Vicino alle nuvole
di Arkjana
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POV LYRA
Il parcheggio del Blackthorn stadio è quasi deserto. Solo pochi fari accesi illuminano l'asfalto lucido. Mi muovo lentamente, come se il mio corpo fosse pesante.
Non posso ancora credere di essere tornata qui. Non dopo quello che ho scoperto. Il lavoro però è lavoro. Non me la sono sentita di dire a Paul di trovare qualcun'altro a metà stagione.
Ho lasciato tutto, anche Bristol per seguire Drax qui. Ho messo da parte la mia passione per le foto naturalistiche. Sono stata stupida e piena di aspettative sul nostro futuro e lui le ha tutte distrutte.
E come mi ha ripagata?
Una grossa lacrima mi scivola sulla guancia, la scaccio rabbiosa. L'immagine di loro insieme mi colpisce in pieno, nel petto. Mi fermo, portandomi una mano sul cuore che batte impazzito.
Un'altra lacrima segue la prima e perdo il controllo. Strizzo gli occhi, forte. Riesco ancora a sentire i loro gemiti di piacere nelle orecchie, proprio come quel giorno in camera. Sono scappata allora, sbattendo la porta.
Mi blocco al centro del parcheggio. Stringo più forte la Nikon tra le mani. Le nocche si sbiancano ma non mollo la presa. È l'unica cosa che mi rimane. L'unica cosa che sono.
Quando sono arrivata il sole era ancora alto e si respirava un'aria festosa. Ora resta solo il cielo sereno della Georgia e l'umidità. E poi ci sono io, sola.
Emma mi ha chiesto diverse volte se volessi compagnia. Ho sempre rifiutato. Non volevo sembrare una codarda che non riesce a vedere il suo ex da sola.
Sussulto per un rumore metallico e riprendo a camminare. Arrivo al limitare del parcheggio, dove mi aspetta la mia Honda blu. Per tutto il pomeriggio mi è sembrato di stare in un equilibrio precario. Ora però mi sento crollare. Non voglio farlo. Non qui. Non dove chiunque potrebbe vedermi.
Cerco le chiavi della macchina in borsa senza trovarle e lascio andare un lungo respiro. Devo calmarmi.
Mi sembra ancora di vedere Drax seduto dentro. Una mano sul volante e una sulla mia coscia. Ride, spensierato. Come spesso faceva, scherzando su qualcosa di buffo che avevo fatto. Sbuffo, contrita. Ormai è il passato.
Alzo il viso verso il cielo, sperando in un miracolo. Mentre abbasso lo sguardo intravedo le scale antincendio della palestra. Curioso, non le avevo mai notate prima. Potrei salire sul tetto.
Scuoto la testa ma il pensiero mi tenta. È un'idea stupida, se mi trovano lì mi espellono e non posso permettermi una nuova università. Non senza borsa di studio. Non con i problemi di mia mamma. O senza dare a papà un nuovo dispiacere.
I miei piedi però sembrano avere vita propria. Prima ancora che possa ripensarci, attraverso di corsa il piccolo spazio che mi divide dalle scale.
Sto stringendo tra le mani il ferro laterale, mordendomi le labbra. È fresco e ruvido al contatto. Un piede già appoggiato sul primo piolo, pronto a muoversi. Mi guardo intorno mentre un brivido freddo mi percorre tutta la schiena.
Inizio a salire lentamente, il vento che all'inizio mi accompagna diventa sempre più forte man mano che avanzo. Spingo il mio corpo il più vicino possibile alle scale. Un senso di libertà mi travolge.
Arrivata in cima mi affaccio giù. La vista è stupenda. Case, alberi, macchine, tutto mi appare piccolo e lontano e anche la tristezza sembra avere un peso diverso da qui, più distante e inutile. È molto più alto di come immaginavo ma mi sento viva. Strano, di solito non vado d'accordo con le altezze.
Il tetto si espande dietro di me, senza una forma. Solo un enorme spazio scuro che mi circonda. Le luci del parcheggio, probabilmente, non arrivano qua su. Non ho mai avuto paura del buio, nemmeno da piccola. Ricordo ancora l'espressione sorpresa di mamma quando andavo a letto, trascinandomi Dudu. Adesso avrei proprio bisogno della sua morbidezza. Odio il fatto di averlo regalato anni fa, anche se è stata la scelta giusta.
Il telefono si illumina per una notifica. Lo tiro fuori con mani tremanti, spero solo non sia Drax. È da una settimana che mi dà il tormento, anche se non gli ho mai risposto. Lui è tenace.
Il mio stupido cuore batte veloce mentre digito il codice e guardo la notifica. È solo Paul, mi aspetta in redazione per consegnare le foto della partita di oggi. Un sospiro lascia la mia bocca prima che possa frenarlo. Rispondo velocemente, le dita instabili mi costringono a riscrivere la stessa parola diverse volte. Alla fine soddisfatta premo invio.
