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Storia di orti funerali e comunisti

prologo

4 min di lettura

Nessun maggior dolore

che ricordarsi del tempo felice

ne la miseria.


Dante Alighieri- Inferno. Canto V










Prologo





Un velo di brina ricopriva l'orto dei beudi.

Il sole del primo mattino nascosto dal picco della montagna, rischiarava il terreno senza riscaldarlo.

La valle si mostrava con l’aspetto di un grande lago argentato, punteggiato dalle chiome opache degli alberi, che sembrava galleggiassero in superficie.

Come barche in attesa di partire per la pesca.

Con quel freddo sarebbe stato meglio restare a casa. A impiegare il tempo per mettere le cose a posto. Per evitare che tutto andasse in malora.

Ma se non saliva lassù almeno una volta al giorno si sentiva come se gli mancasse qualche cosa.

Provava solidarietà verso le piccole imperfezioni, testimoni inconsapevoli della resistenza degli oggetti al passare degli anni. Riuscivano a mantenere la loro funzione, anche se il tempo ne aveva compromesso la piena efficienza.

Si mise a innaffiare le colture.

L'acqua che sgusciava dalla manichetta bagnava con fatica la terra dura.

Le scivolava sopra, scappando via veloce e inutile.

Così non combino niente.

Prese dal capanno degli attrezzi una zappetta per rompere le zolle intorno ai teneri gambi di cavoli e finocchi.

Assestava colpi leggeri vicino alla base di ogni piantina, attento a non reciderne la base.

Quando vide che la terra era stata smossa con cura, riprovò con la manichetta.

Adesso sì che penetra a dovere.

Curava l’orto nei più piccoli dettagli.

Le verdure richiedono attenzione. Se sbagli ti trovi poi a dover rifare tutto da capo.

Dopo avere bagnato le piantine si mise di impegno a togliere le erbacce agli angoli delle fasce.

Colpiva con la zappa la radice della gambarossa per sradicarla completamente dalla base dei muretti a secco.

Erba infestante e prepotente, abituata a colonizzare tutto il campo.

Procedeva con calma, raccogliendola in piccoli fastelli.

Più della metà del tempo lo passava a sradicare la gambarossa.

Erbaccia resistente che mette alla prova il carattere delle persone. Se vince lei è meglio dedicarsi ad altro.

Il lavoro nell’orto lo riassumeva con una frase : fatica tanta e resa poca.

D’altronde meglio quelle quattro verdure che niente.

Il suo orologio segnava mezzogiorno, ma non aveva voglia di rientrare.

Tanto, non c’è nessuno che mi aspetta.

Certe mattine si svegliava con la malinconia addosso.

In quei momenti, se non saliva in campagna passava tutto il tempo a rimuginare sulla sua vita. Su quello che non aveva fatto e quello che avrebbe potuto fare.

Sto sempre a pensare al passato. Come i vecchi, si rimproverava, scuotendo la testa in segno di rassegnazione.

Il sole si era alzato da almeno due ore. Non lo si poteva guardare se non con una mano sugli occhi, per schermare i raggi più diretti.

L’ombra che proiettava l’alto albero di fico si estendeva su un perimetro che copriva almeno un quinto dell’appezzamento.

Nelle ore più calde d’agosto regalava una frescura che invitava a starsene sotto quelle grandi foglie, solamente per godersela tutta.

Al contrario dell’inverno. Bisognava scansarla per apprezzare i pochi raggi tiepidi che a stento penetravano sino a terra.

Durante le gelate il suo tronco doveva essere accudito come un bambino a cui, per evitare i raffreddori, vengono fatti indossare spessi maglioni di lana.

Già da ragazzino amava quella pianta generosa. Che soddisfazione, quando con suo padre rientrava dall’orto con il cavagno pieno di fichi.

A casa ne arrivavano pochi. Alcuni se li mangiava con il babbo durante la via del ritorno.

Assaggia questo che è bello maturo. E guarda quest’altro com’è grosso.

Altri li regalavano per strada a tutti quelli che incontrandoli lodavano quel ben di Dio.

Lì nell'orto la pace entrava dentro e faceva dimenticare le tribolazioni.

Protetto tra i canneti del beudo non si accorgeva dello scorrere del tempo. Soddisfatto di stare lì, a occuparsi delle cose da fare. E basta.

Una piacevole sensazione che gli permetteva di cogliere sulla sua pelle anche la più piccola variazione del vento.

Tutto questo non aveva bisogno di spiegazioni o ragionamenti. Se lo sentiva addosso come un unguento che cura le ferite.

Durante i forti temporali d’autunno, protetto dentro il capanno di legno, si accendeva un toscano e osservava con rispetto la forza del fiume mentre distruggeva in pochi minuti le opere di contenimento, che con tanta cura aveva innalzato durante l’estate.

Contro la natura c’è poco da fare. Non la puoi odiare. O la accetti per quello che è o sei sconfitto in partenza.

Ricominciava da capo con ostinazione, a costruire meglio quello che era andato distrutto.

Faceva la conta dei disastri.

Qui l’acqua ha sfondato con facilità. Qui invece la protezione ha tenuto bene.

Da questa parte occorre porre una barriera con grosse pietre, perché la corrente del fiume riceve più spinta.

Valutava con attenzione i danni subiti, per poter costruire rimedi sensati.

Al prossimo temporale avrebbe avuto la prova dell’utilità della propria fatica.

Non si faceva illusioni. Il risultato dipendeva in minima parte dalle sue capacità. Il resto era in mano al destino e alla forza del prossimo temporale.

Se sfidi la montagna, perdi sempre, lo ammoniva il babbo, indicandogli la vetta lontana.

Così aveva vissuto la sua gente di generazione in generazione.

Ogni pezzo di terra lo avevano conquistato alla montagna e difeso con una pazienza infinita.

Combattevano contro la potenza della natura con fare umile, rispettoso.

Negli orti il tempo si era fermato. I gesti, il sudore, le imprecazioni, gli attrezzi, i semi, gli odori e i suoni rimanevano gli stessi di sempre.

Il rumore del fiume in piena o il frusciare del vento tra i canneti creavano musica familiare per le orecchie degli uomini. Una melodia che aveva un sapore antico e autorevole.

I giovani apprendevano dai vecchi l’arte del fare ed era molto difficile che qualcuno sperimentasse delle varianti rispetto a quello che era sempre stato.

Prendersi dei rischi poteva significare restare senza risorse per un’intera stagione.

Una cautela più vicina al buon senso che alla codardia. Di chi si è ingegnato a sopravvivere in condizioni ambientali difficili.

Di coloro che hanno imparato a nuotare nella circonferenza conosciuta dello stagno, piuttosto che dentro i confini ignoti del mare aperto.



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