NEL SILENZIO DELLA LUCE - Meditazione sull'enigma del faro Flannan
CAPITOLO I – La voce e il mare
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Nota dell'autore: Rafforza l’atmosfera e mostra la prospettiva del narratore fantasma.
Io sono rimasto qui.
Non so da quanto tempo. Le stagioni passano senza cambiare e il mare continua a battere contro la roccia come se volesse ricordarmi che nulla finisce davvero. A volte credo di sentire il mio nome portato dal vento, ma il vento non ha memoria: ripete soltanto ciò che gli uomini dimenticano.
Sento il mare ancora, la sua voce è il mio dolore.
Perché sono ancora qui? Perché non mi lasci andare? Eppure... non posso smettere di ascoltare. Le pietre mi conoscono. Hanno imparato la mia voce, o forse è la mia voce che si è fatta pietra.
Di notte, quando la marea sale, ogni scoglio sembra respirare. L’acqua si muove come un pensiero antico, e io la seguo, come chi ascolta una preghiera che non comprende più. È così che tornano le immagini: non come ricordi, ma come visioni che risalgono dal fondo.
C’era un tempo in cui l’isola era viva di voci umane.
Li vidi arrivare: tre uomini, avvolti nei mantelli, gli occhi stretti contro il vento. Non li conobbi subito. Il mare li portava come porta ogni cosa: senza promessa e senza ritorno. Io li osservai dalla riva, e mi parve di riconoscere in loro qualcosa di familiare, una stanchezza che avevo già portato nel cuore quando ero vivo.
Thomas era il primo: il suo passo misurato, la fronte alta come chi ha bisogno di ordine per non cedere al timore.
James lo seguiva in silenzio, con lo sguardo rivolto verso la cappella in rovina, come se cercasse una benedizione che il cielo aveva dimenticato.
L’ultimo era Donald, giovane e inquieto, il solo che guardava il mare non come un nemico, ma come un fratello che lo chiamava per nome.
Non sapevano di me. Nessuno sa mai dei morti che restano.
Io li accolsi nel mio silenzio, come chi osserva una storia già scritta. Sapevo che ogni passo sull’isola è una confessione: qui, anche il respiro diventa preghiera e la luce del faro non salva, ma espone.
La prima notte la passai vegliando.
Il vento girava attorno alla torre come un animale in cerca di rifugio. Ogni tanto una pietra scricchiolava, e io ricordavo il giorno in cui morii: la tempesta, la paura, la voce che mi chiamava dal buio.
Non ho più smesso di ascoltare quella voce.
A volte mi pare che venga dal mare, altre che salga da dentro di me. È la voce che annuncia e che nessuno vuole sentire.
Ora so che tutto comincia così: un sussurro, un movimento nell’aria, un pensiero che non appartiene più a nessuno.
Forse è per questo che i tre uomini tacquero tanto. Forse avevano già udito ciò che io stesso udii quando la tempesta mi prese.
Io non potei avvertirli. I morti non ammoniscono: i morti ricordano e chi ascolta si perde.
Da allora, ogni notte è la stessa.
Il mare chiama, la luce si accende, le ombre si muovono tra le scale del faro. Io resto, e guardo.
Li vedo ancora, curvi sotto il peso del vento, mentre la lanterna si alza sopra di loro come un occhio che non dorme.
E penso: nessuno sfugge alla luce che cerca di domare.
Perché la luce, qui, è soltanto un altro nome per la memoria.