NON LA VEDEVO DA UN SACCO DI TEMPO
Ai Miei Amici
di Maurizio
517 min di lettura
Ai Miei Amici
Io dico sempre la verità, anche a costo di mentire (Enrico Vaime)
Questo libro è anche un’opera di fantasia. In alcuni casi, nomi e personaggi sono frutto dell’immaginazione o sono usati in modo fittizio. Qualunque somiglianza con fatti, luoghi, o persone reali, esistenti o esistite, non è casuale.
(MC)
N LA VEDEVO DA UN SACCO DI TEMPO
PRIMA PARTE
INTRO
14 febbraio
Non la vedevo da un sacco di tempo: quando ho incontrato Barbara, quel martedì di febbraio, nella sala d’attesa dell’Ufficio Edilizia Privata del Comune, dove passavo almeno due mattine la settimana, dovevo presentare un progetto preliminare per un piano di lottizzazione per conto di un imprenditore molto coraggioso. Sia sulle proposte da sviluppare sia negli investimenti.
Questo signore mi aveva conferito l’incarico, perché nella scelta aveva dovuto decidere tra affidare il lavoro a me o a una collega. Ha scelto di lavorare con me solo perché con la collega aveva già lavorato. Non conoscendomi, ha preferito rischiare con me che andare sul sicuro con la mia contendente. Non ha avuto dubbi. Mi ha chiamato e abbiamo fissato un incontro. La prima cosa che gli ho chiesto è stata il motivo della selezione e mi ha spiegato il perché: conoscendo la collega ha pensato che correva un rischio minore affidandosi a chi non conosceva.
Il progetto è di ampie dimensioni, di prestigio, attuabile nel medio periodo, politica e burocrazia permettendo.
Sul piano tecnico e professionale, con la mia società d’ingegneria (mia, sono socio, non è proprio mia) siamo all’altezza del compito e avevo ottenuto che potevo occuparmi dell’ingegneria di tutto l’intervento, cosa che è il core business della società.
Quella mattina, avevo appuntamento con Rosanna Campana, un dirigente del Servizio che si occupa di queste cose. Avevamo lavorato insieme nello studio di Genova di un architetto milanese, con studio a Genova e a Milano, dove ero stato diverse volte.
Rosanna è, oggi come allora, una donna semplice, senza trucco, radiosa, sempre serena, gentile, cortese, mai un tono della voce sopra le righe.
E ci sono cascato.
Io avevo i miei compiti per un intervento in Algeria per conto di una Società dell’allora IRI e Rosanna faceva il suo lavoro, senza che ci sovrapponessimo. Per quel lavoro avevo chiesto l’aiuto di una carissima amica, Roberta, che avevo conosciuto al primo anno di università.
Il titolare dello studio, Venanzio Guidi, viene incaricato da quella società IRI del progetto di un carcere per il recupero degli individui male inseriti nella società. Rosanna prende in mano il controllo del progetto, Amalia tiene i rapporti con i committenti (Filippo non era previsto). A me vengono affidati i reparti Nuovi Giunti e Direzione.
Era una cosa nuova e nei progetti per le facciate avevo disegnato delle nuvole, cosa assolutamente nuova (erano gli anni ’80) e che nello studio nessuno aveva immaginato. Per mettere le cose a posto, Amalia, il terribile capufficio, aveva detto che erano ridicole, Guidi che andavano benissimo e Amalia schiumava.
Rosanna faceva il giro dei tavoli due volte al giorno. E il mio era sempre l’ultimo, anche perché era quello più vicino alla porta dello studio dove lavorava.
Le lasciavo lo sgabello e discutevamo sulle tavole che c’erano sul tecnigrafo e sul piano di appoggio, per vedere a che punto eravamo e per decidere come andare avanti.
Dopo tre anni di collaborazione con lo studio e nel pieno di una cotta per Rosanna, che non aveva né presente né futuro, me ne sono andato.
Stare con Rosanna, semplice e affascinante, mi piaceva, facevo di tutto per stare il più possibile con lei. Una sera, una di quelle che passavamo in ufficio dopo cena, per rispettare le scadenze, fino a tarda notte, l’ho accompagnata a casa, sulle alture di Genova. Un posto talmente fuori mano, seppure in città, che le ho chiesto che tipo di aquila prendesse per venire in ufficio.
Dopo due giorni sono andato da Rosanna con in mano la colonna sonora del film “A woman in red”, che conteneva “I’ve just called to say I love you” di Stevie Wonder.
“Rosanna, lascio lo studio”.
“Cosa?!?”.
“Ho un problema con qualcuno qui dentro e non voglio farlo diventare più grande di quello che è”.
“E non si tratta di Amalia”.
“E nemmeno di Guidi”.
“Non capisco, insomma, rimani”.
“No, Rosanna, non posso. Dovrei affrontare il problema e risolverlo. Cambiare vita. Se faccio così non faccio del male a nessuno. Credimi, mi dispiace, molto”.
“Graziano, non andare le cose cambiano, non si può mai sapere!”.
“Ro’, o cambiano oggi, domani, adesso o me ne vado”.
Ho avuto l’impressione che avesse capito.
“Non andartene, ci vuole del tempo”.
“Rosanna, addio”. e ci siamo baciati, a lungo.
Il giorno dopo ero da Guidi e alla fine dell’anno lasciai lo studio. Con Rosanna non era cambiato niente. Io ero innamorato, lei sempre gentile, ma non è cambiato niente.
Barbara Greco è una collega cinque anni più giovane di me. Quando l’ho vista per la prima volta, io ero al quinto anno, lei al primo. Frequentavamo lo stesso posto, una facoltà universitaria, stessi orari. Poi ci hanno presentato, al bar, nei fondi dell’edificio, e abbiamo detto le solite menate “sì, ti avevo visto”, “è un pò che ci incrociamo”, “a che anno sei”, “questo esame l’hai dato?”; abbiamo scoperto di avere gli stessi gusti (in musica no, lei era un’appassionata di musica disco, no), siamo andati qualche volta via dalla facoltà insieme.
Lei non era una che non si notava, nel costume dei laureandi di andare a vedere le gonne che c’erano nelle matricole, era una presenza di tutto rilievo. Io non andavo spesso a fare l’esame delle matricole. Prima ero fidanzato, poi sposato, quindi avevo altro per la testa, specie se riguardava mia figlia Cristiana.
Il giorno della mia tesi (il 18 luglio 1980, ero il penultimo), ad aiutarmi c’erano lei e un collega, Lucio Santi. Abbiamo steso le tavole sui tavoli dell’aula, collocato il plastico, una meraviglia in legno, ottone e lexan!
Dopo la tesi non ho visto Barbara per 10 anni, a una festa dell’Ordine, lei era sola, io con la mia ex seconda moglie, le ho presentate.
Barbara è molto bella, non mi ricordavo quanto.
“Che cosa fai qua?”.
“Vado da Rosanna Campana per un piano di lottizzazione. Pensa, qua non ci siamo mai incontrati. Tu, cosa devi fare?”.
“Vado dall’assessore, tra cinque minuti”.
“In bocca al lupo. Io, l’ultima volta, ho aspettato quasi un’ora”.
“Architetto Farni? “ .
“Vado, ci vediamo dopo, vengo su, io faccio prima”.
“OK, a dopo”.
La riunione con Rosanna è stata come sempre di altissimo livello professionale, ma non fredda, dai tempi dello studio Guidi, ha cambiato look, ha i capelli di un rosso ramato, è in splendida forma. Semplice come sempre e affascinante come sempre. Il fascino, anche dopo vent’anni, è intatto.
“Se tutti venissero a discutere di progetti come fai tu, lavorerei di meno!”.
Mi ero presentato con disegni, foto, diagrammi, relazioni e le norme del Piano regolatore, come facevo abitualmente. Dovendo incontrare lei, ci avevo messo qualcosa in più.
La riunione finisce con il solito abbraccio, il solito abbraccio più lungo di un abbraccio tra due colleghi.
“Stai bene col cappello! Ci vediamo?”.
“Certo, a presto, in bocca al lupo!”.
Vado all’ultimo piano, entro nella segreteria dell’assessore e mi dicono che Barbara è appena entrata.
“Si accomodi”.
“No, grazie, aspetto qui”.
Mi siedo ad aspettare, e metto a posto i miei documenti.
Quando si apre la porta dell’ufficio dell’Assessore, lo saluto e vedo il viso di Barbara distorto da una smorfia di rabbia mista a delusione. Quando si gira, dopo aver salutato l’Assessore, il suo viso si illumina.
“Andiamo?”.
“Certo, di nuovo, Professore”: l’Assessore è anche docente universitario.
Arriviamo a piano terra e ci mettiamo sciarpe e cappello. Fuori soffia una tramontana gelida e tagliente. Devo tenere il cappello. I capelli di Barbara sono sconvolti dalla forza del vento.
“Oggi cosa fai?”.
“Sono in ufficio. Ci vediamo stasera?”.
“Perché no?”.
“Andiamo a mangiare la focaccia col formaggio a Recco”.
“Perfetto, non ci vado da un sacco di tempo!”.
“Ti vengo a prendere alle sette e trenta”.
“Dai, a stasera, sono a casa”.
Ho trascorso il pomeriggio su una chat a parlare col mio cliente e col suo responsabile delle operazioni immobiliari (uno a Milano, l’altro a Genova) dell’incontro con Rosanna, ci si attestiamo su un cauto ottimismo. Questo incarico è molto importante, per la società una commessa di tutto rispetto, un gran risultato. Preparo un verbale, un resoconto sull’incontro e glielo giro sulla chat. Continuiamo a discutere sulle prossime attività e su come scadenzarle. Preparo una tabella con i tempi e i metodi per l’incarico e la giro al responsabile delle operazioni. Coll’investitore vorrei parlare di onorari. Mi chiama subito. Il suo nome è Biagio Fogli, una sorta di Re Mida del mattone. Non si è smosso neanche a dirgli che in Liguria è difficile fare investimenti, a Genova, addirittura, impossibile.
“Farni, mi fissi un incontro con l’Arch. Campana!”.
“Presidente, senza niente di diverso da quello che ha visto oggi, è inutile. Ci vuole qualcosa di più, schemi più dettagliati, tabelle, calcolo degli oneri, degli standards, un cronoprogramma”.
“Cosa le serve?”.
“L’incarico col quale coinvolgere la società e un contratto con la Sua”.
“Non basta Lei?”.
“Sì, posso bastare, ma sarebbe meglio se lei accettasse di impegnare più risorse e più competenze, un altro architetto e un impiantista per le energie alternative”.
“Capito. Mi mandi un quadro economico, per le spese tecniche, sulla base dell’investimento, e le scadenze. In modo che io possa fare il mio piano finanziario”.
L’avevo già preparato, con Mauro, uno dei Soci.
“Mi dia tre giorni, e glielo mando”..
“Mi mandi l’avviso di parcella per quanto fatto finora”.
“Subito”, stampo e faccio partire la bozza di parcella via fax.
Sento dei passi e un fruscio di carta.
“Bene, le mando la copia del mandato. Buonasera”.
“Salve”.
Sono le sette. Chiudo tutto ed esco per andare a prendere Barbara a casa.
Citofono e Barbara mi dice di salire. Dovevo comprare un paio di cose e le dico che l’aspetto giù.
Barbara arriva con un tailleur grigio con le scarpe chiare, senza borsa.
Partiamo verso Recco. In macchina parliamo di lavoro.
Siamo arrivati a Recco, che, come dice Francesco De Gregori per Genova, ha uno svincolo micidiale, lunghissimo, andiamo verso il centro, lungo il fiume. Dopo il ponte sotto l’Aurelia, giro a sinistra.
“È chiuso!”, per turno.
“Andiamo da un’altra parte”.
“No, non mi va, andiamo a casa mia! Ci arrangiamo. Non ho più voglia di stare in giro”.
“Passiamo di sotto?”.
“Sì, tanto non c’è fretta, no?”.
“No, nessuna fretta”.
Non ho visto spesso la costa genovese tra Recco e la città, di notte, ma stasera con la luna alta è veramente bella.
Arriviamo a casa di Barbara, a Vernazzola. Parcheggio a pochi metri dal portone e saliamo una scala stretta e ripida, tipica delle case vicino al mare, fino al terzo piano.
La casa è molto bella, dalle finestre si vede un panorama da urlo. C’è anche un terrazzo, sul mare.
“Il bagno è là. Aspetta”, e mi tira un asciugamano. Bianco.
“Usa questo”.
“Che cosa mangi?”.
“Ci arrangiamo?”.
“Sì, ma per cosa? Pasta”.
“Sì”.
“Pomodoro, aglio, olio e peperoncino, pesto, acciughe?”.
“Tutto insieme?!”.
“Scemo!” e, per la prima volta, ride.
“Non ci provare: pesto e acciughe, potrei morire”.
“Non mi provocare! Ascolta, non mi ricordo, dove l’ho mangiato, ma mi hanno portato una pasta al pesto e pomodoro, faccio quella”.
Mi scende un brivido lungo la schiena. Come dice Mauro, sono un conservatore (in verità lui dice talebano) e ‘ste commistioni non mi piacciono.
“Quanta fame hai?”.
Sono passate le nove e, poiché da solo non mangio, ho fame dalle due del pomeriggio.
“Normale”.
“Penne, rigatoni, spaghetti, sedani?”.
“Tutto insieme?!”.
“Di nuovo?”.
“Perché, ero andato via?”.
“Rigatoni, due etti. Gratti il formaggio? È nel frigo e la grattugia nel mobile a fianco”.
Una grattugia elettrica che sforna neve, non formaggio grattugiato.
“Apri il vino? Bianco, è in frigo”.
“Sì”.
Mi sembrava di essere già stato lì, ma non capivo perché non ricordavo dove fossero le cose.
“Riempi due bicchieri, lì dietro”.
Barbara si china, dietro la penisola che divide la zona cottura dal resto della cucina, e riappare con un barattolo di vetro in mano, mezzo vuoto di arachidi.
Brindiamo alle nostre iniziative, pescando, a piene mani, nel barattolo.
“Perché non mangiamo qua?”.
“In cucina? No!”.
“Dai lascia stare, due tovagliette e andare!”.
“Come vuoi. I piatti sono lì sotto, le posate sopra”.
Il colore del condimento è orribile: Barbara ha sciolto il pesto con l’acqua di cottura, poi ha aggiunto la salsa. Prova a mescolare verde e rosso, prova!
Ormai il guaio è fatto!
Barbara scola bene la pasta poi la versa nel piatto, dove vive quella cosa dal colore innominabile, che viene investita dai rigatoni fumanti.
Ci sediamo sui trespoli e dopo cinque minuti sono pentito: sono scomodissimi!
Però mangiamo.
“Allora?”.
“Pensavo peggio, ma è buona, cotta giusta. Il condimento è particolare”.
“Se mettessi meno formaggio!”.
Di solito copro la pasta con uno strato di formaggio, ripulisco e poi ricopro.
“Senza formaggio la pasta, qualunque pasta, è spoglia, è fondamentale!”.
“Sì, ma tu mangi il formaggio con la pasta, non sulla pasta!”.
“E allora? Fa attenzione che non mi metta a mangiarlo dalla forma, l’hai già messo via?”.
“No, mangiane quanto vuoi. Con chi stai adesso?”.
“Non sto con nessuno. Ho chiuso tre anni fa col secondo matrimonio”.
“Io sto da sola, da molto più tempo. Da quando è finito il matrimonio con Luciano Canepa, sono venuta a vivere qui, nella casa dei miei. Quando passa una gatta, con qualunque muso, allora mi viene malinconia. Pensando ai bei momenti passati con Luciano e a quello che mi ha fatto. E per fortuna erano cose di lavoro e non di corna. Non mi rimetterei mai con un collega”.
Se avessi avuto qualcosa in mente, via! Siccome non avevo in mente niente!
“Sai alla mia età e nel nostro mestiere, non è facile. Io sono una pantofolaia, dopo il lavoro, jeans, ciabatte, televisione o libri. Non vado nei posti da single”.
“A Genova, sarebbe difficile”.
“Non credere. Nei posti da single, ci vanno tutti, in cerca di avventure, anche i non single. Non so nemmeno se si dice così!”.
“Allora li conosci?”.
“Beh, ci sono stata, Prendi l’ananas?”.
E m’indica il terrazzo, mentre si alza.
Sul terrazzo la vista toglie il respiro. La notte è limpidissima. La luna illumina l’orizzonte e si vede la separazione tra mare e cielo. La striscia luminosa del riflesso della luna arriva fino alla spiaggia, a cinquanta metri dalla casa.
“Bà’, vieni a vedere!”.
“Eccomi. Guarda che meraviglia. Sono abituata, ma è sempre meraviglioso. I tramonti d’estate sono sempre mozzafiato. Poi, come diceva Kant, qua si capisce la differenza tra bello e sublime. La sai?”.
“Scherzi? Proprio Kant, bello è il mare, sublime è il mare in tempesta. Fissità e movimento, calma e ira, se credi vita e morte”.
“Stai bene? Qualcosa non va? Capisco: il vino!”.
“No, che vino, mi provochi!”.
“Io?”.
“Sì, mi fai pensare”.
“Vieni in casa, salame, che siamo a febbraio, ho freddo!”.
Pulisco l’ananas e lo taglio a fette.
“Vuoi un liquore sull’ananas?”.
“No, naturale, grazie”.
Prende due bicchieri.
“Grappa o whisky?”.
“Whisky, prendo il ghiaccio”.
“Anche per me”.
Ormai la cucina non ha più segreti. Mette il ghiaccio in un bicchiere e lo riempie fino a metà.
“Tu?”.
“Uguale”. E versa il liquore fino a metà.
“Salute”.
Brindiamo, di nuovo, a noi due, e beviamo. Un buon whisky, buono.
“Metto a posto, vai di là e scegli un DVD”.
“Vado”.
In salotto c’è un magnifico divano in stoffa blu, con enormi cuscini. Dà l’idea di essere comodo. Nella libreria c’è un numero incredibile di DVD. Tiro fuori, di alcuni centimetri tre 007, Tutto può accadere, Il momento di uccidere, per lasciare a lei la scelta.
Mi siedo sul divano e prendo il giornale genovese. Mi metto a leggere, di un terzo omicidio di una ragazza, una settimana prima, nel quartiere di Albaro. Le altre due erano state uccise a Teglia e a Borgoratti: gli inquirenti navigano nel buio più totale, le ragazze non hanno legami, non si conoscevano, i luoghi degli omicidi sono distanti, non trovano nessun appiglio. Hanno in comune solo i capelli ossigenati.
Mi sposto, scivolando sulla comodità del divano in stoffa blu e mi appoggio a un bracciolo.
Mi accorgo che Barbara non è ancora arrivata. La luce in cucina è spenta, ma è accesa un’altra luce che sbuca da una porta, a fianco di quella della cucina. Mi sento rintronato, ho ancora il giornale sulla pancia. Mi alzo dal divano e vado verso quella luce. Barbara è distesa sul letto, sotto le coperte e sta leggendo.
“Ciao, vuoi un caffè?”.
“Che caffè, che ore sono?”.
“Mezzanotte e mezzo”.
“Come mezzanotte e mezzo?!”.
“Mezzanotte e mezzo, ti sei addormentato. Mi sono seduta sul divano, ho messo un DVD, sperando ti svegliassi. Il film è finito, e sono venuta qua”.
“Cacchio!”.
“Cacchio niente, vieni qua” e allarga le braccia. Mi siedo sul bordo del letto e ci abbracciamo. Sotto le coperte, non ha indosso niente. Non avevo fatto la figura del viveur, ma, evidentemente, non era importante.
15 febbraio
Mi sono svegliato con Barbara sulla mia spalla, sveglia.
“Sei appena arrivata o …”.
“Non mi sono mai mossa. È stata una bella serata”, con un sorriso che sembra un soffio di felicità.
Poi diventa seria.
“Sai, non posso avere figli. Ho un utero deformato, schiacciato in avanti e non posso avere bambini”.
La guardo stupito e meravigliato.
“Perché mi dici questo?”, non mi ero preoccupato stanotte. Ora sono preoccupato, per lei.
“Perché ieri sera non ho fatto in tempo. Non è vero. Non mi sembrava il momento. Sei un gentiluomo”.
“Certo, un gentiluomo che va a casa di un’amica a cena e si addormenta sul divano”.
“Sì, eri qui per una cena. Sono felice perché ti sei addormentato perché eri a tuo agio. Non c’era nervosismo perché ti aspettassi qualcosa e sei un gentiluomo!”.
“Beh, sai, noi gentiluomini facciamo sempre così, con le signore”.
Scoppia a ridere.
“Ma smettila! Vado a preparare la colazione. Non ti muovere”.
Mi prende il viso tra le mani e mi bacia. si veste il volto con un altro bel sorriso.
Esce dalle lenzuola, indossa una maglietta a maniche lunghe che le arriva fino alle cosce e se ne va. Dopo poco, la casa si riempie delle note dello stereo, con una musica dolce non da discoteca.
Dalla finestra, attraverso le tende bianche, filtra un po’ di sole. Mi giro verso il comodino e prendo uno dei due orologi: sono le otto. Non c’è nessuna fretta.
Arriva con un vassoio, con sopra brioches, succo di frutta e caffè.
“Succo d’arancia, va bene?”.
“Non lo so, devo assaggiarlo”.
“Tu vuoi delle botte” e mi porge il piatto con le brioches.
“Che cosa fai oggi?”.
“Lavoro per quella proposta di ieri. Il cliente vuole un piano dei costi”.
“Poi?”.
“Pensavo di telefonare a una collega che mescola pesto e salsa, per invitarla a cena”.
“E se rifiuta?”.
Bevo il succo d’arancia e il caffè.
“Sapevo che non dovevo addormentarmi!”.
“E se rifiuta?”.
“Riprovo più tardi”.
“Dai, scemo, vado a prepararmi”.
Mentre è di là, canticchia, sulla musica dello stereo. L’ascolto con piacere e mi preparo per il momento di andare a prepararmi. Per fortuna le cose che avevo comprato la sera prima sono in una borsa che ho portato su. E mi servono.
Torna in camera e, mentre si toglie la vestaglia, mi dice che posso andare in bagno. Mi alzo e mi avvio. Mi ferma e mi dà un bacio sulla guancia, tenero e dolce.
Quando esco dal bagno e torno in camera è già vestita, gonna e camicetta, e mi guarda con due occhi grandi e luminosi. Mentre mi vesto, ci mettiamo d’accordo per la serata.
L’accompagno alla sua auto e poi vado in studio.
Accendo i computers e scarico la posta elettronica.
Io non sono un grande fan di Internet, anche se uso la rete per ricerche, lavoro, mi sono disegnato un sito, ma non la ritengo efficace al cento per cento.
Poi, non ho mai creduto alla consistenza delle cose gratuite, in generale, sulla rete ancora meno.
Bene, la Cassa di previdenza ha regalato agli Iscritti un abbonamento a un portale che fornisce informazioni sull’architettura e sui bandi di gara di progettazione. Questo portale manda, tutti i giorni, un paio di bollettini d’informazioni. Che io, regolarmente, non leggo.
Quella mattina, invece, il primo messaggio che vedo è il bollettino. Lo apro sull’elenco dei bandi.
A bandire il concorso erano il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali, la Regione Lazio, la Provincia e il Comune di Roma. Ho scaricato tutti i documenti (testi e disegni) e mi sono messo a leggere.
Non ci volevano requisiti speciali, tecnici o amministrativi, come in altri casi. Era solo obbligatorio un’artista visuale. Non c’erano vincoli, a parte alcuni elementi tecnici, come l’altezza massima di progetto e la massima profondità degli eventuali scavi. Sai, Roma è sempre Roma, scavare può significare trovare qualunque cosa, oppure niente. Nell’incertezza, la quota massima non poteva superare i settanta centimetri e, credo che, fino a quella profondità, non si debba trovare nulla.
Dopo due minuti, chiamo Mauro.
“Mauro, te la senti di fare un monumento?”.
“Si, certo”.
Mauro non si è preoccupato per niente.
“Allora dobbiamo andare a Roma”.
“Quando?”.
“Aspetta, prima una cosa. Ci vuole un’artista visuale”.
“Cos’è?”.
“Non ne ho la più pallida idea. Ti mando il bando su Skype”.
Il tempo dell’invio, qualche momento per leggere. Intanto faccio una ricerca per un artista visuale su un motore di ricerca. Come spesso accade, escono molti risultati, di diversi artisti: ma di visuale neanche l’ombra. Temevo cose tipo installazioni luminose, prestazioni estemporanee. Niente.
“Letto?”.
“Cacchio! Sapevo che eri matto, ma una cosa come questa!”.
“Mauro, DEVO farlo, ci tengo!”.
“Sì, sì, d’accordo, lo facciamo!”
Ho cercato un’artista visuale su Internet, non ho trovato neanche la definizione. Conosci uno scultore? Dovrebbe andare bene”.
“No, chiedo a mio figlio Raffaello”.
Raffaello è dottore in Architettura, con la laurea breve.
“Ci sentiamo. La scadenza è il 14 marzo, a Roma. Non vorrei perdere tempo”.
“Lo chiamo subito”.
“Mauro, chiamo un amico di Genova, che progetta strutture, lui forse conosce qualcuno. Poi lo coinvolgo nel gruppo”.
“Va bene, chiamo Raffaello, poi ci sentiamo”.
Arnaldo Giovanni De Pasquale è un collega genovese. Prima di lui ho conosciuto suo padre che, da Guidi, faceva la contabilità per il lavoro in Algeria. Arnaldo insegna nelle scuole superiori. Ha una grande esperienza di computer, abbiamo preso insieme la patente europea per queste macchine. Mai usata, però l’abbiamo. È anche un uomo di cultura e ho pensato a lui. Tra l’altro è un progettista di cementi armati e nel quadro del gruppo che stavo preparando, uno strutturista c’era, quindi.
Anche lui non ha trovato difficoltà a partecipare, salvo sentirsi chiedere se conosceva un’artista visuale.
“Non so cosa sia”.
“Neanche io. Mi sembra che sia necessario e sufficiente uno scultore. Conosci qualcuno?”.
“No, posso chiedere, ci sentiamo”.
E due!
Chiama Mauro sulla chat.
“Ho parlato con Raffaello. Non conosce nessuno”.
“Perfetto. Ho parlato con Arnaldo Giovanni De Pasquale, ho chiesto anche a lui”.
“E cosa ti ha detto?”.
“Che chiedeva”.
“Aspettiamo”.
“OK, visto che abbiamo tirato in mezzo tuo figlio, mi farebbe piacere se partecipasse, lo chiedo anche a Luigi Parodi, che lavora con me”.
“Ma certo!”.
“Glielo dici tu, a Raffaello?”.
“D’accordo”.
“‘Aspetta mi chiama Arnaldo”.
“Ho chiesto a una mia amica, vuol sapere qualcosa di più”.
“Più che darle il bando, non so cosa fare. Dove la trovo?”.
E mi dice il numero di telefono di una gallerista di Genova, nel centro storico.
“Chiamala e mettiti d’accordo”.
“Subito”.
Era tardi per telefonare e rinvio al giorno dopo. Cerco l’area prevista per l’intervento e col navigatore su Google Earth e lo trovo abbastanza facilmente.
Cerco notizie sulla chiesa di San Paolo fuori le Mura e trovo anche alcune foto.
Barbara.
“Sei pronto?”.
“Per cosa?”.
“PER LA CENA! Stai dormendo?”.
“No, no. Poi ti dico”.
Mi ero dimenticato di lei, di Biagio Fogli. Se per Fogli avevo ancora due giorni, per Barbara avevo ancora venti minuti
“Cosa vuoi fare?”.
“Mangiamo da me?”.
“Sì, ma cucino io”.
“D’accordo. Che cosa fai?”.
“Cerco un pesce”.
“Se non vai al mercato di Piazza Cavour, alle sei di domattina, a ‘sta ora non trovi niente, dove vuoi andare!”.
“Vado in un ristorante che conosco e me ne faccio dare uno”.
“Lascia stare, stamane ho preso un branzino. Te lo cedo”.
Aveva programmato anche quello.
“Bene, porto il vino e qualche altra cosa”.
“Muoviti!”.
“Spengo tutto e arrivo”.
Spengo davvero. Di solito, anzi sempre, quando decido di spegnere o mi invento qualcosa o succede qualcosa per cui sono perennemente in ritardo.
Vado a prendere il vino e a comprare sottoli e sapori, non sapendo come è dotato il frigorifero di Barbara. Ho scoperto di aver inventato una ricetta per il pesce, che Paul chiama “Pesce alla boscaiola
Suono al citofono, sento alzare la cornetta e il portone si apre senza che sia spesa una sola parola.
La porta, di fronte alla rampa della scala è socchiusa. Penso a quel serial killer delle ragazze bionde.
“Ciao!”, dalla cucina.
Il soggiorno è illuminato e pieno della musica di Eric Clapton. Mi affaccio sulla porta della cucina.
“ERIC CLAPTON?”.
“Perché non va bene?”.
“Ti bacerei, altro che non va bene”.
“Cosa aspetti?”: mi rendo conto che non ci siamo sentiti tutto il giorno e la bacio.
“Cos’hai lì dentro?”.
“Cose” e sbircia.
“Ma sei scemo? Ce le avevo anch’io!”.
“Tutte?”.
“No, i funghi, no. Ma salvia, rosmarino e alloro! Dai!”.
“Vabbè, basta. Me lo porto via!”.
“Permaloso!”.
E mi abbraccia. Non so cosa pensare.
Il branzino è appeso per la coda all’asciugapiatti.
“Bà, mi servono del limone e una ciotola. Olio e cavatappi, che so dov’è”.
“Pronti, ciotola, limoni e olio”.
Preparo il sughetto, che è la base di tutta la ricetta. Quando metto i funghi nella ciotola, Barbara mi guarda stupita.
“Cosa stai facendo?”.
“Senti, ieri sera abbiamo mangiato un sugo che dal colore era preoccupante: fidati e accendi il forno”.
“È già acceso”.
“Bene. Una teglia?”.
Apre uno sportello e prende un tegame rotondo in alluminio.
Metto il pesce nel tegame, con un po’ del sughetto e lo infilo nel forno.
“Intanto apparecchio. Di là! Serve altro?”.
“No, tra poco, aggiungo il resto del sugo. Poi è pronto”.
Le racconto del Concorso. Come ieri, non mi chiede niente di professionale. Ed io non le chiedo se vuole partecipare. Né se conosce uno scultore, o la gallerista di Arnaldo.
Preparo l’aperitivo con gin, succo d’arancia e acqua tonica e facciamo un brindisi.
Eric Clapton continua a suonare nello stereo.
Mentre Barbara finisce di apparecchiare, vedo, sulla prima pagina del giornale locale, un altro articolo sulla morte delle tre ragazze. Il titolo parla di un mistero ancora confuso, apparentemente irrisolvibile.
“Dai un’occhiata al pesce?”.
“Non sapevo che il branzino fosse carnivoro”.
“Scemo”.
Vado in cucina, apro il forno e aggiungo l’altra metà del sugo. Il pesce è a metà cottura.
Torno in soggiorno e Barbara non c’è. La luce in camera è accesa
“Bà?”.
“Mi sto cambiando, vieni”.
Si sta mettendo una tuta da casa.
“Ma non usciamo?”.
“Non vuoi stare qua?”.
“Sì, certo. Ma pensavo che saremmo usciti”.
“No, dai, restiamo a casa, vuoi?”.
Avrei voluto dire di no. Sapevo cosa mi perdevo, ma sapevo anche cosa avrei guadagnato rimanendo.
“D’accordo, ma stasera sparecchio io, così non corro rischi”.
“Tu, stasera, sei più vicino al divano e non rompi, non sai dove vanno le cose, non conosci la lavastoviglie. Lascia perdere. Ti faccio portare fuori l’immondizia. Ieri, nemmeno questo”.
Mi metto a ridere.
“Possibile che mi sia fatto ‘sta fama?”.
“Bè, cosa vuoi, non è che la prima sera sia stata come tante altre. Una serata diversa, a fare da balia ad un architetto addormentato”.
Andiamo in cucina sottobraccio.
Prende una bottiglia di vino bianco dal frigorifero e la apre.
“Prendo i bicchieri. Controlla il pesce”.
Il pesce è cotto. Porto il tegame a tavola, mentre Bà prende un piatto per le masserizie del povero animale.
La tavola è illuminata da due candele. C’è tutto, il pane, i bicchieri, i tovaglioli.
Pulisco il pesce, rigorosamente senza coltello e lo metto nei piatti coi funghi, con l’aiuto di un colino, verso il sugo sul branzino. Dal profumo mi sembra che sia venuto bene.
Barbara inizia a mangiare. Per un pò mangia e tace.
“È buono, non l’ho mai mangiato così. Coi funghi. Dove hai imparato?”.
“Da mia madre. Non che mi abbia insegnato, la vedevo cucinare e ho imparato. Purtroppo non le ho rubato tutti i segreti, però qualcosa ho imparato”.
“Quando è morta?”.
“Nel gennaio di quattro anni fa. Un casino”.
“Ti manca?”.
“Da matti. Ancora oggi, quando vado a trovarla, piango”.
“Immagino. E questa ricetta?”.
“Pensa che credevo di averla imparata da lei e invece non ha mai cucinato il pesce così. Paul lo chiama “Pesce alla boscaiola.
“Paul?”.
“Sì, Paul, il mio amico di Portici, compagno di liceo. Ci conosciamo dal 1968”.
“E lui cosa ne sa?”.
“Abbiamo cucinato un dentice con questo sugo. Sua moglie ha detto che era buono, ma che a Napoli lo fanno diversamente. Paul le ha spiegato che era il pesce alla boscaiola e questo è il nome della ricetta”.
“Perché Paul?”.
“Paul è un appassionato dei Beatles e allora lo chiamo così”.
“Ah. Immagino che lui chiami te”.
“John. E non fare commenti. Se pensi che sono ritenuto un conservatore, l’accostamento con John è quanto meno irriverente. Mauro mi chiama George: mi toccano sempre i nomi dei morti!”.
“Mauro?”.
“Sì, un altro mio amico, poi ti dico. Beh, Lennon non era un conservatore, certo, ma non credo che la scelta sia caduta sul suo nome per questo. Boh, non lo so. Io mi sento più vicino a George Harrison, ma John e Paul erano, a torto o a ragione, i Beatles e quindi la scelta, tolto Paul, era quasi obbligata”.
“ perché a torto o a ragione?”.
“Sono convinto che senza George e Ringo, non sarebbe successo niente. Se non ci fossero stati loro due, anche John e Paul non sarebbero andati molto lontano. Almeno per la semplicità che hanno avuto nel fare tutto quello che hanno fatto. Leggende, storie vere, ho letto molti libri sulla loro storia, ce ne sono decine e decine. L’impressione che se ne ricava, che ne ho ricavato è questa. E non dimenticare George Martin!”.
“Sì, ma dopo che si sono sciolti”.
“Dopo che si sono sciolti, hanno fatto due carriere diverse. Paul si è spento, musicalmente, in maniera lenta e progressiva. Dopo la morte di Lady Linda, non è mai più stato lo stesso. L’ultimo cd è quasi inascoltabile. John è morto giovane e non ha finito la sua storia, quindi non è possibile sapere dove potesse arrivare. George ha fatto molto, in una nicchia molto delicata e riservata, com’era lui: ma ha avuto una vita come la voleva, con i suoi miti, le sue credenze. Era, secondo me, il più sperimentatore dei quattro, molto più di John. Ringo è Ringo, baciato dalla fortuna. Sai perché è entrato nei Beatles?”.
“No”.
“ perché all’epoca della separazione da Pete Best, era il miglior batterista di Liverpool”.
Scusa ma se ho sentito dire che la qualità di Ringo Starr non fossero ritenute eccezionali”.
“Vero, però la storia è questa, evidentemente non era poi così scarso”.
“Vabbè, pareri, però mi sembri preparato. Mangi ancora qualcosa?”.
“Tipo?”.
“Formaggio, frutta. Dimmi”.
“No, basta così”.
“Sparecchio”.
Si alza e prende i piatti e va in cucina.
“Non ti muovere!”.
Prendo quello che riesco a mettere nelle mani e la seguo in cucina. Mi fermo sulla porta e aspetto.
“Ubbidiente. Dammi qua”.
“Almeno il trasporto!”. e prende tutto.
“Vai a sederti di là!”.
“Vado”.
Prendo il giornale. Quella storia delle ragazze uccise mi interessa. Ci sono le solite ipotesi giornalistiche. Gli inquirenti non hanno fatto dichiarazioni su serial killers o cose simili: il giornalista però ipotizza una serialità legata a fattori ancora sconosciuti, che sarebbe l’unica cosa logica, vista l’assoluta mancanza di connessioni e legami tra le vittime. Età ed altezza sono sempre diverse.
Barbara si presenta con due bicchieri pieni di whisky e ghiaccio. La cerniera della felpa è abbassata fino al seno e le maniche sono arrotolate fino ai gomiti. Si vedono delle magnifiche efelidi sul suo decolté. Non ci avevo fatto caso.
Pantofolaia, d’accordo, ma tale confidenza e la regale trasandatezza, con i capelli raccolti a coda di cavallo, mi fanno sentire bene accetto, a mio agio.
“Qualcosa d’interessante?”.
“No, solo ‘sta storia delle tre ragazze uccise”. e propongo un brindisi.
“Ad adesso!”.
“Ad adesso!”. Beviamo il contenuto del mio bicchiere tutto d’un fiato: meraviglioso, torbato e con un profumo molto intenso.
Barbara si accovaccia sul divano, con le gambe piegate e accende il televisore.
“Ti piace C.S.I.?”.
“Sì, più Miami di Las Vegas e Las Vegas più di New York”.
“Stasera c’è quello ambientato a New York!”.
“È il più gotico dei tre. Mac non ride mai!”.
Inizia il telefilm. L’ho già visto, ma non dico niente. Chissà se Barbara l’ha visto.
Si mette sotto il mio braccio e la stringo con tenerezza.
Finito il telefilm, Barbara si stiracchia.
“Vuoi qualcosa?”.
“No, porto giù la spazzatura”.
“Fai presto che il prossimo inizia quasi subito”.
Se avessi avuto un’idea per andarmene, adesso la cacciavo via. Non le avevo chiesto niente.
“Prendi le chiavi”.
In strada la serata è fresca, la luna è meno luminosa di ieri, ma lo spettacolo è sempre lo stesso. Sarà Chighizola, sarà Barbara, oppure sono io a vederla così.
Torno su e vedo la testa di Bà fare capolino sopra la spalliera del divano.
“Muoviti!”.
Mi accovaccio sul divano con la testa appoggiata sulle sue gambe.
Barbara mi accarezza.
Finito il telefilm, Barbara mi stringe.
“Andiamo di là?”.
“Aspetta ancora un momento. Sto bene”.
Mi giro e mi metto di fronte a lei.
Il bacio è lungo, dolce.
I suoi occhi sono luminosi ed il suo sguardo sembra che vada oltre il mio. I suoi occhi, piantati nei miei, sono meravigliosi.
“Cosa c’è?”.
“Tutto. Mi sembra che tu sia sempre stato qua, in casa mia. Non mi hai chiesto niente, però sei qua”.
“Bà, non avevo niente da chiederti”.
“Ecco, bravo, non chiedere niente. Andiamo a dormire!”.
Ci alziamo e Barbara va in bagno. Vado in camera e mi tolgo maglione e camicia. Metto i telefonini spenti sul comodino. Il pavimento è in legno. Mi tolgo le scarpe. Barbara torna, con indosso solo la felpa, aperta.
“Vado in bagno”.
Dopo essermi lavato, mi metto un asciugamano sui fianchi. Mi ricorderò sempre la barzelletta di Walter Chiari che finisce cantando “Frà Martino campanaro” e agita un braccio da destra a sinistra!
“Cos’hai fatto?”.
“Ho lavato due cose, anzi tre”.
“Potevi dirlo a me!”.
“Sì, pure!”.
Sul letto c’è un piumino spesso e soffice. Ieri sera non c’era.
Sotto le coperte, il calore è quello di Barbara.
ADAGIO
16 febbraio
Mi sveglio con un terribile mal di testa. Non abbiamo bevuto molto, ma ho in bocca un gusto spaventoso di marcio. Mi gira la testa e faccio fatica ad alzarmi. Barbara è pallidissima, la chiamo, si gira e ha un conato di vomito.
“Sto per vomitare, ho nausea!”.
Accendo un telefonino e chiamo il 118. Ho nausea anch’io. L’aria ha un odore orribile ed è fredda.
