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L' orologio perduto

L' orologio perduto seconda parte

9 min di lettura

Incuriosita, chiesi: «Ma cosa c'entra il biglietto con questa storia?»

«C'entra,» disse Marta, «perché Giulia era innamorata di Orlando Graziani, il cugino di suo marito Diomede...»

«Orlando era un uomo semplice, non una bellezza rara, ma era dolce e con una grande sensibilità. Purtroppo sapeva che non poteva amare Giulia come avrebbe voluto e, quando Gualtiero la portò via, lui la lasciò andare, promettendosi che un giorno si sarebbero ritrovati.»

Marta si fermò nuovamente, bevve un altro sorso d'acqua, fece un profondo sospiro e continuò il racconto. «Con il passare del tempo Giulia scoprì di aspettare un figlio. Sapeva bene che era di Orlando; adesso aveva ancora più paura che potessero trovarla, farle del male e portarle via il bambino.

Gualtiero la rassicurò: non l'avrebbero mai trouvata e, soprattutto, non le avrebbero fatto del male. Lui non lo avrebbe mai permesso. Hanno vissuto per anni in segreto nel rifugio; Ernesto li ha aiutati in

tutti i modi e, quando grazie al racconto dei bambini Antonia lo ha ritrovato, li ha protetti e ha dato loro una casa più dignitosa. Lei e Gualtiero si sono innamorati e sposati; dal loro amore è nata tua nonna. Ma questa è un'altra storia.»

«Quinto il biglietto?» Insistevo su quel biglietto, forse perché nella mia mente iniziava a sorgere il dubbio che quella G stesse per Giulia e non per Gualtiero.

Marta riprese: «Il biglietto era di Giulia. Lo aveva affidato ad Ernesto chiedendogli di portarlo ad Orlando Graziani. Lo avrebbe aspettato sotto il rosso tetto del rifugio: quando la luna era piena, quel tetto brillava come se il colore, invece di spegnersi per la notte buia, si accendesse come il fuoco.»

Io e Filippo eravamo come rapiti da questo racconto. Chiedemmo in coro: «Orlando e Giulia allora si sono rivisti? Ha saputo del bambino?»

«Quella sera Orlando è corso da Giulia, ha conosciuto il suo bambino... ma purtroppo questa storia non ha avuto un lieto fine.»

«E la chiave che hai in mano? Cosa c'è nella stanza segreta del rifugio?»

Marta ci guardò e, con un sorriso, disse: «Questo dovreste scoprirlo voi. Io non ci sono mai stata al rifugio. Ho questa chiave perché me l'ha affidata tua nonna poco prima di morire. Mi disse che prima o poi sarebbe arrivato il momento di aprire quella porta. Credo che quel momento sia arrivato, e che debba essere tu ad aprirla.»

Si era fatto tardi, avevamo perso la cognizione del tempo. Lasciammo la libreria di Marta salutandola e dandoci appuntamento per il giorno successivo.

Camminavo per strada distratta dai miei pensieri e dalle domande. Ok, avevamo risolto l'enigma, ma continuavo a chiedermi dell'orologio: se Orlando non c'era più, di chi era l'orologio e cosa c'entrava in tutta quella storia? Prima di tornare a casa mi fermai a fare un po' di spesa. Avevo fame e in casa oramai non avevo

quasi più cibo. Entrai nella bottega di Crescenzo; era piccola ma ben fornita. «Buonasera Crescenzo, mi servono del pane, del prosciutto, del formaggio, delle uova, due pomodori, del latte e qualche

pacco di pasta.»

Crescenzo mi servì subito. In bottega non c'era quasi nessuno; del resto era tardi, da Marta avevamo perso i rintocchi del tempo. Mi mise tutto in un sacchetto. Andai alla cassa e trovai Giustina, sua moglie, una donna minuta dagli occhi neri; sembrava sempre che avesse uno sguardo perso, ma in realtà era attenta a tutto e a tutti. Salutai e mi incamminai nuovamente verso casa.

Arrivai a tarda sera. Accesi le luci della cucina; avevo troppa fame per controllare se Billo fosse ancora in casa mia. Mi diedi da fare e mi preparai una buona cena: della pasta al pomodoro, del

formaggio, del pane e un buon calice di vino rosso; per finire, avevo dei biscotti al cioccolato e ne presi un paio. Stetti seduta per non so quanto tempo vicino al tavolo, poi mi alzai e rimisi tutta la cucina in ordine: lavai tutto con cura e riposi ogni cosa nella credenza.

