L' orologio perduto
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L'orologio perduto
Ero appena tornata dal paese; avevo fatto tante commissioni, ma avevo dimenticato di fare la spesa.
Faceva ancora freddo. La pioggia incessante si era fermata e le nuvole si erano diradate, lasciando il cielo pulito di un blu intenso, mentre le stelle sembravano accendere le luci del mondo.
Avevo fame, così mi recai in cucina. Presi il pane dalla credenza, aprii il frigorifero e presi qualche fetta di prosciutto, un pezzo di formaggio e un bicchiere di latte. Mi sedetti e poggiai tutto sul tavolo. Divorai ogni cosa e bevvi il bicchiere di latte avidamente.
Dopo cena andai a sedermi sulla solita poltrona. Avevo acceso il camino al mio rientro e iniziava a sentirsi il tepore caldo, unito all'odore del legno che bruciava. Mi sentivo stanca e mi assopii senza
rendermene conto. Fui svegliata da un sonoro tonfo. Mi chiesi da dove venisse; mi alzai di scatto, presi l'attizzatoio e salii le scale, fino ad arrivare davanti alla porta della soffitta. Tremante, aprii la
porta, cercai con la mano l'interruttore e accesi la piccola lampadina gialla. Non c'era nulla. La finestra era chiusa. Improvvisamente, di nuovo quel tonfo. Restai immobile, senza respirare.
Vidi nell'angolo in fondo alla stanza due piccole luci. Guardai meglio: non erano luci, erano piccoli occhi spaventati. Mi avvicinai piano: era Billo, il gatto dei vicini. Era un bellissimo gatto bianco con una macchia nera sul musetto e due occhi color ghiaccio. «Billo, cosa ci fai qui? Cosa stai facendo?»
Mi ritrovai a parlare con il gatto; del resto ero sola, quindi sapevo che non mi avrebbe risposto. Billo si mosse con il suo passo felpato e calmo, poi si rannicchiò su un vecchio baule. Lo ricordavo bene: la nonna mi diceva spesso che era antico e mi raccomandava sempre di non giocarci.
Presi la piccola sedia rossa la nonna l'aveva comprata per me e la metteva in giardino quando venivamo a trovarla. Mi piaceva tantissimo, la portavo per tutto il giardino, ma il mio posto preferito era sotto la quercia in fondo al prato. Passavo le ore all'ombra dei suoi rami enormi, ascoltando il fruscio delle foglie che sembrava sussurrare vecchie storie.
Presi il gatto in braccio; il suo pelo era morbido. Lo poggiai a terra piano e, con calma, aprii il baule. C'erano vecchi vestiti e altre chincaglierie. In fondo vidi un piccolo cofanetto di velluto blu scuro. Lo aprii: era rivestito di seta bianca e al centro c'era un orologio antico con una piccola incisione: "Al mio più grande amore. G."
Mi si affollarono nella mente tante domande: chi era G? Perché quell'orologio era nel baule della nonna? Non avevo risposte. Cercai nel baule qualcosa che potesse darmene una e trovai un foglio piegato. Lo lessi: "Se riuscirai a risolvere l'enigma saprai dove trovarmi. G."
Ancora quella G ritornava in primo piano. Lessi l'enigma sperando di trovare la solizione: «Se nella notte rossa cercherai, il mio spirito troverai.»
I pensieri mi si affollavano nella mente, tanto che per un attimo dimenticai Billo. Mi voltai, lo presi con me e lo portai giù in soggiorno. Mi sedetti sulla poltrona; il camino era ancora acceso e la lampada accesa rendeva l'atmosfera della stanza soffusa. Mi ricordai che nel diario di Antonia avevo letto qualcosa di strano, ma le parole erano confuse nella mia mente. La stanchezza non mi lasciava ragionare con lucidità, così decisi di andare a dormire. Spensi tutto, andai in camera e mi misi a letto, ma la notte fu insonne. Continuavo a pensare a quella G, a chi mai potesse essere; l'enigma e le parole risuonavano nella mia mente. Finalmente riuscii ad addormentarmi, ma era oramai quasi l'alba.