Il medico del 118 si fa raccontare tutto. Cerco spudoratamente di farla più grossa di quello che è, non ci vuole molto. Mi dice di spalancare le finestre, di non accendere nessuna luce e di girare Barbara su un fianco. Barbara, a fatica, si fa aiutare e si gira. Mi metto i calzoni. Spalanco la finestra della camera e apro le persiane. Il giorno è ancora nascosto dietro il rosa e l’arancione di una magnifica alba. La testa si divincola dal dolore più forte ma, dentro, rimane un grande casino.
“Bà, sta arrivando il 118. Vado a controllare una cosa. Non accendere la luce e copriti”.
“Sì, ho freddo”.
L’odore è in tutta la casa. Vado in bagno e apro la finestra e guardo la fiammella della caldaia. È spenta. Vado in cucina, apro la finestra e torno in bagno.
Come immaginavo. La fiamma pilota è spenta e la valvola di sicurezza non ha funzionato. La casa è piena di gas.
Suonano al citofono. Prendo un accappatoio e vado ad aprire. Due medici entrano in casa e mi dicono di sdraiarmi. Barbara è ancora girata sul fianco.
“Come va?”.
“Meglio. Ho chiamato io. So cosa può essere successo”.
Gli racconto della caldaia, mentre visitano Barbara, le misurano la pressione, che è bassissima.
“Avete rischiato l’asfissia e un arresto cardiaco”.
Barbara è sconvolta.
“Bà, tranquilla, non è successo niente, per fortuna”.
L’altro medico mi fa sdraiare e mi visita.
“Sì, solto fortuna. Ancora mezz’ora e non telefonavate a nessuno!”.
Il dottore si toglie lo stetoscopio.
“Bene, il quadro clinico è a posto. Solo lievi postumi. Fate gli esami del sangue, non è ancora finita perché il gas entra anche nell’emoglobina”.
“Chiamo l’Asl per fare il prelievo qui”.
“Li chiamo io, così vengono prima”.
“Grazie”.
Prende un radiotelefono e si connette con qualcuno. Gli racconta quello che è successo e gli spiega l’esigenza di fare subito le analisi.
“Mezz’ora e sono qua”.
Lo ringrazio e li accompagno alla porta.
“Non mangiate niente, fino al prelievo, e state rilassati. Non chiudete le finestre per un pò”.
“D’accordo. A presto”.
Torno da Barbara.
“Potrei cambiare la caldaia, cosa dici?”.
“Ma no, ti sembra il caso? È bello svegliarsi e sapere d'avere rischiato la vita”.
“Scemo!” e finalmente sorride.
“Aspetto l’Asl poi vado. Tu non ti muovi di qui, per tutto il giorno”.
“Figurati, devo andare in studio, ho due appuntamenti!”.
Prendo i miei telefonini.
“Vedi, forse non sai che hanno inventato questi apparecchietti. Si chiamano telefoni cellulari. Servono per chiamare e per rispondere. E fanno anche tante altre cose. Dopo il prelievo t’insegno ad usarli. Così potrai provare l’ebbrezza di chiamare e di spostare gli appuntamenti”.
“Sei sempre così o fai così solo perché ti ho fatto rischiare la pelle?”, intanto si alza e si veste.
“Quale pelle? Cerca piuttosto di stare brava. Chiamo un impiantista mio amico per chiedere con cosa cambiare la caldaia. Stai a letto. Non è bello svegliarsi e sapere di aver rischiato di morire”.
“No, per niente”.
Suonano. Arrivano gli infermieri. Prima fanno il prelievo a Barbara; la siringa è di quelle enormi con l’ago collegato con un tubicino. Mi sento male. Il medico mi fa sdraiare sul letto e m’infila lo strumento di tortura in una vena. Barbara mi vede sbiancare e mi stringe la mano.
“E tu dove vorresti andare?”.
Il medico toglie l’ago, mette via la siringa. Mi alzo.
“No, lei stia giù”.
Barbara ride e li accompagna alla porta.
“Domani avremo i risultati, ce li mandano via fax, da me”.
Devo andare. Devo chiamare la gallerista di Arnaldo per Nassiriya.
“Bà, tra un pò vado. Ho da fare per il concorso. Oggi devo vedere una persona per l’artista visivo”, mi alzo per andare in bagno e iniziare a vestirmi.
“D’accordo, però, promettimi di stare attento”.
“Certo, prima cosa in studio, stacco lo scaldabagno elettrico!”.
“Ma no, stai attento a come ti senti. Vuoi il caffè?”.
“Solubile, con l’acqua calda del rubinetto?”.
“Smettila!”.
“Vada per un caffè”.
Andiamo in cucina e prepara il caffè. Guardo fuori: la finestra è ancora spalancata. Il mare è meraviglioso. Vederlo è sublime.
Appena in studio, chiamo il mio amico impiantista che mi indica il nome di un installatore di caldaie e mi consiglia un tipo d’impianto dagli assoluti margini di sicurezza. Chiamo Barbara.
“Non solo lo chiamo: gli dico solo di venire con una caldaia come quella”.
“Fammi sapere. Ti chiamo tra un pò”.
“Ciao”.
Chiamo la Gallerista e mi presento. Le chiedo un incontro e lo fissiamo per il pomeriggio.
Alla fine della mattinata, chiamo Barbara.
“Vieni a mangiare qua?”.
“No, non posso. Devo preparare un po’ di carte per la gallerista”.
“Cosa le porti?”.
“Una copia dei nostri curricula”.
“Me li fai vedere?”.
“Sì, come stai?”.
“Sto molto meglio, ma se non c’eri tu”.
“Se non mi fossi svegliato, sai che casino! Pensa ai giornali!”.
“Ma sei scemo? Pensi ai giornali?”.
“No, non ci penso. Non avrei potuto leggerli!”.
“Se non c’eri, li avresti letti”.
“Ascolta, Bà, non parliamone più. Solo un’ultima cosa: l’impiantista?”.
“Viene alle due, tranquillo. Tu?”.
“Io no, alle due non posso”. Ride.
“Non ti sopporto”.
“Di già?”.
“Quando ha finito ti chiamo”.
“Bene. Vado. Ciao, a dopo”.
Quando entro nella galleria, mi viene un colpo. Sono esposte solo opere d’arte moderna e non è quello che ho in mente. Insieme alla Gallerista c’è una sua collaboratrice che non dice una parola.
La signora mi parla di uno scultore che conosce e che secondo lei dovrebbe essere adatto. Alza il telefono e lo chiama Maestro. Gli spiega chi sono, cosa voglio e per cosa. Ascolta in silenzio. La collaboratrice figurati.
“Bene, allora do il tuo numero all’architetto, d’accordo. Ciao. Bene, il maestro ha accettato. Questo è il suo telefono, lo chiami domattina”.
“Dottoressa, la ringrazio molto”.
“Ci sarà modo”.
“Le faccio sapere. Ah, dimenticavo, saluti da Arnaldo”.
“Contraccambio, me lo saluti”.
E mi accompagna alla porta. La ragazza saluta con un cenno del capo.
In studio mi metto a cercare notizie sul Maestro e informo Mauro. Non è preoccupato e mi dice di chiamarlo subito. Le immagini delle foto delle opere del maestro sono molto belle. Lavora l’acciaio con tecniche strane, forme geometriche. Penso che mio padre ha lavorato nella siderurgia per tutta la vita e mi viene una stretta al cuore. Pensare a un monumento di acciaio fa onore anche al suo passato.
“Se ha detto di chiamarlo domattina, ha i suoi buoni motivi!”.
“Allora chiamalo presto. Se lo intercetta qualcun altro”.
Non ci avevo pensato. Se qualcun altro si mette in contatto con lui, siamo di nuovo a zero. Non che ora fossimo molto avanti, però ‘sto rinvio potrebbe danneggiarci.
Chiamo Barbara.
“Ho finito. L’installatore è venuto?”.
“Sì, ha già finito da un pò”.
“Perché non mi hai chiamato?”.
“Avevi da fare. Arrivi?”.
Sono confuso. Se non vado, mi sembra di abbandonarla.
“Vado prima a casa a prendere qualcosa”.
“Non portare di nuovo roba da mangiare. A proposito, hai mangiato?”.
“No, da solo non mangio. Lo trovo molto triste”.
“Complimenti! Che cosa vai a prendere?”.
Non so cosa dirle. Non vorrei dover lavare, di nuovo, mutande e calze. Ah, lo spazzolino da denti, una camicia pulita. O una maglia.
“Vestiario. E un paio di ciabatte”.
“Bravo!”.
“Arrivo”.
Vado a casa, confuso. Non ci capisco niente. Va bene non chiedere niente, ma così è proprio meno di niente. E poi, la roba da lavare? Devo portarmi una borsa, qualcosa.
Barbara mi apre con indosso una vestaglia abbottonata sul davanti, senza cintura, i capelli sciolti e, sul viso, un sorriso smagliante!
“Ciao!”.
“Uheilà, un fiore, sei un bocciuolo!”.
“Visto? Una bella dormita, una doccia, shampoo, un po’ di restauro ed eccomi, come nuova!”.
“Tanto usurata non eri. Un po’ intontita!”.
“La pianti?” e mi getta le braccia al collo.
“Vieni a vedere la caldaia nuova!”, mi afferra per un braccio, senza farmi togliere il cappotto.
“Guarda!”.
“Ma che meraviglia! Uno spettacolo! Ma complimenti!”.
“Uffa! Mi prendi in giro!”.
Mi molla una pacca sul sedere che mi sposta!
“Quella vecchia era quasi marcia. L’installatore quando l’ha vista mi ha chiesto quanto tempo era che non facevo manutenzione. Gli ho chiesto se conosceva l’epoca delle guerre puniche. Quando mi ha detto che dovevo farlo una volta all’anno per non ridurla così, gli ho raccontato quello che è successo”.
“Quindi?”.
“Ha detto che ci è andata bene, che se non ti svegliavi”.
“Devi ringraziare mia madre. Se non avessi ereditato il mal di testa”.
“Non avresti visto il mare stamattina, ti ho visto mentre lo guardavi”.
“Non avrei rivisto nemmeno te!”.
Ha già apparecchiato in soggiorno. Con due candele bianche, su due candelabri rossi, in mezzo un mazzo di fiori di campo, dentro un portafiori di cristallo, su un piatto di ottone.
“Stasera, riso in bianco, così completiamo la disintossicazione”.
“Fantastico, hai una pentola di rame?”.
“Perché?”.
“Per il riso”.
“Lo fai tu?” e prende una pentola in rame, col manico, dallo scaffale vicino alla porta.
“Mi dai una cipolla?”.
“Altro?”.
“Sì, vino bianco e, già che ci sei, prendi il grana nel frigo e la grattugia nel mobile a fianco”.
Si avvicina alla penisola, mentre sto tagliando la cipolla.
“Come lo fai?”.
“Così: soffritto, tostatura del riso, vino bianco e acqua calda, poca alla volta. Ci vorrebbe il brodo, ma non oso”.
“Non vorresti sentirti dire che non ce n’è! Il dado va bene?”.
Prende una pentola e la riempie d’acqua, poi, acceso un fornello, la mette sul fuoco col dado dentro.
“Vieni in salone”.
Accende la televisione chiacchieriamo della giornata: Barbara, dopo la telefonata dell’impiantista, ha dormito. Poi, finito il montaggio della caldaia, ha messo in ordine la casa e se stessa.
Torniamo in cucina e preparo il risotto. Quando è pronto, andiamo a tavola.
La luce è affidata, oltre alle candele, a un abat-jour. Un’atmosfera magnifica.
“Pensa che lo mangio bollito, col burro ed il formaggio!”, e pulisce il piatto fino all’ultimo chicco.
“Così è da malati. Una volta, a Rodi Garganico, ho fatto indigestione di muscoli”.
“Ti piacciono?”.
“Da matti!”.
“Pensa, da sola li preparo raramente. Domani li cercherò” e mi strizza l’occhio.
La guardo, ha gli occhi azzurri, di un azzurro scuro, le lentiggini, i capelli sono castano scuro: il suo viso si illumina di un bel sorriso.
“Quella volta a Rodi Garganico, testata un’indigestione, mi hanno fatto mangiare del riso dicendomi che era condito “solo con olio e formaggio”: era orribile. Credo che il malessere mi sia passato solo per non mangiarlo più. Alla sera ho mangiato prosciutto e mozzarella. Poi mi hanno detto che era soltanto bollito e con poco sale!”.
Pulisce il piatto fino all’ultimo chicco. Le verso un po’ d’acqua, beve e si alza.
“Disintossicati va bene, però” e va in cucina. Squilla il suo portatile, sopra una mensola, tra la porta della cucina e della camera: Barbara lo prende. Ha in mano una bottiglia di vino bianco, appannata dal freddo.
“Ciao”.
…
“No, tutto bene, grazie”.
…
“Meglio, molto meglio! “.
…
“Si, grazie, tutto a posto, a domani! “.
…
“Era uno dello studio”.
“Però, Muller Thurgau”.
“Dopo il risotto, l’acqua, proprio” e col cavatappi fa schioccare il tappo, di sughero, non sintetico. Il vino ha un magnifico colore, freddo, ottimo. Lo beviamo di un fiato.
Suona il citofono: Barbara posa il bicchiere e va all’apparecchio. Torna a tavola:
“Sono Lara e Franco”.
“E chi sono, di grazia?”.
“Due amici di Luciano e miei, hanno saputo di stamattina”: parla col capo chino, col viso rivolto verso la tavola.
“Quindi?”.
“Dovresti farmi un favore”.
“Dimmi” e riempio i bicchieri.
“Dovresti andar via finché sono ancora qua, prima che se ne vadano loro”.
Non capisco, si è spenta la luce. Non capisco chi ha spento e perché.
Svuoto il bicchiere, mi asciugo col tovagliolo.
Lara e Franco non arrivano, forse non trovano parcheggio. Barbara sparecchia in silenzio. Io spengo le candele e porto i candelabri in cucina. Con un paio di viaggi, la tavola è in ordine. Spengo l’abat-jour e accendo l’illuminazione a soffitto. In tempo per sentire il campanello. Barbara apre e i tre si salutano. Facciamo le presentazioni, Lara e Franco mi conoscono di nome, ma non ci eravamo mai visti.
Da una parte vorrei incenerirli, dall’altra il loro arrivo ha spento una luce che forse non era ancora accesa del tutto.
Barbara racconta di stanotte, nascondendo il mio mal di testa con una telefonata di lavoro alle sette e mezzo, della mia corsa, del 118 e della nuova caldaia.
“… e stasera è qui a cena!”.
Franco esordisce.
“Bel colpo: complimenti per il tempismo!”.
“Niente di strano: eravamo d’accordo di sentirci presto per parlare di lavoro, tutto il resto è venuto da solo”. Lara batte le mani, un solo colpo.
“Guarda la combinazione, la fortuna e il caso!” e si lancia in un monologo su caso e fortuna, pieno di retorica clericale, sulla sicurezza, sugli infortuni domestici. E via pontificando.
Barbara mi guarda con una luce triste nello sguardo.
Alle dieci e mezza sono stufo e mi alzo per andare via.
“Scusate, ma domattina devo alzarmi presto. Barbara, vado. Vi saluto”.
Franco si alza, saluto Lara e Barbara mi accompagna alla porta.
“Ci sentiamo?” e mi strizza l’occhio.
“Sì, ciao”.
Non ho preso la spazzatura.
Piove. Arrivo alla mia C3, metto in moto e resto a guardare la baia di Chighizola per un po’. Poi me ne vado. Al semaforo di Piazza Sturla, giro a sinistra, per andare in centro.
Percorro Corso Italia, poi passo davanti allo studio, e resisto alla tentazione di andare su. Mi metterei davanti ad un PC, fino a quando non mi addormento. Vado verso Piazza De Ferrari.
De Ferrari è sempre più bella: qualche anno fa non era in queste condizioni, dopo le Colombiadi e Genova Città della Cultura è diventata una meraviglia.
Salgo verso Corvetto, Via Assarotti, Circonvallazione a monte, scendo a Piazza dell’Annunziata e vado verso Sampierdarena. Dopo Via Cantore, giro attorno a piazza Montano, poi torno all’Annunziata, ancora piazza Corvetto e scendo in Via Serra, Brignole e vado verso Corso Torino. Aspetto che esca il giornale, nell’edicola all’angolo con Corso Buenos Aires, in prima pagina, si parla ancora dell’omicidio della ragazza della settimana scorsa, in Albaro.
Arrivo a Quinto, a casa, l‘appartamento di un collega che si è sposato. Quando quel collega me l’ha offerta ho accettato, la casa è giusta per uno scapolo ed io non ho grandissime esigenze, anche se qualcosa di mio l’ho messo. È sul mare, ma ha le finestre su un distacco, il mare si sente ma non si vede. Non come a casa di Barbara, dove la salsedine si spalma sui vetri delle finestre!
Amo profondamente il mare, pur essendo nato in Valpolcevera a Rivarolo. Ho intenzione di trasferire lo studio qui, quando scade il contratto alla Foce. La casa à abbastanza grande.
Spengo e vado a lavarmi. Non trovo le ciabatte. Sono rimaste là. Ne prendo un altro paio, tipo infermiere e vado a letto. Accendo il televisore e guardo una replica del Superbowl: programmo il suo spegnimento dopo due ore.
17 febbraio
Mi sveglio: sono le tre e mezzo. Normale, da qualche anno, dormire è un lusso. Riesco a dormire al sabato pomeriggio, anche tre ore, ma mi sveglio col mal di testa e completamente rintronato.
Di notte, quando sarebbe normale, non dormo, mi sveglio, ma non sono assonnato, faccio un paio di tentativi e a volte vado in ufficio.
Forse dovrei provare a leggere.
Mi alzo e vado a prendere il telefono. Ci sono tre telefonate. Una di Mauro, due di Barbara, spengo e torno a letto.
Mi sveglio alle sette. Vado a prepararmi, e, sulla porta di casa, accendo il telefono.
Squilla e vedo il nome di Barbara sul monitor.
“Ciao!”.
“Ehi, Bà!”.
“Mi dispiace per ieri sera!”.
“Immagino”.
“Ti ho chiamato, sono andati via dopo mezzanotte, non hai risposto”.
“Ho fatto un giro, poi sono venuto a casa”.
“Volevo parlare con te”.
“Capisco, quello che non ho capito è quello che è successo”.
“Niente, non è successo niente”.
“E allora?”.
“Allora non so, non volevo”.
“Non volevi cosa? Che dopo il divorzio si sapesse che ti vedi con qualcuno, che è a casa tua e ci resta?”.
“No, è che”.
“Vuoi che il tuo ex marito pensi che fai una vita monacale?”.
“No, senz’altro no. Luciano ed io ci siamo lasciati per motivi di lavoro. Ieri sera mi sono comportata d’istinto, non ho riflettuto”.
“E non hai riflettuto. Però mi hai chiesto di andarmene e me ne sono andato”.
“Quando ho chiuso la porta, volevo sprofondare. Lara e Franco non andavano mai via. Credevo di trovarti in macchina, sono uscita dopo di loro con la spazzatura e non c’eri. Ti ho chiamato, ma il telefono squillava a vuoto”.
“Bà, senti far finta di niente è difficile. Non è stato bellissimo, certo dal mio punto di vista non ci vedo nulla di male, capisco che per una ragazza …”.
“Graziano, te l’ho detto, con Luciano, due anni fa, non è finita perché non ci volevamo più bene, non potevamo non andare d’accordo in studio e poi a casa essere sereni. Sul lavoro la vedevamo in maniera diversa. È stato difficile per me, ricominciare. Ieri sera, forse, ho avuto paura dei discorsi”.
“Quali discorsi? Su una ragazza maggiorenne che sta con un maggiorenne? Bastava presentare il maggiorenne con nome, cognome e ruolo!”.
“NON LO SO!! Ho agito istintivamente, quei due sono degli impiccioni!”.
“Quindi hai inventato tutto, da quando è suonato il citofono, hai pensato, fatto e detto!”.
“Sì, è stato un attimo!”.
“Ma brava!”.
“Mi dispiace, mi credi?”.
“Bà, ascolta. Facciamo finta che non sia successo nulla, è meglio. Facciamo così. Pensaci su. Quando ha deciso qualunque cosa, mi chiami”.
“Bene, tanto devo pensare poco!
“Meglio, vado in ufficio. Sono lì”, non so neanche se ha il numero.
Appena arrivo in studio, chiamo Mauro sulla chat.
“Come mi rivolgo allo Scultore?”.
“Chiamalo Maestro, magari ci tiene”.
“Giusto. Ti richiamo”.
Chiamo il Maestro.
Risponde la segreteria telefonica. Chiudo e chiamo Barbara.
“Il poco pensare viene dal poco sapere!”.
“Scusi, ho sbagliato numero!”.
E si mette a ridere. L’allegra tristezza di stamattina è scomparsa, la risata è quella bella, un soffio.
“So tutto, non ho dovuto pensare molto!”.
“Ciao, Bà. Allora?”.
“Allora, ci vediamo a pranzo e a cena?”.
“No, a pranzo non posso, devo ancora parlare col Maestro e fare alcune cose”.
Cacchio, ho dimenticato Fogli!
“Dai, vieni qua alle otto!”.
“Andata”.
“Graziano, ricordati che hai qualcosa qua. Per fermarti”.
“Ecco dove avevo messo la borsa! Le ho telefonato mentre la cercavo, ma non ho avuto risposta: dev’essere spenta!”.
“Scemo, dai ti aspetto”.
“A stasera”.
“Bacio”.
Richiamo il Maestro.
Risponde una voce forte, potente, con un leggero accento pugliese. Il Maestro è di Grottaglie come Giulia Putignani, l’insegnante di Italiano e di latino del Liceo di Taranto che ho frequentato con Andrea. Grottaglie è famosa per le sue ceramiche. Gli rammento chi ci ha messo in contatto, porgendogli i saluti della Gallerista. Mi chiede di spiegargli cosa dobbiamo fare.
“Non ho problemi, possiamo parlarne. Venga da me in studio”.
E mi spiega dov’è.
“Maestro, posso richiamarla per fissare una data col mio amico, l’Architetto Mauro Borghi, ci sarà anche lui: mi dica quando può”.
“La settimana prossima, oggi è venerdì”.
“Mi scusi, chiamo l’Architetto Borghi, poi posso richiamarla?”.
“Ma certo, che può richiamarmi, Architetto!”.
“A tra poco”.
Sono euforico. La parte più grossa è fatta, fino a questo punto i tasselli sono a posto. Manca qualcosa: per l’illuminazione non c’è ancora nessuno. Ah, manca l’idea architettonica, ma, a parte che l’idea arriva, è presto. Obbiettivamente, il rischio è che il Maestro non accetti di collaborare con due come Mauro e come me, appena vede i curricula. Mauro poi è quasi apolitico e questa è una cosa politica. A me non interessa che sia politica, ma se entro la settimana prossima non metto tutto a posto, lascio perdere. Come farci accettare dipende da Mauro e da me.
Chiamo Mauro.
“Mauro, il Maestro ha accettato ci vuole conoscere!”.
“L’hai bloccato?”.
“No, ma gli ho raccontato tutto. Non credo che si vada ad impegnare con qualcun altro”.
“Gli hai detto di non accettare con nessun altro?!?”.
“No, non gliel’ho detto! Ci aspetta nel suo studio”.
“Quando?”.
“Quando puoi?”
“Per me, anche lunedì!”.
“Non posso, mercoledì”.
“Pomeriggio?”.
“Sì, porta i curricula”.
“Sì, tanto voglio portarlo anche a Barbara”.
“Barbara?”.
“Sì, poi ti dico. Ti richiamo”.
Stavolta il Maestro risponde. Gli chiedo se mercoledì prossimo è libero e dice che va bene nel primo pomeriggio.
“Buona domenica, Maestro!”.
“Anche a lei”.
Chiamo Mauro.
“Grà, non posso. Ti richiamo”.
Apro il curriculum dei nostri studi, che abbiamo aggiornato da poco. Tre o quattro modifiche, però, le faccio.
Poco prima di mandare in stampa, squilla il telefono.
“Chi è Barbara?!?”.
“Ciao, Mauro, buongiorno, come va, tutto bene?”.
“Non fare il furbo, chi è Barbara?”.
Gli racconto “chi è Barbara”.
Mi chiede una foto di Barbara: cacchio, non ce l’ho.
“Va bene, dimmi del Maestro”.
“Mercoledì pomeriggio, da lui”.
E gli do l’indirizzo.
“Mauro, dobbiamo andare a Roma”.
“Prima andiamo dal Maestro, poi andiamo. Non conosco il posto”.
“Nemmeno io, perciò per forza, almeno una volta dobbiamo andare. A me Roma non piace, però, dovremmo andare”.
“Comincia a cercare voli e alberghi”.
Faccio due conti. Mercoledì mancherebbero venti giorni alla scadenza e manca ancora il progettista per l’illuminazione, abbiamo una settimana per trovarlo.
“Lunedì, Mauro, li cerco lunedì. In questo periodo a Roma non ci dovrebbe essere casino”.
“Guarda che da Bergamo o da Brescia ci sono voli low cost comodi. Buona domenica”.
E ride.
“Ciao”.
Chiamo Barbara.
“Sono arrivati i risultati delle analisi. Via fax, alla faccia della privacy!”.
“Quindi?”.
“È quasi tutto a posto, c’è scritto di rifarli tra una settimana”.
Il solo pensiero mi uccide.
“Quando arrivi?”.
“Verso le otto”.
“Graziano, è venerdì. Pensaci”.
Ci penso.
“Passo da casa”.
“Sì, e poi vieni da me”.
“Vado”.
“Poi, stai qui”.
Arriva Luigi Parodi, collaboratore e amico. Gli parlo del concorso e gli dico che l’ho messo d’ufficio nel gruppo.
“Cosa devo fare?”.
“Partecipare, ci sarà da fare”. Gli spiego com’è formulato il bando, e gli mostro i documenti del Ministero e quelli dal web.
“A posto, ci sto”.
Spegniamo i PC, le luci dello studio e ce ne andiamo.
Dopo essere passato da Quinto, vado da Barbara.
Il portone è aperto. La porta di casa è socchiusa. Barbara è al telefono e mi saluta con una mano.
“Si, a Chighizola”.
…
“Un’ora? Ma … “.
…
“Va bene, un’ora”.
“CIAOOOOOOOO!”.
“Ma tu apri sempre così?
“No, solo a te”.
“E se non ero io?”.
“Allora la macchina non era la tua!”.
Ha aspettato alla finestra.
“Ah già”. E mi abbraccia.
Mi fa togliere il cappotto e ci baciamo. Mi spinge verso la camera, mi toglie la giacca e finiamo sul letto. Ci spogliamo. Non c’è nessuna musica. Nello stereo.
Barbara si stiracchia e guarda l’orologio sul polso.
“Sai con chi ero al telefono?”.
Mi assale un dubbio …
“No”.
“Con una pizzeria. Ho ordinato tre pizze e quattro birre”.
“Quanto tempo è passato?”.
“Un’ora circa”.
“Quindi stanno …”.
Suona il citofono. Barbara si alza e stavolta chiede chi è, dice il piano e torna in camera, prende i pezzi di una tuta e li indossa.
Si passa le mani tra i capelli
“Architetto, si alzi”.
Chiude la porta e va ad aprire.
Penso, a quello che è successo ieri e poco fa. E alle tre pizze. Cavolo, ho dimenticato Fogli. Il bando mi ha fatto dimenticare Fogli! Domani dovrò andare in ufficio e mandargli i documenti. Il pensiero più grande è Barbara.
Si apre la porta.
“Vai a lavarti le mani, è pronto!”.
Mi alzo, prendo un paio di jeans e una polo e vado in bagno.
Lo stereo fa partire una canzone italiana, “Michel” di Claudio Lolli. Parla di due amici, uno francese e uno italiano, della loro amicizia, che dura fino alla morte della madre di Michel. Prendo il fascicolo con i curriculum, per farlo vedere a Barbara.
In cucina, la penisola è apparecchiata con due piatti enormi e due magnifici boccali da birra, col manico.
“Ho preso una margherita, una quattro stagioni e una solo con le acciughe: mi auguro che almeno una vada bene”.
Vanno bene tutte, un po’ meno la margherita.
“Benissimo, ma perché tre? Aspetti qualcuno?”.
“Con due boccali? No, non aspetto nessuno e se viene chiunque, non entra! Non può succedere nulla. Non può cambiare niente! Uh, il tuo curriculum, bello” e inizia a sfogliarlo, poi lo mette sul ripiano della cucina.
Prende la prima pizza dal forno: la margherita, la taglia in quattro parti e riempie i piatti. Apro due birre, buon appetito e iniziamo a mangiare. Poi tocca alla quattro stagioni, quindi la pizza con le acciughe e finiamo le altre birre. Venerdì con pizza a casa: questa è una novità.
Finito tutto, in cinque minuti la penisola è pulita. Faccio un pacco con le scatole delle pizze e, resistendo all’opposizione di Barbara, porto giù la spazzatura.
Quando torno, è vicina alla porta della cucina e ha nelle mani una bottiglia di whisky e una di cachaça.
“Whisky o Caipirinha?”.
“Caipirinha!”.
“Ma dai?”.
“Sì”.
“Bene” e prende ghiaccio dal freezer e lime dal frigorifero. Poi va in soggiorno e torna con due bicchieri piuttosto grandi e un sacchetto di zucchero di canna e la bottiglia di cachaça.
“Bei bicchieri, grandi!”.
“Qualche problema?”.
“Io? Figurati che bevo il Tom Collins nei bicchieri da 40 cc!”.
Un tagliere e i lime sono tagliati in otto pezzi, zucchero sul fondo dei bicchieri, poi vi schiaccia sopra i pezzi di lime.
“Rompi il ghiaccio, per favore?”.
“Non l’hai già rotto tu prima?” e sorride mentre schiaccia i pezzetti di agrumi.
Prendo una salvietta e, con uno schiaccianoci, inizio a picchiare salvietta e ghiaccio.
“Dai, basta” e prende la salvietta, mette il ghiaccio nei bicchieri, poi li riempie di cachaça fino all’orlo. Poi prende il coperchio di uno shaker e, uno alla volta, agita i due bicchieri che si ammantano di brina.
“Fatto” e mi porge un bicchiere.
“Grazie, di essere qui”.
“Grazie a te”.
Facciamo tintinnare i bicchieri: un sorso lungo e fresco. Barbara mi prende la mano e mi porta davanti alla finestra.
“Altra seratona!” e mi passa il braccio intorno alla vita, appoggiando la testa al mio braccio.
“Pizza e caipirinha, spettacolo, vado matto per la pizza”.
“Un’altra cosa che ho imparato di te, devo fare spazio, stanno diventando numerose, poco alla volta”.
Mi pianta i suoi occhi azzurro scuro nei miei.
“Andiamo a letto”.
“È presto”.
“Dai, viveur, c’è una televisione anche in camera”.
18 febbraio
Ho sentito Mauro ed il Maestro: mercoledì andiamo nello studio dello scultore per portare a casa la sua adesione. Secondo Mauro dobbiamo coinvolgere un docente universitario di suo figlio, un light designer che fa al caso nostro, anche perché è un famoso scenografo.
“Cosa fai oggi?”.
“Preparo l’offerta per Fogli, serpe!”.
“E dopo?”.
Gli racconto quello che è successo, il casino della caldaia
“Bene, portala mercoledì!”.
“Mauro, non vuole storie con colleghi, e non voglio che mi senta un collega”.
“Chiedile di accompagnarti, per farti compagnia, e basta”.
“Provo”.
“Ci sentiamo, salutala”.
“Saluta tutti a casa, buona domenica”.
Chiama Barbara, è in centro: passa dallo studio e andiamo da me a prendere un paio di cose.
Dopo pranzo, andiamo sul divano a sonnecchiare, con la TV accesa. Andiamo a cena a Recco, in uno dei ristoranti per la focaccia col formaggio.
Sono sereno, mi sento bene. Forse siamo due spiriti solitari, che stanno provando a mettere alla prova la loro solitudine. Io non devo lamentarmi. Con tutto quello che mi ha dato la vita, se le dimostrassi di avere delle incertezze, si riprenderebbe tutto.
Quello che è successo non mi è piaciuto. Anche se “non parliamone più” mi è uscito sincero, come è stata sincera Barbara, mi resta un alone d’incertezza. La mia solitudine non sta vacillando, però “ancor non mi abbandona”. Non voglio pensarci più. Nella convinzione che in un’occasione del genere possa significare che è fatta.
20 Febbraio
Oggi, lunedì, ognuno per la sua strada, Barbara mi porta a prendere l’automobile a casa e poi mi lascia, perché deve andare a Volterra per un lavoro. Torna domani, nella tarda mattinata. Mi dispiace, ancor di più alla sera, quando torno a Quinto in Passo Paveranetti, da solo. La cosa non mi è mai piaciuta, dal primo matrimonio in poi. Non mi pace stare da solo, tutto lì.
Barbara mi telefona quando arriva, quando si sposta, compatibilmente con la ricezione dei telefoni, che a Volterra è ridicola!
Preparo i documenti per Fogli. Lo chiamo e li mando al fax di un ufficio, dove ha una riunione. Dopo un quarto d’ora arrivano i fogli del disciplinare firmato!
Chiamo Mauro e lo informo. La giornata va avanti, con Luigi che prepara i documenti per l’incontro col Maestro, ma ho l’impressione che manchi qualcosa. Cerco una sistemazione a Roma per Mauro e per me, ma non sapendo con precisione dove sia meglio andare, rispetto al parco dove è previsto realizzare il monumento, lascio stare, salvo controllare gli orari dei voli da Bergamo e da Genova. Orari terribili: al mattino alle 6.50 da Genova e alle 7.30 da Bergamo.
Alla sera, Barbara mi fa compagnia prima di addormentarmi, con una lunga telefonata. Mi addormento sereno.
21 febbraio
Barbara mi telefona verso l’una e mezzo per dirmi che è arrivata: ovviamente sapevo quando era uscita dall’albergo, l’inizio dell’ultima riunione e la partenza da Volterra.
Alle 15 ho appuntamento da un oculista per una visita di controllo. L’Oculista è una vecchia conoscenza dei tempi dell’università.
Quando arrivo nello studio, ho tempo di guardare i titoli appesi alle pareti. Impressionante: per uno nato nel 1960, ha più titoli di un quotidiano e nessuno di convegni o di menate di produttori, ma tutti di colleges o università per specializzazioni post laurea!
La prima parte della visita viene fatta da una dottoressa, giovane, con camice bianco. M’infila il trabiccolo per la prova della vista, ma stavolta è un trabiccolo leggero, come il tocco di uno stetoscopio caldo.
La sorpresa è che con l’occhio destro vedo tutte le righe del tabellone! L’occhio destro, finora era quello dal quale vedevo meno. Passati all’occhio sinistro, non vedo le ultime tre righe e non ricordo le lettere a memoria!
Quando la dottoressa mi chiede la prima lettera della terz’ultima riga, ho l’impressione che sia una “F”.
“F, ma posso comprare una vocale?”.
“È una vocale”, sorride la dottoressa.
Mi chiede altre due lettere, una per ognuna delle ultime due righe e poi mi toglie il trabiccolo. perché gli oculisti non dicono mai “Giusto. Sbagliato”?
“Le metto dell’atropina negli occhi, per dilatare le pupille” e per la seconda volta in vita mia mi mettono un collirio negli occhi. E mi cola fuori dal suo luogo di destinazione.
“Mi cade il rimmel!”.
La dottoressa sorride, mi fa uscire dallo studio e mi fa sedere in sala d’attesa. Comincio a sentire freddo intorno agli occhi e mi metto i Ray Ban. Stasera vedo Barbara e le chiedo se domani mi accompagna dal Maestro.
Un’infermiera mi chiama e m’indica lo studio dell’Oculista. Ora gli occhi, oltre che freddi, sono anche pesanti.
Il saluto è molto cordiale, e quanto tempo di qua e quanti ricordi di là.
“Come mai qua?”.
“Visita di controllo”.
“Bravo, siediti e appoggia il mento lì”. Il medico spegne la luce
Quando mi pianta la macchina negli occhi, ho l’impressione di sentire un raggio luminoso che rimbalza nella retina, un raggio verde fosforescente e a me il verde non piace! Carlo mi dice che deve sfiorare la pupilla per misurare la pressione.
“Sta fermo! Ho detto fermo”.
“Fermo cosa! Mi stai tamponando!”.
“Fermo, fatto” e cambia occhio.
“Finito: ora ti faccio sdraiare”.
La sedia ruota su se stessa e si sdraia.
L’Oculista mi apre l’occhio destro con un ferro come quello che tiene aperti gli occhi di Alex in Arancia meccanica. Mi fa alzare il braccio sinistro, e mi dice di seguire la sua mano ai suoi comandi. A ogni movimento, mi spara nell’occhio una luce che ha fissata sulla fronte.
“Manca solo l’inno alla Gioia di Beethoven! “.
“Non me l’aveva mai detto nessuno! Immagino che tu lo conosca bene?”.
“Il film, certo, all’epoca ero appena maggiorenne e l’ho visto più di una volta. In studio ho il poster del film”.
D’incanto si accende la luce e la sedia si alza. Mi rimetto i Ray Ban.
“Bene gli occhi sono, sani, a parte che hai bisogno degli occhiali per leggere e da miope”.
“Non darmi le lenti progressiste!”.
“PROGRESSIVE; si dice progressive! perché?”.
“Me le hanno già rifilate e a momenti cado salendo una scala!”.
“Cavolo, e perché?”.
“Perché non ho imparato a usarle. Poi, ascolta, gli occhiali da miope li porto per guidare e andare a teatro e allo stadio, cose che faccio di rado. Quindi avere un paio di occhiali per leggere non credo sia un problema”.
“Ti voglio vedere col cordino attorno al collo”.
“Non mi provocare!”.
“No, no! Tieni questa è la ricetta. Fatti vedere tra un anno, salvo che per una bevuta!”.
“Quella quando puoi. Ciao, a presto”.
“Ciao, non guardare direttamente il sole per almeno mezz’ora”.
“D’accordo”.
Vado a pagare ed esco.
Faccio la stupidaggine di guardare il sole: come se fossi stato tamponato da un TIR nel cervello. Si spegne la luce e mi devo appoggiare a un palo, con la vista offuscata: con la pupilla dilatata, la retina è rimasta impressionata dall’enorme quantità di luce. Trovo il telefonino e chiamo Barbara: per fortuna l’ultima telefonata era la sua e quindi, due colpi al tasto “invio” e il telefono si collega.
“Bà, scusa hai un po’ di tempo?”.
“Che cosa succede?”.
Le risposte con una domanda.
Le racconto quello che è successo. Mi manda a cagare, ma preferisco risparmiarti il resto.
“Se me lo dicevi, ti accompagnavo!”.
“Sì, certo, peccato che fossi a Volterra”.
“Vero, ma l’appuntamento non l’hai mica preso oggi?”.
“Dove sei?”.
“Nervi, vicino alla piazzetta”.
“Ci vediamo lì, non ti muovere”.
Arriva in un lampo, il suo studio deve essere qui vicino. Vedo la sua auto, sfuocata, ma la vedo. Le faccio segno di parcheggiare e scende, vestita di azzurro, giacca e pantaloni e cappotto blu.
Andiamo in un bar di Via Marco Sala a bere qualcosa.
“Barbara, sei libera domani pomeriggio?”.
“Non credo, perché?”.
“Volevo chiederti di accompagnarmi a Gaggiano, allo studio del Maestro, Mauro vuole conoscerti”.
“Mauro, chi”.
Le racconto di Mauro, senza fare fatica per interessarla.
“D’accordo, non credo sia difficile, ma guardo l’agenda”.
Squilla il suo cellulare.
“Dimmi, Marco”.
Mi sillaba con la voce muta che è il suo studio.
“Bene. Fammi un favore, guarda cosa abbiamo e giovedì e venerdì”.
…
“Allora senti: sposta Volterra per venerdì mattina e, per la piscina, anticipa tutto a domani alle 12.00. Cancella domani pomeriggio e venerdì mattina. No, anche venerdì pomeriggio. Chiaro?”.
…
“Bene, datevi da fare. Ci vediamo domattina”.
Sono le cinque di pomeriggio.
“Vieni andiamo a casa”.
“Non vuoi fare un giro in passeggiata?”.
“Ora?”.
“No, andiamo a casa, ci cambiamo e poi torniamo qua”.
“Va bene, va bene, andiamo, ora” e ci avviamo per Viale delle Palme.
“E tua figlia?”.
“Meravigliosa come Junior”.
“Ma quanti figli hai?”.
“Due, no, no più uno. Uno per ogni moglie”.
“Li vedi?”.