Andai in camera e mi misi a mio agio per casa: indossai il grosso pigiama di lana, del resto faceva ancora freddo e l'inverno era abbastanza lungo. Andai como sempre in salotto, accesi il camino e aspettai che la stanza si riscaldasse. Mi sedetti sulla poltrona; sul tavolino adesso non solo avevo la scatola con l'orologio, ma avevo anche la chiave che mi aveva dato Marta. La presi e la guardai: cosa

mai poteva esserci in quella stanza?

Ripresi in mano anche l'orologio, lo girai tra le mani e tirai per sbaglio la rotellina delle lancette. Improvvisamente si aprì la cassa posteriore: ero sbalordita. La spostai con un dito e ne guardai il contenuto: non c'erano gli ingranaggi, c'era una piccola chiave, come quella di una cassetta. Mi chiesi a voce alta: «E tu adesso a chi appartieni? Dove trovo la tua cassetta?»

Pensai alla stanza segreta del rifugio: magari era lì. E adesso, a chi apparteneva questa nuova cassetta?

Troppe domande senza risposta, e troppo era anche il sonno, visto che la sera prima non avevo dormito. Andai a letto, ma prima misi tutto nella mia borsa, decisa l'indomani ad andare al rifugio. Quella notte sognai la nonna, con quel suo bel sorriso, i capelli legati in un elegante chignon e il suo grembiule rosa pallido: «Bambina mia, la cassetta troverai se cercare ben saprai».

Mi svegliai che il sole già entrava dalla finestra. Mi alzai e mi preparai. Andai in cucina e, visto che avevo tempo, feci una buona colazione seduta al tavolo, non fugace e veloce come facevo di solito. Lavai persino le stoviglie, misi tutto in ordine, presi la borsa e ciò che mi serviva per il rifugio.

Andai a prendere Filippo. Era ancora un po' assonnato; gli sorrisi: «Notte insonne?»

«No, mi sono solo svegliato tardi. Ieri pensavo al rifugio, alla chiave... cosa mai troveremo in un vecchio rifugio abbandonato?» mi rispose pensieroso. Lo guardai e gli parlai della piccola chiave che avevo trovato all'interno dell'orologio. Lui continuò a guardare la strada in silenzio.

Accostai in una piazzola, fermai la macchina e ci incamminammo per il sentiero che una volta era detto "dei fiori blu". Con il passare del tempo era stato abbandonato; adesso, purtroppo, c'erano solo erbacce e foglie secche. Camminammo un bel po' fino al ruscello, poi vedemmo il rifugio: oramai era

un luogo abbandonato e un po' dismesso.

Eravamo davanti alla vecchia porta di legno, consumata dal tempo. Misi la chiave nella toppa e la girai. Mi batteva forte il cuore. Non ero mai stata dentro il rifugio; lo conoscevo solo perché io e Filippo lo avevamo esplorato da fuori quando eravamo piccoli. Filippo mi guardò: «Entriamo?»

Feci un cenno con la testa. Sì, era un semplicissimo capanno. Aveva il classico odore di chiuso e c'era molta polvere. Filippo aprì la finestra per far passare un po' d'aria. La cucina era ridotta all'essenziale: il tavolo in un angolo aveva solo due sedie, c'era una piccola credenza con le stoviglie e un piano cottura senza il forno.

Mi recai nell'altra stanza, ma non era nulla di che: un letto singolo, un comodino e un piccolo armadio. Ci guardammo intorno. C'era solo un'altra porta; la aprii, ma niente, era solo un piccolo bagno con i servizi essenziali.

«Io non vedo nessun'altra porta. Ma sei sicura che ci sia una stanza segreta?» chiese Filippo un po' scocciato. Proprio mentre si spostava di lato, inciampò nella piccola sedia vicino al letto e imprecò per il dolore. Poi, però, mi chiamò con enfasi: «Clara, Clara, corri! Forse ho trovato la stanza segreta!»

Lo raggiunsi di nuovo in camera. Lui guardava fisso il pavimento. «Cosa guardi?» gli chiesi. «Guarda lì, sotto il comodino. C'è una piccola fessura rotonda.»

Si abbassò sulle ginocchia, mise un dito nella fessura e ne tirò fuori un piccolo anello attaccato a un gancio. Girò l'anello e sentimmo un click, come uno scatto. Ci guardammo incuriositi. Filippo tirò verso di sé l'anello e il pavimento iniziò a scivolare in avanti, aprendosi su una scala. I gradini non erano molti, ma bastavano per scendere in una stanza alta a sufficienza da non battere la testa.