Mi svegliai di soprassalto: si erano fatte quasi le nove. Mi alzai di scatto. Billo era ancora lì, ai piedi del mio letto, che dormiva. Non so perché, ma quel gatto era più affezionato a me che alla sua padrona. Mi preparai con cura e andai in cucina per una colazione veloce: qualche fetta biscottata e un bicchiere di latte. Misi tutto nella vaschetta del lavandino; avrei pulito tutto al mio ritorno. Avevo un
appuntamento con Filippo. Arrivai in centro, vicino al negozio di Marta, una donna un po' anziana dal volto gentile. Era sempre carina e benevola con tutti e sapeva tante cose del paese. In passato era stata la bibliotecaria del
paese, poi aveva rilevato la libreria dal vecchio Osvaldo Graziani, un uomo schivo e un po' burbero. Filippo era mio amico da quando ne ho memoria, quindi da sempre. Aveva occhi grandi e uno sguardo buffo, ma per me era come un fratello. Lo raggiunsi a passo veloce e mi scusai per il ritardo.
Lui era lì, davanti alla porta della libreria, fermo nella sua solita postura; mi faceva sorridere quel suo modo di porsi.
«Finalmente sei arrivata! Quanto ancora ti devo aspettare?»
«Perdonami, Fily. Ho avuto una notte insonne, poi ti racconterò tutto.»
«Va bene, anche questa volta ti perdono. Dai, andiamo che Marta ci aspetta.»
Entrammo nel negozio e Marta ci venne incontro, accogliendoci con il suo solito sorriso: «Ragazzi, buongiorno! Prima di tutto voglio ringraziare entrambi per l'aiuto che mi date ogni anno con la catalogazione dei nuovi libri in arrivo. Da sola non so se ce la farei.»
Risposi per prima: «Marta, è il minimo, visto che tu ci hai sempre aiutato in biblioteca. E poi mi piace, perché ho la possibilità di leggere sempre nuovi libri in anteprima.»
Filippo si limitò a sorridere. Andammo sul retro, prendemmo gli scatoloni e, como sempre, iniziammo a catalogare i volumi e a porli sui vari ripiani degli scaffali. Non so come fu, ma improvvisamente una frase su un libro mi fece sussultare: mi ricordai dell'enigma.
Mi voltai verso Marta e le posi la domanda: «Marta, tu che sai tutto Marta mi guardò pensierosa: «Non saprei... dove hai letto questa frase?»
In effetti, detta così, quella frase non significava nulla. Così, tra un libro e uno scaffale, raccontai tutto quello che mi era accaduto la sera prima: del tonfo in soffitta, di Billo e del baule, rimarcando ciò che
avevo trovato, ovvero l'orologio antico e il biglietto.
Marta ci pensò un po' su, poi spalancò gli occhi. Prese la sedia che era poggiata al muro, la tirò a sé e si sedette. Filippo mi guardò e io ricambiai il suo sguardo interrogativo; poi guardammo Marta. Lei
ci invitò a sederci e noi prendemmo delle sedie dalla sala lettura.
Marta si fece seria. Prese dalla tasca una chiave, la girò tra le mani e, con voce grave, ci disse: «Questa è la chiave della stanza segreta nel rifugio.»
Io e Filippo ci guardammo confusi, restando comunque in silenzio in attesa del suo racconto.
«Nel diario, Antonia parla sommariamente di Gualtiero perché in paese non si doveva sapere. Era un giovane bello come il sole. Da piccoli vivevano in paese, la loro era una famiglia semplice: il padre Antimo lavorava nella falegnameria di Rocco, la madre era una donna un po' arcigna che non dava confidenza a nessuno. Avevano anche un'altra figlia, ma non ricordo il nome. Improvvisamente sono andati via e non abbiamo saputo più nulla, fino a quando non si sono sposati, con sorpresa di tutti.»
La guardai: «Cosa non si doveva sapere?»
Riprese il discorso con calma: «Hai detto che nel diario c'è scritto che Gualtiero si nascondeva nel rifugio, aiutato da Ernesto, che era burbero ma aveva un gran cuore.» Si fermò un momento e chiese un bicchiere d'acqua. Filippo si affrettò a portarglielo. Lei ne bevve un lungo sorso, posò il bicchiere su un tavolino al suo fianco e riprese il racconto: «Osvaldo Graziani è il figlio di Giulia, la sorella maggiore di Gualtiero. Era una ragazza dolce e molto sensibile, che era stata promessa in sposa a Diomede: una serpe, un uomo cattivo e senza scrupoli. Giulia con sofferenza accettò il volere dei genitori, ed è anche per questo che lasciarono il paese. Ma il matrimonio non funzionava, lei veniva spesso maltrattata, tanto che Gualtiero decise di portarla via da quella casa, che era un posto orribile.»