“Cristiana non la vedo da 6 anni, a casa di Andrea, un altro dei miei fratelli”.
“Non parlarmi di Andrea, parlami dei tuoi figli”.
“C’è poco da dire, perché molto sarebbe insufficiente. Sono due ragazzi meravigliosi. “Sono due tra le cose più belle che ho. Oltre a Paul, Mauro, Andrea e Roberta, una collega dell’università. Un’altra sta nascendo, ma sto trattando”.
“Stasera, vai a letto senza cena”.
“Come sai che mi riferivo a te?”.
“Io non sono una trattativa. Non ti permettere” e ride.
“Avevo ‘sto dubbio”.
“Sai, il mio ex marito mi ha detto una frase molto bella. La vita è quello che succede quando fai qualcosa!
“Il Tuo ex? E non ti ha detto altro?”.
“No, su questo no. perché?”.
“Perché non è una frase sua, assolutamente”.
“Come sarebbe?”.
“È che si tratta di un verso, tradotto malissimo, del testo di una canzone di John Lennon per suo figlio Sean”.
“Come John Lennon?”.
“Si, John. La frase è Life is what happens to you while you're busy making other plans, cioè la vita è quello che ti succede mentre sei occupato a fare altri programmi. Credo che l’album fosse “Double Fantasy”. E l’ha spacciata per sua”.
“Beh, in effetti, non ha detto di chi era”.
La guardo, è stupita. Non so se dall’efferatezza della citazione o da quello che ho detto.
“Non ha importanza. La vita, ora, è una cosa diversa”.
“Ti faccio una citazione originale”.
“Dai”.
“La vita è bellissima: basta non dirglielo”.
“Questa di chi è?”.
“Mia, l’ho detta a Paul mille anni fa e ne sono ancora convinto”.
“Sono d’accordo. Andiamo, ti porto a mangiare il pesce a Quinto”.
Il ristorante ha l’ingresso, in uno slargo vicino al mare, in una traversa di via Oberdan, via Santorre di Santarosa. Quando entriamo, mi sembra di esserci già stato, ma non mi ricordo di aver mangiato li. Alberto, il proprietario, amico di Barbara, mi spiega che negli anni ’70 e ’80 era una discoteca. E, in quegli anni, io andavo nelle discoteche, questa si chiamava “Frantoio”.
Il ristorante è quasi pieno, il nostro tavolo è in fondo al salone e mi siedo con la faccia rivolta verso l’ingresso. Ordiniamo e Barbara va in bagno. Il tavolo vicino è occupato da una coppia; sembrano madre e figlio. Lei è giovanile, senza trucchi, coi capelli lisci neri, lui ha i capelli lunghi, meno dei miei, ma lunghi. Parlano mano nella mano, di un viaggio. Squilla un cellulare. La suoneria blatera dalla borsa della donna, che fa segno di fare silenzio e risponde.
“Ciao, dimmi”.
...
“No, non ho finito”.
…
“No, farò tardi, ne ho ancora un po’”.
…
“No, non lo so. Quando finisco, vengo a casa”.
…
“Va bene, buonanotte”.
“Era mio marito. Tutto a posto”.
“Come tutto a posto, potevi non rispondere”.
“No, non cominciare, mangiamo e poi andiamo nella casa a Pieve!”.
“Potevi spegnerlo!”.
“No, non potevo, smettila!”.
Il ragazzo sbuffa, poi sorride, fa l’occhiolino alla signora e le prende una mano.
Arriva Barbara. Ordiniamo.
“Vado in bagno”.
Mi auguro che al mio ritorno i due non siano più li.
Usciamo dal ristorante.
“Come va?”.
“Ho mangiato meglio”.
“Anch’io, stasera Alberto o non era in forma”.
Faccio spallucce e le dico che domani sera potremmo restare fuori a dormire.
“perché no, è un’idea”, mentre sto per replicare parte la suoneria di Mauro.
“Dimmi”.
“Grà, il Professore di mio figlio domani non viene. Andiamo solo noi”.
“Ci vediamo lì?”.
“Sai dov’è?”.
“Vicino Binasco, Gaggiano, nella zona industriale, ti mando un messaggio con l’indirizzo”.
“Ci sentiamo. La tua amica?”.
“Viene anche lei”.
“Bene. Per Fogli?”.
“Domani gli mando il programma poi te lo faccio avere”.
“Molto bene. A domani”.
“Buonanotte”.
“Cosa dice? “.
“Niente di che. Allora domani sera restiamo fuori?”
“Sì. Certo! “.
Il mare davanti a Quinto è stupendo, il cielo limpido e la scia luminosa della luna nuota fin quasi a riva. Barbara si stringe al mio braccio fino alla sua automobile.
22 febbraio
Nella mattinata, con un giro di telefonate, informo tutti. Luigi prepara i documenti.
Verso mezzogiorno, vado a casa a prendere la mia C3 e poi a casa di Barbara. Ha indosso un tailleur grigio con giacca doppio petto e calzoni, camicetta bianca aperta e giaccone di pelle, orecchini piccoli, di perla, trucco quasi niente.
Stamattina era vestita diversamente. Ha un trolley.
La sopraelevata è quasi deserta, come lo svincolo di Sampierdarena; durante il viaggio parliamo di architettura, cioè ne parla lei, io ascolto e dico quel poco che so. Nessuno parla di mangiare e a Binasco usciamo dall’A7. Il navigatore ci porta fino allo studio dello scultore. Scendiamo e chiamo Mauro.
“Sono vicino ad Agrate”.
“Prendi l’A7 ed esci a Binasco”.
Prendo Barbara per mano e andiamo verso la strada. Sul prato lungo, poco discosti dal ciglio della strada ci sono dei blocchi di acciaio, di forma geometrica dalla superficie scabra e irregolare, come se fosse stata martoriata da chissà quale forza mentre il metallo stava solidificando.
Guardo Barbara.
“Cosa ne dici?”.
“Quanti scultori pensi ci siano qui?”.
Esatto: sono sicuramente opere del Maestro.
Squilla il telefonino, è Mauro.
“Dove sei?”.
“Circa 6 chilometri”.
“Allora quando vedi un distributore sulla destra, portati al centro strada e appena puoi gira a sinistra”.
Mi giro per guardare ancora le sculture e vedo l’auto di Mauro che si mette a strombazzare e fa lampeggiare i fari.
Quando scende dall’auto, sta parlando al telefono. Mi fa cenno di aspettare e continua a parlare. Barbara mima con le labbra “CHE FIGO!” ed io le faccio uno sberleffo allargando le braccia. Poi, finalmente, smette.
“Allora, mi presenti Beatrice?”.
“No, non è venuta, ho portato Barbara Greco”.
“Scusa, Barbara! Sai, con tutte le donne di Graziano!”.
“Dillo a me”.
“Se avete finito, Mauro, ti presento Barbara. Barbara, Mauro Borghi”. I due si abbracciano e si scambiano i bacini sulle ganasce, baci doppi che non ho mai capito perché due perché.
Faccio vedere i documenti a Mauro.
“Aspetta, fammi conoscere Barbara” e si mettono a chiacchierare, di dove sei, e tu, cosa fai e del sottoscritto. Mauro guarda i fascicoli. Guarda con attenzione quello con la documentazione fotografica della zona, dove si dovrà realizzare il monumento: nessuno di noi la conosce e per il maestro può essere utile.
“Vanno benissimo, andiamo”.
Lo studio è all’interno di un capannone industriale: suoniamo e il maestro ci apre. Un omone con gli occhiali, i capelli a spazzola, le mani grandi e forti. Ho paura della stretta di mano a Barbara.
Lo studio è pieno di sculture in acciaio, figure geometriche sempre martoriate. Mi colpisce un cilindro di acciaio altro due metri, profondo mezzo metro, verticale, con una croce intagliata nello spessore. Alla base della croce ci sono i pezzi tolti dal volume dell’acciaio. Se quei pezzi fossero 19 a me andrebbe bene.
Il Maestro ci fa accomodare nel suo ufficio, una stanza con scrivania, poltrona, divano, letto a baldacchino, con sopra cataloghi di opere e di mostre. C’è una sedia con la base a tronco di cono col sedile e lo schienale pieni, in acciaio. Sulla scrivania, in legno ci sono il fax, il telefono ed una bottiglia di Barbaresco, coronata da sei bicchieri.
“Allora: ditemi di cosa si tratta”.
Ci sediamo di fronte al maestro. Barbara chiede se può visitare il laboratorio.
“Si figuri”.
Mauro presenta il concorso al maestro, mettendo in evidenza il suo ruolo di capogruppo, affiancato da un architetto, poi si lancia nella teoria del rapporto tra monumento, architettura e urbanistica, poi le due fasi.
“Maestro, è una gara importante, alla quale è giusto partecipare, anche solo per il fatto di esserci. La politica non c’entra. Nemmeno le ideologie. La morte non ha colore. Il ricordo di quei ragazzi deve essere onorato”. e mi guarda.
“Le abbiamo portato due presentazioni, la nostra e quella della nostra società: abbiamo pensato che sia l’unico modo per presentare il nostro modo di lavorare. Non ci conosce e il tempo è poco, è la cosa migliore”.
“Questo è il bando: Graziano ha tirato giù la documentazione fotografica relativa all’area dove per inserire il monumento”.
Lo Scultore guarda tutto con attenzione, specialmente la nostra presentazione.
“Io vado a Roma a fine mese per una mostra, potrei andare a vedere l’area”.
Mi scende un brivido lungo la schiena, fine mese è la settimana prossima..
“Maestro la scadenza della prima fase è il 14 marzo, ci deve dare il tempo di preparare la documentazione. Ci serve la sua adesione ”.
Il maestro lo guarda attraverso i suoi occhiali e poi si rivolge a entrambi.
“Sì, sì, ci sto, va bene, mi piace”.
Mi scende un brivido lungo la schiena, molto più confortevole del precedente. Il maestro prende la bottiglia e riempie tre bicchieri; poi si rivolge a Mauro.
“La sua amica?”.
“La chiamo”.
Gli parlo degli altri e dei ruoli di ognuno, il Professore lo conosce già, quindi è più facile. Arrivano Mauro e Barbara.
“Potremmo vederci qua la settimana prossima, tutti, così chiariamo tutto e vediamo cosa fare”.
Mauro ed io ci guardiamo.
“Quando andiamo a Roma?”.
Faccio due conti. Domani no.
“Lei, Maestro quando va a Roma?”.
Prende un’agenda, la sfoglia.
“Lunedì”.
Guardo Mauro e sparo.
“Dopodomani, noi dopodomani”.
Mauro prende due bicchieri, uno al maestro e uno a Barbara, che precisa:
“Grazie, Maestro, solo un assaggio, qualcuno potrebbe dover guidare”.
Porgo un bicchiere a Mauro e prendo l’ultimo.
“Maestro, brindiamo a questa bella avventura”.
“Salute “.
“Vi faccio vedere lo studio”.
Bozzetti, opere da consegnare, gruppi ossiacetilenici, sembra un posto disordinato, con le cose messe a caso, ingombranti e definite, ma non finite, con le superfici scabre. Nonostante mole ed età si muove leggiadro e sicuro. Mauro, che è anche esperto d’arte, ascolta il Maestro; Barbara è assorta nei discorsi dello scultore ma ogni tanto mi lancia un’occhiata e mi strizza l’occhio. Fotografo qualunque cosa, compreso un tagliabalsa: cosa ci fa un tagliabalsa nello studio di un artista che lavora l’acciaio? Il Maestro racconta il suo stile, dove ha fatto delle realizzazioni, ci promette un suo catalogo.
Io cerco di pensare a cosa si può tirare fuori dalla filosofia artistica del Maestro, ma mi dico che non è un problema mio.
Mi trovo a parlare di morte, che è universale e non ha colore; sto per dire che vedrei il ricordo dei ragazzi di Nassiriyah fuso in un unico elemento, mi fermo e penso che ognuno di quei ragazzi meriti di essere ricordato.
Barbara mi guarda: il colore dei suoi occhi è meraviglioso, li strizza e sorride.
Il Maestro picchia sui 19 che sono morti, ma non si capisce dove voglia arrivare.
“Sì potrebbero fare dei monumenti d’acciaio alti 6 o 7 metri”.
“Maestro, l’altezza massima consentita è pari a cinque metri”.
“Bene, 5 metri e metterli non so in che modo”.
Mauro è assorto, si tiene il mento come una mano.
“Sapete cos’è un menhir?”.
Il Maestro e Barbara rispondono sì all’unisono. Io, taccio. Lo so, ma sono in pietra cosa c’entrano con l’acciaio?
“E se facessimo 19 menhir?”.
Il maestro s’illumina
“Come quello” e ci fa vedere un blocco d’acciaio stretto ed alto che era sfuggito a tutti, Stretto, alto poggiato per terra e al muro.
Mauro guarda il blocco.
“Sì, si potrebbe fare”.
Barbara mi guarda, ha gli occhi più belli del solito e me li strizza.
“Bene, vi prendo i cataloghi. Ci vediamo mercoledì prossimo?”.
Torna in ufficio e lo seguiamo.
Ci regala tre cataloghi delle sue opere.
“No, Maestro, basta quello di Graziano!”.
Il Maestro ci illustra le sue installazioni, tutte di altro livello, anche a Milano, alcune enormi; il catalogo è in bianco e nero, cosa che ne aumenta la forza.
“Io, lunedì, vado a vedere l’area. Che altro devo fare?”.
Mauro mi guarda.
“Niente. Noi prepariamo due schizzi e i documenti, vero, Grà?”.
“Va bene, ci pensiamo noi”.
Ci salutiamo col Maestro e andiamo verso le auto.
“Chiamo mio figlio perché senta il Professore per mercoledì”.
Io chiamo Arnaldo e Luigi: incamero le loro adesioni mentre Mauro parla.
“Tutto sistemato. Arnaldo viene lunedì da me, Luigi è a posto”.
“Aspetto conferma “, squilla il telefono.
“Scusa, è mio figlio”.
“Io vado in macchina, sento freddo”, Barbara mi tende la mano e le apro col telecomando. Mi strizza, di nuovo, gli occhi.
“Fatto, Graziano, anche il Professore viene mercoledì”.
Stento a crederci.
“Fantastico! Quando andiamo a Roma?”.
“Fammi pensare. Venerdì? Domani sarà impossibile. Barbara viene?”.
“Non credo. Se penso come fino a due ore fa, non ci fosse nemmeno il gruppo, stento a crederci! Come faccio a sapere se Barbara viene a Roma!”.
“Dai, ho visto come ti guarda e come la guardi!”.
“Ma smettila, non vorrei che dopo ‘sto numero scappi veloce come il vento”.
“Ma dai, dove vuoi che vada! Sai dov'è il posto, è un po' che non vado a Roma”.
“Assolutamente no. Ci fermiamo venerdì sera?”.
“Certo, porto mia moglie con me. Le farà piacere. Dai che ce la facciamo”.
“Lo so, ce la faremo”.
Si avvia verso la C3.
“Allora, Barbara, ci vediamo?”.
“Certo, con piacere”.
“Mi raccomando il ragazzo”.
“Non preoccuparti, ci sto già pensando”.
“Allora, ciao”.
“Ciao, Mauro”.
“Grà, ci sentiremo domani sulla chat. Dai che è fatta. Vai piano”.
“Ma siete fidanzati?”.
“Certo, non lo sapevi?”.
Parto. Lo stereo manda Wonderful Tonight. Racconto la storia di questa canzone.
“Che storia, la canzone, comunque è bellissima”.
Generalmente le storie che "hanno la loro canzone" scelgono una hit del momento, non un brano di 29 anni prima. Invece.
“Scusa, ma non eri una che ama la musica da discoteca?”.
“No, non più. Però preferisco la musica italiana, perché riesco a cantarla”.
“E Wonderful Tonight?”.
“Cosa c'entra. Quando la musica è bella, è bella”.
Ho prenotato in un albergo a Binasco. Non è certo un luogo per turisti, ma non ho pensato ad altro. Comunque l'hotel è un 4 stelle, ceniamo al ristorante annesso, una buona cena, da addetti ai lavori che domani vanno in città. Dopo cena, prendiamo la macchina e arriviamo fino a Rozzano. Fa freddo, le città son deserte, le strade vuote. Rozzano e Binasco, di notte, non sono esattamente indimenticabili.
23 febbraio
Quando mi sveglio, Barbara non c'è. Sento lo scroscio della doccia, un orologio mi dice che sono le sette. Cosa ci fa in giro a quest'ora?
Barbara esce dal bagno, capelli raccolti, fasciata in un asciugamano, piedi nudi sulla moquette.
“Architetto, si muova, abbiamo da fare, è tardi. Siamo a 130 km dal suo studio e lei ha molto da fare”.
Si siede sul bordo del letto, mi bacia sulla fronte. Si scioglie i capelli e le cade l'asciugamano. Lo raccoglie in un lampo, faccio in tempo a vedere solo le lentiggini.
“Dai, alzati!”.
“Sono senza parole”.
“Se è per questo, sei anche senza tempo”.
Tira via le lenzuola, si alza, mi prende per le braccia e mi tira giù dal materasso.
Sono senza parole.
Mi spinge in bagno, dentro la doccia, apre il rubinetto e chiude le porte.
“10 minuti, non uno di più”.
La guardo davanti allo specchio mentre si lava i denti.
“Ti vedo!”.
Quando torno in camera, è in gonna e reggiseno, con una camicetta tra le mani.
“Mmh, non va!”.
Prende la borsa, rovista e tira fuori una canottiera di seta e un maglione a coste, a collo alto.
“Ti muovi?”.
Sono senza parole. Ma comincio a vestirmi.
“Cravatta, niente?”.
“No, non ne ho portato”.
La colazione è ricca e gustosa. Finito, andiamo a pagare, prendiamo i documenti e carichiamo le borse sulla C3. Appena saliti, Barbara monta il frontalino dello stereo e dà il via al lettore CD. Sono le 8.30.
Arriviamo in studio, Luigi è già lì. Rapide presentazioni e faccio vedere lo studio a Barbara.
Controllo le bozze dei documenti con Luigi.
“Graziano, un PC per me?”.
“Nella stanza di là”.
“La password?”.
“Eric”.
“Come Eric?”.
“Sì, quel PC si chiama Eric, il mio George, quello di Luigi, John”.
“Non è mica normale!”.
“Ah no? E il mio amico Antonio che li chiama Alberti, Michelangelo, Alessi, Raffaello?”.
“Va bene, va bene, come non detto”.
Per il bando, la parte amministrativa è formata solo dalla richiesta di partecipazione e dal conferimento del mandato di capogruppo al Maestro, dal curriculum dei partecipanti con schede illustrative delle opere: mi viene in mente un’idea, e che, tra il mio curriculum e quello di Mauro, opere di urbanistica o arredo urbano, non ne abbiamo molte. Io ho fatto una gara a Milano, per la metropolitana. Chiedo a Mauro se ha qualcosa di arredo urbano, e gli dico di metterlo nel suo curriculum.
Luigi mi chiede i nomi dei membri del gruppo: li elenco e prende nota.
“Preparo le bozze dei i documenti”.
Chiamo Mauro su una chat e gli chiedo il suo curriculum e quello di suo figlio.
Me li passa direttamente sulla chat, scarico e salvo in una cartella numerata sul disco fisso del computer GEORGE. Dico a Luigi di chiudere i documenti del bando e di portarli nella cartella che ho appena creato.
Barbara mi chiama nella stanza affianco.
“Dimmi”.
“Quando torni?”.
“Che cosa stai facendo?”.
“Vorrei organizzarti il viaggio, mi piace viaggiare. Conosci un sito di prenotazioni?”.
Digito l’indirizzo e faccio il login su un sito che frequento, talvolta, per i miei viaggi.
“Aspetta che chiedo a Mauro, forse rientriamo sabato”.
Chiamo Mauro: è meglio rientrare sabato pomeriggio e mi chiede di pensare a tutto, viaggio e albergo, viene anche sua moglie.
“Rientriamo sabato, nel pomeriggio. Dovresti cercare i voli da Bergamo e un albergo, anche per lui e sua moglie”.
Barbara compila il form per la ricerca e al numero di adulti scrive 3.
Torno al mio PC e metto insieme i curricula di Mauro e suo figlio, quello di Luigi e il mio. Li impagino su due colonne, inserendo le foto. Mando un sms ad Arnaldo per dirgli di preparare il suo.
Mi risponde sulla chat che tra poco mi passa il materiale.
Rileggo il bando. Quella cosa dei curricula dei partecipanti con schede dettagliate che illustrino le opere, senza limiti per gli importi mi puzza: può partecipare chiunque, quindi anche noi, meglio.
Mi chiama Barbara.
“Ho trovato tutto, albergo e voli. Anche per Mauro, da Orio”.
“Dove hai messo i biglietti?”.
“Nella cartella “24 febbraio” su questo PC”.
“Passali a Mauro, sulla chat”.
“Cosa devo fare?”.
“La chat … Non sai cos’è?”.
“Veramente, no”.
“È questa”.
Apro la chat sul PC e mi connetto con Mauro: due PC.
“Dimmi!”.
“Mauro, Ti passo i tuoi biglietti”.
“Dai”.
Barbara mi guarda con lo sguardo stupito.
“Cos’è ‘sta roba?”.
E le spiego cos’è una chat, come si passano i documenti e la faccio provare.
“Prendo il file, lo porto in questa finestra e Mauro lo scarica? E l’originale?”.
“Rimane qua”.
Barbara prende i due files li porta, col mouse, nella finestra della chat e compare una barra di avanzamento con la scritta dei files che Mauro deve scaricare.
Vado da me e attivo la webcam sulla connessione del PC di Barbara e le mando un’immagine animata.
“Aiuto!”.
“Che cosa succede?”.
“È comparsa un’animazione che saluta e mi chiede se voglio guardare la tua webcam!”.
“Accetta”.
Preme il pulsante e dopo pochi secondi compare l’immagine della mia poltrona vuota.
Torno da me e la saluto.
“La voglio anch’io! Come si fa?”.
Torno da lei e vedo che Mauro ha scaricato tutto.
“Grazie. Serve altro?”.
“No, Mauro, ci sentiamo più tardi. Ti mando le bozze delle schede”.
“Bene”.
Intanto i files dei curricula di padre e figlio sono completamente scaricati.
Mentre comincio a mettere a posto il mio, chiamo il Maestro e gli chiedo se ne ha uno. Mi risponde che chiede al figlio, che si occupa di queste cose e mi farà chiamare.
Dal mio curriculum tolgo i lavori di cui non ho un’immagine e divido la pagina in due colonne tipo notiziario. Inizio a inserire i lavori in ordine di tempo, alternando testo e foto, con importi anni di esecuzione. Metto in ordine i curricula di Mauro, di suo figlio e quello di Luigi. Vedo che Mauro ha messo un lavoro che non faremo mai, indicandolo come in fase di sviluppo “Insieme all’Architetto Graziano Farni”: siccome è una bella sistemazione delle aree intorno ad alcuni edifici, ha fatto bene. Copio tutto e lo metto nel mio curriculum, mettendo il suo nome e indicando il progetto come “Studi di fattibilità”. Sono 16 pagine in tutto. Stampo in formato trasferibile e lo passo a Mauro, attraverso la chat, con un segnale acustico di avvertimento.
“Li fai così?”.
“Li “facciamo” così”.
“Sei matto”.
“Forse, ma non mi piace il solito elenco noioso, freddo, anonimo”.
“Leggerò il bando”.
Non lo farà mai. Delega queste cose a me. Non ne vuole sapere, salvo controllare in maniera informale.
Torno da Barbara.
“Allora, questa chat con la telecamera? La voglio anch’io. Attento, Farni, non la vorrei, la voglio anch’io! Spiegami”.
“Niente, hai visto, parli, mandi i files, le faccine, i suoni, le immagini”.
“Anche Mauro ha la webcam?”.
“Certo. Vedi, questi sono i miei amici”.
Mando un trillo che dopo due secondi risuona sul PC di là.
“Guarda”.
Chiamo Mauro con un cicalino
“Dimmi”.
“Ho chiamato il maestro per il suo curriculum”.
“Cosa ci fai lì?”.
“Poi ti dico. Ciao”.
Luigi mi dice che deve andare.
“Ci vediamo domani”.
“Vieni a Roma?”.
“Ah, giusto, lunedì, ci vediamo lunedì!”.
“Ciao, buona domenica!”.
Chiama Mauro, sulla chat.
“Chi c’è di là?”.
“Barbara”.
“Ah, e non dici niente?”.
“No, è lei che ha fatto tutta la biglietteria per domani”.
“Bene, grazie. Come sono gli orari?”.
“Arrivo a Fiumicino per le 8.30, Tu a Ciampino per le 9.30”.
“Come “Arrivo?.
“Non lo so: “Io atterro?.
“No, scemo, da solo?”.
“Arrivo da solo”.
“E Barbara?”.
“Non viene”.
“La saluto”.
“Prova, non sapeva niente di chat”.
“Vado”.
Provo a chiamare la segreteria del concorso, per prendere un appuntamento per domattina. Niente. Barbara chiama il suo studio e parlotta per qualche minuto.
Sento un trillo dal PC della stanza vicina.
“Aiuto, Graziano”.
“Cosa c’è?”.
“Sei stato tu?”.
“No, Mauro, rispondi”.
Sento digitare sulla tastiera: sta rispondendo.
Squilla il telefono, il numero non è in rubrica.
“Pronto?”.
“Architetto, sono Leonardo, il figlio del Maestro, buon pomeriggio. Ho parlato con mio padre. Se mi dà un indirizzo di posta elettronica, le mando il curriculum”.
“Certo: gra.far@mymail.com. Scusi, ci sono anche delle immagini?”.
“Sì, è in formato Word, va bene?”.
“Perbacco, signor Leonardo, è perfetto!”.
“Bene, la saluto. Se le serve altro, mi chiami”.
“Ci conti. A presto, mi saluti papà”.
“Mauro, mi arriva il curriculum del maestro: lo manda il figlio”.
“Bene. Devo andare, ci sentiremo domani a Roma”.
“Ciao, a domani. Vai piano”.
“Scemo”.
“Bà, aspettiamo il curriculum del Maestro, poi andiamo a mangiare qualcosa? Sono curioso”.
“Arriva Barbara, prende una sedia e si accoccola vicino a me.
“Due monitor? Non li avevo notati! Come fai!”.
“La scheda grafica supporta due schermi e per AutoCAD è molto comodo. Guarda”.
Prendo uno dei programmi da un monitor e lo sposto sull’altro.
“Puoi gestire due programmi per ogni monitor”.
“You have mail, Sir”.
Barbara mi guarda con gli occhi spalancati.
“Chi è?”.
“Butler, il mio maggiordomo”. Sposto una finestra e sul monitor si vede un maggiordomo impettito con un vassoio in mano con sopra una busta arancione.
“Che programma è? Lo voglio, Farni, mi raccomando!”.
Mentre le spiego che ci sono animazioni di posta in arrivo, notificatori come Butler e altri. Apro il messaggio: è del figlio del Maestro.
L’allegato è molto grosso: lo salvo nella cartella del concorso e lo apro. Sono 40 pagine di testo e foto. Pensavo a 4 pagine a testa, ma mi devo ricredere. Posso al massimo cambiare il carattere di stampa, ma di tagliarlo non se ne parla.
“Farni, quando vieni da me?”.
“Ti mando un collegamento per scaricare il file che porta alla chat. Poi Ti iscrivo e inizi. Per il programma di posta elettronica, devi avere una mail o inventarne una nuova”.
“Se avessi usato link e download al posto di collegamento e scaricare, ti avrei mandato da un amico”.
“Perché?”.
“È un bravo psicanalista!”.
“Ma smettila, io sono un appassionato!”.
“Ah sì? E quella?”.
Sul muro è incorniciata la licenza per la patente europea per il computer, che ho preso sei anni fa: non mi è servita a nulla, ma, per passare gli esami ho dovuto studiare sistemi operativi e programmi.
“Un attestato, da utilizzatore, sette prove su sette”.
“Senti, utilizzatore, salva ‘sto file che andiamo a mangiare”.
L’enoteca è vicina all’ufficio, pareti rivestite di legno scuro, nessun brusio, anche se i tavoli son quasi tutti occupati. Il nostro è nella sala interna. Barbara ordina un’insalata enorme ed io una tagliata con la rucola, birra per entrambi.
Mentre aspettiamo, prendo dalla parete uno di quei bastoni col giornale. C’è stato un altro omicidio, il quinto, un’altra donna, a Sestri Ponente. Capelli ossigenati, 32 anni. L’articolo si sofferma sul fattore dei capelli, come elemento in comune con gli altri casi.
“Cosa ne pensi?”.
“Nel ’72 sono stato fidanzato con Maria, una ragazza che aveva i capelli ossigenati. Di lei non so altro, mai saputo il suo cognome, dove abitasse, niente. Tornato a Taranto, l’ho completamente dimenticata. Mi è tornata in mente per questa storia. Pensa, se fossi diventato un serial killer, le donne con i capelli così, sarebbero state le mie vittime”.
Barbara si tocca i capelli e li schiaccia.
“Cosa fai?”.
Arrivano le pietanze.
“Niente, un dubbio”.
“Mi riferisco ai capelli ossigenati bianco/gialli, non gonfi!”.
“Meno male. Buon appetito” e mi strizza gli occhi. Prima o poi devo dirle che quel gesto mi piace.
“Ma perché serial killer?”.
“Non lo so, l’ho sempre pensato, forse perché si vede che i capelli non sono naturali”.
“Un serial killer ha una fobia, una frustrazione, una patologia”.
“No, non ne ho, è un gioco”.
“È un gioco stupido!”.
“Salute!”, le porgo il bicchiere per chiudere il discorso.
“Alla tua”.
“Alla nostra”.
Finito di mangiare, Barbara vuol pagare a tutti i costi.
Metto in ordine il curriculum, aggiungendo quello del Maestro. Barbara è sul PC di Luigi, naviga, il suo telefono squilla spesso, a volte lo studio, clienti.
Arriva il curriculum di Arnaldo, lo inserisco, stampo e mando a Mauro, sulla chat. Impiega un po’ di tempo, ma il suo commento è che il Maestro è la persona giusta, che abbiamo fatto un colpaccio. Ci salutiamo e chiudo la chat.
“Grà, andiamo?”.
“Sì, andiamo. Aspetta, prima devo spegnere questo. Non spegnere mai quello per primo. C’è l’archivio dei lavori e da qui devo salvare su quel disco fisso”.
“Dobbiamo passare da te”.
“Restiamo da me, dai, preparo la borsa per domani”.
“Allora passo da casa a prendere qualche ricambio”.
“Mangiamo a casa?”.
“Sì, che ci dobbiamo svegliare presto”.
“Come “ci”?”, intanto usciamo dall’ufficio.
“Crederai mica di svegliarti, andartene e lasciarmi a casa tua? Ti accompagno all’aeroporto e poi vado in studio”.
“Che senso ha? Ti svegli e torni a letto!”.
“Ma figurati, basta storie!”.
Non riesco a controbattere.
Il traffico è il solito traffico della sera, andare verso levante è un incubo. Vorrei l’ufficio a levante per andare a lavorare e tornare a casa contro i flussi del traffico del mattino e della sera.
Andiamo a casa di Barbara. Mentre sale a prendere “qualcosa”, vado a fare la spesa. Non so quello che ho in casa, compro frutta e verdura, pane e bibite.
Barbara compare col solito trolley.
“Fatto”.
“Andiamo”.
“Dove abiti?”.
“A Quinto, vicino ai giardini”.
“Dove c’è la rosticceria?”.
“Esatto, poco dopo, la conosci?”.
“Certo, ero cliente, fino alla separazione, abitavo in Via Giannelli”.
“Dove hai lo studio?”.
“A Nervi, in Via del Commercio”.
“Verrai, prima o poi, meglio prima”.
Arriviamo davanti alla rosticceria.
“Fermati, prendo una cosa”.
Accosto la C3 in seconda fila e Barbara scende.
Sento l’ansia del viaggio di domani che inizia a schiacciarmi i polmoni.
E se il posto non merita? E se Mauro cambiasse idea?
Non prendo l’aereo da tre anni. Certo, l’ultima volta ho volato Aeroflot, quindi sono pronto a tutto. Manco da Roma da quattro anni e, in quell’occasione, sono arrivato alle 11 e ripartito alle 14.30!
Mentre penso a queste menate, Barbara apre la portiera posteriore e deposita un sacchetto sul sedile.
“Fatto?”.
“Sì, dov’è?”.
“Qua dietro”.
Parto e dopo la rosticceria, giro a destra, una strada in discesa verso il mare, poi ancora a destra, verso lo spiazzo, sul quale affaccia la casa dove c’è il mio appartamento. Barbara scende e si guarda intorno, prendiamo tutto e l’accompagno verso la scala che conduce alla porta.
“Non mi prendi in braccio?”.
“Certo, prendi il sacchetto e molla il trolley”.
Apro la porta e la prendo in braccio, lei si stringe al mio collo, entriamo.
“WAW! Che casa!”.
“Ingresso/salone, cucina, bagno, studio e camera. Tutto qui”.
“Una chitarra semiacustica con un amplificatore”.
“E nella libreria gli spartiti”. La libreria è sulla destra. Libri di spionaggio di un solo autore francese, biografie di musicisti, libri sui Beatles, Queen, Eric Clapton, George, riviste di viaggi, cd e dischi a 33 giri, album di foto, spartiti. Barbara va in cucina e posiamo i sacchetti sul tavolo. Vado a prendere i trolley.
“Posso fare un giro?”.
“Certo, intento preparo”.
“Cosa prepari?”.
“Pinzimonio di verdure, un lavoro difficile!”.
“Che bella stanza!”.
Sono d’accordo. L’ho cercata per due mesi, poi l’ho trovata, grigio laccato, letto con testata a contenitore in alcantara grigio, armadio a sei ante, doppia altezza e cassettiera enorme con cinque cassetti, col televisore sopra. Metto il vino nel freezer e inizio a lavare le verdure.
“Mi piace il pinzimonio, qua c’è la capricciosa” e prende un vassoio trasparente dal sacchetto della rosticceria.
“Possiamo mangiarla come antipasto”.
“Bene, ti dispiace accendere la televisione, in soggiorno?”.
“Vado. Cos’hai?”.
“Sono infastidito per domani”.
“Perché?”, grida mentre parte il televisore.
“Roma non mi piace, m’infastidisce, come Milano. Se non fosse per i ragazzi di Nassiriyah, rinuncerei”.
“E Mauro?”.
Dal televisore si sente un gioco. Finisco di lavare la verdura, l’asciugo e la metto in un piatto enorme.
“Mauro è a posto, forse domani mi passerà, ogni volta che devo andare da qualche parte al buio, è sempre così”.
“Sai cos’è? È la reazione di uno che sa che deve assimilare tutto il possibile di una cosa che non conosce, di un evento nuovo”.
“Cioè?”.
“Inconsciamente, forse, ti prepari a ricevere tutte le informazioni possibili e non sai quali sono”.
“Ma io non vorrei andare, ricevere cosa?”.
“Sei esagerato, guarda che a Roma parlano italiano!”.
“Non preoccuparti, lascia stare”, intanto preparo la tavola.
“Scherzi? SONO preoccupata!”.
Quando la tavola è pronta, mi abbraccia e mi dà un bacio sul naso.
“Dai, mangiamo che poi devi fare la borsa per domani e devi disfare quella di ieri”.
Sposto il televisore su un canale news e stanno parlando degli omicidi di Genova.
Mangiamo tutto, e finiamo anche la bottiglia di vino, bianco, frizzante.
Barbara insiste perché mi porti due cravatte, mi fa preparare un vestito per domattina, la biancheria e due camicie, oltre a quella da viaggio. Quando è soddisfatta, va in bagno. Prendo la macchina fotografica e metto sottocarica quattro batterie.
Barbara esce dal bagno, avvolta in un accappatoio di spugna azzurro, suo.
“Fatto, muoviti”.
“Vado”. In bagno preparo la borsa per la roba da viaggio e mi lavo.
In camera, l’accappatoio azzurro è steso sul letto e Barbara occupa tutto il materasso.
“Scusa, i cuscini?”.
Mi avvicino alla testata del letto e premo sull’angolo di uno sportello, click e si alza di pochi centimetri in senso opposto al letto. Lo sistemo, tipo leggio, prendo il cuscino e lo porgo a Barbara.
“Ma?”.
“Visto?”.
“Anch’io! “: esce dalle coperte, nuda, e ripete l’operazione.
“Una meraviglia, così il cuscino appoggia da qualche parte per leggere, se stai male. L’hai fatto tu?”.
“Vuoi la verità?”.
“Certo!”.
“No, ma appena l’ho visto l’ho preso. Guarda i comodini”. e premo un lato del contenitore: un semicilindro con tre ripiani ruota su un asse invisibile fino a bloccarsi con i ripiani all’esterno.
“Ancora? Altre sorprese?”.
“No, finito”.
“Vieni qui”.
“Devo mettere la sveglia”.
“Ne ho messa una sul mio telefono: 5.25, due ore prima del volo. Alle 6.15 fuori, 6.30, aeroporto e via verso la città che è l’esempio di ciò che accade quando i suoi monumenti durano a lungo. Questa è di Andy Warhol, non di un turista qualunque”.
“Hai pensato a tutto”.
“No, non so dove sono zucchero e caffè, la caffettiera è nel lavandino. Così, mentre sei in bagno, domattina”.
“Lo zucchero è sopra il lavandino, il caffè in frigo “.
“Mi alzerò prima” e prende il telefono dal comodino.
“A proposito”.
“A proposito, niente. Silenzio, Farni!”.
Prima di addormentarmi, con Barbara appollaiata sulla mia spalla, mi chiedo perché abbia voluto farmi vedere cosa mi ero perso e che cosa mi aspettava. Non avessi le mie ansie da viaggio, non ho bisogno di pensare a questo. È stata dolce, appassionata, possessiva, senza una parola, tranne “buonanotte” in un soffio, sussurrato, quando stanca, sudata ha spento la luce per venirsi ad addormentare qua, sulla mia spalla.
Non riesco ad addormentarmi. Non è la prima volta e non sono preoccupato. Non so cosa mi aspetta, perché dovrei essere preoccupato?
24 febbraio
È stato meraviglioso, l’ho detto a Barbara, appena sveglia. Ci siamo preparati in silenzio e ora sono all’aeroporto, da solo, non ho voluto che scendesse.
Ai banchi del check in c’è una situazione strana: uno è deserto, l’altro ha davanti una coda enorme. Vado, ovviamente vado verso quello vuoto e la signorina mi fa notare che volo con l’altra compagnia. Cominciamo bene
Tutti a Roma e con la stessa compagnia. Almeno 100 persone, ma cosa vanno a fare a Roma di venerdì, non possono essere romani che tornano a casa! Poi a Roma ci sarà quello che “lui scende per ultimo, quando tutti sono andati, così scendo per primo”, l’aereo si fermerà a 25 chilometri dallo scalo, e l’uscita sarà a tre miglia dall’ingresso allo scalo e la coda ai taxi arriverà a Frosinone!
Dopo il check in, vado al bar a prendere un caffè, poi vado al controllo di polizia. Mi tolgo i due orologi, i bracciali, le collane, e metto tutto, con i telefoni, i Ray-Ban e il portamonete nella borsa da viaggio, che passa il metal detector. Giacca, montgomery e cintura finiscono in una ciotola di plastica blu.
A Roma piove.
L’attesa per il taxi è stata sopportabile e nel viaggio verso l’albergo scarico la posta elettronica sul telefonino. A due e-mail devo rispondere: la mia società mi chiede di consegnare un disciplinare firmato. Rispondo che l’incarico è sbagliato, che lo correggo e lo rimando lunedì.
L’altro è di Fogli: allega un contratto e lo vuole firmato. Chiamo l’hotel, chiedo una mail e lo inoltro. Appena arriva la ricevuta dell’hotel, rispondo a Fogli che nel giro di mezz’ora il contratto firmato sarà da lui via fax. Richiamo l’hotel e chiedo di stampare mail e allegati.
Il telefono di Mauro è staccato.
Il taxi si ferma sulla Cristoforo Colombo, prima di Viale Oceano Atlantico. L’albergo è dall’altra parte della strada. Appena il taxi parte, il cielo rovescia un tale diluvio che non penso nemmeno a correre. E non ci sono ripari fino alla hall.
Il receptionist controlla la prenotazione e mi dà la stampa del fax per Fogli, lo leggo, sgocciolando da qualunque parte verso qualunque ripiano. Ineccepibile. Dico al receptionist il numero del fax di Fogli, dicendogli di mettere tutto sul conto della 208, la mia camera. Mi dice che non c’è problema. Ringrazio, lascio il passaporto e vado verso la stanza che è in un’ala staccata del complesso. Così mi bagno ancora.
