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Matrice Cyberpunk

Capitolo III

6 min di lettura

Capitolo III - Religioni

«Come ti chiami?» chiese Alan, accompagnandola al bar. Era un bel ragazzo, non molto alto, con un fisico asciutto e ben vestito.

«Mi ami?» urlò, sbigottita, la ragazza, con gli occhi fuori dalle orbite.

Il ragazzo si passò una mano sulla faccia.

«Io sono Alan! Tu, come ti chiami?» urlò.

«Il mio nome, certo! Che sciocca!» sghignazzò, sistemandosi il top che cadeva morbidamente sulla minigonna. «Sakura, piacere».

Mora, alta, formosa: Alan pensò che fosse bellissima.

«Due forti, a tua scelta» ordinò al barman.

Sakura, nel frattempo, si era messa a ballare su un tavolo.

Dopo qualche minuto arrivarono i cocktail e Alan fece cenno alla ragazza di raggiungerlo.

«Alla salute!» esclamò Sakura, trangugiando il contenuto tutto d’un fiato.

«Caspita, se avevi sete…» bisbigliò il ragazzo. «Ne vuoi un altro?» urlò.

«Certo!» rispose, alzando il bicchiere al cielo.

Dopo diversi cocktail Alan riuscì a farsi seguire fuori dal locale.

«Dove andiamo?» gli chiese, sorridendo, ormai completamente sbronza.

«Andiamo a fare baldoria» ammiccò lui, mettendole un braccio intorno alla vita.

Si diressero verso l’auto, ma qualcosa mise in allerta il ragazzo.

«Merda!» esclamò, a bassa voce, Alan. «Ma come diavolo hanno fatto?».

Una pattuglia della polizia era ferma a pochi metri del veicolo rubato e due poliziotti stavano illuminando, con le proprie torce, l’interno dell’abitacolo.

«Cambio di programma, mia cara. Ti porto in un altro bel posto».

«Purché si balli!» rispose, ancheggiando.

«Certamente, ti farò fare dei balli che non ti sei mai neanche immaginata».

Si incamminarono dalla parte opposta rispetto ai poliziotti, in direzione del porto che non era neanche troppo distante.

«Che ne dici di un bel bagno di mezzanotte?» propose Alan.

«Bella idea! È da tanto che non lo faccio».

«Vieni, passiamo da questa parte».

Il ragazzo la strattonò in un vicoletto buio e affrettò il passo. Sakura, intontita dall’alcol, non si rese conto di dove si stessero dirigendo. In pochi minuti percorsero la stretta stradina fino ad arrivare vicino a un grosso tubo che faceva capolino da una parete di cemento armato. I liquami che ne fuoriuscivano, dall’olezzo emesso, facevano presupporre al canale di scolo fognario. Il liquido riversato terminava il proprio cammino nel mare, che distava solo una decina di metri.

«Ma che cos’è questa puzza tremenda?» borbottò Sakura. «Dove stiamo andando?».

«Ssshhh…. siamo quasi arrivati al mare, così potrai fare il bagno» la rassicurò.

«Ah, sì. Il bagno di mezzanotte» sghignazzò.

In lontananza udirono il rumore della risacca. Il cuore, nel petto di Alan, iniziò a battere forte per l’eccitazione. Il rumore era talmente forte da rimbombargli nelle orecchie, quasi assordandolo.

«Non resisto… devo farlo al più presto» borbottò, ansimando.

Sakura vide lo scintillio della luna sulla superficie increspata dell’acqua e improvvisamente si mise a correre verso il mare, canticchiando una canzone.

«Brava, sgualdrinella, corri verso la spiaggia! Tra poco avrai quello che ti meriti» sibilò.

La ragazza arrivò al bagnasciuga, si tolse i vestiti, rimanendo solo con le mutandine, e si tuffò in acqua. Alan era talmente eccitato che le mani gli tremavano. Arrivò sulla battigia e fece dei profondi respiri per cercare di calmarsi.

«Sakura! Perché ora non esci dall’acqua?».

«Ancora un po’, ti prego. È così bello fare il bagno. Perché non ti tuffi anche tu?».

«Non so nuotare» mentì. «Dai non farti pregare, vieni a ballare».

«È vero! Dobbiamo ballare!».

La ragazza, lentamente, uscì dal mare con le goccioline d’acqua che le solcavano la pelle perfetta. La luna, alta nel cielo, le mise in evidenza le splendide curve dei fianchi e del seno.

«Vieni, mettiti qui davanti a me» sussurrò, afferrandola per i polsi. «Inginocchiati, chiudi gli occhi e apri la bocca. Ti prometto che non te ne pentirai».

«Che strane intenzioni hai?» gli chiese, sghignazzando.

Sakura, titubante, si inginocchiò, chiuse gli occhi e aprì leggermente la bocca. Alan raccolse da terra la minigonna della ragazza, poi le mise la mano sinistra dietro alla nuca e le sussurrò: «Aprila ancora un po’».

Non appena Sakura ebbe eseguito quest’ultimo ordine, il ragazzo, con tutta la forza che aveva nelle braccia, infilò la minigonna nella gola della malcapitata, stroncandole sul nascere un urlo di dolore. La ragazza spalancò gli occhi terrorizzata e cercò di divincolarsi, ma la presa di Alan era troppo forte.