Non c'era questa parte nel diario. Antonia la conosceva oppure l'aveva omessa di proposito? Le domande continuavano ad affollare la mia mente. Intanto Marta continuò: «Una notte Gualtiero riuscì a scappare con Giulia. Camminarono tanto ma alla fine, stremati e infreddoliti, si fermarono sotto la grande quercia. Giulia era molto spaventata. Il mattino seguente ripresero il cammino e nel bosco
incontrarono Ernesto che, con il suo fare burbero, guardò quel ragazzo alto e snello e riconobbe in lui il piccolo Gualtiero. Gualtiero, dal canto suo, riconobbe subito Ernesto, che portava ancora il suo classico baffo e il cappello; gli raccontò ogni cosa, che erano scappati e che si trovavano in grave pericolo.»
«Quindi fu Ernesto che li portò al rifugio?» chiese Filippo a voce bassa.
«Sì. E portò loro anche da mangiare.»
Incuriosita, chiesi: «Ma cosa c'entra il biglietto con questa storia?»
«C'entra,» disse Marta, «perché Giulia era innamorata di Orlando Graziani, il cugino di suo marito Diomede...»
«Orlando era un uomo semplice, non una bellezza rara, ma era dolce e con una grande sensibilità. Purtroppo sapeva che non poteva amare Giulia come avrebbe voluto e, quando Gualtiero la portò via, lui la lasciò andare, promettendosi che un giorno si sarebbero ritrovati.»
Marta si fermò nuovamente, bevve un altro sorso d'acqua, fece un profondo sospiro e continuò il racconto. «Con il passare del tempo Giulia scoprì di aspettare un figlio. Sapeva bene che era di Orlando; adesso aveva ancora più paura che potessero trovarla, farle del male e portarle via il bambino.
Gualtiero la rassicurò: non l'avrebbero mai trouvata e, soprattutto, non le avrebbero fatto del male.
Lui non lo avrebbe mai permesso. Hanno vissuto per anni in segreto nel rifugio; Ernesto li ha aiutati in tutti i modi e, quando grazie al racconto dei bambini Antonia lo ha ritrovato, li ha protetti e ha dato loro una casa più dignitosa. Lei e Gualtiero si sono innamorati e sposati; dal loro amore è nata tua nonna.
Ma questa è un'altra storia.»
«Quinto il biglietto?» Insistevo su quel biglietto, forse perché nella mia mente iniziava a sorgere il dubbio che quella G stesse per Giulia e non per Gualtiero.
Marta riprese: «Il biglietto era di Giulia. Lo aveva affidato ad Ernesto chiedendogli di portarlo ad Orlando Graziani. Lo avrebbe aspettato sotto il rosso tetto del rifugio: quando la luna era piena, quel tetto brillava come se il colore, invece di spegnersi per la notte buia, si accendesse come il fuoco.»
Io e Filippo eravamo come rapiti da questo racconto. Chiedemmo in coro: «Orlando e Giulia allora si sono rivisti? Ha saputo del bambino?»
«Quella sera Orlando è corso da Giulia, ha conosciuto il suo bambino... ma purtroppo questa storia non ha avuto un lieto fine.»
«E la chiave che hai in mano? Cosa c'è nella stanza segreta del rifugio?»
Marta ci guardò e, con un sorriso, disse: «Questo dovreste scoprirlo voi. Io non ci sono mai stata al rifugio. Ho questa chiave perché me l'ha affidata tua nonna poco prima di morire. Mi disse che prima o poi sarebbe arrivato il momento di aprire quella porta. Credo che quel momento sia arrivato, e che debba essere tu ad aprirla.»
Si era fatto tardi, avevamo perso la cognizione del tempo. Lasciammo la libreria di Marta salutandola e dandoci appuntamento per il giorno successivo.
Camminavo per strada distratta dai miei pensieri e dalle domande. Ok, avevamo risolto l'enigma, ma continuavo a chiedermi dell'orologio: se Orlando non c'era più, di chi era l'orologio e cosa c'entrava in tutta quella storia?