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Terra 2486

Capitolo II - LA PARTENZA

7 min di lettura

“Merda! Guarda che traffico! Spostati, imbecille! Forse avrei fatto meglio a prendere una macchina del servizio d’ordine, almeno avrebbe avuto le sirene” sbottò il generale Russel, mentre sfrecciava sulla Route 92 a tutto gas verso il Decagono. La sua auto era una bellissima fuoriserie. Del resto, quasi tutti i militari possedevano una macchina sportiva. La sua era l’ultima uscita dalla casa automobilistica più prestigiosa del pianeta. Ne esistevano solo cento modelli, valeva una fortuna. Peccato che la sua ex moglie non la pensasse così.

“Cazzo quanto è tardi!” esclamò Russel, schiacciando l’acceleratore fino a toccare i cinquecento chilometri orari. “Devo fare in fretta! Mi rimangono solo trentotto ore e devo ancora assemblare la mia squadra d’assalto, armarla, addestrarla e trovare una nave da guerra in grado di trasportarci”.

Da quando le tensioni con la razza aliena Syntik erano aumentate, le uniche navi spaziali disponibili erano da carico o da crociera. Tutti i vascelli da guerra erano dislocati lungo il confine syntikiano: una fascia di spazio che separava il quarto Quadrante, abitato dagli umani, dal decimo, che ospitava il pianeta dei robot. A nessuno era permesso superare quella striscia di spazio.

I Syntik erano una razza di robot senzienti, nelle fattezze molto simili a un umanoide: forniti di tre gambe e quattro braccia, avevano la testa allungata come un’anguria e una cresta sulla sommità. Gli umani avevano cercato molte volte di instaurare dei rapporti diplomatici con loro, ma i robot si erano sempre dimostrati refrattari a ogni forma di contatto.

Russel arrivò finalmente all’ingresso dell’area riservata al personale militare.

“Prego, si identifichi”.

La voce del soldato, all’entrata del Decagono, fece rinvenire il generale, ancora immerso nei suoi pensieri.

“Prego: nome, grado e numero d’identificazione” chiese, spazientito, il soldato.

“Ah, sì, scusi. Ecco qua il tesserino” rispose Russel, allungando il braccio fuori dal finestrino.

“Generale Russel, matricola 1-6-8-5-9-3-6-1. Dati accettati. Prego, entri pure” disse il soldato, riconsegnando il tesserino.

“Per prima cosa, devo reperire una squadra. Andiamo di corsa alla sezione 515” farfugliò tra sé e sé il generale. Gli capitava spesso di ragionare a voce alta e chi lo conosceva era abituato a non farci caso. Peccato che la sua ex moglie non la pensasse così.

Entrò dalla porta principale dell’edificio: era blindata e antisfondamento, in grado, probabilmente, di resistere persino all’esplosione di una bomba nucleare. Tuttavia, quella blindatura era oramai inutile: le guerre sul pianeta erano finite da secoli e le bombe atomiche della quinta guerra mondiale erano un vago ricordo, grazie anche al vaccino antiradiazioni scoperto dal dottor Nilson.

Il quartiere generale era cambiato molto negli ultimi anni; i capi di stato maggiore avevano finalmente deciso di procedere a un rimodernamento delle strutture che avrebbe giovato a chi vi lavorasse.

Appena Russel ebbe varcato la soglia d’ingresso, il percorso meccanizzato cominciò a muoversi in avanti.

“Prego, specificare la destinazione” chiese il computer.

L’uomo non rispose. Non aveva tempo di aspettare che la pedana mobile arrivasse con lentezza all’ascensore principale, così cominciò a correre per accelerare i tempi.

L’edificio, enorme, si sviluppava sia in altezza, sia in profondità. Era alto una trentina di piani: in quelli superiori, lavoravano quasi tutti civili, per lo più impiegati; la vera forza dell’esercito, invece, era sotto terra.

Russel entrò di corsa nella cabina dell’ascensore. Le porte non si erano ancora del tutto aperte, quando digitò il codice segreto. Grazie alla sua carica di generale aveva pieno accesso a qualsiasi livello dell’edificio. Sulla parete destra della cabina era visibile una pulsantiera indicante i piani degli uffici. Sulla sinistra, apparentemente, non vi era nulla. Un enorme specchio occupava tutta la parete posteriore. Russel tenne premuti contemporaneamente i pulsanti dei piani 7, 13, 17 e 30: una placca metallica scivolò nella parete di sinistra, lasciando scoperta una fessura per l’inserimento di una chiave. Comparve anche una tastiera numerica per l’inserimento del codice d’identificazione. Russel inserì la chiave magnetica, la girò a sinistra e digitò il codice di quattordici cifre richiesto. Il computer lo analizzò e lo riconobbe: automaticamente, lo specchio posto alle spalle del generale scorse verso l’alto, mostrando una porta che, con un sibilo, si aprì su un nuovo ascensore. Russel entrò nel secondo ascensore e schiacciò il tasto del ventiduesimo piano. Con uno scossone, l’ascensore iniziò la sua corsa verso il basso. Dopo pochi secondi le porte si aprirono nuovamente, svelando un corridoio di cui non si scorgeva la fine. Vi erano decine di stanze, ma nulla che interessasse il generale. Russel cominciò a correre lungo il corridoio e dopo trenta secondi si fermò di colpo: non scorgeva la fine di quel tunnel. Si voltò indietro e constatò che era solo. “Computer, riconoscimento vocale! Qui parla il generale Russel, codice d’identificazione: Alfa-Bravo-2-5-Sierra-Tango-Bravo”.