Presi le torce dalla borsa e ne porsi una a Filippo. Scese prima lui, poi mi fece segno che potevo seguirlo. Sotto non si vedeva nulla; misi le mani sulla parete facendole scivolare piano alla ricerca di un interruttore. Lo trovai e finalmente accesi una lampadina: non era molto luminosa, ma quanto

bastava per rischiarare la piccola stanza. C'era poca roba: due cassapanche, un piccolo mobile e qualche sedia rotta.

Ci giravamo intorno senza sapere cosa e dove cercare; cominciavamo a sentirci delusi.

Ad un tratto mi venne in mente il sogno e le parole della nonna: dovevamo cercare una cassetta. «Filippo, io cerco in questo baule, tu nell'altro. Se troviamo una qualsiasi cassetta, proviamo la chiave, ok?» Lui mi rispose con un cenno della testa.

Frugammo nei bauli e nel piccolo mobile, ma niente: non c'era nessuna cassetta. “Nonna cara, perché non mi hai dato qualche indizio in più?” pensai a voce alta.

«Magari a tua nonna piaceva fare scherzi. Del resto è sempre stata una donna molto simpatica» disse lui, ridendo. No, ero convinta che le parole della nonna fossero giuste. Guardai nuovamente nei bauli. Nel mio non c'era nulla ma, in quello di Filippo, notai uno strano pulsante sotto il coperchio. Ci cliccai sopra e,

sbam, si aprì uno scompartimento segreto. Ne uscì un cassettino di legno di ciliegio intarsiato. “Ho già visto questo disegno, questo intarsio” pensai. Ma sì, certo! Era lo stesso intarsio del cofanetto della pipa del nonno. Presi la piccola chiave e aprii il cassettino: c'erano dei documenti, delle fotografie e un anello maschile con uno stemma.

Iniziammo a leggere i documenti. Non capivamo tutto subito, ma suonavano quasi come una confessione: “Io, Orlando Graziani, mi assumo la responsabilità di tutto ciò che sto per rivelare. Ho agito

solo per proteggere la mia amata Giulia e, se un giorno qualcuno volesse accusarla di adulterio, sappia che l'amore, quello vero, non è condannabile. Ho deciso di affrontare

Diomede, suo sposo ma non amato. E ora che so che esiste nostro figlio Osvaldo, creatura innocente, farò di tutto per proteggere la mia famiglia.”

Filippo mi guardò: «Capisci cosa significa? Se Orlando non è più tornato, sarà stato ucciso da Diomede...»

Quel pensiero mi spaventava, ma del resto era l'unica spiegazione plausibile. C'era anche una lettera. La aprii e lessi le sue poche righe:

“Amatissima Giulia, sono stato ben felice di aver avuto l'opportunità di ricevere le tue attenzioni. La creatura che hai partorito è il segno che il Signore ha approvato il nostro amore. Spero e auguro che il nostro piccolo Osvaldo cresca con amore e consapevolezza, e che sia una persona giudiziosa e rispettosa del prossimo. Amore mio, non sai quanto mi faccia gioire il cuore l'idea di fare quello che avrei voluto da tempo. Se andrà come spero, finalmente saremo una sola famiglia, una sola persona: io, te e il nostro piccolo Osvaldo. Con immenso amore, tuo Orlando per sempre.”

Quelle parole mi provocarono un sussulto di emozioni. Guardai Filippo e, senza dire una parola, lo abbracciai. Lo ringraziai per la sua amicizia, per essermi stato così vicino in quel momento tanto strano e intenso.

Uscimmo dal rifugio portando con me il cassettino e tutto il suo contenuto. Misi tutto insieme: il diario di Antonia, l'orologio e i nuovi documenti. Sembrava quasi che tutti i personaggi di quella bizzarra avventura si stessero finalmente ricongiungendo.

Quello stesso pomeriggio mi recai a casa di Osvaldo. Ero un po' intimorita, visto che era sempre un uomo burbero. Con mia sorpresa, però, mi fece accomodare in casa. Con lui c'era sua moglie Melina, una donna minuta e sempre gentile con tutti; ricordo ancora che, quando ero piccola, mi regalava sempre le caramelle accompagnate da un dolce sorriso. Mi sedetti sulla sedia che mi porsero e, con calma, iniziai il racconto, mostrando a Osvaldo tutto ciò che avevo trovato. Lui mi guardava sorpreso, in perfetto silenzio. Quando finii di parlare, fece un gesto semplice, una cosa che non mi sarei mai aspettata: si avvicinò e mi abbracciò forte.

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