La camera è in fondo ad un corridoio, lungo 8 chilometri!
Per fortuna è una bella stanza, con il televisore incastonato in un mobile d’angolo, un grande letto e un bel bagno. Telefono alla hall per dire di avvertirmi quando arrivano Mauro e Gloria.
Alzo la temperatura del condizionamento e vado in bagno a spogliarmi. Appendo il montgomery e i calzoni. La giacca, il maglione e la camicia li appendo su due stampelle al box della doccia. Sì, ho due camicie, ma insomma!
Mi faccio la barba e mi do una sciacquata, soprattutto per ingannare il tempo. Poi provo ad asciugare i calzoni col phon. Squilla il telefono dell’albergo.
“Si?”.
“Signor Farni, una telefonata per Lei”.
“Pronto?”.
Cacchio, Barbara!
“Ciao, Bà”.
“Sei arrivato?”.
“Si, ma …”.
“Ma cosa?”.
“Qui, piove da matti e …”.
“E sei appena sceso dall’aereo, sono le 9 e mezza passate, non potevi telefonare dall’aeroporto?”.
Non so cosa dirle.
“Si, ma non l’ho fatto, scusami. Ora mi devo asciugare”.
“Va bene, a dopo. Mauro?”.
“Non so niente, non è ancora arrivato”.
“Mi chiami, quando arriva?”.
“Non lo so”.
“Ti sparo”.
“Ti chiamo, ti chiamo”.
“Bacio”.
Torno in bagno, dove sono comparse le prime gemme, spinte dal caldo. La camicia e il maglione sono asciutti, l’interno del montgomery accettabile. Mi do ancora da fare col phon.
Dal portatile parte Layla, una delle più belle canzoni di Eric Clapton: è la suoneria di Mauro.
“Dove sei?”.
“In camera”.
“Bene, sei bagnato?”.
“No, il taxi si è fermato qua davanti”.
“Quando sei pronto, andiamo?”.
“Subito, sai dov’è?”.
“Verso il centro, a Nord, lungo il Tevere. Chiamo un taxi, ci vediamo nella Hall. Gloria?”.
“Sta qua, ci vediamo a pranzo”.
“Ci vediamo nella hall, faccio chiamare il taxi da lì, così hai ancora qualche minuto”.
“D’accordo”.
Prendo la borsa, controllo che ci sia tutto, chiamo Barbara ed esco.
Il taxi è così sgangherato che ho paura a toccare la maniglia della portiera. Il tergicristallo lascia scie urlanti sul vetro anteriore, che si pulisce solo per l’insistenza della pioggia, non per le spazzole. Il sedile è sfondato e Mauro mi guarda preoccupato.
L’autista si ferma davanti ad un gommista su una strada a senso unico, con a sinistra la basilica di San Paolo Fuori le Mura che è la destinazione data al tassista, poiché per lui il parco Shuster è un mistero. Scesi dall’orribile vettura, andiamo verso quello che sembra un ingresso, formato da un frontone a timpano con un colonnato.
“Per essere una basilica non è che l’ingresso sia così monumentale!”.
“Non è l’ingresso principale. Vieni, andiamo a vedere la chiesa”.
Non è l’ingresso principale, l’ingresso principale, dopo una breve scalinata, è un quadriportico enorme con una statua al centro, un bellissimo giardino, rovinato dai colori smorti di una giornata piovosa. L’interno della basilica è mozzafiato. Sulle trabeazioni delle navate laterali ci sono le effigi di tutti i Papi. Dietro la sacrestia c’è un altro giardino con un portico che protegge resti romani, forse cristiani, in marmo, urne, lapidi.
Mauro vorrebbe comprare un modellino della chiesa per fare un plastico: gli faccio capire che, per scaramanzia, non se ne parla nemmeno.
Usciamo dalla basilica e chiamo Barbara.
Il parco, dove il bando prevede che si realizzi il monumento, parte dal lato della basilica, di fronte all’ingresso laterale c’è un viale in travertino con ai lati delle aiuole con qualche albero. Ci sono molti cani, che pascolano tranquillamente. A destra del parco, Via Ostiense, a sinistra il lungotevere di San Paolo. Il lungotevere è più alto del sagrato della basilica e scende fino alla via Ostiense.
Camminiamo lungo il lato verso il Tevere, che è inclinato rispetto all’Ostiense. Mauro ha in mano le tavole allegate al bando e le guarda. Siamo sotto il suo ombrello, continua a piovere, una pioggia leggera ma insistente, invisibile. Che sicuramente rovinerà le foto, anche se digitali.
“Lo vedi il monumento?”.
“Mauro, ho tanto sonno che se taci, non vedo neanche te”.
Mi dà i disegni e l’ombrello e si avvia in mezzo al parco verso il viale in travertino. Si ferma a metà strada, tra il vialetto dove sono io e il viale, si gira, alza le braccia e congiunge le mani sopra la testa.
Mi metto a ridere e lo fotografo.
“E ora?”.
“E ora se non ti togli da lì, qualche cane potrebbe trovarti interessante”: in effetti, sembra un’enorme acciuga, piuttosto che un albero. Ma uno yorkshire parte e va verso Mauro, che vedendolo, resta immobile. Il cagnetto si avvicina, lo annusa e decide che per essere un albero, sa troppo di umano e se ne va, arrabbiato per quella camminata inutile. Mauro scoppia a ridere, abbassa le braccia e viene verso di me.
Andiamo verso l’incrocio tra Ostiense e Lungotevere: il viale in travertino e il vialetto si incontrano in uno slargo in pietrisco sottile, dalla forma irregolare, che li raccorda con l’Ostiense. Il lungotevere è ancora più in alto, poca roba, ma è più in alto. Ai piedi della salitina che porta al lungotevere, c’è un tratturo che arriva a una casa, all’interno del parco.
Mauro va verso lo slargo.
“Lo faremo qui. Quelli cosa sono?”.
Ci sono due manufatti in muratura, sulle facce hanno delle alette in pietra, ma non si vede altro.
“Boh, sembrano dei torrini di ventilazione, Vedi quelle finestre alettate? Sui disegni del bando si vedono”.
“Ventilare cosa?”.
“Forse una sottostazione elettrica. Le ho viste a Bagnoli, all’Italsider”.
“E dove li mettiamo?”.
“Lo lasciamo lì”.
“Mmh, partiamo da qui e andiamo verso la basilica”.
Intanto ha smesso di piovere. Non so cos’ha in mente. Il suo sguardo è tirato fino al fianco della chiesa e si sposta dall’Ostiense al lungotevere.
“Vieni” e riparte verso lo spiazzo, poi gira verso la balza che raccorda lo spiazzo con Lungotevere di San Paolo.
“Fai una foto”.
“Subito”, ho fatto decine di foto, una in più non cambia nulla. In questi casi, le foto sono fondamentali. E, fidati, ne manca sempre una, quella che ti serve a ricordare, inoltre, non abbiamo nessuno strumento di misura. Squilla il cellulare di Mauro.
“È Gloria, Si”.
…
“Abbiamo finito adesso”.
…
“Ci vediamo all’EUR, al ristorante Shangri La”.
…
“A dopo”.
“È nella hall. Non serve farla venire qua. Ci vediamo in un ristorante all’EUR. Cerchiamo un taxi”.
Aspettiamo un quarto d’ora. Poi fermiamo una Mercedes: rispetto a stamattina, una reggia.
Gloria è davanti al ristorante. La saluto e chiamo Barbara.
“Dove sei?”.
“All’EUR, in un ristorante, vicino all’albergo. Tu?”.
“In Via del Commercio, sto andando a un incontro. Finito?”.
“Per ora sì, devo chiamare la segreteria del bando, per vedere se mi ricevono”.
“Chiamali, subito. Venerdì, forse, chiudono prima”.
Ha ragione, gli uffici pubblici, a volte, al venerdì fanno orario ridotto. Molto ridotto. Poi, siamo a Roma.
“Vero, li chiamo subito. Ci sentiamo dopo?”.
“Non so a che ora finisco. Ti chiamo io. Cosa fate?”.
“Se ci ricevono, o vado da solo o andiamo con Mauro, poi rimarremo in centro. Altrimenti, penso che torneremo in albergo”.
“D’accordo, ti chiamo io”.
“Ciao”.
Mentre vado al tavolo, telefono, invano, alla segreteria del concorso. Ordiniamo.
“Mauro, ho provato a chiamare la segreteria, ma non risponde nessuno”.
“Proviamo fino al caffè, poi ce ne andiamo in hotel”.
Mangiamo, ridendo e scherzando con Gloria sul futuro monumento, inventando storie sulla forma, sul contenuto e su quello che potremmo fare per non vincere.
Quando arrivano i caffè, i tentativi di parlare con la segreteria andati a vuoto sono cinque. Sono quasi le tre, ci siamo svegliati presto, Mauro vuole andare a riposare.
Quando entro, la camera è un forno: ho lasciato il condizionatore sui 26°! Apro la finestra, con vista, su strada, recinzione e cantiere e abbasso il termostato.
Chiamo Barbara. Dal telefono esce un rumore fastidioso.
“Ciaoooooooooooo”.
“Dove sei? Sento un fracasso!”.
“Per strada, c’è un ingorgo”.
“Cavolo! Siamo in albergo. Stanchi”.
“E gli uffici?”.
“Ti sento malissimo! Spostati, per favore. Chiusi, niente da fare”.
“Peccato, mi dispiace. Ti chiamo più tardi, Anzi, no: chiamami tu, se ti addormenti, non vorrei svegliarti”.
“Va bene”.
“Non mi devi dire nulla?”.
“Non mi pare”.
“Ti parrà, prima o poi”.
Siamo già stati lontani, non capisco.
“Ok, Bà, ci sentiamo più tardi”.
“Ciao”.
Chiudo la finestra e metto sotto carica i telefoni.
Nonostante mi fossi svegliato alle cinque, nonostante avessi camminato per una mezza mattinata incredibilmente divertente e avessi camminato per due ore sotto la pioggia, non ho dormito per niente. Ho letto ancora il bando, ho guardato le foto, mi sono fatto la doccia.
Alle 18.15 chiamo Barbara.
“Posso richiamarti?”.
“Certo”.
Chiudo la telefonata e vado in bagno per radermi. Mentre mi passo il rasoio, squilla il telefono.
“Ciao, com’è?”.
“Sereno”.
È sera, non piove più da un pezzo.
“Bene, programma?”.
“Non so, credo che andremo da qualche parte, Mauro conosce un sacco di posti”.
“Bene, arrivo”.
“Come arrivo?”.
“Sono alla stazione Ostiense. Sto arrivando”.
“Ma smettila!”.
“Glielo dica lei, dove siamo”.
Sento dei rumori.
“Stamo annanno all’Eure, annamo all’hotel, in Viale Atlantico”.
Non ci credo, non so cosa dire.
“Non ci credo”.
“Arrangiati, tra poco sono lì. A dopo”.
“A dopo”.
Mando un sms a Mauro: non lo chiamo per paura di svegliarlo.
Mi chiama lui, sul telefono interno e gli racconto di Barbara.
“Sei contento?”.
“Secondo te?”.
“Immagino di sì. Dai, chiama quando arriva”.
Bussano alla porta. L’aspetto di Barbara è meraviglioso. Cappello floscio, giaccone, sciarpa, calzoni, trolley, il suo sorriso.
“Posso?”.
“Sei matta, certo che puoi!”.
Entra, mette giaccone e cappello nell’armadio, di fronte al bagno. Ha una giacca di tessuto blu uguale ai calzoni e un maglione a collo alto, grigio.
“Beh?”.
“Bella stanza! Certo non come la tua, ma carina, Certo, un po’ freddina, come in molti alberghi, ma carina”.
“Sei matta!”.
“Lo so, ma mi piace!”.
“Come hai fatto?”.
“Ieri pomeriggio, da te, ho prenotato il treno e l’aereo per domani, stesso volo, stessa ora”.
Sono stupito, quasi infastidito di essere stato preso in giro, ma la gioia che provo non la sente nemmeno Barbara.
Mi fa sedere sul letto e si siede sulle mie ginocchia.
“Quindi non eri in Via del Commercio, non c’era nessun ingorgo”.
“No, tutto finto: ero in treno”.
La stritolerei.
“Piano, mi fai male, mi stringi troppo!”.
Vibra il telefono.
“Vado in bagno”.
Quando parte Layla, faccio fatica a interrompere.
“Mauro, dimmi”.
“Uheilà! Avete bisogno di un po’ di tempo? Mezz’ora, un’ora?”.
“Ma cammina, mezz’ora. Barbara è in bagno”.
“Già, in bagno, o ancora in bagno?”.
“La smetti?”, sento che ride “Ma poi, che ti frega?”.
“Dai, mezz’ora”.
Sono le sette.
“Mauro, sono quasi le sette, dove vuoi andare a cena?”.
“Ho prenotato in un ristorante etnico, sulla Nomentana, vicino al raccordo”.
E mi dice il nome. Nomentana, come sapessi dov’è la Nomentana, conosco la Salaria (c’era la sede del sindacato), l’Aurelia, ma la Nomentana, so che è una delle consolari, ma non so dove sia.
“Ci vediamo nella hall tra mezz’ora”.
“Dai”.
Barbara esce dal bagno
“Mi faccio la doccia” e si toglie il maglione.
“Io l’ho fatta prima”.
“Peccato” e si toglie calzoni e calze. In reggiseno e mutandine, solleva il trolley sul letto, lo apre e prende una busta di stoffa: estrae reggiseno e mutandine bianchi.
“Mauro?”.
“Ha prenotato sulla Nomentana, un ristorante etnico, boh. Ci aspettano tra mezz’ora nella hall”.
“Allora, meglio che tu abbia già fatto la doccia. Vieni con me? “ e mi saluta, strizzando gli occhi e si chiude in bagno.
“Arrivo, guardo dov’è il ristorante”.
31 chilometri, il ristorante è a trentuno chilometri, vicino al raccordo anulare, ma è venerdì sera. Il traffico sarà un casino, ci vorrà un’ora. Alzo la temperatura del condizionatore.
Entro in bagno, mentre Barbara esce dalla doccia, fasciata da un asciugamano annodato sul petto.
“Mi asciughi?”.
“Certo” e la strofino, mentre prende un asciugamano per le gambe e i piedi.
Torniamo in camera; Barbara armeggia nel trolley e prende un paio di calzoni, un maglione e una camicetta. Mette il maglione a collo alto nell’armadio con i calzoni blu, poi torna in bagno. Esce tirata a lucido.
“Vado io”.
Prendo il rasoio e mi faccio la barba. Vedo nello specchio, sulla mia spalla una colomba bianca: mi avvicino allo specchio e la colomba vola via.
Mi pettino, esco e prendo dall’armadio il montgomery, la mia giacca e quella di Barbara, il suo giaccone.
“Grazie, My Lord”.
“Si dice. Milord, ma non devi”.
“Tu dici Milord, io no!”.
Il giaccone finisce indosso all’architetto Greco che mi aiuta vestirmi. Mi prende per i bordi del monty, si alza in punta di piedi e mi bacia il naso.
“Andiamo?”.
“Mettersi le scarpe?”.
“Oh, oh! “ e infila le mani nella borsa di Mary Poppins che è il suo trolley per cavarne un paio di stivaletti che le arrivano al polpaccio.
“Fatto, completa”.
Tolgo la chiave dall’interruttore e ci avviamo nel tunnel del corridoio.
Al bar, Mauro e Gloria sono seduti a un tavolino basso, si alzano e presento Barbara a Gloria. Mentre Barbara saluta Mauro, Gloria si complimenta con lo sguardo e mima “bella, complimenti” con le labbra.
“Ho chiesto al bar: hanno fatto la sangria, chi la beve?”.
Barbara alza la mano.
Gloria aggiunge il suo gesto e Mauro mi guarda.
“Quattro”.
Ci sediamo e Mauro e Barbara iniziano a parlare del sopralluogo. Arriva il cameriere.
“Possiamo cambiare discorso?”, Mauro mi guarda.
“Sì, scusa, brindiamo” e porge i bicchieri alle ragazze. Prendo il suo e il mio.
Brindiamo al monumento
“Vado a far chiamare un taxi”, mentre va verso la hall, vado a pagare. Barbara parla con Grazia, come se la conoscesse da sempre.
“Cos’hai fatto?”.
“Ho pagato”.
“Pirla, andiamo”.
Le ragazze si alzano e andiamo verso l’uscita. Il cielo non è più pieno di nuvoloni minacciosi.
Due minuti e arriva il taxi: è un van, così non stiamo divisi, tra davanti e dietro. Non so se Mauro lo ha chiesto, ma non mi stupirei.
Siamo arrivati al ristorante, un ristorante magrebino, con una grande sala e la possibilità di ascoltare musica, ovviamente etnica. Le pareti sono decorate all’orientale, ma non sono né pesanti né gradevoli. Mauro aggiunge che c’è anche la danza del ventre: il mio minimo, in generale.
Poi inizia la musica e mi sento a disagio.
Non si può più parlare, assolutamente, né ballare. E mi sento davvero a disagio. Non avendo chiesto niente, quel frastuono e quell’atmosfera erano l’ultima cosa che avrei voluto.
Dopo qualche momento d’imbarazzo.
“Esco vado a fare due passi”.
“Vengo con te”.
Le porgo il cappotto e usciamo: qualcuno si volta a guardare Barbara.
Fuori è umido, la ghiaia calpestata fa un rumore soffice; il cielo è stellato, incredibile ma stellato, con una debole luna e si vedono delle nuvole nell’alone luminoso del satellite. Abbiamo fatto pochi passi, prendo Barbara per mano e mi volto per guardarla. Barbara mi stringe la mano e la abbraccio.
Credo di vedere tutto quello che Hubble deve ancora scoprire: il cielo si è aperto.
Gli occhi di Barbara, di fronte alla luce della notte, sono ancora più luminosi, quasi avessero paura di non farsi trovare, la sua voce è dolcissima. Il suo viso è luminoso, di suo, sereno, aperto, come al mattino, ma con una luce diversa negli occhi oppure sono io che vedo quella luce nei suoi occhi, quella che voglio vedere, la luce che mi fa e mi farà stare bene.
Poi ci siamo, di nuovo, abbracciati. Come se avessimo paura che fosse l’ultima volta.
E l’ho guardata negli occhi, da vicino e i suoi occhi sorridevano, tu non hai idea, di cosa siano i suoi occhi!
Chiamo Mauro e gli dico che vorremo andarcene.
“Andate, noi restiamo ancora un po’”.
“Ti porto i soldi”.
“Smettila, soldi”.
“Allora, grazie e buonanotte”.
Barbara è abbarbicata sul mio braccio destro con gli occhi socchiusi.
“Andiamo a far chiamare un taxi”.
La cassiera mi dà il numero del taxi e mi dice di aspettare davanti all’ingresso.
Barbara è abbarbicata sul mio braccio destro con gli occhi chiusi.
25 febbraio
Una serata indimenticabile, come quello che è successo dopo.
Barbara ha dormito fino all’albergo; l’ho presa in braccio e l’ho portata in camera, si è lasciata spogliare e l’ho messa sotto le coperte. Poteva anche fingere, ma non credo: unico neo, il corridoio lungo otto chilometri!
Sono veramente felice per quello che ha fatto: venire a Roma di sorpresa è impagabile, anche per il modo in cui mi ha preso in giro. Mio padre dice che non vedo un prete nella neve, lei è stata brava a prendermi in giro: come facevo ad accorgermi che non era in una via di Genova?
Però mi sveglio presto, anche se abbiamo fatto tardi e ieri ci siamo alzati presto.
Dormo alla destra di Barbara: lei è sul fianco, con le mani sotto il viso e posso guardarla mentre dorme. Il viso è disteso, sereno, sembra sorrida.
Sono le sei meno un quarto.
Guardo Barbara e resisto al desiderio di svegliarla. Ho paura che il battito delle ciglia possa svegliarla. E socchiudo gli occhi. La colomba adesso è sulla sua spalla, e se la sveglia? Un battito d’ali e se ne va, il tempo di spalancare gli occhi per vedere meglio. Vorrei sapere da dove entra, ma, soprattutto, da dove esce. Mi punge vaghezza che non lo saprò tanto facilmente.
Barbara dorme tranquilla, mi giro dall’altra parte per non svegliarla.
Comincio a pensare al monumento. Ho visto Mauro talmente assorto che dava l’impressione di vederlo già là, nel Parco Shuster. Cerco di immaginare cosa abbia in mente Mauro, ma le uniche cose che intuisco sono che quello spiazzo irregolare avrà vita breve e che qualcosa sarà collegato col lungotevere. Sul resto, non riesco a vedere nulla, se non i menhir in mezzo a quello spiazzo. L’unico principio che regola queste cose è la semplicità. È un elemento che in commissione si apprezza, rende più facile la comprensione del proprio lavoro ai componenti della giuria, che devono guardare una marea di progetti. Chissà quanti saranno i partecipanti.
Suona un telefono, i miei sono spenti. Guardo l’ora sull’orologio sul comodino: le sette!
“È sabato, la smetti di lavorare?”.
Mi giro, Barbara prende un telefono dal comodino: d’incanto la suoneria tace e il monitor si spegne.
“Hai messo una sveglia?”.
“Sì, ho messo la sveglia”.
“Perché, non potevi dormire?”.
“E lasciarti solo in mia compagnia? No”.
“No, per riposarti”: mi accarezza il viso.
“No, siamo a Roma, insieme e quindi va bene così. Allora: ci stropicciamo fino all’apertura del bar, ci facciamo portare la colazione in camera. Poi ci vestiamo, andiamo a fare un giro pa‘a Capitale. Chiedi a Mauro che programmi ha fatto, ci confrontiamo e ci coordiniamo per il pranzo. Mangeremo insieme, no? Sai cosa ha detto, più o meno, Andy Warhol, mica un turista qualunque? “Roma è l’esempio di ciò che accade quando i suoi monumenti durano a lungo” ed io vorrei vederla! . Non sono mai stata a Roma”.
“Non è che hai pensato anche al tempo? Ieri era brutto, pioveva. Beh, non ieri sera, ovvio, il cielo poi si è riempito di stelle”.
Mi scappa da ridere.
“No, per il tempo non ho ancora fatto nulla ”.
Ci abbracciamo.
Stropicciarsi significa stare lì, accoccolati, uno nelle braccia dell’altro, bacini, carezze, niente di più, niente di meno, parole, risate, solletico, stiracchiamenti, “dove andiamo”, “cosa ti interessa”, e via così.
“Sono le sette e mezza, chiamo il bar. Che cosa prendi?”.
“Quello che vuoi”.
“Caffè, cappuccino, brioches e spremuta d’arance”.
“Bene”.
“Pronto”.
…
“Si, per favore, Caffè, cappuccino, brioches e spremuta d’arance per due. E succo d’ananas”.
…
“Si, per due”.
…
“Perfetto”.
…
“Come”.
…
“Va bene. Grazie”.
“Ha voluto sapere se succo e spremuta erano per due e che sono qui tra mezz’ora”.
Si distende sul letto in modo che devo spostarmi per lasciarle spazio.
“Non farti idee particolari, al massimo facciamo la doccia insieme, abbiamo mezz’ora e più di quello non possiamo fare”.
“Vada per la doccia”, mi alzo e scosto le tende: è una giornata meravigliosa”.
“Chiudi, che sono nuda”.
“Ma va?”.
La doccia.
Tu immagina una vasca da idromassaggio ma verticale, con la radio, la luce soffusa, l’acqua subito a temperatura giusta, gli spruzzi in tutte le direzioni, tanto grande da ospitare due persone, e un sedile.
Già, il sedile.
Quando usciamo, Barbara prende gli accappatoi dal calorifero a parete, caldi al punto giusto anche quelli.
Barbara torna in camera ed io accendo il rasoio. Radermi è una rottura da sempre, da quando, la prima volta mi sono fatto più tagli che peli tagliati. Devo, dovrei, per sembrare ordinato, farla due volte al giorno. Forse, pensando alle barzellette, non dormo per il rumore che fa di notte, mentre cresce.
Entra Barbara con un piatto in mano, con sopra quattro brioches.
“Sono calde e profumate o ti sbrighi e mangi il loro ricordo” e va via.
Smetto di rasarmi e la raggiungo.
Sulla scrivania di fronte al muro c’è un vassoio enorme con tazze, caraffe, bicchieri e il posto del piatto colle brioches, che è in mano a Barbara seduta sul letto.
“Ora le mangi ed io sto a vedere”.
“Non ci provare, guarda che lo faccio”.
Per fortuna caffè e cappuccini sono in quelle tazze termiche, perché tra una risata e il resto della colazione, potevano diventare delle granite. La partita delle brioches finisce 3 a 1 per me.
Barbara mi chiede di Mauro. Abbiamo il volo alle 16.30 da Fiumicino, tempo ce n’è, basta essere la un’ora e mezza prima, è sabato non dovrebbe esserci traffico. Mauro e Gloria partono da Ciampino alle cinque.
“Dove vorresti andare?”.
“Non so, non ho alcuna idea”.
“Roma è grande, nella zona dei fori, dal Colosseo a Piazza Venezia, sembra di camminare in un museo”.
“Chiedo alla reception se possiamo lasciare qua le borse, non voglio girare per Roma col bagaglio. Tu chiedi a Mauro”.
“Mando un sms, non so se sono svegli”.
Mentre compilo il messaggio, Barbara chiama la reception.
“Ci danno un voucher per il ritiro. A posto, vado a prepararmi”.
Bacio sulla fronte e si infila in bagno.
Prendo la macchina fotografica e guardo le foto di ieri.
Guardo le foto di Mauro in mezzo al parco stile acciuga, che imita un menhir, lo slargo, il lungotevere e tutto il resto. Anche riguardando i posti, non riesco a immaginare nulla se non i menhir messi da qualche parte. Ma non mi interessa. Riapro le tende dalle quali filtra sempre il sole.
Barbara esce dal bagno in reggiseno e mutandine, apre l’armadio prende i vestiti.
“Libero, Farni, vada”.
“Guarda le foto di ieri”.
“Mi ci porti?”.
“Certo, se andiamo ai Fori, è di strada, poco a nord dell’EUR”.
“Bene per i Fori, allora”.
Mi alzo vado in bagno.
Mentre mi rado, entra Barbara, che ride.
“E questa?”.
Le racconto la storia di Mauro infisso nel terreno e dello yorkshire.
“È matto!”.
Usciamo dal bagno e, mentre mi vesto, arriva la telefonata di Mauro.
“Cosa fate già in giro?”.
“Ciao, siamo quasi pronti, cosa fate?”.
“Non lo so, volevo solo passare in una famosa pasticceria per portare a casa dei dolci”.
“Dove”.
“In Via Nemorense”.
“Barbara ha chiesto: possiamo lasciare qua i bagagli”.
“A noi conviene portarli via, andando a Ciampino. Pranziamo insieme?”.
“Certo, solo che noi siamo quasi pronti, voi?”.
“Noi siamo rimasti fino a tardi, molto tardi, Gloria dorme”.
“Senti, noi andiamo ai fori, ci sentiamo quando siete a tiro”.
“Va bene, dormo ancora un pò, ciao”.
“Ciao, a più tardi”.
Prendo il navigatore. La pasticceria è a nord, vicina alla Salaria, dove c’è la sede della cassa di previdenza.
Barbara sta ancora guardando le foto.
“Non ci sei mai?”.
“No. Siamo liberi, Mauro e Gloria hanno fatto tardi e si riposano ancora. Anzi, Gloria sta ancora dormendo. Ci chiamano più tardi”.
“Bene andiamo a prendere un caffè, paghiamo e andiamo”.
Chiudiamo i bagagli, ci avventuriamo nel corridoio. Il corridoio sembra un pò più corto.
Il taxi arriva subito, ci facciamo portare in Via Ostiense e gli chiedo di fermarsi alla fine del parco e di aspettare. Scendiamo e porto Barbara sullo spiazzo. Le racconto quel poco che abbiamo detto con Mauro, le faccio vedere i torrini di ventilazione, il posto dell’acciuga. Ascolta senza dire una parola. Non vuole coinvolgimenti con colleghi, essere qui deve essere il massimo che si concede.
Warhol ha ragione, anche perché a New York, monumenti come quelli di Roma se li sognano.
Non vedevo i fori dal 1993: Barbara sa tutto, riconosce tutto, qualsiasi pietra, colonna, altare, pavimento. Il foro di questo, la basilica di quello, il tempio di là, la colonna di qua. Un tormento e una tortura.
Il Colosseo toglie il fiato.
Sì, d’accordo, i grattacieli, la statua della Libertà, la muraglia cinese, la Tour Eiffel, il teatro di Sidney, le piramidi, ma questo posto è esaltante, visto dall’ultimo piano percorribile è maestoso!
“Mi sembra di vedere la gradinate piene durante una corsa di bighe”, veramente mi viene in mente la corsa degli sgusci di Star Wars Episodio 4.
“E la copertura in stoffa non la vedi?”.
“Dove?”.
“Veniva tirata, dicono, dalla parte alta con delle funi per fare ombra sugli spalti”.
Stento a crederci.
“Ma dai!”.
“È vero, ne han parlato seriamente”.
“Boh, mi sembra una romanata!”.
Siamo in via dei Fori Imperiali, all’inizio, quando squilla il telefono, è Mauro.
“Uheilà, piccioncini”.
“Mauro, vieni salvarmi”.
“Cosa c’è?”.
“Sono con uno storico”.
“Barbara? Certo, si vede che è una ragazza intelligente e preparata”.
“Sono rovinato. Te la passo”.
…
“Ciao, Mauro! Svegli?”.
…
“Il tuo amico? Fa finta di non sapere”.
…
“Già, chi finse di non sapere prese trent’anni”.
…
“Cosa fate?”.
…
“No, pranziamo insieme?”.
…
“Trastevere, sì, dai!”.
…
“Ci vediamo lì all’una?”.
…
“Prenotiamo noi. Cerco il numero sul telefonino”.
…
“All’una. Sì, ci penso io a Graziano. Sai che non devi preoccuparti”.
…
“Si, mi preoccupo io, per lui, certo”.
…
“Va bene, va bene. All’una”.
…
“Ciao”.
“Avete finito?”.
“Geloso?”.
“Di Mauro? Non posso certo fargli concorrenza. No, chiedevo se avete finito di mettermi in mezzo”.
“Non so, ma non credo”.
“Vabbè. Conclusione?”.
“Mauro e Gloria vanno in Via Nemorense, con i bagagli perché a loro conviene partire direttamente dal ristorante a Trastevere dove ci vediamo all’una per mangiare insieme”.
Ha pensato a tutto. Dopo due anni di auto solitudine, sento di nuovo la vita nelle orecchie. O forse è lei che parla più forte.
Squilla il telefonino.
“Ciao, Graziano”.
“Andrea!”.
“Com’è?”.
Non ci sentiamo dagli auguri di Natale.
“Sono a Roma”.
“Che ci fai a Roma?”.
“Un storia lunga, tu cosa mi racconti?”.
“ perché non vieni qua a luglio?”.
“A luglio non c’è il tuo compleanno?”.
“Te lo ricordi?”.
“La data non la ricordo, so che stavamo studiando per la maturità”.
“Il sei, e sono tanti…”.
“Fammi fare due conti”.
Eravamo in classe insieme, era avanti di un anno, io ero ripetente.
“50! Compi 50 anni? Il giovane virgulto!”.
“Allora? Se vieni mi fai un regalo enorme!”.
“Contaci, non so come andrà una cosa, ma vengo senz’altro”.
“Ti aspetto allora, fammi sapere, ‘tanto ci sentiamo”.
“Inizio il conto alla rovescia, Andrea. A presto. Saluta tua moglie”.
“Chi era?”.
“Andrea Valle, un altro dei miei fratelli”.
“Non figlio dei tuoi? Come Paul? Un fratello amico fraterno”.
“Esatto, dal 1971, liceo insieme a Taranto”.
Stiamo andando verso Piazza Venezia, in mezzo a quello che è un museo continuo, all’aria aperta, con memorie visibili da tutte le parti.
“Vedi, quello è il foro di Nerva”.
“No, ma vedo un nervoso che mi sta perforando e, là in fondo, una stazione dei taxi!”.
“E le colonne …”.
“PIANTALA!”. e Barbara si mette a ridere. Mi prende sottobraccio e tra un “guarda” e un “ma non vedi” arriviamo al Monumento al Milite Ignoto. In piazza c’è la stazione dei taxi e il primo autista si sente dire di portarci a Trastevere passando per alcuni bei posti della città, “tanto dobbiamo essere lì all’una”. Passa per il Quirinale, Porta Pia, Villa Borghese, Piazza del Popolo, Castel Sant’Angelo, Città del Vaticano e poi Trastevere. Il traffico non è molto denso, si viaggia bene, il tassista ci indica i luoghi e i posti e ci lascia a Piazza Trilussa, ovviamente.
Dopo un americano a Parigi e a Roma, due genovesi a Roma!
Il ristorante è molto bello, le pareti sono coperte dalle foto degli uomini e delle donne dello spettacolo, della politica e dello sport che lo hanno frequentato, in bianco e nero, alcune sgualcite e ingiallite dal tempo. Ci sono le ovvie dediche con autografo. Siamo i primi, prendiamo posto e mi dico che non ho prenotato, cosa che faccio sempre.
Mauro e Gloria arrivano in orario, ci raccontano delle bellezze della pasticceria, che potevano andare anche noi e di quello che hanno comprato.
Ordiniamo: io matriciana e abbacchio, Mauro e le ragazze, carbonara e branzino; Mauro sceglie il vino, dei Castelli e poi ordiniamo l’acqua, gasata e no.
“Grà, hai fatto il conto?”.
“No”, da quando è arrivata Barbara, ho pensato solo a lei.
”Faccio due conti: oggi è il 25, mancano … 4+14, 18 giorni. Il 14 marzo è martedì la consegna è fino a mezzogiorno, quindi c’è tempo fino a domenica 12 per finire, lunedì per andare giù e consegnare il giorno dopo. Non c’è nulla di speciale, ma solo il disegno è 118x84 centimetri. Stavolta non è il caso, anche perché sarebbe una spedizione strana, enorme, con spigoli vivi che andrebbero fasciati bene: insomma, preferisco portarlo di persona, magari partire con del nastro adesivo in tasca, ma questi documenti li consegno io”.
“Va bene, avevo pensato ad Raffaello, ma se vuoi venire tu, va benissimo. Anche il piano orario mi sembra azzeccatissimo. Faremo così!”: anche se, per adesso, non abbiamo in mano niente.
“Dobbiamo vederci in settimana per la raccolta dei documenti e per discutere di qualcosa”.
“Il maestro viene qua?”.
“Lunedì”.
“Dammi il numero, lo chiamo”.
Mentre gli passo il telefonino col numero del maestro sul monitor, guardo Barbara che mi lancia una strizzata d’occhi memorabile. Sarà colpa del vino.
Mi stringe la mano sotto gli occhi compiaciuti di Gloria.
“Va bene, maestro, ci vediamo mercoledì”.
…
“Buona domenica e saluti da Graziano, siamo qui insieme”.
…
“Saluti”.
“Allora, ci vediamo mercoledì da lui, tutti, alle due e mezzo, viene anche il professore. Si sono visti stamattina!
“Chiamo Luigi e Arnaldo”.
Rispondono tutti e due e va bene a entrambi. Inizio a pensare che siano motivati.
“Tutto a posto: tu pensa ad Raffaello e siamo tutti a Gaggiano, mercoledì alle due e mezza”.
“Bene, andiamo?”.
Guardo l’ora: due e mezza.
“Chiedo il conto e che ci chiamino due taxi”.
“Pensa ai taxi, al conto ci penso io”.
I taxi arrivano in Piazza Trilussa. Il commiato è sereno, pieno di buoni propositi, non ultimo quello di scambiarci le foto lunedì mattina. Poi ogni coppia sul suo taxi. Si comincia e devo ancora scrivere la musica. Partiamo verso l’EUR, e mi chiedo dove sto andando.
Appena usciamo dall’aerostazione di Genova, Barbara si mette a frugare nella borsa.
“Tieni” e tira fuori le chiavi della Ginevra, la mia C3.
“Le chiavi di Ginevra?”.
“Sì, è qui, vicino alla cassa!”.
“No, fammi capire”.
“Subito: ho parcheggiato la tua macchina e sono andata in studio in taxi. Per non doverlo prendere stasera, andare da te o da me, siamo con la tua auto e ce ne andiamo”.
“No, non capisco”.
“Ancora? Eppure è facile! L’auto è qui, se ti sforzi, la vedi”.
Prende un biglietto e lo infila nella cassa automatica.
“No, lascia”.
“Non ci penso nemmeno”.
“Ti stacco una mano!”.
“Pago con l’altra”.
Mettiamo le borse nel bagagliaio.
Il sedile di guida è ancora impiccato al volante: Barbara non è piccola, ma sono abituato al sedile lontano dal volante. E poi sono pur sempre venti centimetri più di lei.
Lasciata Cornigliano, andiamo verso la sopraelevata, Corso Italia.
“Dove andiamo?”.
“Da me, per forza”.
“Passo da casa a lasciare la roba da lavare e a prendere qualcosa di pulito”.
“Andiamo da te a prendere della roba pulita e quella da lavare che è a casa”.
“Ti va di vivere insieme?”.
Barbara ha il volto illuminato dalle luci stradali, è luminoso come ieri sera sotto la luna. Sulla sua spalla compare una colomba che sbatte la coda.
“Non ci devo nemmeno pensare. Perché no?”
Il semaforo del Gaslini mi permette di vedere un meraviglioso sorriso sul volto di Barbara e la colomba che vola via.
Entro nel cortile di Passo Paveranetti.
“Non sembra un cortile di una casa in riva al mare, sembra di essere in campagna”.
“Vai, campagna!”.
Entriamo in casa, Barbara va in bagno ed io in camera, alzo il piano del materasso e prendo due borse.
Barbara esce dal bagno col sacco della biancheria da lavare: è di giovedì, dall’ultimo passaggio della signora che lava, stira e pulisce. Dovrò avvertirla.
“Altro?”.
“No, le lenzuola sono in lavanderia”.
“Hai preso un pò di cose? Camicie, maglie calzoni, giacche, biancheria?”.
“Altro?”.
“Non so, possiamo sempre tornare”.
“Ho preso tutto, per ora, due borse e due sacche da vestiti”.
Apro l’armadio e prendo lo spigato che Paul McCartney portava nel film “Let it be” e un loden blu.
Penso ai vestiti estivi e a quello che lascio.
Uscendo, guardo la casa con serenità e tristezza. Due anni di solitudine, senza nessuno a dettare tempi e metodi, quasi di anarchia, con poche regole e confuse dalle decisioni del momento. Suonare Excalibur, la mia chitarra, tanto chi mi sente; mangiare fuori, perché da solo non mi piace.
“Devi fare un salto alle poste per comunicare che ti deviino la corrispondenza”.
Chiudo la porta e annuisco, prendo le due borse, Barbara ha i sacchi coi vestiti.
Riempiamo il bagagliaio e andiamo verso casa di Barbara, per una serata diversa.
“Vieni, portiamo tutto in camera”.
Apre due ante dell’armadio e quattro cassetti: tutto vuoto.
“Bè?”.
“Ieri, prima di andare alla stazione, ho spostato cose e buttato via robe”.
Sono sconvolto. Pensa sempre a tutto. Mi domando cosa possa aver fatto il suo ex marito per non meritarsi una ragazza così. Meglio non saperlo.
“Per la roba estiva ci penseremo. Vado in bagno a lavare qualcosa”.
Inizio a trasferire tutto nei cassetti e nell’armadio.
Barbara urla dal bagno
“Cosa vuoi mangiare?”.
“Vuoi uscire?”.
“Ancora? Siamo appena arrivati, no!”.
“Allora fai tu: ma per non fare nulla, potremmo ordinare la pizza”.
“Fantastico. Una magnifica idea” e si materializza nella porta della camera.
“Dai, per me una senza mozzarella con acciughe e capperi”.
“Telefono” e prende un cordless dal comodino, scorre i numeri sul monitor.
“Sera, Greco”.
…
“Si, Via Chighizola”.
…
“Una quattro stagioni, una pomodoro, acciughe e capperi”.
…
“Chiedo: vanno bene olive nere e origano”.
“Sì, sì”.
“Va bene e tre, anzi quattro lattine di birra”.
…
“E una pizza con i carciofi”.
…
“Come un’ora?”.
…
“No, di più no. Se arrivano dopo un’ora, ve le mando indietro”.