“Riconoscimento effettuato. Buonasera, generale Russel” disse la voce metallica del computer.

L’immagine virtuale del corridoio senza fine svanì; al suo posto apparve una porta. L’uomo fece qualche passo verso di essa e la porta si aprì. Varcò la soglia e si diresse in armeria.

La stanza brulicava di persone: soldati, scienziati, civili, cyborg; tutti impegnati nei loro compiti. Il generale decise di recarsi subito dal direttore, l’unico in grado di aiutarlo. Bussò alla porta e, senza aspettare risposta, entrò.

L’ufficio era abbastanza grande da sembrare quasi un mini-appartamento dotato di tutto: angolo bar, cucina, bagno con idromassaggio e, in fondo alla stanza, un salottino con diversi monitor e un divano letto. Al centro dell’ufficio, un tavolo ovale di legno massiccio, intarsiato a mano, dietro il quale faceva capolino una figura bizzarra: il direttore. Era così intento nei suoi compiti da non essersi nemmeno accorto dell’ingresso del generale.

Guardandosi intorno, Russel concluse che il direttore non dovesse uscire spesso da quel posto. Si avvicinò al tavolo e realizzò che l’uomo non si era ancora accorto della sua presenza. Quando fu abbastanza vicino da toccare il legno del piano ovale, si schiarì due volte la gola, attirando così l’attenzione del poveretto.

Appena lo vide, il direttore sobbalzò sulla poltrona; sembrava impaurito. Resosi conto della propria reazione, arrossì, si alzò in piedi e, fingendo indifferenza, si avvicinò al bancone del bar per versarsi da bere. Poi si voltò verso il generale e farfugliò qualcosa. Russel, che non aveva capito una parola, immaginò che gli avesse offerto un drink.

“No, la ringrazio” rispose Russel, sempre più impaziente.

Il direttore era un uomo tarchiato, quasi completamente calvo, con gli occhi grigi. La pelle era molto chiara e leggermente unta. Indossava giacca e cravatta e portava sul naso dei buffi occhiali rotondi.

“Buonasera, direttore, sono il generale Russel. Sono qui per mettere insieme una squadra d’assalto, la migliore dell'intero universo, ovviamente. Priorità assoluta, codice blu”.

Il direttore ingurgitò il cognac facendo segno di avere capito e si diresse in fretta verso la scrivania sulla quale si trovava il computer.

“Che tipo di unità vuole?” chiese l’uomo.

“Mi servono un centinaio di Lexoon 4 e una cinquantina di Elon 1” rispose, sorridente, Russel.

“Non disponiamo più di così tante unità. Finita la guerra, sono stati tutti distrutti. Certo, li potremmo ricostruire, ma servirà del tempo. Quanti mesi abbiamo a disposizione per l'assemblaggio?” rispose il direttore, ancor prima di consultare il computer.

“Ventisette ore e trentasei minuti per costruire, impacchettare e spedire il tutto nell’astronave” rispose Russel con un ghigno ironico, guardando l’orologio da polso.

“Bene, che bello. Non conosco i suoi ordini, ma credo che sia una missione suicida, visto il poco tempo a disposizione. Non posso soddisfare le sue esigenze, mi dispiace. Solo il riattivamento dei macchinari per la produzione dei cyborg richiede circa quindici ore, senza contare il tempo necessario per trovare i tecnici, i materiali e i soggetti adatti per il trattamento degli Elon 1” spiegò il direttore con tono di sufficienza.

“Se le cose stanno così, non perda tempo, imbecille! Attivi subito tutti i macchinari per la produzione di qualsiasi arma! Ho l’autorizzazione del decano Miller in persona. Si sbrighi, prenderò tutto quello che riuscirete a costruire. Ah, un’altra cosa: non perdete tempo per l’addestramento. Me ne occuperò io durante il tragitto, ché di tempo ne avremo”.

“Va bene, va bene, come vuole, non si alteri! Metterò al lavoro tutti i miei uomini”.

“Tra qualche ora le comunicherò l’hangar al quale spedire la merce. Grazie di tutto e scusi per l’imbecille. Lei è un brav’uomo, arrivederci” disse Russel, uscendo dalla stanza, senza neanche aspettare il saluto del direttore.

Il generale si precipitò alla sezione 51, il magazzino dell’armeria. Non gli restava che trovare le armi adatte per i suoi soldati, un’astronave in grado di volare e un comandante così pazzo da portarli fino a destinazione.

Il magazzino conteneva di tutto, dalle armi antiche a quelle di ultima generazione. Russel aveva pensato molto all’equipaggiamento più adatto, così, nel dubbio, decise di prendere anche alcune armi usate nell’ultima battaglia. In quella sezione c’era pochissimo personale umano dal momento che era tutto automatizzato e controllato dai computer. Le uniche persone presenti erano gli addetti alla sicurezza e i cyber programmatori che monitoravano costantemente il funzionamento dei computer.

Russel si avvicinò a un terminale spento, lo accese e aspettò che sullo schermo comparisse l’elenco delle armi disponibili.

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