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NEL SILENZIO DELLA LUCE - Meditazione sull'enigma del faro Flannan

CAPITOLO VII – La notte delle tre candele

3 min di lettura

Non so più se ciò che vedo accadde prima o dopo.

Joseph Moore ha già trovato il faro vuoto, eppure io li vedo ancora: Thomas, James, Donald. Sono lì, seduti alla tavola, le ombre lunghe sulle pareti, le candele che tremano come se il vento provenisse dall’interno della stanza. Forse è un ricordo, o forse è il modo in cui l’isola trattiene ciò che non vuole lasciare andare. Il tempo qui non scorre: si piega, si ripete, torna su se stesso come un’onda che non conosce riva. Il vento era mutato. Non urlava più come nelle sere di burrasca, ma respirava, come un animale che si prepara all’assalto. Ogni raffica scendeva dalle scogliere come una voce, e la voce sembrava dire i loro nomi.

Thomas, James, Donald.

Tre uomini soli sull’isola di pietra, tre custodi di una luce che non apparteneva a nessuno.

Dentro il faro, la lanterna tremava. Le tre candele sul tavolo ardevano ancora, ma la fiamma era sottile, sul punto di spegnersi.

Thomas fissava la porta.

— Il mare sta salendo, — disse. — Dobbiamo controllare la scala. Se l’onda la travolge, la luce si spegnerà.

James lo guardò senza parlare. Conosceva il protocollo, la regola, la voce del Capitano McArthur che sembrava ancora comandare anche in quell’abisso.

— Non possiamo uscire, — mormorò. — Non stanotte.

— È la legge del servizio, — rispose Thomas. — La legge non si discute.

Donald, più giovane, sedeva accanto al muro. Teneva tra le mani una lettera spiegazzata, mai spedita. Il nome di Elspeth era scritto in cima, ma ormai le parole erano sbiadite dal sale e dalla paura.

Alzò gli occhi, come un bambino che ascolta gli adulti litigare in una lingua che non comprende.

— Forse la luce può attendere, — disse piano. — Nessuno ci vedrà, con questa tempesta.

Thomas scosse il capo. — Il faro non attende, ragazzo. Il faro comanda.

Fu allora che la prima candela si spense.

Un soffio, un gesto appena percettibile, e il buio cominciò a scendere dalle pareti.

James si alzò di scatto.

— Chi ha chiuso la finestra? — gridò.

Ma la finestra era già chiusa. Eppure il vento passava lo stesso, come se la pietra fosse diventata porosa, come se l’isola stesse respirando con loro.

Thomas afferrò la giacca cerata.

— Restate qui.

Aprì la porta, e l’oscurità lo inghiottì.

Un istante dopo, un urlo si confuse col fragore delle onde. Donald corse, senza sapere perché. La paura era un comando più forte di ogni legge. La seconda candela vacillò, poi cadde, e la cera si sparse sul tavolo come sangue fuso. James fece per seguirlo, ma una folata spalancò la porta e lo trascinò via, come se il mare stesso lo reclamasse.

Quando il silenzio tornò, la terza candela tremolava ancora.

Flannan li aveva seguiti con lo sguardo, ma non si era mosso.

Era rimasto nell’ombra, dove i vivi e i morti non si distinguono più.

— Tre luci, tre anime, — pensò. — La fede le ha chiamate, e la fede le ha consumate.

Si avvicinò al tavolo. Le due candele spente fumavano ancora, e nell’aria aleggiava un odore acre, come di salmastro e cera bruciata. Guardò la fiamma rimasta.

— Anche tu ti spegnerai, — sussurrò.

La porta si aprì da sola.

Il vento entrò, portando con sé un mormorio: voci indistinte, un coro di preghiere spezzate. Flannan credette di riconoscerle. Thomas che invoca il dovere, James che cerca la legge, Donald che chiama il nome della sorella.

E poi il mare, che li copriva tutti, uguale per ogni uomo.

Si inginocchiò, e la fiamma della terza candela parve curvarsi verso di lui, come in ascolto.

— Non era la tempesta a volervi, — disse piano. — Era la mia colpa. Io vi ho chiamati, perché la luce non fosse mai spenta, perché il mio silenzio trovasse voce nei vostri corpi.

La candela tremolò, poi si spense.

Il faro rimase acceso, alto sopra la scogliera, come un occhio che non dorme. Ma dentro non vi era più nessuno.

Solo Flannan, e il suo pensiero:

— Obbedirono, come io obbedii. E la legge ci condusse al mare.


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