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Caldo Amaro

Amaro rimpianto

3 min di lettura

Sono le tre di notte e il lenzuolo mi si è letteralmente incollato addosso. Mi giro nel letto alla ricerca di una bottiglia d’acqua sul comodino, e non la trovo. La gola è talmente riarsa che quando deglutisco la pelle sembra lacerarsi. Mi alzo dal letto, o almeno ci provo, e mi accorgo che le mie gambe e soprattutto la mia testa si ribellano in partenza. 

Un conato acido mi arriva in bocca non appena appoggio i piedi nudi per terra. Ah, il contatto con il pavimento freddo è un sollievo. Dove sono? Questa non è la mia camera. Cerco a tastoni qualcosa a cui aggrapparmi. Agitando le mani nel vuoto mi accorgo di avere in mano quello che sembra un piccolo straccio: i miei slip. Strizzo gli occhi per abituarli al buio e mi guardo. Sono completamente nuda. Piccole goccioline di sudore corrono tra i miei seni facendomi il solletico.

Accendo l’abat-jour. Con la mano, mi riparo dalla luce. Bum bum bum, la testa mi si spacca. Mi sporgo sul pavimento in cerca dei vestiti e finalmente li trovo. Sull’altro lato del letto lo stomaco prominente di Pino va su e giù in maniera vertiginosa. Dalla sua bocca esce un rivolo di saliva e un rumore gutturale sembra sprigionarsi dal suo addome.

Nudo perde ogni minimo barlume di decenza.

Senza la cintura dei pantaloni a contenerla, la sua pancia è talmente grossa che non riesco nemmeno a vedergli il sesso. 

Intuisco comunque, dalla mia mancanza d’abbigliamento, che poco prima devo averglielo visto, e non solo.

Il pensiero di lui sopra di me mi provoca un altro conato. 

Corro in direzione del bagno e i dodici euro di ristorante cinese si riversano nel wc. Mi faccio schifo, e lo specchio riflette l’immagine del degrado più totale di me stessa. Forse ha ragione mio padre. Forse questo è solo un fuggire, dai cambiamenti, dalle novità e da tutto ciò che modifica la mia routine banale e piatta, e tuttavia così sicura. Entro nella doccia e giro la manopola dell’acqua su ventotto gradi. Il calore, unito al vapore, sembra nebulizzare tutto lo scempio e lo squallore che c’è in me. Come ho fatto a ridurmi così? mi domando, pur conoscendo già la risposta. Chiusa nella mia mente c’è la spiegazione di tutto ciò che è stato in questi anni. Perdere la propria madre, quando sei ancora una giovane donna in maturazione, è distruttivo. Il modello femminile che hai avuto fino a quel momento davanti agli occhi svanisce e con esso ogni idea che hai di te adulta, donna. 

Non sai chi devi diventare, come devi fare, cosa devi dire, e per quanto mio padre si sia impegnato a starmi vicino non era quello che mi serviva. Avrei avuto bisogno di qualcuno che mi spronasse a uscire, ma mio padre aveva il terrore che quell’unica donna rimasta in casa gli venisse portata via da una folata di vento. 

Uscita dalla doccia mi sento rigenerata. Raccolgo le mie cose e mi rivesto in fretta. Un ultimo sguardo a Pino mi conferma che è l’ora di dare una svolta alla mia vita. Sono certa, guardando quel corpo inerte, rotondo, goffo, che in lui ci sia del buono. Sono io a saper tirare fuori solo il peggio di lui. 

Sono anche sicura che ci sia stato un tempo in cui Pino era convinto di potermi volere bene e che io ricambiassi questo debole affetto, ma si sbagliava. Per me era solo la discarica 

in cui riversare tutto il mio annullamento.

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