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Juliet

Juliet

3 min di lettura

Stavo andando a scuola, come tutte le mattine. Il bomber non bastava, in quella fredda mattina di gennaio. Era nevicato da poco e la temperatura si era bruscamente abbassata, rendendo la grigia città uno spettacolo immacolato talmente brillante da far male agli occhi. Purtroppo dovevo andare a scuola a piedi, la fidata mountain bike non era certo una campionessa di stabilità, sul ghiaccio. A un tratto udii un fruscio, un rumore debole ma costante: qualcuno stava correndo verso di me!

“Crepa!!!”

Feci appena in tempo ad abbassarmi, una massa gialla mi passò oltre e ruzzolò a terra. L’avevo scampata per un pelo. La losca figura non dava cenno di volersi alzare. Mi avvicinai lentamente. Il ragazzo a terra mi guardò a sua volta. Sembrava la scena di un duello western. Gli sorrisi, quindi gli tesi la mano. Il ragazzo l’afferrò e si rialzò di scatto.

“Craig! Possibile che mi fai sempre degli scherzi idioti?”

“Per forza, tu cammini con la testa fra le nuvole!”

“Infatti per terra ci sono finito io, vero?”

Ridemmo. Tutte le mattine ci vedevamo per andare a scuola insieme, e tutte le mattine Craig mi faceva uno scherzo. A volte vincevo io, a volte lui. Ma, quando si è così amici, importa davvero chi vince?

La campanella suonò per l’ultima volta, quel giorno. Era passata da poco l’una e il cortile della scuola era colmo di ragazzi che stavano togliendo i vari lucchetti dalle bici, i più sfortunati, o dai motorini, i benestanti. Incuranti del rischio che correvano sulle strade ghiacciate, una bella apparizione con l’ultimo scooter poteva valere un bacio dalla ragazza più carina della scuola.

“Allora, alle tre a casa mia?”

Io e Craig avevamo l’abitudine di ritrovarci quasi tutti i pomeriggi per fare i compiti. A dire il vero, gran parte del tempo lo trascorrevamo giocando a Forza Motorsport 4 e a parlare di ragazze… Stavo per rispondergli, quando la notai. Era una visione celestiale, la più bella ragazza che avessi mai visto, talmente splendente da far sembrare pallida anche la neve. I lunghi capelli rossi, leggermente ondulati, le ricadevano sul cappotto color fumo. I jeans azzurri le fasciavano le gambe snelle, una cuffia color rosa confetto le donava un aspetto dolcissimo. Era intenta a togliere il lucchetto dalla bicicletta, ma senza successo.

“Ehi? Mi hai sentito? Eric?”

Niente da fare, ero in un’altra dimensione.

“Eric!”

“Oh! Che c’è?”

“Bentornato! Ti ho chiesto…”

“Ok, ok, oggi da te. Scusa, ma ora devo andare…”

“Ti piace la rossa, eh?”

Lo squadrai.

“Guarda che quella ragazza ha un nome…”

“Ah sì? E quale sarebbe, di grazia?”

“E che ne so? Però ne avrà sicuramente uno, no?”

“Magari si chiama proprio Rossa!”

Scossi la testa.

“Siccome si trova in difficoltà, vado ad aiutarla, poiché sono un gentiluomo.”

“Come no! E se fosse brutta, piena di brufoli, mezza pelata e con un occhio storto? Andresti da lei lo stesso?”

“Sei sempre il solito, Craig!”

“Che, tradotto, significa che ho ragione!”

Sapevo d’aver perduto. Salutai Craig, rinnovando l’appuntamento per il pomeriggio.

Mi stavo lentamente avvicinando alla ragazza. Il lucchetto non ne voleva davvero sapere d’aprirsi. Man mano che la distanza diminuiva, scemava anche la mia spavalderia. Non ero mai stato un drago, con le ragazze. Mi facevo mille viaggi mentali e poi, stringi stringi, non riuscivo a strappare loro nemmeno un appuntamento. Eppure non sono da buttare: alto più di un metro e ottanta, longilineo, capelli corti e castani, occhi color verde scuro. Nonostante questo, però, il mio score personale segnava ancora un bello zero tondo. Era giunto il momento di dire basta! 


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