni.

Uscite.

Nel corridoio scopre per la prima volta lo zerbino dei vicini.

Per te è uno zerbino.

Per Rex è la strana pelle piatta di una creatura sconosciuta.

Ci posa sopra una zampa con cautela.

Gli artigli fanno sul pavimento:

toc.

toc.

toc.

Capisci già che il parquet era l’anello debole della civiltà.

Arrivate davanti all’ascensore.

Premi il pulsante.

Rex guarda il pulsante.

Poi la tua mano.

Poi le porte.

Sente qualcosa muoversi dentro il muro.

Dentro il muro, una scatola di metallo sta venendo verso di voi.

Per Rex non è un mezzo di trasporto.

È una grotta verticale satura di odori umani.

L’ascensore arriva.

Le porte si aprono.

Ed è qui che comincia davvero il libro.

Dentro c’è la tua vicina.

Tra le braccia: un trasportino.

Nel trasportino: un gatto.

Un secondo di silenzio.

Tu vedi la tua vicina.

La tua vicina vede un dinosauro.

Il gatto vede la fine della propria storia personale.

E Rex?

Rex non vede “Felix”.

Non sa che si tratta dell’amore della famiglia, di un membro a pieno titolo della casa, di una palla di pelo nutrita a paté, che dorme sul davanzale e possiede più diritti sul divano di certe persone.

Rex vede un movimento.

Un odore.

Un corpo caldo.

Degli occhi.

Del pelo.

Una piccola creatura che si è appena irrigidita dentro una scatola.

Per te è un gatto.

Per la vicina è il suo bambino.

Per il gatto è una catastrofe.

Per Rex è un segnale.

E all’improvviso tutta la civiltà si ritrova dentro quell’ascensore.

Il tuo caffè in una mano.

Il guinzaglio nell’altra.

La museruola in tasca.

La vicina schiacciata contro la parete.

Il gatto nel trasportino.

Rex sul pavimento.

Il pulsante del piano terra.

L’odore della paura.

L’odore del caffè.

L’odore del cibo.

E l’odore di quella vecchia decisione presa la sera prima, quando ti sei detto:

«Davvero, cosa potrebbe mai andare storto? È piccolo.»

Piccolo non significa semplice.

Un piccolo dinosauro non è un giocattolo in miniatura.

È un corpo.

Con istinti.

Denti.

Artigli.

Uno stomaco.

Un odore.

Un’attenzione.

Paure.

Desideri.

E una propria versione del mondo.

Puoi chiamarlo Rex.

Non è obbligato a diventare un cane solo perché gli hai comprato un guinzaglio.

E in quel momento la domanda smette di essere una domanda da bambini.

Si può davvero vivere con un dinosauro in casa?

E se scoreggia in un monolocale?

E se una femmina depone le uova dietro il divano?

E se ti riconosce meno dal viso che dall’odore dei tuoi calzini?

E se un giorno, durante la passeggiata, vede un piccione…

…e improvvisamente si ricorda perché l’evoluzione gli ha dato delle gambe?

Tu guardi Rex.

Rex guarda il gatto.

Il gatto guarda te.

Comprare il dinosauro era la parte più facile.

Le porte si chiudono.

L’ascensore scende.

Ed è solo la prima mattina.

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