…
“Si, siamo vicini”.
…
“Un’ora, d’accordo. Buona sera”.
“È andata bene: un’ora, al sabato sera, poteva andare peggio. L’altra volta hanno impiegato un’ora, ma era in settimana!”.
“Ah, te lo ricordi?”.
“Perché, dovrei?”.
“Come “Perché, dovrei”? Lascia stare, ci sono cascata. Dunque un’ora. Sai cosa faccio? Mi faccio la doccia. Tu prepara qualcosa da bere”.
Prende il sacchetto dal suo trolley, la roba da lavare dal mio e la mia, bacio e se ne va.
Guardo il panorama dalla finestra e mi sembra di vedere Passo Paveranetti e la mia casa. Dove ho lasciato qualcosa che mi appartiene, a parte i vestiti e la chitarra, i dischi.
Un sacco di ricordi, stampati sulle pareti, sui divani, in cucina, ricordi che fino a un’ora fa non mi pareva avessero peso.
Vado in bagno: Barbara è coperta dal vapore che la avvolge nella doccia.
“Dov’è il gin?”.
“A fianco del televisore in sala”.
“Quanto ne hai?”.
“Ho quasi finito, mi devo sciacquare”.
“Vuoi che ti asciugo?”.
“Farni? Calmino, che arrivano le pizze, abbiamo tutta la serata”.
“Hai una centrifuga?”.
“In cucina, sopra la penisola”.
Dopo aver preso il gin vado in cucina e prendo, dal frigorifero, un ananas, un’arancia, una lattina di acqua tonica e la centrifuga.
Taglio l’ananas per centrifugarlo per cavarne del sugo. Spremo l’arancia e verso i succhi nello shaker, insieme al gin e all’acqua tonica. Barbara compare nella porta, con una tuta indosso e i capelli, ancora umidi, raccolti a coda di cavallo. Si vede che, sotto la felpa, tutto è libero da impicci.
“Che cosa fai?”.
“Una bibita che ho inventato io, col il ghiaccio”.
“E ora?”.
“E ora lo metto nel frullatore per romperlo”.
“Faccio io”, prende il frullatore e lo riempie di ghiaccio: il frastuono è terribile.
“Sarebbe?”.
“L’ho inventato qualche tempo fa, in estate, con pesca e pompelmo rosa”.
“Capisco, sono cose tristi. La prima sera, non trovare un pompelmo rosa nella frutta, non depone bene” e prende due bicchieri grandi dal mobile.
“Come, la prima sera?”.
“Per te, non lo sarà. Per me è la prima sera”.
“Ho capito, hai ragione”.
Mentre Barbara mette sul ripiano i barattoli con le arachidi e le patatine, verso la bevanda nei bicchieri e nel mio aggiungo del gin.
“Salute! “ e i bicchieri risuonano.
“Buono! perché ti sei aggiunto il gin?”.
“Assaggia, è un liquore strano. Non sapevo se ti piace e quindi ne ho messo poco”.
Prende il mio bicchiere, beve e il suo sorriso compare dolce e delicato sul viso, mentre gli occhi diventano piccoli piccoli.
Prende la bottiglia di gin e riempie lo shaker fino all’orlo, poi riempie i bicchieri, che, per il ghiaccio, si appannano.
“Facciamo un altro brindisi?”. e ci sediamo sui maledetti trespoli.
“Sì, salute” e guarda lo shaker col Farniquiri! e svuota il bicchiere d’un fiato.
“Piano, sei a stomaco vuoto!”.
“Tranquillo sono così felice, che il mio stomaco non aspettava altro!”.
“Lo finiamo?”.
“NO! Mangiamo con quello e poi, la birra”.
“Mangiamo di là che c’è la partita?”.
“Certo, visto come ti sei seduto sui trespoli, non ci mangerai più”.
Prende due piattoni, posate, tovagliette, tovaglioli; io lo shaker e la seguo.
Il tempo di posare lo shaker e suonano.
“Vado io”.
“Sì, grazie, prendo la borsa”.
Non serve, arrivo prima io in camera dal portafogli. Vado alla porta e mi accorgo che non ho le chiavi.
Ora non mi servono.
Prendo le pizze, pago e le porto in cucina. Mettiamo due birre in frigorifero e una delle pizze, a caso, nel forno. Barbara si ferma davanti a me. Si mette in punta di piedi e mi bacia il naso.
“Benvenuto”.
“Come si dice in questi casi, dalla mia parte, grazie?”.
“Non mi risulta nulla”.
“Niente mi sembra poco, grazie, per contro, inadeguato”.
“Non so, grazie può andar bene. Anche se non devi ringraziare. Non sei alla canna del gas, senza casa. E, questa, non deve essere una cosa provvisoria”.
“Mangiamo?”.
“Vuoi cambiare discorso?”.
“No, mi sento imbarazzato, sono sereno”.
“Felice, no?”.
“A pizza fredda? No, con la pizza fredda, no”.
Mi prende per mano e mi porta a tavola.
Per un attimo fa il broncio, poi sorride. Le pizze sono fredde.
L’atmosfera, invece è calda, allegra. Finiamo il beveraggio, poi le birre, insieme alla pizza che era finita in forno. Sparecchiamo e andiamo a vedere la partita in camera. Non ho nemmeno guardato il primo tempo.
27 febbraio
Per prima cosa telefono a Fogli per dirgli che stiamo lavorando per il progetto di massima da presentare al Servizio Piani Regolatori (quello di Rosanna) entro la prima quindicina di marzo. Mi chiede di rispettare questa data e glielo garantisco.
Chiamo Mauro sulla chat a e gli giro tutti i documenti dello studio di fattibilità: gli dico della scadenza e che proveremo a differirla. Il bando del monumento scade negli stessi giorni.
Dopo aver concordato con Luigi le cose da fare per la settimana, correggo il disciplinare d’incarico per la società e lo mando per posta elettronica al Presidente.
Un paio di telefonate e mi metto a cercare notizie sugli esempi di opere citate dal bando. Una è il Memorial per i caduti del Vietnam, l’altra un’opera in calcestruzzo che copre una collina da qualche parte in Sicilia. Salvo i files e li porto in un testo da far vedere alla prossima riunione. Mercoledì sarà molto importante, ci sarà molto da discutere e da decidere. Dovremo far controllare i documenti che Luigi sta preparando.
Suonano alla porta e Luigi va ad aprire.
“Graziano, cercano te”.
Non aspetto nessuno: sono quasi le undici.
In ingresso ci sono un capitano di polizia e un signore con un impermeabile.
“Buon giorno”.
Il “tizio” con l’impermeabile fa un passo avanti.
“Il signor Graziano Farni?”.
“Sì, lei?”.
“Ispettore Aprile e Capitano Serao, Questura di Genova”.
“Piacere”. e gli porgo la mano: l’uomo con l’impermeabile ricambia, il capitano anche.
“Posso fare qualcosa per voi?”.
“Dovremmo parlarle, in ufficio da noi”.
“Non volete accomodarvi in sala riunioni?”.
“No, meglio da noi, se non le dispiace. Ci può raggiungere là?”.
Inizio a sudare, sì che è un bel febbraio, però.
“Quando?”.
“Tra mezz’ora, dobbiamo fare un sopralluogo e poi l’aspettiamo”.
“Per cosa, se posso?”.
“Un controllo, non si preoccupi”.
Ora sto sudando.
“Come non si preoccupi? In Questura!”.
Il capitano si fa avanti.
“Sì, in Questura, tra mezz’ora ci vediamo là. Così esce da solo”.
“D’accordo”.
Serao e Aprile salutano, si girano e vanno verso la porta.
“Chieda al piantone all’ingresso dov’è il mio ufficio”.
“A più tardi”.
Rimango nell’ingresso a guardare la collezione di stampe di Genova antica, incorniciate con un passpartout col bordo rosso.
“Luigi, devo fare un salto in Questura”.
“A fare?”.
“Boh, mi hanno convocato”.
Decido di non chiamare Barbara. Finisco di sviluppare il file con gli esempi di quei due monumenti, salvo e chiudo.
“Vado, ci vediamo”.
“Fammi sapere. Ciao, a dopo”.
Prendo il cappotto, e esco.
Via Rimassa è in pieno sole: guardo a destra e a sinistra, ma non vedo niente di strano. Sì, le solite macchine in seconda fila, ma è la norma.
Mi avvio verso Via Cecchi, e penso che ci poterebbe essere un’auto civetta in tutte le direzioni. Cammino al centro dell’aiuola, tra le auto parcheggiate in mezzo agli alberi. Se qualcuno mi segue in auto, gli rendo la vita difficile. Quando arrivo alla fine di Via Cecchi, attraverso al volo e passo sul lato opposto di Via Brigate Bisagno, lato della Questura. Vicino all’ingresso c’è una coda ordinata e silenziosa d’immigrati.
Il piantone mi manda al terzo piano, dove mi diranno dov’è l’ufficio. Il piantone del terzo piano mi manda in un corridoio e mi dice che la porta è la terza sinistra.
Busso e mi fanno entrare: l’ispettore Aprile mi viene incontro e mi strige la mano.
“Si accomodi”.
Serao è in piedi, vicino alla finestra. Ci sono due poltrone, una col cuscino schiacciato, l’altra con lo schienale contro la luce della finestra. Mi siedo su questa. Mi hanno detto che sedersi con la luce negli occhi mette in difficoltà e che molti lo fanno apposta, per mettere in imbarazzo gli interlocutori.
Aprile prende una cartella.
“Signor Farni, lei è al corrente di quella serie di omicidi che sono stati perpetrati in città?”.
“Sì, leggo i giornali e guardo la televisione”.
“Che idea si è fatto?”.
“Nessuna, assolutamente”. e poi non vengo a dirla a lei, specie ora, qui.
“Perché dovrei?”.
Serao si sposta e si viene a sedere sull’altra poltrona.
“Farni, signor Farni: quello che è successo è noto a tutti. Possibile che lei non si sia fatto un’idea?”.
“No, capitano, non mi sono posto nessun problema di chi o cosa. Solo la lettura dei giornali e le notizie della televisione”.
“Nemmeno sugli elementi in comune tra le vittime?”.
“Hanno i capelli dello stesso colore, non so altro”.
Aprile si alza, gira intorno alla scrivania e si siede sul bordo.
“Ecco, i capelli”.
Forse inizio a capire. Apre il fascicolo e lo apre.
“Tutte le vittime hanno i capelli decolorati, quasi bianchi”.
“Quindi?”.
“Poi, le vittime non hanno niente in comune, né stato civile, né segno zodiacale, né luogo o data di nascita. Niente, solo il colore dei capelli”.
Ora sono sicuro: giovedì qualcuno era all’enoteca e ha sentito i miei discorsi con Barbara, quelli del serial killer in pectore.
“Non capisco perché abbiate pensato a me”.
Serao gioca col calcio della pistola.
“Lei ha conosciuto qualcuna delle vittime?”.
“No”.
“E non ha mai conosciuto una donna con i capelli ossigenati”.
“Sì, nel 1972, l’estate della strage delle Olimpiadi di Monaco. Maria, ma non so come si chiamasse di cognome, né allora, né oggi”.
“E non le viene in mente nulla?”.
“No, ci sono Marie tra le vittime? Me lo dica lei”.
“Dov’era lei la sera del 16 febbraio?”.
La sera dopo il casino della caldaia di Barbara, quando sono arrivati quei due e son andato via.
“Non mi ricordo, mi faccia pensare”.
Prendo tempo.
“Ecco, sono stato a cena da un’amica e poi sono andato a casa, a vedere il Superbowl”.
“E non c’era nessuno con lei?”.
“No, come saprà, vivo da solo e sono andato a casa da solo”.
“Farni, lei non si preoccupi di quello che sappiamo di lei. È quello che non sappiamo che deve preoccuparla”.
Ci guardiamo in un silenzio fragoroso: Serao mi sembra più agguerrito dell’ispettore.
“Ho lasciato la casa della mia amica alle dieci e mezzo, ho fatto un giro per Genova e sono andato a casa, a Quinto”.
“Dalle dieci e mezzo, chi l’ha vista e dove?”.
“La mattina dopo in ufficio, il mio amico Luigi Parodi”.
“E dov’era la sera del 9 febbraio?”.
Questa è difficile.
“Non lo so, non mi ricordo”.
“Se le dicessimo altre date, la risposta sarebbe la stessa”.
La data non mi dice niente. Ovviamente. Poi, non ho un’agenda dove segno gli appuntamenti.
Prima di sabato, prima di Barbara, la sera ero in studio o a casa da solo, qualche volta con amici/amiche, per il calcio o per altre amenità. Potrei utilizzare le fatture del Telepass! Ma mi servono tutti i dettagli dei delitti.
“Ispettore, se mi dice le date, provo a controllare, diversamente non saprei come aiutarla”, ammesso che io debba aiutarti a fregarmi.
“Per il primo alibi, dell’ultimo delitto, niente da fare. Per il secondo, lo stesso” e rivolto a Serao.
“Tu cosa ne pensi?”.
“Filippo, non ci siamo, alibi niente. I discorsi non sono stati esaurienti. Per me, possiamo vederci col Farni tra qualche giorno e riparlarne”.
Col Farni mi manda in crisi: mi tratta come un indiziato, come si usa nel gergo. Poliziesco. L’unica buona notizia è che dalla sera della venuta di quei due rompipalle di amici di Barbara, non ci sono più stati omicidi: come si dice omicidio per una donna? Se non fossero arrivati quei due, avrei avuto un alibi e, forse, sarei stato messo meglio. Forse.
Ora come ora potrei non avere nemmeno uno straccio di alibi. Non saprei a cosa risalire, forse le ricevute delle carte di credito.
Aprile prende un foglio dal fascicolo e me lo passa.
“Qui ci sono date e orari, nominativi e luoghi. La richiamo, diciamo nel giro di tre o quattro giorni. Lei si dia da fare”.
Serao ha un moto di stizza.
“Lo lasciamo andare?“ e scatta in piedi.
Aprile lo guarda e si va a sedere.
“Non abbiamo molto, una teoria basata su una frase detta in un bar e solo un alibi mancato per uno dei delitti. Non credo di poter fare di più”.
“Scusi, sono qui per una teoria?”.
Il capitano si siede.
“Farni non esageri: io non la farei uscire. Ringrazi se l’ispettore la lascia andare”.
“Sì, Signor Farni, la mancanza di un alibi la mette in una posizione difficile almeno per uno dei delitti. Le do tre giorni, la aspetto giovedì” e prende l’agenda che ha sulla scrivania.
“Mercoledì devo andare fuori Genova per lavoro. Mi serve un avvocato?”.
“No, mi dica solo dove deve andare, ancora non c’è nulla per fermarla”.
Serao scalpita.
“Per me non deve andare da nessuna parte”.
“Serao, anche se potessimo incriminarlo per il delitto del 16, non potremmo fare nulla per tutti gli altri. Anche per quello, dobbiamo fare dei controlli, su tempi e spostamenti del Signor Farni rispetto ai rilievi”.
Guardo il capitano: non capisco perché ce l’abbia con me. Se penso che la storia della mia “passione al contrario” per le ragazze con i capelli ossigenati sia nata 30 anni fa, mi scappa da ridere. Certo, se invece di raccontare sempre tutto, fossi stato zitto!
“Devo andare vicino a Milano, mattina e pomeriggio”, mi è venuta un’idea.
“Va bene”.
Serao, si alza di scatto, saluta e se ne va. Mi aspetto il colpo della porta e invece nulla.
“Signor Farni, la saluto” e si alza.
“Ispettore, arrivederci”, purtroppo.
Mi accompagna alla porta e me ne vado. Mentre percorro a ritroso il percorso dell’andata, mi accorgo di respirare, come se fino a quando sono uscito dall’ufficio dell’ispettore fossi stato in apnea.
Vado verso il mare, per prendere Via Cecchi dal monumento in mezzo all’aiuola. Mentre cammino verso il distributore, da un’auto sento gridare: “Guarda, Graziano Farni!”. E se l’ispettore oppure quell’agitato del Capitano parlassero con qualche giornalista dei sospetti?
Il rosso ai semafori non finisce mai, Via Cecchi è interminabile.
La scala che porta al pianerottolo dell’ufficio non ha mai fine.
L’ufficio è pieno di sole. Dico a Luigi che si è trattato di un controllo per la testimonianza per un incidente. A Barbara non potrò dire lo stesso.
Apro un sito per la ricerca dei numeri di telefono. Dai tempi di Castellaneta, ho un amico che è in polizia, l’ultima volta che ci siamo sentiti era alla Squadra Mobile di Milano. Il telefono, per motivi di sicurezza è intestato a sua moglie, Marianna: se non hanno cambiato gestore e residenza, dovrebbe essere sull’elenco.
Digito cognome e nome della moglie di Giuseppe negli spazi del motore di ricerca e premo invio. Pochi secondi e sul monitor compaiono numero di telefono e indirizzo. È lei.
Appena Luigi va via, faccio il numero.
Risponde Marianna, cordiale come sempre. Dopo il classico scambio di saluti, s’informa della mia situazione famigliare: è dispiaciuta per gli ultimi eventi, ma "la vita a volte”.
“Immagino che Giuseppe sia in ufficio”.
“Sì, a Lodi. È lì da due anni. Ti è successo qualcosa?”.
“Vorrei dirtelo dopo che ho parlato con lui. Comunque, niente d’irrisolvibile, sentirai”.
“Certo, scusa, non volevo”.
“Figurati, chiamo stasera?”.
“Dopo le otto, arriva sempre a quell'ora”.
“Grazie, Marianna, ci sentiamo stasera”.
“Ciao!”.
Non dovendo salutare nessuno.
Suona il citofono: è Arnaldo.
Gli faccio vedere le foto dell'area, quelle del bando e gli do una copia del bando, che leggiamo insieme. Lo informo delle persone già scelte e dei ruoli di ognuno, dell'appuntamento di mercoledì. Arnaldo fa una breve analisi statica del progetto.
“Non ci sono problemi. Come fondazione è semplice: bisogna solo studiare i collegamenti con i menhir”.
“Ci arriveremo, per ora è prematuro. Comunque qualcosa dobbiamo scrivere. Pensaci”.
”Mercoledì?”.
Gli spiego dov'è l'appuntamento e tira fuori un navigatore dalla borsa, memorizza l'indirizzo e mette via.
“Ti mando il curriculum per posta elettronica più tardi, con foto?”.
“Certo. Ci sentiamo”.
Ci alziamo e lo accompagno alla porta.
Prima cosa, riprendo il file cogli esempi citati dal bando e cerco le immagini sul web. Scarico e salvo in unico file di testo che metto nella cartella "Nassiriyah". Non mi fanno impazzire nessuno dei due, ho in mente un'altra cosa. Mentre mando in stampa, cerco notizie sugli omicidi.
Il foglio con le date è nella tasca del loden in ingresso. Le notizie riguardano solo i fatti più recenti, non di più. Dimostrare qualunque cosa sarà difficile. Stampo tutte le notizie e prendo la stampa del file degli esempi. Ovviamente è pieno di quegli errori che non vedrei sul monitor in un momento normale, figurati adesso! Rileggo due volte, segnando gli errori in rosso e correggo il file. Poi decido che va bene, sei copie in stampa e fine.
Mi rendo conto che sono solo da quando Arnaldo è uscito: sì, l'uso del PC lascia una traccia in qualche meandro della macchina, ma sicuramente il mio alibi deve essere più consistente.
Le chat conservano le conversazioni. Vado a controllare su tutte e due, con Mauro e altre conoscenze: sia Yahoo che Skype sono settati sulla cancellazione delle conversazioni quando si chiude il programma. Da questa parte, alibi niente. Certo, non c'è scritto chi preme i tasti, ma almeno una traccia resta. Completa, di data e ora di ogni frase inviata: va bene, come si dice: meglio di un pugno in un occhio? Meglio.
Cambio le impostazioni perché non si cancelli nulla. Mauro non è in linea, non posso provare.
Ora, Barbara! Vuole la chat? Bene, è il momento. Mauro spesso è in giro, Barbara anche, ma almeno uno dovrei trovarlo.
“Ciao, Bà”.
“Farni, ciao!”.
“Ho finito, per oggi. Se puoi, vengo da te e installo la chat e il programma per la posta elettronica”.
“Cosa c'è, sei strano”.
Mi guardo intorno: come ha fatto, non ci sono microfoni o telecamere!
“Niente. Poi ti dico”.
“Niente, poi ti dico: cosa vuol dire?”.
“Poi ti dico! Allora?”.
“Vabbè! Quando sei all'altezza dell'ospedale, telefonami, ti vengo a prendere”.
“D'accordo, a frappè”: come dice Paul.
“Ciao, spicciati”.
Lascio i PC accesi, per due motivi: controllare le chat se non c'è Mauro e intorbidare l'inchiesta. I PC sono accesi, ma nessuno è alla tastiera.
Porto le stampe sugli omicidi nella stanza di là e le infilo in un cassetto. Quelle del monumento finiscono in una borsa.
Il viaggio verso Nervi è lungo, quasi dieci chilometri, ci vuole un’ora. Metto il biglietto timbrato nel portafoglio. Sopra ci sono stampati giorno e ora: sfido chiunque a dire che l’ho trovato. In ogni caso, mi fermo per un po’ vicino all’autista.
All’altezza dell’ospedale di Nervi, chiamo Barbara.
“Ti vengo a prendere, ci vediamo in Via del Commercio”.
La fermata del pullman è poco dopo il torrente Nervi, si vede un ponte in pietra a schiena d’asino. Mi avvio verso Via del Commercio, attraversando Via Oberdan. Dopo la sede dell’ENEL, vedo una macchina, con le luci d emergenza accese, parcheggiata verso nord.
“Hai visto? Il tuo stupido gioco!”.
Barbara ha ascoltato in silenzio per tutto il tragitto fino al suo ufficio, in quella che era una fabbrica di cioccolato di una multinazionale francese che era stata mio cliente. Hanno venduto e l’acquirente ha costruito uffici e posti auto.
Barbara parcheggia la sua Audi A6 in un posto dedicato e scendiamo.
“E ora?”.
“E ora, cosa?”.
“Che cosa conti di fare?”.
“Primo curare i miei movimenti, per essere sempre sotto controllo. Secondo, come dicevo in macchina, parlare con questo mio amico, che sento stasera”.
“A proposito, perché?”.
“ Perché mi sembra una cosa saggia e coerente. È il suo mestiere, potrebbe darmi una mano”.
“Sì, nelle indagini? Ma smettila!”.
“Ma quali indagini, Barbara, non scherzare. Su cosa devo fare, come e quando”.
“Boh, non lo so, saliamo”.
Un beep e la macchina si chiude.
Lo studio è meraviglioso, al secondo piano, luminoso: ingresso con scrivania e segretaria, due stanze con tavoli e PC, con sei collaboratori, sala riunioni con plasma 26” a muro e tavolo ovale con otto sedie, di quelli che ti chiedi come fanno montarli, e il suo studio. Una stanza con stampanti e plotter, un bagno enorme, una stanza che non mi fa vedere.
Barbara mi porta in cucina e apre il frigo. Prende due birre e le apre.
“Come posso aiutarti?”.
“Non poi fare nulla, quasi nulla. Solo essere il mio alibi per il futuro”, le spiego la faccenda delle chat.
“Devo sempre essere in vista, se quel pazzo fa qualche altra cazzata, non devo essere da solo”.
“Sai già che è uno ed è pazzo!”.
“No, non so se è uno solo, non lo sa nemmeno la polizia!”.
Non capisco se la birra è amara o è un momento di merda.
“Ho fatto una ricerca su questa storia. Ho trovato solo cose recenti”.
“Me le fai leggere?”.
“Domani, non ho portato nulla”.
“Vedo, niente borsa, niente”.
“Ho comprato un quotidiano alla fermata dell’autobus, l’ho letto tutto e l’ho buttato”.
Nella porta si materializza un ragazzo, coi capelli corti chiari e gli occhiali.
“Scusate: Architetto, c’è il Signor Cavanna”.
“Fallo accomodare in sala riunioni. La presentazione è pronta?”.
“Tutto pronto”.
“Arrivo”.
“La aspettiamo. Salve”.
“Salve”.
“Il mio braccio destro”.
E chiude la porta.
“Stammi a sentire, Farni. Fatti aiutare e non fare il cretino: non metterti a fare il poliziotto”.
Mi prende le mani tra le sue.
“Non fare stupidaggini. Io ti difenderò con le unghie e con i denti, ma fatti aiutare. Se quella sera non ti facevo andare via”.
“No! Lascia perdere, non pensarci”, le bacio le mani.
“D’accordo”.
“Giuseppe potrebbe dirmi qualcosa, ma tu non devi preoccuparti, chiaro?”.
“Chiama ‘sto Giuseppe. Ora ho da fare, vieni con me”.
Mi prende una mano e mi porta nel suo ufficio.
Un orrore.
Pareti coperte di quadri divisi per argomento: reparto Van Gogh, area mare, zona porti, superficie per i fiori! Il tavolo ha il ripiano in cristallo con le gambe in alluminio scuro; sopra un PC, una tastiera, alcune carte, portamatite, due stampanti su un piano vicino a un tavolo da riunioni in legno, con quattro sedie. Una libreria di cui non ti dico nulla. Vergognoso!
“Quello è il mio PC, questa la password, se devi riavviare. Fai quello che devi fare. Ne avrò per un’ora”.
Bacio sul naso, prende una cartella che ovviamente era dove doveva essere: Barbara, con un ampio gesto del braccio, mi fa strada verso la sua poltrona. Mi inchino e vado a sedermi. Chiude la porta e mi lascia da solo.
Installo le due chat e mi collego coi miei PC, dove le chat sono aperte.
Mando una richiesta d’inserimento a Mauro, poi scarico il browser per la posta elettronica, copio i parametri da quello di Barbara e installo il servizio.
Chiamo Mauro, gli dico dove sono e che voglio provare la posta e le chat. Pochi secondi e compare sia su Yahoo che su Skype. Mauro accetta e iniziamo a chattare.
Mi telefona.
“Ciao, cosa ci fai lì?”.
“Ho installato chat e posta elettronica sul PC di Barbara”.
“Cos’hai?”.
Non gli dico nulla della Questura, non al telefono.
“Mercoledì ti dico, niente di particolare”.
“Hai fatto tutto?”.
Gli elenco i documenti che ho preparato.
“Bene, porta su tutto. Sto sviluppando un’idea”.
“Per il monumento?”.
“No, per una piscina olimpica!”.
“Scusa, scusa!”.
“Non sei tu quello dei tempi da rispettare? Mercoledì forse porto qualcosa!”.
“Sì, bene. Ciao”.
“Ciao”.
Non avendo altro da fare, mi metto a guardare il PC di Barbara. Bello, potente più che bello, come deve essere una macchina di un architetto che deve trasferire sul computer le idee che ha in testa e che ha schizzato su un pezzo di carta. Il sistema ha una scheda video per due monitor. Forse non lo sa nemmeno e era affascinata dal doppio monitor sulla mia scrivania.
Chiudo tutte le finestre, per farle aprire da Barbara.
“Eccomi”.
“Ciao, sai che puoi avere anche tu due monitor? La scheda video di questo PC supporta due monitor, come i miei e puoi fare quello che hai visto da me”.
“Non lo sapevo!”.
“Domani compra un altro monitor. E una webcam”.
“Così me li installi?”.
“Vedrò”.
“Tu vuoi botte!”.
Stavolta il tono è meno allegro, il viso però è illuminato.
“No, tranquilla. Ti faccio vedere le novità”.
“Volentieri, fammi vedere” e mi abbraccia, in piedi, premendo il suo viso sul mio petto. Poi si siede, prendendo una sedia dal tavolo delle riunioni.
Faccio andare il browser di posta: quando arriva il messaggio della software house, compare un cagnolino che abbaia.
“Bello, che simpatico!”.
Si impossessa del mouse, allungandosi sul tavolo.
“Come si fa?”.
“Manda un messaggio al tuo indirizzo”.
Scrive un messaggio di posta elettronica, lo manda al suo indirizzo. Pochi secondi e dall’angolo in basso a destra del monitor si materializza il cagnolino che abbaia.
“Non devi fare niente: il programma controlla la posta in arrivo e ti informa: se non ce ne sono, compare una scritta, silenziosa. Se c’è un messaggio, parte il notificatore, un cagnetto”.
“Tu non hai un maggiordomo?”.
Le faccio vedere tutti i notificatori: alla fine tiene il cagnetto, ma si fa spiegare come cambiarlo.
“Dai, prova la chat”.
“Fammi sedere”.
Prende possesso della sua poltrona e mi sfratta sulla sedia.
Clicca su Yahoo e compaiono il mio nome e quello di Mauro.
“Cosa ci fai lì, qui, là, insomma?”.
“Ho lasciato i PC accesi, per l’alibi”.
“Ma se sei qui?”.
“Ma sono accesi, non preoccuparti”.
“Figurati, chi si preoccupa. Chiamo Mauro?”.
“Chiamalo”.
Clicca sul nome di Mauro e si apre la finestra del dialogo.
“Ciao, Graziano”.
“Come, Graziano?”.
“Chi sei”.
“Barbara!”.
E iniziano a chattare. Barbara è velocissima, ogni volta che digita una frase, rilegge, ma è superfluo.
“Digli di passare su Skype”.
Ha il viso sereno, con una strana espressione negli occhi.
Apre Skype e compare di nuovo la coppia di nomi.
Chiama Mauro e riprendono a chattare. Arriva un’immagine che manda bacini: Barbara si entusiasma e le faccio vedere, sulla schermata, dove sono le faccine.
Riempie la schermata, con un grande entusiasmo.
Barbara saluta Mauro.
“Andiamo?”.
“Quando vuoi”.
La strada verso Vernazzola è quasi libera: il traffico è in direzione levante. Devo trovare un ufficio da queste parti. La casa dove vivevo fino a sabato, potrebbe andare bene.
Ora come ora, ho altri problemi.
VIVACE
1 marzo
I documenti da portare a Gaggiano sono pronti. Luigi ha preparato le bozze: per qualcuno sono completi e corretti, sono definitivi e i presenti alla riunione dal Maestro potranno firmare.
Sono in centro a Lodi, il navigatore mi sta portando verso la Questura. Giuseppe, ieri sera mi ha detto che oggi è una giornata calma: quando mi ha detto la stessa cosa in Questura a Milano, quel giorno un suo collega aveva arrestato il capo di un pericoloso gruppo armato combattente. Giuseppe è Vice Questore Vicario, ma vive ancora a Milano.
Arrivo davanti alla Questura e chiamo Barbara.
“Sono arrivato”.
“Grà, un mio cliente concessionario d'auto, mi ha detto di avere una 307 di due anni con pochi chilometri. Ci interessa?”.
Cambiare la C3 non sarebbe una cattiva idea: se lo scambio fosse favorevole.
“Non ora. Chiedi se può aspettare un paio di giorni”.
“Non avrà problemi. Chiama quando esci. Ciao”.
Entro in Questura, scalinata e guardiola.
“Buongiorno, il Vice Questore Vicario Carovigno, per favore”.
“Ti vuoi costituire?”.
Sono col montgomery, abito in velluto, capelli “lunghi”.
“No, veramente”.
“Graziano, Graziano Farni?”.
Giuseppe è vicino a un ascensore e mi viene incontro. Do un'occhiataccia al piantone prima di abbracciare il suo capo: ha il colore di una lucertola.
“Signor Questore, questo cercava lei!”.
“A posto, Cavallo, mi ha trovato. Ti ha detto qualcosa?”.
“No, tranquillo, niente di che”.
“Andiamo nel mio ufficio”.
L'ufficio del Vice Questore Vicario Giuseppe Carovigno è tappezzato di encomi, che Giuseppe minimizza. Dato il numero, la sua modestia è sospetta. Mi parla della sua carriera di giovane questore, dei meccanismi di carriera, di sua moglie e dei figli.
“Graziano, tu non sei uno da misteri. Quel "Poi ti dico" non mi è piaciuto: cosa succede?”.
Gli racconto tutta la storia, iniziando da Maria, dal 1972, fino all'incontro in Questura. Degli omicidi ne sa quanto me, ovviamente, a parte l'interesse professionale.
“Aprile lo conosco, abbiamo fatto l'accademia insieme“. E spara una serie di nomi, alcuni li conosco.
“Vuoi che lo chiami?”.
“Non lo so. Te l'ho detto: alibi niente. Prove non ne hanno, non ne possono avere. Per fortuna, da sabato, non vivo più da solo”.
“Vedi, un assassino lo devi scoprire in 24/48 ore, dopo le cose si complicano. Ci vuole anche fortuna, ma non è sufficiente. Un seriale segue una logica folle la cui interpretazione non sempre viene trovata subito. Questo, per quello che so, mi sembra anomalo, a parte il colore dei capelli delle vittime. Poi, tu fai lo spiritoso, con una donna in un bar vicino alla Questura e non hai uno straccio di alibi! “. E si mette a ridere.
“Che cosa ridi? Io sono nella merda e tu ridi!”.
“Rido perché non ti ci vedo e so che non sei tu l'assassino, lo so”.
“Meno male”.
“Senti, chiamo Aprile, quando vai via, lo chiamo. Ne approfitto per salutarlo, poi ti dico. Andiamo a pranzo, dai, ti porto al circolo”.
Quando siamo nell'atrio, Cavallo salta sull'attenti.
“Comandi, Vicequestore!”.
“Comodo, comodo! Ma cosa ti ha detto?”.
“Mi ha chiesto se volevo costituirmi”.
A pranzo parliamo del G8 a Genova, nel 2001, uno dei momenti più tristi che io ricordi della mia città. Mi dice alcune cose che rendono ancora più amaro il ricordo delle immagini della guerriglia urbana e delle devastazioni. Gli racconto del monumento.
All'una e mezza ci alziamo. Devo essere a Gaggiano tra un'ora.
“Vai, tranquillo: chiamo il collega e ti faccio sapere”.
“Grazie, Giuseppe”.
“Ma smettila, tra l'altro la cosa mi diverte”.
“Ancora?”.
“Ma sì, dai. Quando torni a Gaggiano, ti aspetto”.
“Contaci”.
Ci abbracciamo e andiamo verso l'auto.
Salgo e abbasso il finestrino per salutarlo.
“Ma tu, ti volevi costituire?”. E scoppia a ridere.
Metto in moto e me ne vado sorridendo.
Quando arrivo davanti allo studio, chiamo Barbara e le racconto l'incontro con Giuseppe.
“Cos'hai?”.
Silenzio.
“Niente, sono impegnata con Volterra e ho altre cose da seguire! Devo consegnare il 13 marzo”.
Il giorno prima della scadenza della consegna per il monumento.
“Ce la fai?”.
Silenzio.
“Devo. Mi devo organizzare. Ah, ho comprato monitor e webcam, a che ora pensi di arrivare?”.
“Non lo so, la riunione è alle due e mezzo. Spero di partire per le quattro e mezza. È una riunione importante, si devono vedere diverse cose”.
“Chiama quando finisci”.
Vorrei dirle che non la chiamerò, ma c’è qualcosa che non va.
“Certo. Ciao”.
Il Maestro esce dal suo studio e mi saluta. Mi dice che il professore non è potuto venire. La cosa mi manda in bestia perché il tempo è quello che è, mancano 12 giorni e se il Professore non ci sta? Dobbiamo trovare un altro. Ho in mente qualcuno, ma ormai sarebbe complicato. Oggi dovevamo esserci tutti per decidere e ragionare, o viceversa, su cosa fare.
Arrivano Mauro e suo figlio: mi fa vedere che ha portato qualcosa dentro un rotolo di plastica, un tubo porta disegni. Quando gli dico dell’assenza del professore, non si preoccupa. Arrivano Arnaldo e Luigi: ci saremmo tutti, maledizione, se ci fosse il Professore!
Della Questura gli parlo un’altra volta.
Entriamo, il Maestro ci viene incontro, seguito da un uomo, con i capelli corti chiari, una leggera barba, maglione bordeaux, jeans. Presento al Maestro e allo sconosciuto i nuovi del gruppo. Si presenta con un leggero accento milanese e la voce un pò roca. È Il Professore.
“C’è cascato architetto?”, ride, il Maestro ride. Oggi ridono tutti, Giuseppe, il Maestro.
So cosa vorrei dire al Maestro, ma lo sguardo di Mauro mi blocca e sorrido per fargli capire che la cosa mi è piaciuta.
Il Maestro ci fa vedere un bozzetto del monumento. Diciannove blocchetti di argilla, alti venti centimetri, appoggiati su una lastra di legno compensato, coperta di limatura di ferro! Ci spiega il processo di produzione delle sue opere: passaggi nel forno delle bramme che diventano menhir, raffreddamento e nuova bruciatura, fino a quando la forma, il colore non sono quelli che lui vede.
Sembrano messi a caso.
Sono messi a caso, senza un ordine, sono ruotati ognuno rispetto a quello prima e a quello dopo, senza essere allineati!
Quello che volevo si sta materializzando. Trattengo a stento commenti entusiastici, voglio sentire Mauro. E gli altri.
Salgo sul piano, dove è appoggiato il bozzetto e lo fotografo da diversi punti di vista, compresa la vista zenitale, con la macchina fotografica parallela al piano di appoggio. Chiamo Mauro e ci facciamo fotografare da suo figlio dietro il bozzetto, accosciati, come i calciatori.
Scendiamo e Mauro tira fuori un foglio dal rotolo: ci sono disegnati dei menhir in prospettiva e un accenno della Via Ostiense. Prende una matita e comincia a tracciare delle linee intorno ai monoliti.
“Sta attento: la basilica è dalla nostra parte, l’incrocio davanti. Possiamo chiudere il monumento con un’ ellisse di pietra. Poi, facciamo questo per renderlo più vivibile” e traccia delle sagome che sembrano delle panche, intorno alla fascia, che racchiude i menhir.
“Ecco così: ellisse e bordi, viva Roma, li facciamo in travertino!”.
“Fantastico, andiamo di là”.
Il gruppo alla vista dello schizzo non trasuda emozione, ma produce un sobrio apprezzamento, niente di più. Io sono al settimo cielo. C’è ancora molto da fare, ma difendo l’idea di Mauro con una forza che non credevo di avere. Il bozzetto di Mauro ora è vestito: persone, un po’ di verde, marciapiede. I visi si fanno più interessati. Manca qualcosa, ma l’interesse è aumentato. Il Professore, toccandosi il mento, parla di un’illuminazione interna e una esterna; Arnaldo, leggendo i documenti del bando che, sul piano statico, non ci sono problemi. Raffaello e Luigi annuiscono, io sono estasiato. Un gruppo di persone che fino a poco fa non si conoscevano l’uno con l’altro stanno per lavorare allo stesso progetto. L’entusiasmo? Arriverà e se non arriverà, basterà la professionalità.
“Dobbiamo trovare un nome al progetto”.
Lo scultore si tocca la nuca e si toglie gli occhiali dalla spessa montatura nera.
“Si potrebbe chiamarlo “IL BOSCO D’ACCIAIO”, per la robustezza dell’acciaio e per il calore del legno”.
Mauro mi guarda.
“Non saprei, mi sembra adeguato, ma è il primo, si può provare”.
Mauro, guarda il disegno, poi scorre i volti di tutti.
“Foresta, foresta è meglio. Le foreste sono immense, come il dolore di questa tragedia, sono impenetrabili, come il ricordo. Sì, foresta è meglio, FORESTA D’ACCIAIO”.
Arnaldo scuote il capo.
“Non mi piace. Per ora non so quale sia la mia idea, ma non mi entusiasma l’idea del legno e dell’acciaio insieme”.
“Sono due materiali antitetici, uno freddo, l’altro caldo? I menhir messi così, possono sembrare degli alberi e l’acciaio è di una potenza infinita. Foresta è più generico di bosco”.
Mi ascolto e stupisco.
“Staticamente non ci sono difficoltà: faremo una piastra con degli ancoraggi, che vedremo, per i menhir: il terreno ha una portanza sufficiente”.
Ha cambiato discorso. Non so se è un bene, ma la tensione sta salendo.
Guardo Mauro.
“Sentite, il nome è importante, riflettiamoci sopra, ci vediamo la settimana prossima, venerdì, per esempio, con tutto di tutti per consegnare”.
“D’accordo, il nome va bene”: Arnaldo deve aver fatto un grosso sforzo, ma va bene. Anche Luigi e Raffaello dicono sì.
“Perfetto. Luigi ha preparato la bozza dei documenti di partecipazione, leggetela e controllate. La sua, Professore, è quasi in bianco. La compili, per favore. Questa è la mia mail. Mi può mandare il suo curriculum, per favore?”.
Il professore guarda il mio biglietto da visita.
