Capitolo 1: La testa
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CAPITOLO 1
La musica risuona nelle orecchie come tamburi, il tempo grigio di Londra copre la sua testa, pronto a scatenare l'inferno, ma non le interessava. Tutto quello, per lei, era la pace. I piccoli scoiattoli gironzolavano intorno a lei in cerca di cibo, il cappuccio della felpa copriva i suoi capelli lunghi, di un color nero corvino. Le acque del Serpentine Lake scorrevano veloci. Alzò lo sguardo alla ricerca di un posto dove potersi riparare dalla pioggia imminente. I suoi occhi chiari, fugaci come quelli di un rapace, individuarono il nascondiglio perfetto: la Pump House. Aumentò il ritmo del passo.
La pioggia picchiettava sulla sua felpa, goccia dopo goccia.
Pum. Pum.
Sempre più insistente. Doveva muoversi, se non voleva diventare una spugna d'acqua. Sulle sue gambe fragili iniziò a correre, fin troppo corte per una corsa veloce, fin troppo deboli per lei.
«Merda!» imprecò ad alta voce.
Portò il gomito sulla fronte per coprire la sua visuale. Ad ogni passo che faceva, le sembrava che la Pump House fosse sempre più lontana, ma mai vicina. Avvicinatasi, superò il piccolo recinto, poggiando i piedi nell'erba bagnata. Le scarpe divennero ben presto una piscina. Ogni passo emetteva un suono.
Chack. Chack.
Arrivò vicino alla struttura, si voltò di schiena e lasciò che il cornicione coprisse leggermente il suo corpo. Sfilò con forza le cuffie dalle orecchie e alzò lo sguardo.
Merda, perché non sono rimasta a casa? pensò.
Volse lo sguardo all'orizzonte, cercando di ricordare forse perché...
Tu non hai una casa. Stupida!
Parlò la sua voce nella testa.
«Sì, lo so che io non ho una casa, non ti ci mettere anche tu!» parlò ad alta voce, come se poi essa potesse sentirla da dentro di lei.
Un lampo illuminò il cielo, seguito subito da un tuono. Il suo corpo ebbe un tremito. Si lasciò cadere sul pavimento, rannicchiando le ginocchia al petto. Le serrò strette con le braccia, infilò la testa tra esse e, come una chiocciola, creò il suo guscio.
Aveva sempre avuto paura dei temporali, fin da quando aveva memoria.
Fin da quel giorno.
10 anni prima.
«Mamma! Mamma!» urlava dalla sua cameretta. Fuori il tempo era brutto, i lampi e i tuoni risuonavano lassù nel cielo. La porta della sua camera si spalancò.
«Che succede, Sophia?» chiese la madre.
Le lacrime rigavano il volto della bambina.
«Mamma, ho paura» disse con voce rauca.
La madre si sedette sul letto, abbracciando la piccola Sophia. Il battito e il calore della madre la fecero tranquillizzare, finché non sprofondò, addormentandosi tra le braccia di sua madre.
Aprì gli occhi di scatto e scosse la testa. Per un attimo, per un piccolo barlume, le era sembrato quasi di aver avvertito quel piccolo calore che ormai non provava da tempo.
Sciocca, non è il momento di pensare a questo! Tu sei destinata ad altro!
«Ah sì? E a cosa?» urlò nell'esatto momento del tuono.
Segui il suono!
«Che suono?»
Agguzzò le orecchie come un segugio e, per una volta, provò a seguire il suo istinto. Un piccolo ronzio, impercettibile, risuonò.
Seguilo! urlò ancora la sua voce.
Sophia si alzò di scatto e iniziò a camminare sotto il temporale imponente. Un passo dopo l'altro, il suono diventava sempre più forte. Non era più un ronzio, ma riusciva a distinguere la voce che parlava.
Come un sussurro.
Ti stavo aspettando...
Seguì la voce fino a trovarsi sulla riva del Serpentine Lake. Il luccichio attirò la sua attenzione. Qualcosa si stava muovendo sulla riva, insieme alle onde mosse dal vento. Con passi lenti si avvicinò, finché riuscì a distinguere la sagoma.
Una testa di un giocattolo.
Di una bambola.
«Cosa ci fa qui?» chiese ad alta voce.
Raccogli la testa! urlò la voce.
Sophia si guardò intorno alla ricerca di chi avesse parlato, ma non vi era nessuno lì con lei.
Raccogli la testa!
