Action
di Sara Ferri?
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Poi, all’improvviso, nel silenzio, un vetro si infrange. Il suono proviene dall’alto, dallo stesso piano dello studio della Capomonte. Voltando il viso verso le finestre che si affacciano sul cortile scorgo una luce che lampeggia prima di spegnersi definitivamente.
Senza nemmeno dire una parola ci catapultiamo verso le scale, diretti allo studio della dottoressa. Voliamo su per le rampe, saltando gli scalini tre alla volta.
Arrivati sul pianerottolo ci accorgiamo che lo studio è aperto. Il portone socchiuso lascia filtrare una lama di luce che inonda le scale.
Marco estrae di nuovo la pistola, questa volta tenendola davanti a sé prima di entrare. Poi mi guarda e mi passa un’arma.
«Non ho il porto d’armi».
«Non importa. È un teaser, una pistola elettrica. Tienila davanti a te e, se hai bisogno di usarla, puntala al torace, il più vicino possibile al cuore, e spara».
Al mio cenno di assenso, attraversa la porta socchiusa.
Siamo dentro. La lascio aperta. Un senso crescente di ansia mi invade completamente. Voglio una via d’uscita libera, nel caso servisse. Seguo Marco a distanza ravvicinata. La sua voce si spande nel corridoio deserto mentre chiama a gran voce la Capomonte. Percorriamo tutto il corridoio fino allo
studio, che scopriamo essere buio e completamente vuoto.
Marco estrae una torcia, per illuminare l’ambiente. Una strana sensazione mi penetra nelle ossa.
Con una mano obbligo Marco a voltarsi verso di me.
«Dobbiamo andarcene» sussurro perentoria. Lui mi guarda senza capire. Dalla stanza attigua un suono cattura la nostra attenzione. Un tavolo viene spostato e una sedia cozza contro il muro producendo un rumore sordo. Marco prende
la pistola e si incammina nella direzione del suono. Provo a fermarlo, ma lui, sentendomi avvicinare, mi spinge dietro di sé. Fuori il corridoio è deserto. In fondo scorgo il portone ancora aperto: la nostra ancora di salvezza. Indico a Marco il portone, ma lui non segue il mio sguardo. Con gli occhi sta perlustrando il corridoio. Mi fa cenno di tacere, il dito premuto sulle labbra. Poi d’un tratto il rumore si ripete vicino a noi, questa volta più forte. Un gridolino spaventato mi sfugge dalle labbra. Sento il gelo impadronirsi di me. Marco si incammina verso la porta chiusa da cui provengono i suoni. Io gli sto incollata alle spalle, muovendomi in maniera meccanica, come un automa. Vorrei guadagnare l’uscita, ma non riesco a staccarmi da lui. La sua mano sulla maniglia esita solo un attimo e poi, con sicurezza, apre. Dentro un odore che ancora non so identificare mi arriva alle narici, dandomi il voltastomaco. Un odore dolce e acre allo stesso tempo, come caramello secco. Spingo l’interruttore dell’illuminazione. Per un attimo la luce mi mostra la scena terrificante che ho di fronte, poi, con un lampo, tutto torna buio