“Quando torno in studio, glielo mando subito”.
Mi faccio dare il fascicolo con i documenti precompilati e li distribuisco a tutti.
Luigi chiede una copia di un documento d’identità valido al Professore e al Maestro, al massimo entro mercoledì da noi, in studio a Genova.
“Scusa, Grà, se ci vediamo qua venerdì prossimo, non le possono portare direttamente qua?”.
“Meglio prima, se poi qualcuno dimentica qualcosa, lascia fare”.
“D’accordo, va bene per tutti venerdì prossimo? La consegna è martedì, ce la facciamo”: l’ottimismo di Mauro.
“Facciamo così: venerdì vediamo il progetto, poi Graziano viene da me e finiamo. Lunedì si parte per Roma e si consegna”. Fatto, praticamente abbiamo finito.
Faccio i conti. Servono la relazione, i curricula ci sono quasi tutti, la tavola è una sola, l’idea c’è. Una settimana basta.
Un breve giro di pareri e fissiamo il prossimo incontro, per venerdì 10 marzo, qui, a Gaggiano.
“Prima di andare, fotografiamo il gruppo”.
“Giusto” e Raffaello esce. Torna con un treppiede, ci mettiamo tutti intorno al Maestro, Mauro ed io agli estremi, il Professore tra Mauro e il Maestro, Luigi, Arnaldo e Raffaello, che arriva per ultimo di corsa, dietro. Flash.
“Un’altra, non si sa mai!”. E corre dietro la macchina fotografica. Uno sguardo all’immagine e scappa di nuovo dietro il resto del gruppo. Non so se si vedrà, ma trattengo il fiato per la pancetta.
Raffaello guarda le foto e dice che vanno bene. Il Maestro prende una bottiglia di Barbaresco e riempie i bicchieri che sono sparsi su un ripiano dietro la sua scrivania.
“Brindiamo al monumento”, Mauro alza il bicchiere e lo seguiamo tutti. Il tintinnio è allegro e sontuoso: i bicchieri sono di un cristallo spesso.
Due convenevoli su quello che succederà: chi conosce chi a Roma, quale politico potremmo chiamare, lasciamo perdere i politici e via cazzeggiando: spero sia il vino. Alle quattro, come effetto, sarebbe plausibile.
Ci salutiamo. Ricordo a tutti di fare una breve relazione che è richiesta dal bando, specie Arnaldo, il Professore ed il Maestro.
Sul piazzale, Arnaldo, il Professore ed il Maestro raggiungo le loro auto e vanno via.
Luigi torna a Genova con me.
“Dobbiamo scambiarci le foto, appena arriviamo in studio”.
“Stasera scordatelo, vado da Barbara, ha comprato un monitor e una webcam, mi aspetta nel suo studio”.
“E poi?”.
“E poi installo il secondo monitor e la telecamera”.
“Come va, come va con questa Barbara?”.
“Bene, viviamo insieme”.
“Ma dai, e da quando?”.
“Da sabato. Quando siamo tornati da Roma: lo abbiamo detto praticamente insieme”.
“Ma da quanto la conosci?”.
“Dai tempi dell’università, lei era al secondo anno, io al quinto, dal ’79, ventisette anni”.
“Ah credevo fosse una cosa recente”.
“Beh, ci siamo visti dopo molto tempo. L’ho incontrata il 14 febbraio”.
“Ecco, ora comincia con le date. Lascia perdere”.
“Ci sentiamo domattina”.
Ci abbracciamo e ognuno va alla sua auto.
Chiamo Barbara per dirle che parto.
“Ti aspetto. Intero, vai piano”.
La voce è seriosa, il tono non è allegro.
L’espressione di Barbara, davanti ai due monitors è eccezionale: una bambina davanti a una delle cose che più la affascinano. Barbara apre finestre a più non posso e le sposta da uno schermo all’altro con una frequenza incredibile.
“Così mentre su un monitor faccio sviluppare i 3D, sull’altro posso lavorare! “ e si gira, sbattendomi le sopracciglia.
“La webcam la attivi da qui, sull’icona, oppure dalle chat, trovi l’icona con la webcam. Guarda se c’è Mauro”.
Un attimo di panico, poi trova l’icona della chat, la apre e clicca sul nome di Mauro, che è acceso.
“Gli mando un trillo” e clicca.
Potrei aver creato un mostro.
“Ora clicco sulla webcam, qua sopra” e compare un quadrato con della pubblicità, poi l’immagine del muro dietro Barbara, un po’ storta ma la raddrizzo subito fino ad inquadrarla. Sulla schermata della chat compare la conferma che Mauro sta guardando la webcam e che sta scrivendo un messaggio.
“Uheilà”.
Si apre un rettangolo con l’invito a guardare la webcam di Mauro.
Barbara accetta e l’immagine di Mauro, sempre col viso all’insù, si materializza sul monitor.
I due si salutano attraverso le webcam e chattano allegramente. Barbara è velocissima, mi fermo a guardarla chiedendomi per quanto tempo potrò farlo.
Li lascio soli e vado in bagno.
Quando torno, Barbara sta disegnando su un monitor e sull’altro schermo si sta generando un’ immagine in 3D. Ho creato un mostro.
“Chiamo il mio cliente per la Peugeot?”.
“Sì, dai”.
L’auto ha un solo difetto: tre porte, per il resto, 23.000 km, tre anni, diesel, un affare, garantito dal fatto che il concessionario, il Signor Bernese, stravede per Barbara che gli ha progettato la concessionaria, in Val Bisagno. Poi ci ha aspettato, quindi tutto funziona.
“Architetto, la macchina vale 9.500 €, della sua posso dargliene 5.000”.
“E se non gliela vendo e provo a venderla da me?”.
“Le tolgo 1.500 €”.
Prendo il portafoglio, dove, casualmente ho il libretto degli assegni e ne compilo uno: gli porgo un assegno da 1.500 €.
“Fantastico! Lei cambia spesso macchina?”.
“Non saprei, due, tre anni, perché?”.
“Come perché? Uno come lei non si trova tutti i giorni. Va bene, faccio controllare tutto, carrozzeria, motore, pneumatici, le do una garanzia di un anno. Ci vediamo venerdì prossimo?”.
“Può trasferire anche lo stereo? Ci terrei”.
“Chiamo l’elettrauto per toglierlo da questa auto e farlo montare sulla 307. Le metto le casse anche dietro, le offro io”: sulla C3 non ci sono.
“Una revisione e gliela posso dare, diciamo, venerdì 10. Va bene?”. Annuisco e assisto allo sventramento del cruscotto della C3: ma è per una buona causa.
2 marzo
Oggi dovrei andare in Questura.
Ovviamente, non ho trovato nulla. Sono arrivato qua, col pullman, presto, lasciando Barbara a casa, ma non ho risolto nulla. Ho guardato anche i files, facendo una ricerca per data, ma non ho risolto nulla. Anche se ci sono le date degli omicidi, non dimostrano che a quell’ora io fossi al computer. Chissà quanta gente è senza alibi per quelle occasioni e non sa nulla degli omicidi e chissà che cazzo sta facendo l’omicida. In Questura, Aprile e Serao, partendo dalle mie frasi, hanno ottenuto qualche cosina, ma niente di più. Ma devono fornire dei risultati: basta che non spargano la notizia delle loro illazioni.
Chiamo Giuseppe, a Lodi. Conferma per filo e per segno tutto quello che già era nell’aria. Cioè, nulla. Sì, che Aprile è stato cortese, che era un po’ di che non si sentivano, che erano d’accordo sulla stranezza del modus operandi e che su di me hanno quello che hanno. Giuseppe sa che sono innocente, ma non è una prova, un indizio e, men che meno, un alibi.
Ho letto che, in alcuni casi di patologie psichiche, l’essere umano compie atti che poi dimentica perché contrari al suo carattere, perché non fanno parte della sua indole. Non credo di essere tanto psicopatico da aver ucciso cinque donne e non ricordarmi nulla! E non me ne sarei nemmeno accorto?
Mi viene il dubbio che se vado in Questura potrei non uscirne. Se mi faccio accompagnare da Barbara, apprensiva com’è, potrebbe trasformare il film del mio arresto in un dramma e non sarebbe un deterrente, per Aprile, figurati per Serao.
Luigi ha finito i documenti amministrativi per il bando e sta lavorando per Fogli. Ci siamo scambiati, con Mauro, le foto di ieri.
Apro il programma di fotoritocco, voglio un’immagine come logo del gruppo e sono convinto che tra le foto del bozzetto del Maestro ci sia qualcosa..
Trovo quella dei magnifici sette. La apro e la restauro: tolgo tutte le imperfezioni dallo sfondo, tipo macchie sui muri e sulle paratie in legno. Poi, la giro in bianco e nero ad alta definizione, poi sul colore seppia, per poi tornare al bianco e nero. Salvo entrambi i viraggi. Li confronto, e, mentre penso di chiedere a Mauro, decido per il bianco e nero. Fatto, questa è andata.
Squilla il telefono dell’ufficio.
“Pronto?”.
“Salve, Dottor Farni? Sono l’ispettore Aprile”.
“Buongiorno, mi dica”.
“Mi dica lei, quando vuole passare?”.
Non ci siamo detti un orario, solo la data.
“Mi dica lei, oggi va bene. Ma non ho trovato nulla”.
“In che senso?”.
“Nel senso che se non va bene l’orario di creazione o modifica di alcuni files sui PC, non ho trovato appuntamenti o riunioni con persone che possano servire come alibi per gli altri delitti, non so cosa dirle”.
“Posso richiamarla? Devo fare una verifica”.
“Bene, la saluto”.
“Salve”.
Chiudo la telefonata e chiamo Mauro. Lo devo informare.
In studio non c’è e al portatile non risponde. Chiamerà.
Sfoglio tutte le foto del bozzetto, sono una trentina: una è quella che volevo. Una ripresa da altezza uomo, con quasi tutti i componenti, si vede tutto di tre quarti dal centro a sinistra. Ritaglio il superfluo, lasciando la limatura di ferro, andando a togliere tutte le parti che non ci devono essere. Porto il risultato del ritaglio sul programma di grafica, aggiungo un’ombra e le scritte col nome del progetto, sulla prima pagina e, sulla seconda, la foto dei componenti del gruppo coi nomi.
Parte Layla: Mauro.
Gli racconto la storia del serial killer, in un silenzio crescente.
“Cazzo, va bene talebano, ma perché prendersela con le donne con i capelli ossigenati?!”.
“Io o quel pazzo?”.
“MA TE! Chi se ne frega di quell’altro”.
“Ah, ecco”.
“Stai attento alla stampa. Se la Questura fa trapelare qualcosa, siamo rovinati”.
Ecco.
“Che cosa posso fare? Niente! O un alibi subito e ne esco presto e pulito, oppure non posso fare nulla!”.
“Vero”.
Per ora non c’è nulla, nessuna certezza. Solo quella maledetta sera, a casa di Barbara, con i suoi amici, il giro per Genova. Scarto il giornalaio di Corso Torino: perché dovrebbe ricordarsi di me?
“Dai non pensarci. Andiamo avanti”.
“Ti mando prima e seconda pagina dei documenti del progetto”.
Gli giro sulla chat il file delle due pagine.
“Ma che bello! Perfetto, non toccarle più”.
“Grazie. Mauro devo salutarti, ho un paio di cose da fare”.
“A domani, ciao”.
“Ciaciao”.
Chiamo il concessionario, dove ho comprato la C3, per vedere se gli interessa.
“Salve sono Farni, il signor Piazza?”.
“Un momento, prego”.
Parte una versione di Yesterday che nemmeno il Bob Dylan ubriaco della festa del suo trentennale poteva fare peggio. Io so suonarla meglio.
“Architetto, come sta?”.
“Bene, grazie, stavo meglio prima di sentire la musica di cortesia”.
“Non capisco?”.
“Lasci perdere”.
“Mi dica”.
“Le interessa la macchina che mi ha venduto tre anni fa? Ha 70000 chilometri”.
“Prende un’auto da noi?”.
“No, mi hanno fatto una proposta che non ho potuto rifiutare”.
“Capisco, bene, incidenti? Danni alla carrozzeria?”.
Faccio un gesto universale.
“No, nulla”.
“Bene, me la porti”.
“Domani le va bene?”.
“Mattina?”.
“Perfetto, all’orario di apertura”.
“La aspetto, a domani”.
“A domani”, così la faccio lavare.
Chiamo Barbara e la avverto dell’appuntamento. Si offre di accompagnarmi.
“Non c’è bisogno, non credo se la tengano”.
“Quanto ti danno?”.
“Non lo so ma anche un euro in più di Bernese va bene”.
“Sto cercando una valutazione sul web, di che anno è?”.
“2003, agosto”.
“Il commissario, ci sei andato?”.
“Ti ho detto che andavo in Questura? No, mi deve richiamare”.
“Sai noi, con due monitor, possiamo lavorare e navigare”.
Un mostro, ho creato un mostro, però simpatico.
“Eccola: da 6.500 a 7.500 euro”.
“Quanto l’hai pagata?!
“13.000”.
“7.000 andrebbero bene?”.
“Sì, ma conosco un architetto che conosce il concessionario, che mi può dare una mano”.
“Non credo di avere ‘sto potere”.
Un pò meno simpatico.
“Ho provato”.
“Più tardi, nel pomeriggio devo andare in centro, Corso Sardegna, ti vengo a prendere?”.
“Sì, certo. Apri la chat?”.
“Sì, scusa, non sono abituata. Ciao”.
Squilla il telefono.
Risponde Luigi.
“La Questura”.
“Passamela in sala riunioni”.
Perché non chiamano sul cellulare?
“Pronto?”.
“Aprile”.
In un altro momento mi metterei a ridere.
“Dica”.
“Abbiamo fatto delle verifiche. Ho parlato col questore e con il magistrato. Stiamo andando avanti con le indagini. Ci ferma il fatto, per l’omicidio del 16, che la sua posizione è difendibile solo per una questione di tempi. Serao ha provato a fare il percorso da Chighizola al luogo dell’omicidio alla stessa ora dei fatti. Esiste un ragionevole dubbio che sia materialmente impossibile aver fatto tutto dalle 22.30 all’inizio della partita, come ha detto lei. Abbiamo fatto controllare i dati di rilevamento del decoder: in effetti è stato sintonizzato sulla partita a mezzanotte e venti”.
Cacchio! Anche questa? Ora è una fortuna, diversamente, un altro metodo di controllo.
“Senza aggiungere che qualcuno avrà dovuto appostarsi, aspettare, fare, bregare, lettera e testamento?”.
Luigi bussa, apre, saluta e se ne va.
“Come?”.
“Lasci perdere, volevo dire che ci sono anche i tempi morti, o no? Appostarsi, aspettare la vittima”.
“Appunto aggiunti quelli, tra l’altro si trattava di un’infermiera che rientrava dal turno”.
“Anche perché non avrei potuto scegliere l’ora di lasciare Chighizola in tempo per arrivare a Sestri Ponente in orario”.
“Questo non c’entra”.
“No, non lo avrei mai fatto. E su questo l’Architetto Greco può dire che me ne sono andato per una coincidenza, due ospiti inattesi”.
“Sì, ma lei potrebbe aver colto l’occasione e approfittarne. In ogni caso, il suo alibi per quella sera regge. Restano gli altri casi Ora, non potendo pensare ad un emulatore, almeno per Sestri Ponente, lei è a posto. Non c’è altro, ma non faccia stupidaggini”.
Stavo giusto pensando di farne un paio.
“La saluto”.
“Ci sentiamo”.
Chiamo Barbara. La sua gioia è fortissima, ma il tono della voce non è allegro.
Torno al mio PC, e scarico la posta.
C’è un messaggio del Professore, che dice che le foto arrivano con allegato il suo curriculum. Lo sistemo, porto tutto su due colonne e lo aggiungo a quello generale. Domattina lo mando a Mauro. Gli chiedo anche a che punto è con i disegni per Fogli. Prendo la relazione del suo progetto: mentre aspetto Barbara, la rileggo, con molta attenzione. Il monumento va bene, ma devo pensare anche al lavoro.
3 marzo
Il concessionario si è attaccato al buco sul cruscotto per tirare sul prezzo: è partito da 7.500 €, quando gli ho detto che non avevo il pezzo per chiudere ha abbassato l’offerta. Ci siamo accordati per 7.250. La cosa strana è che ha fatto subito l’atto con un notaio che era già lì e mi ha pagato, col serbatoio pieno per due terzi. Pensando alla valutazione di Bernese, è probabile che abbia già venduto l’auto. E sono a piedi. Chiamo Barbara.
“Ciao. Allora?”.
“Posso sapere cos’hai?”.
“Niente, niente. Sono preoccupata per il lavoro”.
“Strano, non avrei mai pensato che il lavoro potesse trasformarti. Ho venduto l’auto. Porto l’assegno in banca e poi vado in ufficio”.
“Grà, oggi ho un appuntamento in centro. Dopo passo da te e andiamo a casa, va bene?”.
“Ti aspetto”.
Nella posta ci sono i disegni di Mauro per il piano di lottizzazione di Fogli. Stampo tutto e facciamo una revisione completa del materiale, segnando in rosso le correzioni. Ci dividiamo i compiti. Luigi corregge testi e tabelle, io i disegni. Chiamo Fogli.
“Architetto, pensavo l’avessero arrestata?”.
“No, Dottor Fogli, ma manca poco”.
“Lei scherza sempre”.
“Tra mezz’ora le mando la bozza del materiale del progetto, mi dica qualcosa”.
“Farò prestissimo, ho gli investitori alle costole”.
Sapesse chi ho io alle costole.
“Mi chiami nel primo pomeriggio”.
“Buona mattinata”.
“A lei”.
Finisco di correggere i disegni
“Luigi, stampa tutto in PDF e manda tutto a Fogli. Ah, blocca i files”.
Chiamo la Questura: Aprile non c’è. Penso di chiedere di Serao, ma rinuncio: non era dalla mia parte e poi, l’ultima volta, Aprile non lo ha nominato.
“Graziano, tutto bene?”.
“Sì, Luigi, quella testimonianza, una rottura”.
Lo sguardo mi dice che non se la beve.
“Ok, io vado. Ci vediamo lunedì. Domani e domenica ho un campo e oggi lo preparo”.
“Cacchio: è venerdì!”.
“Bene, a lunedì”.
Stretta di mano e va via.
È l’una. Spengo la radio e avvio il lettore di MP3 del PC di Luigi: ho un archivio di duemila pezzi, tutti della mia discoteca. Oggi, “POMERIGGIO QUEEN”, 63 brani, da tutta la discografia. Le casse sono a mezza altezza, da 45 watt.
Arriva Butler e annuncia nuova posta per me.
Squilla il telefono: Fogli o Questura?
“Pronto”.
“Architetto, salve: beata posta elettronica!”.
“Dice?”.
Non la sa nemmeno usare, gliela scarica la segretaria.
“Dico. Uno dei miei soci ha visto il progetto e ha detto che va benissimo!”.
“Quindi?”.
“Mi mandi tutto in originale per corriere al più presto.”.
“Le mando anche la parcella?”.
“Certo, si muova. Quando arriva il materiale?”.
“La richiamo”.
“Veloce”.
Pure.
Un classico. Se non trovo un corriere, non ho neanche l’automobile! Per fortuna, in una cartoleria vicino al portone c’è il corrispondente di un corriere. Scendo e chiedo. Mi dicono che il trasporto passa alle quattro e mezzo: sono le 13.45. Chiamo Fogli. La consegna è garantita domattina, sabato alle 10.00.
“Mandi tutto a casa mia, a Curno”.
Mi dicono che non possono garantire la consegna a Curno, a Bergamo, sì.
“Va bene, mandi tutto in ufficio, a Bergamo”.
Scappo in studio e mi metto al PC: da uno mando in stampa i disegni, dal mio le relazioni e i grafici, sulle due stampanti. Incrocio le dita, pregando che non succeda nulla. Man mano che escono le relazioni, le metto nella rilegatrice termica, comincio con le tavole. Preparo la lettera di consegna e l’avviso di parcella. In un cassetto ho carta e nastro adesivo da pacchi. Faccio un plico e quando scendo Il furgone è già davanti al negozio, parcheggiato in seconda fila. Entro nel negozio e mi danno i vouchers da compilare.
“No, sono col signore, grazie”.
“Barbara?”.
“Ciao, sono scesa dal 20 mentre uscivi dal portone”.
“Dal 20?”.
“Sì, ho lasciato l’automobile qui e sono andata alla riunione col pullman”.
“Bene, come stai?”.
“Bene, insomma, ho un sacco da fare, insomma”.
“Insomma”.
Non mi piace.
Assistiamo alla partenza del furgone e poi saliamo in ufficio.
Barbara si siede al PC di Luigi e inserisce una pen drive nella porta USB. Parte “Innuendo”.
Vado avanti col curriculum, inserendo le ultime foto: delibero, all’unanimità che il curriculum è finalmente completo. E uno. Chiamo Mauro sulla chat, gli dico che c’è Barbara e gli giro il curriculum e gli comunico la consegna del materiale a Fogli. Mi dice di salutare Barbara.
“Bà, apri la chat, Mauro ti saluta”.
Il PC manda “The show must go on”.
Rileggo il file del curriculum, sul monitor e non trovo errori. Mi dispiace che non ci siano le foto degli altri componenti del gruppo, ma non posso obbligarli.
Il lettore manda “Too much love will kill you”.
“Quanto mi manca quest’uomo”.
Barbara si gira e mi guarda.
“Si vede”.
“Tra lui e George, non saprei”.
“Ma dai! “ e mi prende una mano.
“Ti faccio vedere il curriculum per la gara”.
La laser sforna 24 pagine che ritiro ancora calde dal vassoio. Preparo sull’altro monitor il file con le due pagine di copertina.
Barbara si illumina.
“Su due colonne? Ma che bello! E quell’immagine?”.
“È una foto del modello del Maestro”.
“Bella!”.
“Troppo facile: il maestro lo ha già fatto e quella è la foto!”.
Voglio vedere quanta gente ha il bozzetto dell’opera.
“Ma il plastico si fa alla fine!”.
“Ascolta, dopo tutto è una scultura, un artista deve far un bozzetto o uno schizzo. Meglio così!”.
“Certo, poi è così realistico”.
“Guarda questa foto”: le faccio vedere quella dove io e Mauro siamo dietro il plastico.
“Come sei serio, però la foto è bella, intensa. Ne hai altre?”.
Viene verso il mio PC e si siede su una sedia davanti al tavolo di appoggio. Apro la cartella delle foto del monumento e le guarda tutte, una per una, col volto serio e una luce strana negli occhi. Che sia sempre la stanchezza?
“Andiamo a cena fuori?”.
Si tocca il mento.
“Sì, però devo passare da casa a cambiarmi”.
“Immagino. Sei stata ad una riunione, chissà che puzza sui vestiti”.
Ride, a volte non sembra preoccupata.
“Vicino al capolinea ho visto una gelateria, portiamo del gelato a casa? “.
Usciamo in via Rimassa. La serata è tiepida. Non è ancora primavera, ma l’inverno è lontano.
In gelateria finisce che dobbiamo comprare due vaschette di gelato, una con gusti alla frutta, l’altra con cioccolato, nocciola gianduia, panera e stracciatella. Il problema è che a me non piacciono i gusti alla frutta, a lei piacciono anche gli altri.
Finito di pagare, torniamo in Via Rimassa e si avvicinano due uomini. Mi viene un colpo: la Questura non ha chiamato.
Il più basso mi fa un cenno con la mano.
“Mi faccia vedere il contenuto del sacchetto”.
“Scusi, lei chi è?”: Barbara mi stringe il braccio sinistro.
Il tappo guarda l’altro, più alto. Gli fa un cenno col capo e mette una mano sotto il cappotto. E se prende le manette?
I due aprono i portadocumenti: sono due finanzieri, un maresciallo e un brigadiere, basso.
“Prego” e gli porgo il sacchetto. Ho il cuore che salta tra la spalla sinistra e la milza. Il braccio che Barbara stringe ha deciso di addormentarsi.
Il nano infila la mano nel sacchetto e fruga, tira fuori lo scontrino e passa il tutto al maresciallo. Soppesato il sacchetto, il finanziere legge il biglietto e annuisce.
“Ci scusi, può andare”.
“Scusi cosa? Non dovete presentarvi prima di fare un controllo del genere?”.
“Sì, ha ragione, ma il brigadiere Confuorto è alla sua prima uscita”.
Quella sottomisura di essere umano mi ha fatto venire un colpo alla sua prima operazione!
Lo guardo e gli porgo la mano.
“Complimenti, brigadiere, al prossimo infarto!”.
“Non esageri, mi sono scusato!”.
“Non era meglio se non c’era bisogno di scuse, maresciallo?”.
“D’accordo, Confuorto andiamo, salve”.
“Buonasera”.
Si girano e se ne vanno. Dopo tutto, il loro è un lavoro di merda, ma fatto così è peggio. E, credimi, qualcosa peggio della merda esiste. A tutto c’è rimedio, tranne alla morte.
Barbara si sta riprendendo e il mio braccio pure. Mi guarda.
“Ho avuto paura”.
“Sei sulla via del ritorno. Sei ancora pallida, ma stai migliorando. Io, anche: la Questura non ha richiamato”.
“Cacchio”.
“Appunto. Credevo si trattasse di poliziotti, prima che ci chiedessero il sacchetto”.
Arriviamo alla sua automobile e andiamo a Chighizola. Telefono a un ristorante vicino alla chiesa della Castagna dove fanno benissimo il pesce e prenoto.
Barbara si è messa un tailleur con giacca e pantaloni marrone, una camicia beige e un poncho marrone.
Mangiamo pesce, dall’antipasto al dolce. La cena è innaffiata con un vino rosato ghiacciato e scelto nei frigoriferi, insieme al proprietario, mio amico da molto tempo. Alla fine, prendo un Sauternes e Barbara un Porto caldo. Il dolce è sicuramente preparato con la colla di pesce, così il cerchio è chiuso.
Tornati a casa, facciamo un giro sui canali satellitari della Tv. Poi andiamo a vedere la televisione in camera.
A un certo punto, Barbara si siede, mi guarda e dice:
“Farni, facciamo una porcata”, scende dal letto, indossa una vestaglia e scompare.
Torna con in mano le vaschette di gelato, due ciotole enormi, in vetro, un cucchiaio e due cucchiaini.
La porcata era questa, all’inizio. Poi è arrivato il resto, con la televisione sintonizzata su una canale di musica degli anni ’60 e ’70.
4 marzo
Appena sveglio, guardo fuori. Una giornata meravigliosa, sabato, Fogli a posto. La roba per il monumento pronta. Barbara, qui sulla mia spalla.
Sono le sette e mezzo.
Accendo il televisore e tolgo l’audio. Cerco il notiziario breve.
In prima pagina, niente d’interessante. Le altre notizie non sono da meno. Col volume a zero, poi, sono ancora meglio.
Il notiziario finisce e il nastro si termina con l’oroscopo.
Barbara si stiracchia col solito allargamento di braccia e gambe su tutto il letto.
“Buongiorno”.
“Vedremo”.
“Cosa c’è?”.
“Mi sento che chiamerà la Questura”.
“Ma dai! Senti, facciamo una cosa: scappiamo! Scappa con me”.
Rispetto a quando è preoccupata, un bel cambiamento!
“E lo studio dove lo lasci?”.
“E il tuo?”.
“Appunto, non mi sembra il caso. L’unica cosa è che hanno sempre chiamato sul numero dell’ufficio e mai sul portatile”.
“Non accendere nessun telefono. Anzi, ho visto un’offerta per una tariffa speciale tra due numeri dello stesso gestore. Aspetta”.
Scende dal letto e va in ingresso. Torna con una busta s’infila sotto le coperte, si siede e si copre il seno. Apre una busta e si gira per farmi vedere il contenuto.
“Vedi? Se compriamo due schede insieme, ci danno un sacco di minuti tra i due numeri, ogni mese. E questo numero non lo diamo a nessuno. E gli altri li spegni”.
“E quando siamo insieme, potrei spegnere anche quello?”.
“Scemo! Piuttosto, hai un telefono, dove mettere la nuova SIM?”.
“No, ma non posso spegnere i telefoni, se mio padre avesse bisogno”.
“Certo, quello è un altro discorso. Senti, andiamo nel negozio di questo gestore a Campetto, prendiamo i telefoni e le schede e siamo a posto”.
“Campetto? È proprio necessario?”.
“Perché?”.
“Non mi piace il centro storico”.
“Va bene, cerco da qualche altra parte”.
Un bacio e si alza. Stavolta prende la vestaglia azzurra, quella leggera, si lega la cintura in vita e scompare di nuovo. Parte lo stereo. Eric Clapton, “My father eyes”.
Prendo i miei due telefoni e li accendo. Mentre parte “Motherless Children”, entra Barbara col vassoio della colazione.
“Deciso?”.
“Cosa?”.
“Per le schede. Poi ho un’altra idea”.
Mi passa il succo e una brioche.
“Mi devo tenere?”.
“No, assolutamente, nulla di allarmante”.
Mangiamo e beviamo succo d’arancia, poi i caffè.
Squilla il telefono.
“Pronto”.
“Farni?”.
“Si?”.
“Aprile, buon giorno. Dovrebbe venire qua, in Questura, appena possibile”.
Lasciamo la macchina nel parcheggio di Piazza della Vittoria. Barbara ha voluto venire con me. Non si è truccata, ha raccolto i capelli a coda di cavallo, si è messa un paio di jeans, un maglione a collo alto e un giaccone di pelle. La giornata è tiepida. Non ci sono nuvole. Per ora.
L’architetto Greco è teso, lo si vede, lo sguardo è gelido. Per fortuna, in cielo, c’è il sole.
L’ufficio è quello della volta scorsa. Oltre ad Aprile e Serao, c’è un’altra persona. Il Magistrato. Ci presentano: la stretta di mano è di quelle con mano molla, sfuggente. Chissà se si va lavare le mani. Barbara viene accompagnata fuori dalla stanza. Cerca di opporsi, ma non essendo avvocato e non essendo io indagato, non può assistere.
“Signor Farni, sono stato incaricato da tre mesi di seguire queste indagini sugli omicidi dei capelli, le abbiamo chiamate così” Ci sono stati sei omicidi, di sole donne”.
“Scusi, mi è sfuggito il suo cognome, come sei?”.
“Ingroia, sono il PM Ingroia: lei è qui per questo. Ieri sera c’è stato un sesto omicidio, a Voltri” Vorremmo sapere dov’era ieri sera tra le 21 e le 22.00”.
Sento il cuore che picchia tra le ascelle.
Lascio trascorrere un secondo interminabile.
“Sono stato al ristorante della Castagna, dalle venti alle ventidue, con l’Architetto Greco, che non vorrei fosse coinvolta. Ecco, questo è il numero” e prendo un telefono, scorro la rubrica, seleziono il nome e lo faccio vedere al magistrato.
“Bene” e prende nota.
“Dottore, conosco quel posto, ci vado anch’io, posso parlare col proprietario”: Aprile è convinto che sia un viaggio inutile. Non sono poi così matto da raccontare una palla del genere. Non reagisco.
“Anzi, poco prima sono stato intercettato da una pattuglia della Guardia di Finanza in Via Rimassa, verso le sette, il Brigadiere Confuorto ed il suo superiore, non so come si chiama. Poi sono stato a casa dell’Architetto Greco, poi al ristorante”.
Voltri dista da Nervi circa 36 chilometri, sulla strada normale, in autostrada qualcosa in più, circa 40/50 minuti. Fregati! E due!
I tre uomini si guardano. Poi il magistrato si volta verso di me.
“Perché non vuole coinvolgere la Signora Greco?”.
Gli pianto lo sguardo negli occhi.
“Perché non ne avete bisogno”.
Aprile si alza.
“Stia calmo, ci sono ancora molte cose da chiarire”.
“Chiarisca quello che le pare. Per ieri sera, non c’è nulla da chiarire, su di me. Sul resto, fate quello che volete, ma non la tirate in mezzo a questa storia!”.
Serao si decide.
“Farni, lei non ha molto da straparlare, noi facciamo quello che dobbiamo e non dobbiamo stare a sentire le sue richieste”.
“Poiché vi state fissando su una frase e non sapete dove sbattere con le indagini, vi conviene non infierire. Un errore giudiziario, a quest’ora, non sarebbe bello”.
“Come si permette?”: il magistrato è paonazzo.
“Non sapete cosa fare e ve la prendete con me, senza una pista o un indizio, se non la mancanza di alcuni alibi. Ma sapete quanta potenziale gente non ha alibi?”.
Pausa.
“Molta, moltissima e non avete un uomo in ogni bar ad ascoltare le frasi dei clienti o sui pullman quelle dei viaggiatori”.
“Signor Farni, può andare, per ora” e il magistrato si alza e mi porge la viscida mano.
“Mi saluti Carovigno”.
Guardo Aprile, poi Serao. Stringo la mano del Magistrato e saluto i due compagni di caccia. Ingroia mi fissa negli occhi.
“E mi raccomando, su questo delitto, il massimo riserbo. Non dica nulla a nessuno. Dica all’Architetto Greco di fare la stessa cosa. Siamo riusciti a circoscrivere il fatto a poche persone e tutte hanno la consegna del silenzio”.
Lo guardo e faccio cenno di sì col capo. Se vogliono tacere, è un buon segno. Hanno paura di generare timori nell’opinione pubblica o hanno qualcosa in mano per arrivare alla fine della storia e non vogliono dare vantaggi a nessuno.
Mi sento più tranquillo: con questo colpo, il matto mi ha fatto un favore. Ora dovrebbe farmene un altro, farsi prendere, magari alla svelta e confessare tutto. Dovrebbe.
Barbara scatta in piedi e, forse per l’espressione della mia faccia, s’illumina e mi abbraccia.
“Tutto bene?”.
“Sì, c’è stato un altro omicidio, ma stavolta non hanno veramente proprio un bel niente su di me”.
“Quindi?”.
“Ieri sera a Voltri: ho alibi dalle sette e mezza alle 10 passate. Dopo, ovviamente, non conta”.
“Vado a dirgli che dopo eri con me”.
E parte.
“Dove vai? Non c’è bisogno, non serve, stai tranquilla!”.
“Sicuro”.
“Hanno detto che non ti sentiranno, sei di parte”.
“Perché, la verità non è di parte!”.
“Possiamo parlarne fuori da questo edificio?”.
“Ooops! Andiamo”.
“Bà, ascolta: mi hanno detto di non divulgare questa notizia”.
La volta scorsa ero uscito incasinato da questo posto e vedevo tutti che si giravano a guardarmi. Adesso no, tutta un’altra cosa. Il parcheggio di Piazza della Vittoria sembra vicinissimo, per strada non mi si fila nessuno. Non è finita, ma se il pazzo mi facesse quel favore. E devo avvertire Paul e Andrea.
5 marzo
Chiamo Mauro, per fare il punto su Nassiriyah. Ha letto il curriculum generale. Quelli del Maestro e del Professore lo hanno impressionato.
“Venerdì porta tutto, mi raccomando. Poi ti fermi da me. Domenica finiamo e lunedì vai a Roma. Hai qualcuno laggiù?”.
“No, nessuno. M’informo dov’è Via Montanara”.
Apro un programma col quale si può cercare un luogo digitando l’indirizzo: è una traversa di Via Teatro di Marcello, che porta al Campidoglio. Il civico 8 è all’inizio.
“Trovata, vicino a Piazza Venezia, al Campidoglio”.
“Comodo?”.
“Boh! Non saprei. È in centro, sicuramente, sui lati della strada alcuni parcheggi ci sono”.
“Fogli?”.
“Fogli lo devo chiamare, per controllare se ha ricevuto il materiale. Ma, penso, se non lo avesse ricevuto, avrei sentito l’urlo da Bergamo a qua. È stato costretto ad andare in ufficio di sabato!”.
“E come hai fatto?”.
“Niente: lui vive a Curno, lì il corriere che c’è qui sotto il giorno dopo non consegna. Io non ho la macchina e non potevo andare su”.
“Come senza macchina? E come fai per andare a Roma?”.
“Mi danno la nuova venerdì mattina, tranquillo”.
“E non potevi dirmi di stampare e portargli tutto da qui?”.
“Non c’è problema, sono riuscito da qui, spedizione a suo carico, quindi, tutto a posto. Lo chiamo e ti faccio sapere”.
La segretaria mi dice che il signor Fogli è in riunione e che non può, ovviamente, disturbarlo.
Dopo aver informato Mauro, chiamo Giuseppe, a Lodi.
Gli racconto di sabato e dei saluti di Aprile. Anche dell’omicidio, con la richiesta del magistrato. A lui posso raccontare tutto.
“Sì, lui è così. Potrebbe essere un buon segno. Ha fatto quella sparata perché sa che non c’entri nulla”.
“Bell’elemento. Chi è peggio è il Capitano Serao, della Polizia. Fosse per lui dovrei essere dentro dalla volta scorsa!”.
“Se ti mettevano dentro, commettevano un errore. Per fortuna per loro, non l’hanno fatto”.
“Che ne sai che ‘sto matto non si sarebbe fermato?”.
“Non credo, è possibile, non saprei”.
“Ora non vorrei che la Questura facesse trapelare qualcosa”.
“Non dovrebbero: che vantaggio ne trarrebbero?”.
“Nessuno, poi Genova è una città piccola, non ci sarebbe grosso vantaggio. Giornali a parte, ovviamente”.
“Ovviamente. Beh, Graziano, Ti saluto. Cerchiamo di vederci. Verrò a Genova con mia moglie e ci passiamo una giornata insieme”.
“Anche due, Giuseppe. Vi aspetto! Un abbraccio”.
“Ciao, bello, ciao. Hai fatto bene a non costituirti!”.
Sento la sua risata mentre poggia il telefono. Che bastardo!
Nel tardo pomeriggio, andiamo in un negozio in Via Brigate Partigiane a prendere le due SIM che si parlano per 600 minuti in un mese ad un costo irrisorio: quei due numeri non li daremo a nessuno.
Paul e Andrea non hanno reagito. Per niente. Paul ha detto che ci vuole pazienza. Andrea che devo stare attento. Sono due incoscienti.
7 marzo
Usciamo da casa, sotto una pioggia fine, di quella che chiamano inglese.
Io ho in testa uno Stetson. Non amo gli ombrelli. L’unico che mi hanno regalato, l’ho lasciato negli uffici del CONI provinciale, a Genova: il giorno dopo non c’era più e nessuno sapeva niente. Da quel giorno non ho mai più avuto ombrelli.
Barbara ha indosso un impermeabile, stivali, gonna e giacca, maglione, come sempre, a collo alto. L’ombrello è di quelli tascabili, a una piazza. Perciò, mi bagno, anche se sto sotto il suo ombrello. Il fatto di essere senza macchina mi dà un po’ fastidio, ma tra due giorni è finita.
Luigi mi dice che ha telefonato Fogli che è tutto a posto, che gli investitori hanno approvato il progetto preliminare e tutto il piano finanziario. Che andava in vacanza fino al 19 e che avremmo potuto cominciare.
Lo chiamo e mi risponde la perenne segretaria.
“Glielo passo”.
Cicalino di cortesia.
“Architètt”, con l’accento bergamasco che allarga le vocali.
“Buongiorno! Allora? Luigi mi ha detto che andava tutto bene”.
“Sì, le mando il contratto per fax, lei me lo firmi in giornata, poi me ne vado in vacanza”.
Di mercoledì?
“Dove va di bello?”.
“Vado in crociera, salpiamo da Venezia!”.
“E quando torna?”.
“Torniamo il 19 sera a Venezia, ci fermiamo lì. Sarò in ufficio martedì”.
Quando si dice la combinazione.
“Bene, ci sentiamo per il 20”: sento il naso che mi cresce. Il fax di ricevuta del contratto glielo mando oggi, ma prima di andare via, così lo legge quando torna e sono libero per lavorare al monumento.
Parte Wonderful Tonight, sul telefono.
“Dimmi”.
“Hai il giornale di oggi?”.
“Io? No, non lo compro da 10 anni”.
“Oggi lo devi prendere, parlano del serial killer”.
Mi scende un brivido lungo la schiena.
“Quindi?”.
“Quindi: parlano degli assassini, delle modalità, c’è una pianta con l’ubicazione delle morti, le foto delle donne e una serie d’ipotesi. Ma non parlano di inquirenti”.
“Quindi?”.
“Non ci sono nomi e non si parla di sospetti. Solo della pista dei capelli. Basta”.
“Grazie, Bà, una bella notizia. Ieri Giuseppe parlava del rischio che trapelasse qualcosa dalla Questura”.