Lo rimetto in tasca e lascio cadere lo zaino. Atterra con un tonfo, vuoto. Mi sporgo di nuovo. L'aria fresca mi accarezza il viso, il silenzio mi culla, come un amico.
Una voce roca, profonda mi fa sobbalzare.
«Potresti evitare il suicidio in mia presenza?», il tono è beffardo.
Non capisco subito chi sia, intravedo solo dei lineamenti nell'oscurità. Sono talmente sorpresa che il mio cervello non capisce subito cosa mi ha detto. Non appena lo capisco stringo i pugni, livida in volto. Non ho intenzione di buttarmi giù ma di osservare il mondo da qua su.
Mi giro su me stessa, solo per andare a sbattere contro un corpo muscoloso. Troppo alto e vicino. Sposto il mio viso indietro per guardarlo negli occhi e capisco chi sia. È Kael, il capitano della squadra di Hockey, nonché donnaiolo incallito. L'ultima persona che avrei voluto incontrare oggi.
«Volevo solo bermi una birra in pace», sussurra cupo. Il suo corpo sfiora il mio, un brivido mi scorre lungo il braccio, dove i nostri corpi si toccano. Dandomi una strana sensazione, non mi piace. Sposto un piede indietro toccando il muretto basso del tetto.
Proprio lui? L'universo mi sta prendendo in giro.
Lancio uno sguardo dietro di me, devo allontanarmi. Non ho spazio per spostarmi, a meno che non voglia dargli ragione e lasciarmi cadere nel vuoto. Sospiro.
«Nessuno ti ha chiesto nulla. Torna alle tue birre», gli sibillo acida. Le mani ancora chiuse a pugno. Le sento tirare ma non le apro.
Sorride sbieco.
«Ehi», apre le mani mostrandomi i palmi. Così mi toglie anche da quel contatto scomodo. Prendo un lungo respiro, finalmente. È chiaro che lui si sta divertendo. Mi guardo i piedi. Devo calmarmi.
«Se vedo una donzella in pericolo è mio compito aiutarla». Il suo tono mi innervosisce. Da che secolo è uscito?
Mi stringo per un momento le braccia ai fianchi, prima di raddrizzarmi e puntargli un dito contro.
«Ti sembro in pericolo?», alzo il pugno chiuso. «Dove vedi la tua donzella?», quasi lo urlo. Strizzo gli occhi provando un senso di vergogna.
Kael allarga il sorriso, lasciandosi sfuggire una risata. Ha capito di avermi infastidito. Si porta la lattina alle labbra e ne beve un lungo sorso. Mi era sfuggita prima. Sembra un bambino con un cestino di caramelle, la notte di Halloween.
«Pensa agli affari tuoi. Io ho altro da fare», la mia voce si alza di un'ottava, nonostante volessi apparire decisa. Mi porto le mani sui fianchi, bloccandole per non fare vedere il tremore che le scuote.
Kael non mi piace, nonostante segua le sue partite per lavoro. Sarà per il suo sport, per la sua spavalderia, per Drax. Quel nome è ancora un pugno nello stomaco... O forse semplicemente perché è un enorme pallone gonfiato.
«Se tu vuoi passare le tue serate a bere, va bene», sputo fuori velenosa. «Io ho avuto una giornata di merda e non è ancora finita». Lo guardo dritto negli occhi. Luccicano promettendo qualcosa che non riesco ad afferrare. O forse che non voglio capire.
«Spostati! Fammi passare», lo spintono senza ottenere nulla, se non che torni a sorridere. Cazzo. Possibile che sia così grosso? Alzo gli occhi al cielo. Che giornata di merda, mi mancava solo lui.
Sguscio di lato, pronta ad andare via. Sono salita per stare in pace e invece... Lui però mi blocca afferrandomi il polso delicatamente. Mi paralizzo, la mano inizia a sudare. Devo allontanarmi da qui.
«Puoi andare o puoi sederti con me e gustarti una birra ghiacciata». Mi lascia andare velocemente e si gira per tornare al suo nascondiglio.
Resto ferma, guardandolo allontanarsi deciso. Il mio sguardo indugia troppo a lungo sulle sue spalle larghe. Lo distolgo, guardandomi le mani. È chiaro che devo andare in redazione, Paul mi aspetta. Il mio corpo però non è d'accordo con la mia mente.
Mi strofino le braccia ripetutamente, in cerca di calore. Il giornale prima di tutto. Le mie foto sono la cosa più preziosa che ho. Su questo non si discute. Non posso perdere tempo con questo idiota.
Una piccola parte di me però vorrebbe godersi l'aria fresca, una birra e il non dover pensare. Almeno per oggi. Solo per qualche istante, lasciar perdere tutto ed essere semplicemente me stessa.
Così gli vado dietro lentamente, consapevole del disastro in cui mi sto cacciando. E nel farlo mi spunta uno stupido sorriso.