«Non urlare, non ti succederà nulla. Non devi avere paura di me, non ti voglio far male» la rassicurò, afferrandola con entrambe le mani per la gola.

Il bracciale al polso di Alan iniziò a lampeggiare di giallo.

«Maledetti figli di puttana!» urlò, furibondo.

* * *

«Così questa sarebbe la chiesa del Santissimo Redentore?» sussurrò, Jack, pensieroso. «Devo ammettere che, se le informazioni che ho scovato in rete fossero vere, questo sarebbe un fottutissimo colpo di genio!».

Il ragazzo continuò a osservare per qualche minuto la chiesa e tutto il circondario. C’erano grattacieli non molto lontani e la piccola costruzione religiosa era inghiottita dagli alti palazzi circostanti. Solo un ampio giardino, davanti all’ingresso, dava un po' di respiro a quel fabbricato. L’uomo guardò l’orologio, erano quasi le 20, la funzione sarebbe iniziata a breve. Da quando era arrivato davanti alla chiesa, aveva visto entrare parecchia gente di ogni età, colore e ceto sociale.

«Meglio non fare tardi, non vorrei perdermi qualcosa di fondamentale» sbuffò.

Si avvicinò alla porta, dall’interno non proveniva alcun rumore; fece spallucce e varcò la soglia. Sbatté le palpebre più volte e si diede anche un pizzicotto, non credeva a quello che vedeva. Dall’esterno avrebbe detto che la chiesa potesse ospitare un centinaio di persone al massimo, invece ce n’erano decine di migliaia e tutte comodamente sedute su poltroncine ergonomiche. Effettivamente, l’interno di quell’edificio faceva pensare a tutto tranne che a un luogo religioso. Il sole splendeva alto nel cielo terso, una brezza tiepida muoveva le fronde degli alberi posizionati sul perimetro dell’enorme giardino tappezzato da un prato verde smeraldo. Nell’aria c’era profumo di zucchero filato e quel panorama dava un senso di pace e tranquillità. In fondo al giardino, dopo le poltrone, vi era un piccolo palchetto con un microfono al centro.

«Prego, signore, vada a sedersi. Tra pochi minuti inizierà la funzione» gli spiegò un uomo, con voce rassicurante.

Jack non si era neanche accorto di quella figura massiccia e sussultò violentemente quando udì quelle parole pronunciate a pochi centimetri da lui.

«Spero di non averla spaventata» commentò, mesto.

«No, no. Credo di essere inciampato» si limitò a rispondere Jack, dirigendosi verso alcune poltroncine vuote. «Merda! Ma che cazzo sto facendo?» mugugnò, a bassa voce, contrariato.

Prese posto in una fila centrale e con molta cautela cercò di farsi un’idea di chi fossero quelle persone intorno a lui e soprattutto di che genere di posto si trattasse.

«Ben trovati, amici! Per aspera sic itur ad astra!» li salutò un uomo attraverso il microfono del palco.

«Ad astra!» risposero in coro i presenti.

«Per chi non mi conoscesse ancora, potete chiamarmi Baphomet» sorrise. «Ovvio che si tratti di un artifizio, come qui e tutto il resto».

Un brusio si sollevò tra la folla.

«Non vi agitate, è ancora presto. Se siete venuti qui è perché siete alla ricerca della verità e vi starete chiedendo tutti la medesima cosa: potrà Baphomet renderci uomini liberi?». Fece una breve pausa per osservare i volti dei presenti. «La verità, signori miei, vi renderà liberi!».

Un applauso improvviso lo interruppe.

«Vi prego, non c’è bisogno di applaudire. Non vorrete sembrare tante foche ammaestrate, voglio sperare, o almeno, lasciamo credere loro che non ci abbiano ammaestrato così bene, in fondo».

«Rendici liberi, Baphomet!» urlò, una donna, tra la folla.

«Sì! Rendici liberi!» strillarono, altre persone, in coro.

«Tutto a suo tempo, l’importante è che non mi interrompiate ogni tre parole, altrimenti faremo notte solo con i convenevoli».

La folla scoppiò a ridere.

«Amici, fratelli! Verrà il giorno in cui ci ribelleremo, ma per farlo, dobbiamo tracciare un percorso e seguirlo fino alla meta. Sono tante le cose che ho da dirvi e vi assicuro» fece una breve pausa per dare più enfasi alle proprie parole «che molti di voi le rifiuteranno, nonostante le prove schiaccianti che vi mostrerò. Non preoccupatevi, è normale. Il cervello stenta a credere alla realtà quando questa è talmente assurda da dover essere per forza vera».

Baphomet continuò l’omelia per quasi un’ora; Jack pareva estasiato da quell’uomo, ma al tempo stesso non poteva fare a meno di chiedersi di quali droghe facesse uso perché le assurdità che a suo avviso sparava, erano davvero tante.

Quando ebbe finito di parlare, il sacerdote scese dal palco tra gli applausi della folla alzatasi in piedi. Dopo qualche minuto, i presenti smisero di battere le mani e pian piano defluirono dal giardino, uscendo dalla chiesa.

«Lei deve essere Jack Bauer» esordì una donna di colore, sedendoglisi accanto. «Lui la sta aspettando. Vada verso il palco, lo superi e le si aprirà un nuovo mondo. Abbia fede». Sorrise, poi si alzò e si diresse verso la porta d’uscita.

«Se lo dice lei» commentò, sarcastico, Jack, mettendosi in piedi.

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