“Sì, ma il giornale non parla di voci della Questura”.
Il tono della voce è serio, non è sereno.
“A proposito: mi ha chiamato un tizio di una società spagnola che produce rivestimenti e materiali per pavimenti, e un sacco di altre cose. Hanno organizzato una visita nei loro stabilimenti in Spagna e mi hanno invitata. Ho detto che andiamo”.
“Grazie, quand’è la partenza?”.
Non so se ha pensato a tutto anche stavolta.
“Non devi consegnare il 14?”.
“Sì”.
“La partenza è il 15 pomeriggio da Milano Malpensa”.
La consegna a Roma è il 14, entro le 12. Se rientro in giornata, possiamo andare.
“E Volterra?”.
“Mi chiamano tra poco, ma deve essere entro questa settimana o i primi della prossima”.
“Se partiamo mercoledì, i soli primi della prossima sono lunedì e martedì”.
“Cacchio, li chiamo io e mi metto d’accordo. Mando i tuoi dati a Pedro”.
Decisa, tranquilla, ma c’è qualcosa che non va.
“Bà, c’è qualcosa che non va? L’aspidistra non è fiorita?”.
Sento una risata.
“Scemo, non so nemmeno se fa i fiori. No, ho un sacco di lavoro”.
“Va bene”.
Fingo di crederci, ma non mi convince.
“Ti passo a prendere, più tardi. Volevo andare a fare la spesa”.
“Andiamo”.
Di solito ci divertiamo, fare la spesa mi piace. Comprerei qualunque cosa, specie bevande, gasate e no; vini bianchi, frizzanti e non; vino rosso forte, Barolo o Barbaresco. Poi frutta, pesce.
Per fortuna, Barbara à molto oculata. Non tantissimo, però si difende.
8 marzo
Barbara è andata in ufficio presto. Con la scusa del lavoro di Volterra: ha concordato di consegnare lunedì, il giorno dopo, alle 12.00 scade il tempo per consegnare il progetto per il monumento. Da alcuni giorni, il suo umore è cambiato, non è allegra e giocosa, sempre tenera e dolce, ma ha lo sguardo triste, gli occhi non sono sempre luminosi: ci sono cose che la infastidiscono. Non la posso vedere così. E poi non vorrei che il problema sia Graziano Farni. O quel cretino dei capelli ossigenati, per il quale è spaventata.
Mi ha lasciato a casa, con un biglietto al suo posto, sul cuscino. Non dormo da 14 anni eppure non l’ho sentita. Mi alzo controvoglia, mi preparo ed esco in via Chighizola per salire fino a Piazza Sturla. Vado in ufficio col pullman, al bar di fronte l’ufficio a fare colazione, caffè e focaccia.
In studio, Luigi mi fa vedere il fax del Signor Fogli. 18 pagine, con dei posti vuoti dove devono essere messi i nomi di chi fa cosa, gli onorari e i tempi di consegna e pagamento. Che adottando il teorema del mio amico Ax, sono identici: se non paghi, non consegno il materiale. I nomi li decido in base alle competenze dei Soci, strutture e impianti: ne ho diritto, il lavoro lo porto io, scelgo chi mi pare. Rimando il fax a Fogli, lo giro a Mauro e al Presidente. Devo staccare i telefoni, non voglio sentire i commenti sulla commessa di Fogli. Dico a Luigi che ci sono solo per mia madre, mio padre, Freddie Mercury, George, Paul McCartney (quello in Scozia, non il mio) ed Eric Clapton. Ma nessuno di questi chiama sul telefono dello studio.
Chiamo Barbara.
“Ciao, scusa, ho poco tempo, devo finire. Devo consegnare, la settimana prossima”.
Ci voleva anche il viaggio in Spagna.
“Sei molto indietro?”.
Vorrei offrirle una mano, solo per oggi o domani, ma mi sembra poco. E di più non posso. Venerdì vado a Gaggiano e poi da Mauro.
“Non molto, ma grazie dell’interessamento: ci siamo sopra in tre, Marcella sta digitando le relazioni per Volterra”.
Marcella è la segretaria, quella seduta all’ingresso.
“Come vuoi. Spengo i telefoni, non il nostro”.
“Ciao, a stasera”.
“A stasera”.
Chiamo Mauro, sulla chat, per confermare l’appuntamento di venerdì e per sapere se ci vediamo prima oppure direttamente a Gaggiano.
“No, va bene a Gaggiano, così finisco: venerdì mattina lavoro per il monumento”.
“Noi portiamo la parte amministrativa ed il curriculum, tutte le deleghe e le domande di partecipazione”.
“Porta tutto, anche su file, non si sa mai”.
“Domani faccio un cd e carico una pen drive. Intanto tra poco, ti mando tutto per sicurezza”.
“Esagerato!”.
Non è abituato a tanta concretezza, ma per questo lavoro, ci vuole.
Dopo l’una, accendo il lettore MP3: oggi Eric Clapton. Ho molti dei suoi dischi. Lo seguo dal 1968, dall’album doppio “Wheels of fire” dei Cream, dove c’era un assolo di Ginger Baker di oltre 17 minuti.
9 marzo
Sole, stamattina c’è il sole.
Siamo a letto, Barbara è girata dall’altra parte. Non dorme nemmeno tra le mie braccia. Il suo umore comincia a diventare stucchevole. Non mi fa fare nulla per lei. Non mi dice cosa le succede e io, ovviamente, non ci capisco niente.
Si sveglia e si stampa su tutto il letto, come sempre, mi devo spostare. Chissà se questo può essere causa di divorzio.
“Vado a fare il caffè?”.
“Aspetta un momento, dove corri?”.
Si gira e mi pianta gli occhi nei miei.
“Ho in mente altro”.
Il caffè può attendere.
Anche l’ufficio.
“Ti avevo accennato a un’altra idea, qualche giorno fa”.
“Sì, dimmi”.
“Quando scade il contratto del tuo ufficio in Via Rimassa?”.
“L’anno prossimo, a fine luglio”.
“Perché non ti trasferisci da me? Con calma, poco alla volta. Potresti prendere la sala chiusa, è grande come la tua in Via Rimassa; come sala riunioni usi quella che c’è e Luigi lo metti dai disegnatori. Porti i tuoi PC, la rete c’è, sia per il web sia per i PC, mettiamo in comune le stampanti e il servizio di segreteria. L’ufficio è mio. L’ho comprato con un mutuo della Cassa. Vieni?”.
“Con chi stai parlando? Di cosa? Posso sentire una cosa del genere da una ragazza nuda che sta facendo colazione? Accetto”.
L’urlo di Barbara viene rilevato da alcuni sismografi che infatti mi mandano un sms su un telefono.
“Waw, che bello!”.
Già, chi se lo aspettava. E, poi, perché ho accettato così su due piedi?
“Come mai non hai riflettuto?”.
“Perché? Non lo so; perché avrei l’ufficio a levante, soprattutto”.
Barbara esce dalle coperte, prende il suo cuscino e mi spara una cuscinata in pieno petto. Faccio fatica a riprendermi dal ridere.
“Aspetta un momento: non ti ho detto una cosa!”.
“È meglio che sia quella giusta”.
Aiuto.
“Barbara, il motivo principale è che non posso rifiutare una cosa del genere da te. Il resto non conta. E non mi viene in mente altro”.
La guardo ha ancora il cuscino tra le mani, inginocchiata sul letto, incurante del fatto di essere nuda.
“Risposta esatta, bravo” e ci baciamo.
Non so che ora sia. Volterra e il monumento possono aspettare.
La giornata è uggiosa, non piove, ma è nell’aria. Barbara è andata in studio e io ho preso il pullman.
Arrivo in ufficio e sul divano dell’ingresso c’è seduta una signora, che non conosco.
“Buongiorno, desidera?”.
La signora si alza.
“Sono della Questura, Ispettore Malesani”.
Ogni volta che Barbara mi propone qualcosa, compare la Questura. Con questa sono due volte. Sabato e oggi.
“Dica”.
“Può venire con me?”.
“Certo, ci mancherebbe!”.
Prendo il telefono di Barbara e la informo: le dico che esco. Luigi mi guarda stupito.
“Ci vediamo più tardi, prepara per domani pomeriggio”.
“Tutto bene?”.
“Sì, direi di sì”.
La signora mi precede per tutto il tragitto, fino alla Questura, con passo fiero. Alta, slanciata, jeans, loden, capelli castano chiaro, molto chiaro. Mi passa davanti tutta la vita: come se dovessi scontare qualcosa. Vedo i miei figli, le mie storie. Il mio lavoro. Paul, Andrea, Mauro, Roby. Barbara, soprattutto perché non l’ho avvertita.
Entriamo in Questura dall’ingresso di Corso Saffi, quello laterale per le forze di polizia.
Il piantone, dietro la garitta, saluta l’ispettore che gli dice che siamo insieme.
Saliamo al terzo piano, quello dell’ufficio di Aprile. Bene, conosco il posto. Malesani bussa.
Stavolta mi lasciano la poltrona con la faccia verso il sole. Malesani alla mia destra, Aprile dietro la scrivania.
“Come va?”.
“Me lo dica lei”.
“Non so, la collega ha delle cose da dirci, vero?”.
Malesani, si leva il loden, senza alzarsi e rimane con una polo a tre bottoni ed un gilet.
“Vero, Ispettore. Devo farvi una confessione”.
E io?
“E il signor Farni è qui, perché l’ho visto diverse volte nel suo ufficio e in quello di Ingroia”.
Diverse volte, due volte.
“Vedi, Aprile, non sopporto di vedere chiunque indagato ingiustamente”.
Sono pienamente d’accordo.
“E se quel giorno non sentivo il Signor Farni fare quella sparata al bar, a Farni non ci sareste neanche arrivati”.
Ecco la bastarda chi ha fatto la spia
“Malesani, fin qua, non hai detto niente di anormale e quello che hai detto, non giustifica questo incontro”.
Malesani si guarda le mani, poi si volta verso di me.
“Il Farni, pur non avendo alibi, non c’entra niente con gli altri omicidi, dove non avete e non ha fornito riscontri”.
Serao strabuzza gli occhi.
“E lei, cosa ne sa?”.
“Perché sono stata io a uccidere quelle donne”.
Una colomba si posa sulla mia spalla: la guardo negli occhietti e li sbatte. Mi ricorda qualcuno.
Aprile e Serao si guardano, poi si voltano verso di me. Allargo le braccia, facendo spallucce. La Malesani è l’ultima. Aprile si alza, fa il giro e si appoggia alla scrivania.
“Malesani, non capisco”.
Malesani inizia a raccontare gli omicidi, dal più lontano nel tempo, una signora che tornava a casa sulle alture di Teglia. Poi passa a quello di Borgoratti, in una strada a vicolo cieco, al mattino presto, una ragazza che andava all’università.
La colomba non c’è più.
“Sì, Malesani, queste cose le puoi aver lette nei verbali dei sopralluoghi, sei qui dentro!”.
“Mi fai finire? “ e si alza.
Il racconto continua con gli omicidi di Albaro, Sestri Ponente. Con dettagli sulla vita delle vittime, su quello che facevano.
“I dettagli sulla vita, li ho letti nei rapporti, vero, quello che non sapete è che anche a Voltri sono stata io”.
Serao e Aprile scattano in piedi.
Se nessuno ha parlato, come fa la Malesani a sapere?
Questo è un bel colpo!
“Malesani, nessuno sa di quell’omicidio: ti rendi conto?”.
Malesani scatta in piedi paonazza. Serao le si avvicina, teso come una corda di violino.
“Sì, e allora? Mi rendo conto che tutte quelle troie con quei capelli che mi hanno rovinato il matrimonio! Sì, mi rendo, anche, conto che troverete anche mio marito vivo, sereno, tranquillo, nella sua casa, a Quarto alta”.
Ha la gola enorme, il viso rosso, gli occhi fuori dalle orbite.
“Non meritavano altro: io ero di pattuglia e loro giravano tranquille, tanto il marito sarebbe stato il mio e non lo è mai diventato. Per colpa di una di quelle troie”.
Serao si allontana con una mano sulla testa e l’altra su un fianco.
Aprile torna dietro la scrivania, seguito dallo sguardo di quello che resta di Malesani.
Aprile si passa una mano sul viso.
“Scusa, Malesani, cosa hai fatto?”.
“La mattina delle nozze, gli ho telefonato, gli ho fissato un appuntamento, gli ho dato una busta. Conteneva due foto con stampata la data degli scatti: una panoramica e un dettaglio del suo volto e della troia. Le ha guardate e al suo “Cerca” gli ho dato uno schiaffo e me ne sono andata. Spero solo di aver preso quella giusta”.
Non credo si riferisca alla macchina fotografica.
“Ho trovato mio marito il giorno prima del matrimonio”.
Non era suo marito, per essere precisi.
“Con una di quelle bastarde, con i capelli ossigenati, nella nostra casa, pronta per andare a vivere lì. A letto, ovviamente, non per una visita di cortesia, da un amico che si sposa. No, quella puttana era a letto con lui, che schifo. Il giorno prima del matrimonio! Nella nostra casa!”.
Aprile è sconvolto, Serao irriconoscibile.
L’unico normale sono io. Pensa un pò.
Malesani, lei non sta benissimo, cade pesantemente sulla poltrona.
Serao va alla porta e chiama un piantone.
Sento Aprile che chiama il magistrato. Poiché nessuno mi considera, potrei andarmene.
“Signor Farni, credo che lei possa andare”: Serao ha ancora dei dubbi.
“Ispettore?”.
Malesani si alza e si mette davanti alla scrivania di Aprile.
“Cosa lo trattieni da fare? Cos’altro vuoi sapere per lasciarlo andare?”.
A parte che nessuno mi trattiene.
“Sì, Signor Farni, lei può andare. La saluto”.
Entrano due agenti di polizia e Serao dice loro di arrestare Malesani. I due sono stupiti.
“E muovetevi, senza discussioni”.
I due poliziotti prendono la Malesani, che è rimasta davanti alla scrivania di Aprile, per le braccia e le mettono le manette e la portano fuori. Mi alzo. Finalmente è finita, davvero.
“Signori, vi saluto”.
E non mi dispiace nemmeno un po’. Se fosse trapelato qualcosa sui sospetti per i delitti per cui ero senza alibi, sarebbe stata una tragedia. Non che per Malesani non sia una tragedia, ma, come dicevano gli antichi romani, mors tua, vita mea.
Esco dall’ingresso principale: ora la giornata è meravigliosa, il sole è lassù.
Attraverso per andare in piazza della Vittoria. Quando sono dai portici, mi giro a guardare la sede della Questura. Chiamo Luigi, Mauro, Paul, Andrea e la Roby. Non mi hanno mica detto di stare zitto.
Barbara. Vado al Mercato Orientale a comprare un mazzo di tulipani enorme e salgo su un taxi in via Fiasella.
Vado in ufficio da lei.
“Via del Commercio, sa dov’era la Sicao?”.
“Certo, signore”.
Ha ragione, mi sento un signore.
“Barbara, ti devo dire una cosa”.
Siamo nel suo orribile, ordinato studio, seduti al tavolo per le riunioni.
Mi ha accolto con stupore, ha preso la foresta di tulipani e mi ha fatto aspettare per dare alcune dritte ai collaboratori, poi ha chiuso la porta.
“Dimmi”.
E le racconto quello che è successo: il suo viso passa dal preoccupato al sereno all’entusiasta. Stavolta sono io che mi alzo e la abbraccio.
Alla sera, andiamo a cena a Rapallo in un ristorante brasiliano. Guida Barbara e ceno bevendo caipirinha. Tre bicchieri, ma non li sento neanche. Tra il mangiare e l’euforia, potrei bere una botte di caipirinha che non potrei ubriacarmi.
Domani inizia un’avventura vera. Non vedrò Barbara per quattro giorni. Se ne accorge e, prima di andare a dormire, me lo fa sapere.
ANDANTE
10 marzo
Che fatica!
Subito la caipirinha non ha fatto danni, stamattina sono rintronato.
Facciamo colazione e ci vestiamo in un’atmosfera irreale. Tra l’euforia per ieri e la distanza da oggi a lunedì, c’è qualcosa di strano nell’aria.
“Ti accompagno a prendere l'auto, poi vai a Gaggiano”.
Tutto organizzato. Barbara mi ha preparato la borsa, col necessario da Mauro e a Roma. I vestiti coprono una almeno una settimana.
Quando è pronta, mi dà un tenero bacio sulle labbra. Poi prende la borsa.
“Andiamo? Hai preso tutto?”.
Anche ora, che qualcosa la preoccupa al punto di dormire girata dalla sua parte e non sulla mia spalla, si preoccupa per me.
“Sì, credo di sì”.
Stampe delle domande di partecipazione, delle deleghe, della bozza di relazione, il bando, le foto; tutto su file su un cd e su una pen drive.
“Sì, ho tutto”.
“Via, sì va”.
Il solito traffico del mattino, Genova non è diversa da altre città. Tutti in macchina, uno per automobile, in coda.
Il concessionario è in Valbisagno, dopo Staglieno, il cimitero monumentale, dove riposano mia madre e mio padre.
“Mia madre è lì”.
“Quando vai a trovarla?”.
“Piango sempre, dopo quattro anni. Non è un appuntamento, quando mi sento”.
“Eccoci qua”.
“Non vieni?”.
“Saluto Bernese, poi vado”.
“Non aspetti?”.
“No, preferisco andare. Scusami”.
“Mi dispiace, volevo fare un giro con te”.
“No, davvero. Ho da fare. Non so quanto tempo ci vuole per i documenti”.
Non posso insistere, non accetterebbe: poi, è meglio che io sia incazzato in silenzio che lei infastidita per essere costretta a fare una cosa controvoglia.
“Va bene. A dopo”.
“Chiamami, quando hai finito”.
“Quando ho finito, quando arrivo a Gaggiano”.
Il suo sorriso si accende come nei momenti più belli. Quasi, un'ombra rimane.
“Bravo, devi proprio fare così”.
Un bacio ed entriamo nella concessionaria, col mio bagaglio.
Il disbrigo delle pratiche è stato velocissimo. Chiamo Mauro per sentire se serve qualcosa. Una volta partito, quello che non ho con me, non lo posso usare.
Mauro mi ripete di portarmi tutto. Ho preso anche il mio programma di grafica. Lo installo su un PC nel suo studio, forse non servirà, ma se non lo porto, poi mi pento.
Chiamo Barbara per avvertirla che parto, sul nostro numero. Risponde Marcella mi dice che è impegnata. Lascio detto che parto. Resisto alla tentazione di prendere il portatile e di spegnerlo. Mi ha messo nell'elenco di quelli per i quali non c'è. Io lascerei detto “ci sono solo per Dio, Eric Clapton, George Harrison, Freddie Mercury, Paul McCartney, mia madre e mio padre”. Paul, Andrea e la Roby chiamano sul portatile.
Quando sono a Serravalle parte Wonderful Tonight.
“Grà, scusa!”.
“Di cosa?”.
“Non volevo farmi negare. Stefania ha capito male!”.
Non ci credo.
“Ma figurati, che problema c'è? Ti sarà scappato un nome mentre pulivi l'agenda”.
“No, davvero!”.
“Bà, tranquilla. Dopo la fuga dal concessionario, questa ci sta”.
“Ci sei rimasto male?”.
“Per cosa?”.
Non vorrei crearle un problema, considerando che ne ha uno suo, ma non riesco a non dire quello che penso.
“Ci sei rimasto male”.
“Lascia stare. La macchina va benissimo. Sono soddisfatto”.
“Farni, non faccia il furbo e vada piano”.
“Tranquilla! Non conosco ancora il mezzo, sarò prudente”.
“Bravo, ci sentiamo dopo”.
Appena superata la stazione di servizio di Bettole, dove iniziano i rettilinei verso Milano, spingo il motore fino a 150/160 l’ora. Quattro/cinque minuti, poi scendo a 130.
Quando arrivo vicino a Gaggiano, telefona Mauro che sta arrivando, che è a Trezzano.
Dopo a ver parcheggiato chiamo Barbara, arrivano Mauro con suo figlio e Arnaldo con Luigi, che ha portato una copia dei documenti, pronta per la firma di ognuno dei componenti del gruppo. Non gli dico che l'ho portata anch'io.
Ci siamo tutti. Luigi fa firmare ad ognuno i propri documenti, ai quali è allegata la fotocopia del documento d'identità. Raccoglie tutto, ordina e mette tutto in una cartella che ha scritto sul davanti "Documenti gara Monumento" e me la consegna.
Mauro prende un tubo di plastica e tira fuori un disegno, che srotola sulla scrivania del maestro. Quando è spianato, resto senza fiato. Non è finito, ci sono alcune parti bianche, ma ci sono piante, sezioni e prospetti a colori. Fantastico. Quello che intendevo la volta scorsa per la semplicità, è sulla carta: pochi elementi, niente di ermetico. Il nome del progetto in alto.
Gli altri guardano e non commentano. Il maestro si passa una mano sul mento.
“E ora, cosa dobbiamo fare?”.
Mauro lo guarda.
“Tu niente. Dobbiamo confezionare il disegno e ci pensiamo noi. Graziano viene da me e lunedì va a Roma per consegnare”.
Il professore gira intorno al tavolo per vedere meglio la tavola.
“Ho portato un disegno, ma non so come poterlo utilizzare. Consegniamo due tavole?”.
E prende, da una cartella da pittore, un foglio nero, dove ha disegnato i menhir in una vista notturna, vestiti da fasci di luce, dal bianco all'arancione, dal giallo al rosso, che partono da spot alla base dei monoliti, all'esterno e all'interno del gruppo. Prendo il disegno e lo metto su quello di Mauro.
“No, una sola tavola, il bando vuole una sola tavola. Consegnarne due, ci farebbe escludere”.
Raffaello mi guarda illuminato.
“Potremmo fotografarla e metterla nella tavola per la gara”.
Una genialata.
“Sì, è l'unico modo”, conferma Mauro.
Guardo l'insieme incompleto e sale l'emozione. Non è finito, c'è ancora da fare.
“Signori, con questo lavoro arriviamo sicuramente nei quindici e, forse, vinciamo”.
Sento dodici gli occhi addosso e guardo ogni volto cercando di trovare fiducia e vedo solo stupore.
Mauro mi mette una mano su una spalla e sorride.
“Vero, siamo bravi e quando la tavola sarà finita sarà ancora meglio. Volevo sapere se la posizione e la quantità dei faretti è giusta”.
“Mentre discutete, vado a fotografare il bozzetto”.
“Poi vengo anch'io. Parliamo anche di fondazione?”.
Arnaldo prende un fascicolo.
“Ne abbiamo discusso in settimana con Graziano. Anche con una portanza di 0,5, non ci sono difficoltà di alcun genere”.
“Vado a fare le foto”.
Il bozzetto è sul tavolo, dove lo abbiamo lasciato l'altra volta. La luce che arriva dalle finestre a nastro in alto sulle pareti crea delle ombre leggere per i menhir. Scatto foto da diverse angolazioni, in modo da non lasciare niente d’intentato.
Tutti escono dall'ufficio del Maestro e vengono vicino al plastico. Mauro ha il tubo sotto un braccio e la macchina fotografica in mano. Si mette a scattare foto mentre parla col Professore, Arnaldo e il Maestro. Mi allontano e guardo quel gruppo di persone che fino a quindici giorni fa non si conosceva perché il gruppo non esisteva. Ora ci siamo. Al bando parteciperanno non so quanti gruppi: uno solo vincerà. Io ci ho provato.
Arriviamo in studio da Mauro alle sei e mezzo. Avverto Barbara che siamo lì con un sms. C'è solo il tempo di scaricare le foto dalle macchine fotografiche. Ognuno prende un PC: io vado su quello più potente dopo il suo. Collego il cavo e la macchina è subito riconosciuta. Salvo le immagini sulla mia cartella, dentro il server, in una cartella "GRAZIANO" che Mauro ha creato tempo fa. Poi prendo il cd e copio il contenuto in una cartella che chiamo "Documenti di gara”.
“Grà, vieni a vedere”.
“Arrivo”. Scollego la macchina fotografica e vado verso Mauro, scivolando sulle rotelle della sedia.
“Se hai delle foto del plastico, potremmo metterle nella tavola”.
“Sono nella mia cartella. Prendi anche "Documenti di gara” e copiala”
“Vedi?”.
Ci sono molte foto del modello, preso da diverse angolazioni.
“Sarebbe bello se ci fosse come un giro completo”.
Squilla Wonderful Tonight e, sul monitor, compaiono gli occhi di Barbara.
“Ciao! Come va?”.
La voce non è allegra come in tante occasioni.
“Bene, stiamo guardando le foto di oggi”.
Mauro mi fa cenno di salutarla.
“Poi che fate?”.
“Mauro ti saluta. Credo che andremo a cena da Gloria”, Mauro annuisce.
“Bene, buona serata. Bacio”.
“C'è qualcosa che non va? Pronto?”, ha già chiuso.
“Problemi?”.
“Non credo. Quando ha da fare è più architetto. ma è comunque eccezionale!”.
Squilla il telefono di studio.
“Sì, Gloria. Sì, dieci minuti”: Gloria sa che saranno almeno venti e poi andremo a cena, con la sua cucina, che mi ricorda quella di mia madre.
11 marzo
Abbiamo lavorato fino alle tre e mezzo, tra birra, rum, sms a Barbara e prove sulla tavola. Abbiamo impostato tutte le foto scelte Sono dieci. Sembra di camminare intorno al modello. La cosa sembra ancora più vera perché la base in legno è coperta di limatura di ferro. Mauro, ovviamente, ha un programma di disegno che gestisce bene le foto: imposta la tavola, piazziamo le foto, quante ne mettiamo, quante ce ne stanno, dividi lo spazio, sì, ma l'altezza. Alle tre abbiamo detto basta e siamo stati lì ancora mezz'ora.
Sto raccogliendo i documenti di gara. Barbara ha chiamato appena sveglia: aveva la voce cupa, ma era coccolosa. Non le ho detto della nottata.
I documenti di gara sono pronti. Il curriculum del gruppo è diventato enorme, 18 pagine impaginate come un giornale, su due colonne, è sicuramente di effetto. I curricula di Mauro, Raffaello ed il mio hanno all'inizio una nostra foto. Lo mando in stampa e chiedo a Mauro una scatola dove mettere il materiale. Nella pancia della scatola vanno a finire le domande di partecipazione, le nomine del capogruppo con copia del documento d’identità di ognuno ed il curriculum.
Ho chiesto ad Arnaldo ed al Professore una breve relazione sulle strutture e sulle luci: quei tremila caratteri sono veramente ridicoli! Oltretutto, inizio a pensare che nessuno ci darà un aiuto. Meglio così. Raffaello deve occuparsi della parte del Professore e sta disegnando i faretti su una pianta del percorso mistico. Mauro, dopo aver discusso sui contenuti, sta impostando la tavola in ogni suo elemento, compreso il cartiglio. Mauro ha messo in alto il nome del progetto e del monumento; in basso, il nome dei componenti del gruppo. Il mio entusiasmo è salito alle stelle: le mie convinzioni, subito dopo. Abbiamo scelto un carattere per il nome del progetto e un colore particolare, che abbiamo trovato in pochi minuti. Un rosso scuro, vicino al marrone. Colore che ha dipinto i nomi dei componenti sulla tavola e le intestazioni dei documenti.
Raffaello ed io abbiamo fotografato il bozzetto dell'illuminazione notturna in giardino, al sole, sparando una ventina di scatti, solo quando la luce era quella che Raffaello voleva.
Raffaello inizia a trattare una delle foto con un programma di foto ritocco per accentuare il fatto che è un disegno a pastello. Poi lo passa al padre perché lo sistemi sul disegno di gara.
Sulla tavola mancano i dettagli della struttura: Arnaldo li spedisce colla relazione. All'una e mezza, col consueto ritardo, andiamo a pranzo a casa di Mauro. Dall'altra parte del cortile di Villa Chiara. Il telefono di Barbara è staccato: mai successo.
Mauro informa Gloria e i ragazzi dello stato del progetto, dice loro che ce la faremo e che lunedì mattina vado a Roma.
La giornata è meravigliosa. Siamo a marzo, ma fa caldo.
Mi siedo sulle scale che portano allo studio e chiamo Barbara.
“Ciao!”.
“Ciao, Bà! Come mai era spento, poco fa?”.
“Posso avere da fare e spegnere?”.
Il tono è esacerbato, come mai prima.
“Cos'hai?”.
“Sono preoccupata”.
“Per il lavoro di Volterra?”.
“Ho un ritardo di 15 giorni. Non mi è mai successo. Mai”.
Non è molto contenta, capisco il suo tono alterato dei giorni scorsi, sempre più cupo. E non so cosa pensare.
“Non so cosa dire. Vuoi che venga lì? Domani finiremo e invece che restare vengo a Genova”.
Mi mancano i suoi occhi, le sue lentiggini.
“Che cosa vieni a fare? A guardarmi negli occhi? Non serve a niente. Ho da fare, domani vado a Volterra. Non venire”.
“Bà, posso fare qualcosa?”.
“No, niente. Finisci, ci vediamo”.
È sabato pomeriggio. Torno martedì, non la vedrò per altri tre giorni.
“Perché dopo Volterra, non vieni a Roma?”.
“Ci avevo pensato, ora non lo so”.
Non è vero, quindici giorni di ritardo, non ci ha pensato.
“Dai, ci vediamo a Roma, nel pomeriggio”.
“Non insistere, ora devo andare. Ciao”.
Chiudo il telefono. Non so quando sentirò dì nuovo Wonderful Tonight, sul telefonino, accompagnato dalla foto dei suoi occhi sul monitor.
Mauro esce da casa e mi viene incontro, sorridendo.
“Che cosa succede?”.
“Barbara ha un ritardo di due settimane”.
L'espressione del viso si rabbuia.
Quando si lavora da Mauro, dopo il pranzo e un caffè, di solito si presenta con una bottiglia di rum d'annata e due piccoli bicchieri. Oggi, chissà come mai, ha in mano le sigarette. Gli prendo il pacchetto.
“Che cosa fai?”.
Prendo l'accendino e accendo una sigaretta dopo quasi tre anni. Avevo deciso di provare a smettere prima di partire per la Russia, con la scusa che non trovando là le mie sigarette, non avrei avuto tentazioni. E ci sono riuscito: non fumo da giugno del 2003. Quella cosa bianca, cilindrica, mi attira, col suo pieno di accidenti.
“Quanti anni ha?”.
“46 a dicembre”.
Non mi gira la testa: durante la prima sigaretta, mi girava sempre la testa.
“Può non essere in stato di gravidanza, dai! Può essere dell'altro”.
“Andiamo a lavorare. Dammi una sigaretta”.
“No”.
“Vado a comprarle”.
“No, ne ho. Stai qua”.
Entriamo in studio. Dobbiamo finire la tavola. Devo comporre la relazione e raccogliere le parti amministrative.
Mauro mi passa le relazioni di Arnaldo e del Professore, arrivate per posta elettronica. Arnaldo ha mandato anche le immagini delle simulazioni sotto sforzo della fondazione e dei menhir. Sono così belle che decidiamo di stravolgere la tavola per inserirle. Rimane un vuoto che in qualche modo riempiremo.
Penso a Barbara continuamente: potrebbe essere successo prima di andare a Roma il giorno del primo sopralluogo per il monumento.
Prima di cena, finisco di mettere in ordine i tremila caratteri della relazione. Non è rimasto quasi nulla delle relazioni di Arnaldo e del Professore: la maggior parte è un testo che ho scritto pensando a quei ragazzi e per spiegare il nome del monumento. Mauro ha quasi finito la parte progettuale della tavola, scrivendo, alla base di ogni menhir, il nome di ognuno dei caduti.
Alle sette chiamo Barbara.
“Ciao. Come siete messi?”.
Sembra che la telefonata di oggi non ci sia stata. Le racconto quello che abbiamo fatto e il mio timore che Mauro si inventi qualcosa.
“Tipo?”.
“L'invenzione dell'ultimo momento, quella che sconvolge tutto, tipica di voi grandi architetti”.
“Ah ah!”.
“Come stai?”.
Silenzio.
“Bene, ora che te l'ho detto, meglio”.
“Detto, cosa?”.
“Scemo”.
Sento il suo sorriso illuminarle il volto.
“Ti voglio bene”.
“Lo dici perché sono incinta”.
“A parte che non è detto, e se fosse?”.
“Che sono incinta o che mi vuoi bene?”.
“Tutteddue”.
“Lascia perdere. Non mi sembra il caso”.
Silenzio.
“Ti voglio bene anch'io”.
“Bà, vedrai che è un falso allarme. Non preoccuparti”.
“Certo, tanto da questa parte dell'utero ci sono io, mica tu!”.
Non lo vuole. Sono sicuro che non lo voglia. Ha ragione: età, lavoro! Come si fa?
“Certo! Ma sono sicuro, non so perché, ma sono sicuro”.
“E per la Spagna?”.
Me n'ero dimenticato. Mercoledì dobbiamo andare a visitare la fabbrica a Castellon.
“Andiamo”.
“Bene. Cosa fate?”.
“Non lo so, chiedo”.
Mauro mi dice che andiamo a cena fuori. Barbara no, è stanca e cena a casa. Domani dovrà stampare, fascicolare, controllare tutto e dopo pranzo partire. Lunedì, alle 9,30 consegna a Volterra.
“Ci sentiamo domattina. Buonanotte”.
“Bacio. Saluta tutti”.
Porgo i saluti a Mauro.
“Come va?”.
“Bene. Non è serena, ma averne parlato le ha fatto bene”.
“Andiamo a cena”.
“Prima un tabaccaio”.
12 marzo
Non abbiamo fatto tardi. Abbiamo guardato un film. Ho mandato un sms a Barbara per darle il buongiorno.
La telefonata arriva che sono ancora in camera.
“Giorno!”.
“Ciao, come stai?”.
“Bene, non è successo nulla”.
E questo è il buongiorno.
“Dai, Bà, tranquilla, può essere un falso allarme!”.
“Vedremo. Non lo so”.
Penso a Barbara e accendo una sigaretta. Se Mauro ieri fosse passato col rum, a quest'ora potrei essere ubriaco.
“A che ora parti?”.
“Mi aspettano per cena, penso di partire verso le due e mezza. Ci vogliono quasi tre ore”.
“Hai un pò di tempo per preparare i documenti. Devi solo stampare?”.
“Sì, solo i testi”.
“Viene qualcuno a darti una mano?”.
“No, son poche cose. Mentre stampo, metto in ordine le tavole. Poi fascicolo. Vorrei essere a casa per pranzo. Devo fare ancora la valigia”.
“Vado, Bà. Dobbiamo ancora finire la tavola”.
“Ci sentiamo a pranzo, ti chiamo da casa”.
“Va bene, buon lavoro. Ciao”.
“Ciaooooo”.
Mi vado a lavare, mi vesto e scendo in cucina. Mauro è già lì, colazione pronta.
“Buon giorno, dormito?”.
“Ho dormito solo due ore”.
“Grà, ho pensato”.
Ecco, l'invenzione dell'ultimo momento. Quella prima di finire, un attimo prima di finire.
“Non ti devi preoccupare: succede anche a me”: mi verso il caffè, ma sono preoccupato.
“Scemo! No, ho pensato che, non avendo un rendering digitale, potremmo fare un fotomontaggio, partendo dal logo che hai già fatto”.
Pensavo peggio, cose tipo spostare il monumento, reimpostare la tavola. Non è difficile: basta una foto del parco sulla quale montare il bozzetto del maestro. Stupidaggini: basta avere lo stesso punto di vista, la stessa luce, cioè le stesse ombre! E non è che il parco sia qui, raggiungibile in pochi minuti. Il fatto che si parli di fotomontaggio, però mi solleva: per quello sono capace.
“Ci proviamo”.
“E ce la facciamo!”.
Il classico ottimismo di Mauro.
Andiamo in studio. Accendiamo i PC e installo il programma di grafica su quello dove lavoro.
Ci mettiamo a cercare una foto del parco da utilizzare per il fotomontaggio. Mi viene in mente di guardare le foto allegate al bando. Tra queste troviamo un'inquadratura interessante.
La ricerca riparte per trovare una foto del bozzetto che abbia caratteristiche di prospettiva simili alla prima. Certo, le foto si possono distorcere, ma questa deve essere l'ultima risorsa.
Confrontiamo le foto del modello con quella del parco che ha sullo sfondo il fianco della basilica. Quelle adatte sono tre.
Arriva Raffaello: secondo il suo parere si deve provare con due immagini e poi scegliere.
“Facciamo così: io scontorno le immagini, tu prova a disegnare l'esedra. Poi ci inseriamo il modello”.
“Aggiudicato”.
“E io riorganizzo la tavola”.
Faccio una copia delle foto del modello e apro la prima. Disegno la maschera per ritagliare il modello, la salvo e la porto sulle altre immagini. Modificarla è più veloce che ridisegnarla: un'ora per la prima maschera, mezz'ora per le altre due. Salvo e vado da Raffaello. Nell'immagine che abbiamo scelto, ha inserito un ellisse che è molto vicino all'esedra. Prende il primo ritaglio e lo mette al centro dell'immagine. Il risultato non è entusiasmante. Il secondo è molto meglio, si adatta con poche modifiche. Per scrupolo, proviamo col terzo, ma, anche in questo caso, la prospettiva è diversa.
I problemi sono: la luce, i colori e i materiali. L'esedra dovrebbe essere color travertino, i menhir acciaio. Raffaello si tocca il mento.
“Sai cosa faccio? Metto tutto in bianco e nero, così i materiali si spersonalizzano”.
Mentre Raffaello elabora il fotomontaggio, mi siedo vicino a Mauro per finire di sistemare la tavola: c'è da spostare qualcosa per fare spazio all'ultimo oggetto. Squilla il telefono: Gloria ci chiama. E io chiamo Barbara, che ha finito e sta per andare a casa. È stanca, non va con l'auto, ma col treno. Meglio, fino a Volterra da sola, la domenica pomeriggio, sono d'accordo.
Mi chiama quando parte.
Dopo pranzo, Mauro compare col rum e i bicchierini. Un altro momento che è propedeutico a una sigaretta.
Raffaello ha finito: il fotomontaggio è completo, bianco e grigio, con i toni sfumati. Manca qualcosa, ci sono i menhir, l'esedra, una panca, il percorso mistico: ma manca qualcosa, non capisco cosa. Mauro dice che va bene e la inserisce nel disegno, che finalmente è finito.
Parte Wonderful Tonight.
“Sono a Brignole, dovrei arrivare alle sei e mezza. A che punto siete?”.
“La tavola è finita. I documenti stampati, la relazione tecnica finita. Ma manca qualcosa”.
Mentre parlo, guardo il fotomontaggio sul monitor.
“Come, manca qualcosa?”'
“Le ombre, mancano le ombre dei menhir!: ci sono le ombre degli alberi, mancano quelle dei menhir”.
“Non capisco”.
Spiego del fotomontaggio a Barbara, che chiude dicendomi “vai a mettere 'ste ombre”.
Prendo il file e lo porto sul PC, dove lavoro.
“Mauro, vieni a vedere!”.
“Eccolo”.
Mentre si avvicina, gli spiego la storia delle ombre, mentre inizio la modifica del fotomontaggio. Mauro si mette alla mia sinistra, in piedi.
Traccio i punti di fuga con le linee guida e calcolo l'altezza del sole: l'ombra, le ombre danno ancora più risalto ai monoliti. Il bianco e nero rendono l'immagine drammatica.
“Sai come la chiamiamo? Protoimmagine del monumento!”.
Un'altra invenzione. Mi piace: prototipo, protoimmagine. Voglio vedere chi inserisce nel progetto immagini del modello e una PROTOIMMAGINE del progetto!
Mauro è soddisfatto, torna al suo posto, dopo una pacca sulla spalla.
“Devi trovare un albergo per domani!”.
Ecco, mancava un'altra cosa.
Cerco l'ufficio dove si consegna, vicino al Campidoglio. Vado su un sito di prenotazioni, inserisco i dati e parte la ricerca.
Chiamo Barbara. Deve essere fuori copertura: non risponde.
Tra i risultati scelgo un albergo nella zona Prati, col parcheggio privato. Almeno posso lasciare il malloppo in macchina.
“Finito, vieni a vedere che stampo”.
Mauro ha l'espressione soddisfatta. La tavola è sul monitor, risultato digitale di una fatica rilassata.
“Manda, così mentre esce dal plotter controlliamo il resto e chiudiamo”.
Ho preparato la montagna di carte sul tavolo in ingresso. Ci sediamo, iniziamo e parte Wonderful Tonight.
“Dammi un momento, la richiamo”.
“Figurati, faccio da solo. Salutala”.