Ed eccola di nuovo, quella voce, quella di una donna.
«Perché?» chiese.
Perché tu sei la prescelta.
Tu sei colei che io stavo aspettando.
Con la mano destra raccolse la testa della bambola. Solo quando fu abbastanza vicina, Sophia si rese conto che essa era fatta d'oro.
«Merda!» imprecò. «Cosa ci fa una cosa così qui, buttata nel lago?» chiese ad alta voce.
Recuperò velocemente la borsa da dietro le sue spalle e la aprì, riversando al suo interno il capo della bambola. La richiuse e, con il cuore che batteva come un martello, corse via da lì.
I suoi panni erano completamente bagnati, lei era completamente bagnata. Il tragitto da Hyde Park all'orfanotrofio era distante pochi minuti, ma quei minuti sembravano essere diventati ore.
Aprì la porta d'ingresso ed entrò, ritrovandosi nel maestoso salotto. Il tappeto rosso copriva gran parte del pavimento, i quadri erano appesi al muro e una piccola scrivania era poggiata sulla parete sinistra.
«Ciao, Sophia» la salutò il guardiano Ralph.
Sophia si voltò verso di lui e gli ammiccò con un piccolo sorriso.
Salì le enormi scalinate, voltò subito a sinistra, dirigendosi nella camerata femminile. Percorse il grande corridoio, composto anch'esso da un grande tappeto lungo e piccole decorazioni appese sulle pareti.
Aprì la terza porta sulla destra, entrando nella sua camera.
Un piccolo letto in ferro era vicino alla parete sinistra, mentre una piccola scrivania si trovava al centro.
Posò la borsa sulla sedia e, con cautela, la aprì. Recuperò il capo della bambola e lo appoggiò sulla scrivania. Accese la lampada, portandosi a sedere.
Afferrò con entrambe le mani il capo e iniziò ad osservarlo pezzo per pezzo. Partì dai lunghi capelli ricciolini, anch'essi fatti d'oro, poi scese lungo gli occhi. L'unica cosa che non era d'oro erano le pupille, al centro di un celeste chiaro.
Che me ne devo fare? si chiese.
Lasciando il giocattolo, appoggiò la schiena e fissò l'oggetto.
Premi il pulsante, parlò la voce di prima.
«Quale pulsante?» chiese Sophia.
Recuperò nuovamente la testa, puntandola sotto la luce stessa. La girò e rigirò più volte, senza trovare nulla.
Arrendendosi, si alzò e uscì dalla sua camera, non prima di aver raccolto qualche indumento.
Percorse nuovamente l'immenso corridoio fino ad arrivare alle docce.
Dopo essersi lavata ed asciugata, era pronta per la cena. Forse con lo stomaco pieno avrebbe trovato la soluzione. Scese la rampa di scale, voltò sulla destra ed arrivò alla sala comune, dove tutti i bambini, bambine, ragazzi e ragazze mangiavano.
Raccolse un piccolo vassoio, avvicinandosi al grande bancone. Guardò i vari contenitori, ognuno con una pietanza diversa. C'erano cotolette, bacon, qualche pezzo di pizza, pasta con il formaggio.
Scegliendo proprio l'ultima, la pasta con il formaggio, prese una bottiglia di Coca-Cola Zero e si diresse ad un tavolo vuoto, iniziando a mangiare.
Una volta che ebbe terminato, ritornò nella sua camera senza fermarsi a parlare con nessuno. Il suo unico obiettivo era capire cosa si celava dietro la testa della bambola.
Portatasi nuovamente a sedere sulla sedia, raccolse l'oggetto.
Sotto il collo, parlò la donna.
Sophia fece esattamente quello che le fu detto. Guardò il collo della bambola, toccandolo. Quando sotto le sue dita poté sentire il pulsante che tornava all'indietro...
Premilo! esclamò la donna nella sua testa.
«Cosa succederà?» chiese con timore.
Tu fidati di me! rispose la donna.
Sophia premette sul pulsante.
Click.
La testa chiuse gli occhi.
La lasciò cadere e si alzò di scatto.
La bambola aprì nuovamente gli occhi e un bagliore dorato iniziò ad illuminare la stanza.
Sophia sgranò gli occhi. Il cuore le batteva forte.
Delle lunghe catene uscirono dal collo della bambola. Batté le palpebre, mentre le catene avvolsero il suo corpo in un vortice.
Il bagliore accecò i suoi occhi.