“Ciao, sei arrivata?”.
“Sì, prendo un taxi e vado all'hotel. Tu?”.
“Finito. La tavola è in stampa, Mauro sta controllando i documenti”.
Il controllo di Mauro consiste nel contare le dichiarazioni e leggere la relazione, peraltro blindata dai maledetti tremila caratteri.
“A che ora parti?”.
“Non lo so ancora. Vorrei essere a Roma per le due. perché?”.
“Niente, così. Ti controllo”.
“Ti chiamo dopo”.
“Sarà meglio”.
Vado a prendere la tavola nel cestello del plotter e la porto in ingresso. È meravigliosa: in sostanza, un viaggio circolare dalla piccola planimetria generale, al dettaglio dei nomi dei caduti, all'immagine notturna a colori a quella diurna in bianco e nero. E, per finire, le foto del giro, a volo d'uccello, attorno al bozzetto. C'è chi mette immagini tridimensionali digitali: qui Il modello è reale.
“Bene: stampiamo, intanto prendo il cartone e la colla'.
“Non hai carta più pesante? Con la colla, sarebbe meglio”.
“Dovrei avere un rotolo da 100 grammi” e si avvia. La carta più leggera a contatto con l'acqua contenuta nella colla, s’impregna e si arriccia, possono sciogliersi i colori. E il lavoro va a farsi benedire. Ergo, il risultato è conseguente. Ci sono alcuni errori di battitura, che segniamo per correggerli.
Mauro torna con un rotolo ancora nel sacchetto di plastica e un foglio di cartone da 5 millimetri di spessore
“È da 120 grammi. Meglio”.
“Va bene, perfetto”.
Arriva Raffaello.
“Che bella!'
Mauro cambia la carta nel plotter mentre correggo quelle imperfezioni: quando la stampante è pronta, mando la stampa del disegno. Poi faccio le stampe in formato Acrobat da masterizzare per consegnarle su cd: pochi minuti e i cd finiscono nelle custodie. La stampa sarà una cosa lunga, c'è il tempo per una pausa, tabacco, birra e l'aria del giardino. Andiamo a chiudere il pacco dei documenti, dopo aver fascicolato i curricula. Prima di chiudere il plico amministrativo alcune copie di tutto. La mia copia finisce nella borsa di studio. Chiedo a Mauro un raccoglitore e metto via la sua copia e una serie di carte sparse per i tavoli.
Decidiamo come chiudere la scatola e di chiamare Barbara.
“Stai fumando?”.
“No. Fiatone, sai, l'età”.
“Mhmm. Non so. Cosa fate?”.
“Abbiamo finito. Stiamo stampando, tra poco chiudiamo tutto”.
“E domani?”.
Non ho programmato niente: ma l'albergo almeno, c'è.
“Ho prenotato nel quartiere Prati, dalle parti di Piazza Cavour”.
“È come se mi parlassi di aneurisma dell'aorta. Non capisco niente!”.
“Se tu venissi a Roma”.
Come esca fa veramente pena.
“Ma non ci sarò, quindi”.
“Come stai?”.
“Considerando tutto, bene. Non ho effetti collaterali. Ho lasciato un messaggio nella segreteria telefonica del mio ginecologo, oggi pomeriggio”.
Se avessi voluto capire se è preoccupata, questa è la prova. Domenica, chiamare un medico.
“Quindi?”.
“Niente. Non preoccuparti”.
“No, figurati! Non ridi da due settimane e non mi hai detto nulla. Sì, non posso fare nulla, anche se ti guardo negli occhi “.
“Graziano, lascia stare: prendila come una questione privata”.
“Certo, e io?”.
“Tu, sei un amore. La colpa è di una diagnosi sbagliata. Me ne assumo la responsabilità”.
“Sì, ma io ho fatto la mia parte. Ti ripeto, può essere un falso allarme”.
“E tu che ne sai?”.
“Niente, ma me lo sento”.
Non è verissimo: quel poco che so mi basta. Non è vero: quando è nata Cristiana, ho saputo da subito che era una bimba. Per Junior, non ho fatto in tempo: un'ecografia mi ha rivelato che il mio prossimo amico era un maschio.
“Mangiate a casa?”.
“Credo di sì”.
“Va bene. Vado a dormire. Domattina ho la riunione alle otto e mezza.
“Così presto?”.
“Sì, hanno consiglio di amministrazione alle dieci e devo spiegare il piano finanziario all'Amministratore Delegato”.
“E ce la farà?”.
“Smettila. Devo farcela io. Mi porto la parcella: sei mesi di lavoro!”.
“Se provi a sbattere gli occhi come fai con me, ti paga anche i prossimi sei!”.
“Ma smettila! Dove cenate?”.
“Non lo so, credo che prima finiremo”.
“Ti chiamo dopo cena”.
“Aspetterò”.
“Bacio”.
Mauro e Raffaello stanno misurando la tavola e il foglio di cartone, che è più grande.
“Prima incolliamo, poi rifiliamo”.
Raffaello stende la colla con un pennello; Mauro e io srotoliamo la tavola poco alla volta, facendo pressione con due panni bianchi. Alla fine la superficie è senza gonfiori e macchie di umido.
Raffaello prende un cutter e una riga di alluminio, affonda il taglierino nel cartone, tagliando con lentezza esasperante lungo tutto il lato del foglio.
Poi passa agli altri tre lati.
Mauro prende il pacco dei documenti e una risma di carta da pacchi enorme.
Il pacco è gigantesco. Abbiamo fasciato la tavola con uno strato doppio di carta, abbiamo firmato sul nastro adesivo. Sugli angoli, abbiamo creato dei rinforzi. Poi abbiamo legato il pacco con uno spago, fermato con la ceralacca, fissata dal sigillo bronzeo di Mauro. In mezzo, una grande etichetta col nome del progetto e dei componenti del gruppo.
“Vai ad aprire l'auto”.
“Vado”.
Prendo le chiavi e scendo in giardino. Sposto in avanti il sedile del passeggero, poi quello lato guida.
Mauro e Raffaello portano il plico sdraiato. Mi infilo nell'abitacolo da sinistra col sedile abbassato. Ma saranno meglio le cinque porte?
Mi passano il fianco del plico che tiro verso di me. Mauro va a prendere qualcosa e ci lascia metà fuori e metà dentro l'auto.
Torna con dei cuscini.
“Li mettiamo sul pianale, così non prende colpi” e crea un piano soffice e continuo tra i due sedili, sul quale adagiamo il plico.
“Vado a prendere la macchina fotografica”. e corro in studio. Voglio immortalare tutto. Mauro e Raffaello posano affianco alla macchina con le portiere aperte. È finita, ora la consegna. Arriva Gloria: vuol sapere se mangiamo a casa. Mauro mi guarda e risponde che siamo stanchi e che mangiamo lì: Gloria dice che ci pensa lei. Mauro torna in studio e Raffaello saluta e va verso la sua auto.
Chiamo Barbara, mi manca.
“Anche tu”.
Spero di non aspettare martedì per rivederla.
“Avete finito?”.
“Sì, abbiamo caricato tutto. Mancano le borse, ma è roba di domattina”.
“A che ora parti?”.
“Le otto, da qua ci vogliono quasi sei ore. Devo passare da Brescia, per evitare la tangenziale di Milano. Passo per Roncobilaccio, lo so, ma la tangenziale è peggio. Poi, quel tratto non lo conosco. Il casino della tangenziale, si”.
“Dovresti arrivare verso le due”.
“Sì. Tu?”.
“Mi han chiamato poco fa. Tutto confermato. Alle nove e mezza, dieci meno un quarto ho finito. Con pagamento effettuato, mi auguro”.
“Dovresti adottare il teorema del mio amico, sai quello dei PC con i nomi dei grandi del '400?”.
“Sì, mi ricordo”.
“Bene, Ax va dal cliente con il progetto su una mano e la parcella nell'altra. Se la parcella è sostituita dal pagamento, bene, altrimenti se ne va, portando via disegni e notula. Funziona”.
“Ma va! Li conosci tutti tu”.
“È vero! Dice che lo applica e che funziona. Va bene, lascia stare. Vado a cena”.
“Io vado a letto. Bacio”.
“Buonanotte, sogni d'oro”.
“Grazie. Che dolce! Anche a te!”.
Guardo il monitor, i suoi occhi e chiudo. Devo raccogliere le mie cose in studio, fare le copie dei files sulla pen drive, aiutare Mauro a fare ordine, cenare, dormire, poi andare a consegnare. A Roma. Cacchio, non andavo lì da quattro anni, ora due volte in quindici giorni. Dopo cena mando un sms a Barbara, col buongiorno, chiedendole di chiamarmi quando è sveglia.
13 marzo
Sono partito prima delle otto, appena ha chiamato Barbara. Sull'Appennino ho fatto la coda fino a Roncobilaccio, per tutta la salita. Per fortuna, sono passato da Firenze in un orario nel quale il traffico era in pratica nullo.
Barbara ha chiamato per dirmi che era andato tutto bene, che le avevano fatto il bonifico in diretta.
Dopo Firenze, sui lunghi rettilinei verso Roma, la noia diventa pesante. Solo sorpassi e un po’ di amarezza perché Barbara non viene a Roma. L'ultima telefonata è arrivata mentre andava in stazione a Livorno, dove l'accompagnava un autista del suo cliente.
A Settebagni la chiamo.
“Dove sei?”.
“Settebagni, lascio l'A1. Ancora 40 minuti”.
“Bene. Ci sentiamo più tardi”.
“D'accordo”.
E mi tolgo l'auricolare.
Appena prendo il raccordo anulare, chiama Mauro.
“Tutto bene?”.
Gli racconto della coda sulla salita di Roncobilaccio e di un viaggio noioso.
“Grà, poiché sono le due passate, non potresti consegnare oggi?”.
Giro sulla Flaminia.
“Sì, meglio: domattina ci potrebbe essere casino”.
“Sai dov'è il posto?”.
“Vicino al Campidoglio, Via Montanara”.
“Postaccio, in centro”.
“Dillo a me, che devo parcheggiare e far scendere il pacco!”.
“E che sarà mai!”.
Ride. In effetti, io cammino tutti i giorni con un pacco di quelle dimensioni in città, farlo a Roma dev'essere uguale!
Parte Wonderful Tonight.
“Mauro, ti devo salutare, sta chiamando Barbara. Ciao”.
Cambio l'auricolare.
“Dimmi”.
“Dove sei?”.
Guardo il navigatore.
“Lungo Tevere Flaminio”.
“Sei lontano dalla stazione Termini?”.
Un semaforo rosso mi permette di cambiare itinerario nel navigatore. Mi assale un dubbio ansioso.
“Un quarto d'ora”.
“Ci vediamo all'uscita della galleria. 'Spetta. Come si chiama questa via? Grazie. Via Giolitti. Ti aspetto lì”.
“Ma dove sei?”.
Ho il cuore a Termini.
“Sai cosa faccio? Vengo lì carico i tuoi bagagli, ti do l'indirizzo dell'albergo e ti chiamo un taxi!”.
“E io torno a Genova!”.
Mi ha fatto un'altra sorpresa.
“Dai, arrivo: grazie!”.
“Muoviti”.
Lunedì pomeriggio a Roma il traffico non è granché, arrivo a Termini in 15 minuti, giusto in tempo per cercare il cuore.
Via Giolitti è un casino: tutti aspettano qualcuno e c'è pieno di auto. Barbara è sul marciapiede, vicina al bordo: intorno a lei un magico vuoto. Giacca, camicetta sbottonata, jeans, borsa e valigia. Fermo l'auto, scendo, la raggiungo, raccolgo il cuore e ci abbracciamo a lungo. Quando l'abbraccio finisce, la guardo negli occhi a lungo. Lo sguardo è sereno, ma si vede che è preoccupata dal problema dei problemi.
“Proprio non puoi farne a meno, eh?”.
E mi bacia.
No, non ci riesco. La guardo negli occhi, poi prendo le sue borse e le metto nel bagagliaio. Scena già vista, ma stavolta siamo a Roma. Saliamo sulla Ginevra e Barbara sorride. Imposto la via dell'hotel sul navigatore.
Sono in giro per Roma con una ragazza. Non succedeva dal 1968, con una compagna di scuola, il primo amore, in pullman, andavamo a Piazza di Spagna, in mezzo agli hippy. Io fumavo già, lei, Susanna, no. Era figlia di un ufficiale dell'esercito, chissà che fine ha fatto.
Durante il tragitto, Barbara mi parla del suo viaggio a Volterra e che vuole tornarci senza impegni di lavoro. Non mi parla d’altro. E io non le chiedo nulla.
“Ci sono già stato”.
“Non con me”.
Arriviamo all'hotel e lascio Barbara in macchina per andare a chiedere del parcheggio. Il concierge prende il passaporto e mi dice che il parcheggio è vicino all'ingresso e che apre il cancello.
Torno alla Ginevra e vedo un lampeggiante sulla spalla del cancello attaccato all'edificio dell'hotel: porto dentro Ginevra e torno alla reception.
Faccio la registrazione, prendo la chiave elettronica e il telecomando del cancello. Barbara è davanti alla porta del giardino. Questa volta, la stanza è vicina all'ascensore.
La stanza è arredata con mobili antichi, il letto ha la testata imbottita; c'è persino un tavolino con due poltrone.
Una visita al bagno, poi svuotiamo le borse.
“Sono quasi le quattro. Vado a consegnare. Vieni con me?”.
“Certo”: così non posso fumare, ma mi fa piacere.
“Dai, alle cinque chiudono”.
“Non mi cambio, allora” e prende telefono e portafogli dalla borsa.
“Prima di cena torniamo, così mi cambio”.
Torniamo alla Ginevra e mi lancio per Roma. Senza il navigatore, venti anni fa, non sarei mai partito solo un'ora prima. Col navigatore, Roma non ha segreti, ma io non ne voglio.
Trovare parcheggio è stata dura! Un quarto d'ora di giri in via Teatro di Marcello, dalla parte opposta della destinazione: s'è alzato un leggero venticello. Forse è dovuto all'ufficio del Turismo.
Via Montanara è al centro di edifici antichi e il civico 8 non si vede. Camminare con 'sto pacco è fastidioso. Chiediamo informazioni a un capannello di uomini all'interno di uno slargo della via, mentre appoggio il pacco sul collo di un piede. La richiesta manda in crisi il gruppo: due si grattano la nuca, uno si gratta il mento; il quarto bofonchia confuso di chiedere a quel portone la, che forse sanno qualcosa: cento metri prima. Barbara mi sorride, disarmante.
All'ingresso di quella che sembra una chiesa, mi dicono di prendere l'ascensore, seguire il corridoio e prendere la scala. La scala?
Ascensore, Barbara che fa da chaperon, nel senso che mi fa strada, mi guida per un corridoio angusto che porta ad una scala. Una scala stretta, che devo affrontare di fianco, incrociando le gambe per scalare ogni gradino. E non c'è pianerottolo: per raccordare le rampe, i gradini sostituiscono il pianerottolo e la parete è curva!
“Vuoi una mano?”.
“Non è il momento e, poi, non saprei come fare”.
Gli ultimi gradini sono i resti di un fiatone terribile.
Un funzionario in giacca e jeans è appoggiato a un tavolo enorme, e guarda un registro. Si volta e ci vede.
“Prego, siete qui per il bando?”.
“No, stavamo provando la scala!”.
Ride: cosa avrà da ridere!
“Vado a chiamare i colleghi” e se ne va da una porta a vetri a due ante. Guardo l'orologio: cinque meno venti, ormai siamo dentro, può fare quello che vuole.
Il tempo di appoggiare il pacco e la porta si riapre. Una donna, una di quelle belle donne "che da giovane doveva essere bellissima e lo sa", alta più di Barbara, capelli biondo scuro, lisci, camicetta di seta e gonna marrone. Si presenta come Dottoressa Cruciani, responsabile della segreteria del concorso e noi come gli architetti Tale e Dei Tali.
“Ah, siete di Bergamo!”.
“Bergamo, Genova e Milano, Dottoressa”.
Prende il libro sul tavolo e scrive il nome del Maestro nella colonna mittente. Barbara controlla la dottoressa e le suggerisce il nome del progetto. La Dottoressa guarda l'orologio, prende un blocco e scrive.
“Questa è la ricevuta: il numero di protocollo è il 59”.
Barbara mi guarda.
“Scusi, protocollo interno al concorso?”.
“Sì”.
“Dalle tre di oggi?”.
“Sì”.
Non faccio in tempo a stupirmi che vedo una testa salire dalla scala. L'uomo ha in mano un pacco. Per una volta non sono arrivato ultimo.
“Bene, Dottoressa, arrivederci”.
Ci stringiamo la mano e Barbara saluta in maniera cordialmente professionale, con un grande sorriso, della serie "guarda bene e non scordarti di 'sto progetto!”.
Il tizio appena arrivato ha un pacco più leggero del mio, sembra non faccia fatica. Lo saluto con un cenno e mi dirigo verso quella magnifica scala.
Usciamo dall'ascensore. Andiamo verso l'uscita. Quella che sembra una chiesa è una chiesa sconsacrata, con tanto di navata centrale allestita come museo. Al centro e lungo le pareti ci sono delle sculture in materiali diversi, piccole, contenute in teche di lexan. Barbara mi guarda e mi fa cenno “andiamo” e si avventura tra le teche.
Mentre si aggira curiosa ed interessata, squilla un telefono: Barbara mette le mani nelle tasche e tira fuori il suo portatile. Una bestia, dove telefonare, è veramente l'ultima cosa. Foto, video, posta elettronica, non so cos'altro. Ah, un monitor 16/9!
“Ciao” e mi fa cenno “un attimo” con un dito alzato e si allontana. La guardo, non posso fare altro. Non mi piace farmi gli affari degli altri in generale: quelli di Barbara in particolare. Cerco qualcosa d’interessante nelle sculture, ma non trovo nulla, non me ne piace nemmeno una. Forse qualche anno fa quando me la tiravo da intellettuale e non mi perdevo neanche un’occasione che oggi definirei noiosa.
Barbara mette il telefono in tasca. Telefonata lunga.
“Era il mio ginecologo”.
Il viso è piantato nei miei occhi.
Non capisco cosa le ha detto.
“Mi ha detto che il ritardo è dovuto a una infiammazione che ho avuto 15 giorni fa”.
Non me ne ha parlato.
“Quando siamo tornati da Roma, dopo un paio di giorni ho avuto una cistite, proprio il giorno prima del ciclo”.
“Quindi?”.
“Quindi, mi ha detto di non preoccuparmi, che se mi preoccupo è peggio”.
Non è sollevata, ma sembra stia meglio, anche se ha lo sguardo rivolto verso il basso.
“Sembra ti dispiaccia”.
“Speravo mi dicesse qualcosa di definitivo in un senso o nell’altro; meglio in un senso”.
“Non ce ne sarà bisogno, vedrai”.
Usciamo dalla mostra, salutando il custode e torniamo in via Teatro di Marcello.
“Vedi, quel monumento che sembra il Colosseo? È stato adibito ad abitazione nell’’800!”.
Attraversiamo per raggiungere Ginevra. Quando siamo vicini all'auto, prendo Barbara per un braccio e la fermo.
“Stai meglio?”.
Sorride e sbatte le palpebre.
“Dovrei, lo so, dovrei”.
“Pero?”.
“Però, basta. Ora basta! Pensiamo a noi due”.
Il venticello dell'Ente Turismo le muove i capelli, che le finiscono sul viso.
“Pensa a te stessa: se sei a posto, me lo dici”.
“Non posso pensare a me stessa, ci sei tu. Voglio pensare a te”.
Le sposto i capelli e mi prende la mano per tenerla su una gota.
“Non voglio sapere che sei preoccupata. Non devi esserlo”.
Non so cosa fare e non voglio parlare del fatto che potrebbe essere incinta.
Non voglio che Barbara soffra.
“Che cosa vuoi fare?”.
“Andiamo da qualche parte?”.
Fantastico: non ho un'idea di alcun genere.
“Via del Corso?”.
“Va bene, andata”.
Bacio e saliamo in macchina.
“Devo avvertire Mauro e gli altri che abbiamo consegnato”.
“È vero!”.
Prendo un telefono e avverto il maestro che mi chiede cosa dobbiamo fare.
Poi chiamo Mauro.
“Ciao”.
“Com’è andata?”.
Mi volto verso Barbara.
“Male. Mi ha fermato la polizia”.
Barbara mi guarda preoccupata.
“Quindi?”.
“Niente. Mi hanno trattenuto per detenzione e spaccio”.
Pausa.
“Di progetti stupefacenti!”.
Barbara esplode in una risata meravigliosa.
“Scemo! Tutto a posto?”.
“Si, è andata, siamo il numero 59”.
“Ora cosa fai?”.
“Vado in Via del Corso con Barbara”.
“È lì? Bene, salutala. Il maestro?”.
“L’ho già avvertito. Poi chiamo gli altri”.
“Bravo. Dove andate?”.
“Non lo so, qualcosa faremo. Avevi ragione a voler consegnare oggi. Con Barbara con me, è meglio non avere impicci”.
“Divertitevi, buona serata”.
“Grazie, Mauro. Barbara ti saluta”.
“Grazie, stavo per chiedertelo”.
Chiedo al navigatore Piazza del Popolo. Tre chilometri e sei, molto Lungo Tevere. Inserisco la radio e avvio il lettore cd, Paul McCartney. Metto in moto e, come farebbe un romano, faccio un'inversione a "u" da urlo. Metto l'auricolare e avverto gli altri, sotto lo sguardo torvo di Barbara. Finito, chiamo ancora Paul, la Roby e Andrea: il mio mondo è finito. Spengo platealmente i telefoni, sotto lo sguardo compiaciuto dell'Architetto Greco.
Il traffico è intenso ma scorrevole, Barbara tiene la mano sul mio braccio. Arriviamo vicino a un ponte e vedo un'area di parcheggio. Entro e al secondo giro trovo un posto vicino a un parcometro. Pago fino alle sette e mezza. Un'occhiata al navigatore, una al panorama: Piazza del Popolo è là. Il ponte è dedicato a Pietro Nenni.
Prendo Barbara sottobraccio e raggiungiamo Piazza del Popolo. L'obelisco centrale è fasciato da un ponteggio! Deve essere un destino: Notre Dame a Parigi, San Basilio a Mosca. Si sparge la voce: arriva Farni, iniziano i lavori. Il giorno che riuscissi finalmente ad andare ad Atene a vedere il Partenone, se non ci sono ponteggi, non parto.
La piazza è enorme, meravigliosa.
“Questa piazza mi ricorda due cose: Baglioni e l'università”.
“Università?”.
“Composizione architettonica 1: ci hanno fatto studiare il tessuto di questa zona per spiegarci lo sviluppo urbanistico”.
“Risultato?”.
“25, Era il quarto esame: due 30 e un 24”.
“Niente male, come inizio”.
“Tu?”.
“Io ho iniziato, aspetta un momento. Tre trenta e una lode”.
Ci incamminiamo per raggiungere Via del Corso, senza che si faccia un commento su quell'informazione. Meglio.
Barbara fotografa l'inizio della strada, incorniciato dalle Chiese di Santa Maria di Monte Santo e Santa Maria dei Miracoli, le chiese gemelle.
La strada è piena di gente, turisti e romani. Giriamo per Via Condotti e arriviamo a Piazza di Spagna e vedo un ragazzino alto, magro, la riga da un lato, ciuffo, con un pacchetto di sigarette da dieci e i cerini in mano, seduto in mezzo alla scalinata, vicino ha una ragazza con i capelli neri lunghi, ondulati.
“Che c'è? Hai lo sguardo triste”.
“Per un attimo mi sono visto sulla scalinata, trentotto anni fa”.
Mi prende il viso tra le mani.
“Cose brutte?”.
“No, assolutamente. Una sensazione strana”.
“Non c'eri più venuto?”.
“No, ma questo non c'entra. Con me c’era il mio primo amore, le prime sigarette, tutto qui”.
Si dirige verso la scalinata, sale alcuni gradini e mi fa cenno di sedermi. Il marmo è freddo e Barbara stringe i denti.
“Non ridere. Mancano le sigarette”.
Metto una mano in tasca e tiro fuori le sigarette.
“Cosa fai facendo?”.
Le racconto quello che è successo sabato, dopo quella telefonata. Accendo una sigaretta mentre Barbara abbassa la testa. Le dico di come mi sono sentito, abituato a essere parte della sua vita e a esserne stato fuori per una cosa come quella per tutti questi giorni.
“Speravo di non doverti dire nulla. Che arrivasse il ciclo e si sistemasse tutto”.
“Non c'è nulla da sistemare. Il tuo medico ti ha detto le cose che dico io, quindi sii serena, ma non farlo più, non lasciarmi indietro. Non mi piace” e guardo la brace della sigaretta.
Barbara continua a guardare il gradino sul quale è seduta.
“Volevo proteggere il nostro amore”.
Non è possibile: l'ha fatto per me, voleva prendersi la colpa, come se fosse un fatto personale.
“Va bene. Ora però basta”.
Come dopo la sera degli amici, a casa sua.
“Ti voglio bene, ma stiamo insieme e facciamo vita insieme. E la vita è un posto dove non c'è nulla di più evidente di quello che vuoi nascondere. E tu, uno stato d'animo, non lo sai nascondere. Non la causa, quella non la sapevo, ma avevo capito che qualcosa non andava”.
Il marmo ormai deve essere consumato e Barbara si volta a guardarmi.
“Ho sbagliato di nuovo”.
“Vedi, non è uno sbaglio, hai deciso anche per me. Posso non essere d'accordo e risentirmi? Delle accuse della polizia, io ti ho parlato”.
“Giusto. Ora basta, ti chiedo scusa”.
Hai mai baciato una donna seduto sui gradini di Piazza di Spagna, in mezzo a centinaia di persone? Non farlo. Non smetteresti mai.
“Andiamo?”.
“Sì, dove?”.
“Potremmo tornare alla macchina, pensando dove andare a cena, passando per Via del Babuino”.
“Che sarebbe?”.
“Quella” e indico la via che parte alla nostra destra.
Ci alziamo e ci avviamo. Se Via del Corso l'avevo percorsa quando abitavo a Roma, questa è una novità. A metà circa c'è Via Margutta, sulla destra, verso la piazza.
Andiamo in un bar, dall'interno scarsamente illuminato, per l'aperitivo e decidere dove andare. Secondo Barbara, il ristorante all'EUR è lontano dall'hotel, Trastevere va benissimo.
“Prenoto, devo avere ancora il numero” e prende l'ordigno col quale si può anche telefonare.
“Buonasera”.
…
“Vorrei prenotare per due persone”.
…
“Farni, Architetto Farni”.
…
“Alle otto, va bene?”.
…
“Grazie, a dopo”.
Sono le sette e dieci. Non si cambia. Poi, sta bene così.
Beve un Martini Cocktail ed io un Negroni: non so perché, ma non sono capaci a preparare la caipirinha.
Per fortuna, con gli aperitivi portano un sacco di cose mangerecce, così il Negroni si stempera.
Barbara propone un brindisi, strizzando gli occhi e brindiamo al nostro futuro.
Pago e andiamo verso la piazza: l'obelisco è sempre abbracciato dai ponteggi.
Ovviamente, Trastevere è dall'altra parte del fiume rispetto a Piazza del Popolo, il traffico è movimentato. Troviamo parcheggio sul Lungotevere dopo Piazza Trilussa. Una fortuna sfacciata, oppure il segnale che è una bella giornata, il ginecologo, Nassiriyah; una giornata, che per la cena prevede il ristorante dove siamo stati a febbraio, che ci ha riservato un tavolo da sei posti, in un'area appartata, romantica.
Ordiniamo carciofi alla giudia e alla romana, un primo solo, tonnarelli alla gricia e poi abbacchio a scottadito, vino bianco dei Castelli e acqua. Non è un menu originale, ma è romano.
Barbara è di fronte a me, serena più di prima, con gli occhi luminosi. Questa giornata era necessaria, ancorché improvvisata. Stare soli e poter parlare le ha fatto bene. A parte i week end, non siamo mai stati insieme in questo modo.
Mangia volentieri, finiamo tutti i piatti e il vino. E chiudiamo con due whisky, io con acqua e ghiaccio, Barbara liscio, bevuto d'un fiato. Devo guidare, praticamente il mio è annacquato. Pagare è la solita rissa, risolta con "paga il più giovane". Prometto a Barbara che su questo tema, ce la mando, ma non riesco a pagare. Fuori dal ristorante l'aria è tiepida.
“Giro per Trastevere o Roman giro?”.
“Che Roman giro?”.
“Due o tre posti”, sto pensando a San Pietro e Colosseo.
“Tipo?”.
“Greco, o sorpresa oppure Trastevere a piedi”.
So che la sua sensibilità pantofolaia è attenta a queste differenze.
“Farni, meglio una sorpresa adesso che una camminata più tardi”.
“Allora andiamo”. e raggiungiamo la Ginevra. Imposto il tragitto per Colosseo, San Pietro, albergo.
E ci avventuriamo per la Roma di notte. Mi mancava. Ho visto Londra, Parigi, diverse città italiane, Barcellona, ma Roma mi mancava. Ed era una mancanza che doveva essere cancellata. Cancellazione che Barbara apprezza con commenti entusiasti. Anche il lungotevere è affascinante, niente a che vedere con i lungobisagno genovesi, ovvio. Barbara stavolta non dorme, mi tiene una mano su una spalla per tutto il tragitto.
Arriviamo in albergo, prendo Barbara sotto braccio e andiamo verso l'ascensore. In camera ci abbracciamo. Vado in bagno per primo.
Barbara ne esce dentro un accappatoio bianco. Lo toglie e rimane solo con le mutandine. S’infila sotto lenzuola.
“Non mi va di fare l'amore, ma voglio festeggiare. Lascia fare a me”. La festa inizia con un bacio.
14 marzo
Abbiamo dormito abbracciati. Barbara non ha voluto nulla, solo addormentarsi tra le mie braccia. Ho faticato a prendere sonno, poi mi sono addormentato per svegliarmi alle sette. Oggi torniamo a Genova e domani pomeriggio partiamo per la Spagna. Quella sarà una vacanza di lavoro, una visita a un produttore di rivestimenti, ma senza impegno. Prima di partire devo passare dall'ufficio per controllare il lavoro per Fogli e spedirglielo, poi volevo stampare il fascicolo dello studio da portare via. Il marketing non è il mio forte, ma non è pesante, quindi posso portarlo.
Barbara si sveglia, mi saluta con una stretta di naso, si stiracchia, occupando tutto il letto come sempre, poi si rannicchia di nuovo
“Come va?”.
“Benissimo, tu?”.
“Vedrai”.
Per cinque minuti sta accoccolata, muove solo una mano, mentre le accarezzo il capo. Poi si alza e va in bagno. Sono le sette e mezzo: non c'è fretta, solo cinque ore per arrivare a Genova.
Si apre la porta del bagno: Barbara esce, senza mutandine. Genova può aspettare, come sempre.
15 marzo
Sono riuscito a parlare con la segreteria del bando, con la dottoressa: sono stati consegnati 158 progetti.
Malpensa 2000 è enorme, per uno abituato all'aeroporto di Genova, il paragone è improponibile. L'auto l'abbiamo lasciata in un parcheggio esterno e siamo venuti qua su un minibus. La compagnia è simpatica, ci sono colleghi provenienti da diverse città, tutte del nord. Barbara conosce bene l'accompagnatore, Pedro Marqueña spagnolo doc, capelli e occhi neri.
Le presentazioni sono cordiali ma inutili: senza un badge col nome, finito il giro, i nomi sono dimenticati: siamo arrivati ultimi, quindi non ci saranno altri giri di presentazioni.
Ci danno i biglietti e andiamo al check in. Il volo è con una compagnia low cost spagnola, destinazione Valencia. Barbara mi ha raccontato i suoi viaggi precedenti. Ci porteranno a Castellon de la Plana, dove ci sono gli stabilimenti che visiteremo domani e venerdì mattina. Poi ci lasceranno liberi il venerdì pomeriggio e il sabato a Valencia, e, nel tardo pomeriggio, ci porteranno all'aeroporto, per il volo di ritorno. Tutto a spese loro, tranne il pranzo di sabato. Tutto per i loro clienti e Barbara gli ha fatto fare diversi lavori, quindi è un cliente di tutto rispetto.
Tutto perfetto: volo in orario, pullman fino a Castellon, grande albergo con atrio a doppia altezza con copertura in vetro e alluminio. Ci registriamo e ci fissano l’appuntamento per la cena, alle otto e trenta.
Andiamo in camera, sesto piano. Più che una camera, una piazza, con un letto enorme con due coppie di cuscini, salottino, scrittoio, mobile con frigo bar e televisore ventisei pollici, video benvenuto con musica di sottofondo. Moquette e rivestimento in stoffa alle pareti: se starnuti, non ti senti.
Il bagno è sullo stesso stile: rivestimento e pavimento in marmo, ripiano dei due lavandini in vetro verde, vano doccia a due piazze, audio del televisore, servizi all’italiana.
Svuotiamo le valigie: stiamo qua due giorni. Barbara è euforica, ho scoperto che parla lo spagnolo come l'italiano. Sta bene, uno spettacolo. Gira per la stanza in reggiseno e mutandine, apre il frigorifero, prende una mignon di champagne spagnolo e due bicchieri dal mobile. Si siede sul letto, mi dà i bicchieri, stappa la bottiglia e li riempie.
“Allora com'è la Spagna?”.
“A ovest della Sardegna”.
La cuscinata che riesco a evitare è formidabile, come il mio scatto per salvare bicchieri e contenuto.
“Ma è una battuta di Ringo Starr, dentro "A hard day's night" sull'America rispetto alla Groenlandia!”.
“Te lo do io Ringo Starr, vieni qua!”.
“Ferma, beviamo! Molla il cuscino o ti verso il vino addosso!”.
Barbara, col cuscino dietro la spalla sinistra, i capelli in disordine, è uno spettacolo. Molla il cuscino, sale sulle ciabatte e prende un bicchiere.
“Come hai trovato la Spagna? Attento!”.
“Mi appello al quinto emendamento: non ho trovato la Spagna, ho trovato altro. Per ora, giudizio positivo, ma è merito tuo, non della Spagna”.
Mi guarda di traverso, sembra indecisa su come prendere la mia risposta, però i suoi occhi sorridono.
“Va bene, Farni. Apprezzo. Brindiamo”.
I bicchieri tintinnano e li svuotiamo d'un fiato.
Il problema dei problemi sembra piccolo piccolo, nascosto in un angolo degli occhi di Barbara, relegato in un cantone. La telefonata del ginecologo di lunedì ha avuto il suo peso. E se il problema fosse che lei pensa che non sono quello giusto?
Per andare a cena Barbara ha indossato un vestito azzurro, con una giacca blu e un cappotto grigio, ha i cappelli raccolti e si è truccata pochissimo.
Scendiamo nella hall, poco prima dell'ora dell'appuntamento: qualcuno si gira a guardare Barbara che vola a un palmo da terra.
Marqueña è seduto in uno dei salotti e si alza per venirci incontro.
“Ola! Tutto bene, Barbara, Graziano?”.
L'accento è pochissimo, un italiano esemplare.
“Fantastico. Andiamo a bere qualcosa?”.
“Graziano, grazie: se bevessi con tutti gli ospiti, a cena, rotolerei sotto il tavolo”.
“Con tutti gli ospiti, ma io sono nuovo”.
“D'accordo, vamos”.
Barbara prende un Martini cocktail, Marqueña ed io una sangria, che secondo Pedro, è la migliore di Castellon. In Spagna, con gli aperitivi, non danno niente da mangiare e la dose di sangria è generosa: Pedro ha ragione, dovesse bere due, tre o più aperitivi per lui sarebbe dura.
Secondo Pedro il ristorante è vicino e, anche se non ci sono tutti, faremo presto. Come al solito. Io non sono puntuale: le poche volte che lo sono, c'è qualcuno che mi batte. Pedro raggiunge gli altri ospiti.
“Se ci portano dove siamo stati la prima volta, ci sarà da divertirsi”.
“Perché?”.
“Ho mangiato benissimo. Non ti dico altro”.
Barbara aveva ragione. Da qualche tempo sono un po’ stufo che la gente abbia spesso motivo di essere nel giusto, più spesso di quanto io respiri. E che a me capiti solo quando è banale. Sarà per questo, per la mia idiosincrasia per l'ovvio che non me ne frega niente.
Il ristorante è vicino all'albergo; durante il tragitto, Pedro mi dà la ferale notizia: passiamo davanti alla discoteca che ci ospiterà dopo cena. Lancio un'occhiata a Barbara, che mi risponde con una strizzata d'occhio.
La cena è eccezionale.
Antipasto di salumi e verdure, con la pata negra in prima fila. Un piatto ogni quattro persone: in Spagna si mangia insieme. Vino "tinto" cioè rosso, un pane ottimo. Poi portano alcune lastre di pietra, ognuna su una struttura di alluminio.
“Attento, sono caldissime. Ora arriva il meglio”.
Poco dopo, un cameriere porta un piatto con pezzi di carne cruda e uno con dei peperoni verdi, mai visti. Poi arriva una saliera di sale grosso.
“Guarda come si fa”.
Barbara prende il sale e lo mette sulla piastra, poi prende alcuni pezzi di carne e dei peperoni e li poggia sul sale. Gli altri fanno la stessa cosa. Barbara gira la carne e la verdura.
Ho paura che i peperoni siano piccanti, cosa che avrebbe fatto gioire mia madre. Invece, sono dolci e la carne favolosa, col sale cristallizzato. Aggiungo sale, carne e verdura sulla piastra, e faccio cuocere la carne un pò meno. Barbara apprezza: quando passa il cameriere, gli parla.
“Mi ha chiesto come va e gli ho detto che era poca”, poi si tocca la fronte.
“Mi sta venendo mal di testa”.
“Ora?”.
“Sì”.
Sentire che qualcuno ha mal di testa, per uno testato come portatore cronico e ereditario è un casino.
“Prendi qualcosa in albergo!”.
“Non lo so, vediamo”.
Un cameriere lascia carne e verdura. Gli altri non hanno fatto richieste.
Finiamo tutto, con i vicini che ci guardano.
Pedro fa il giro degli ospiti per chiedere com'era andata. Io credo che sappia del livello del locale, ma non tutti amano mangiare allo stesso modo.
Per finire, io che non amo i dolci, mi faccio convincere da Barbara a provare la crema catalana: arriva in una ciotola bassa, ha la superficie caramellata, che sembra un coperchio, un tappo. Faccio fatica, però è buona. Barbara ha sempre mal di testa: secondo me potrebbe essere diplomatico. La cena finisce, usciamo dal ristorante verso le undici e mezza.
Non è diplomatico. Barbara ha veramente mal di testa, ma sorride a Pedro, scusandosi se non andiamo in discoteca, ma è stanca al punto di avere mal di testa. Stanchezza, immaginavo.
Torniamo in albergo abbracciati. Passiamo dal bar: Barbara, incurante del mal di testa prende un Carlos Primero, rispettosa dell’ospitalità; io, meno ligio, un whisky di sedici anni.
Prendiamo l'ascensore mano nella mano.
Andiamo a dormire subito, Barbara sulla mia spalla, si addormenta presto. Non faccio in tempo a sentirla russare, che mi addormento.
16 marzo
Mi sveglio con la bocca impastata. L'ultimo whisky ha lasciato il segno. Barbara è in bagno, non ci sono suoni di acqua che scorre o di asciugacapelli.
Le tende non fanno capire che giornata sia.
“Farniiiiiiiiiii!”: la voce di Barbara arriva forte e argentina.
Mi alzo e vado verso il bagno: Barbara esce col viso luminoso, con indosso solo le mutandine.
“Che cosa succede?”.
“È fatta! Mi è venuto il ciclo!”.
Mi salta al collo e la stringo forte, stavolta non si lamenta. Mi stringe con le gambe e le braccia. Se è vero che in amore si diventa una cosa sola, ci siamo molto vicini.
“Non dici niente?”.
“No, mi voglio godere questo momento. Se prima eri bella, in questo momento sei meravigliosa”.
Barbara mi guarda e strizza gli occhi.
“Ti adoro”.
“A proposito, smettila di strizzare gli occhi così: non lo sopporto!”.
“Non ti piace?”.
“Mi piace da matti!”.
E lo rifà.
“Ma così?”.
“E basta! Scendi e raccontami. Come stai?”.
“Ti arrabbierai. Il mal di testa di ieri sera”.
“Quindi?”.
“Poteva essere un sintomo, ma non volevo creare illusioni”.
“Hai fatto bene, sono cose personali”: non è vero, mi fa incazzare il fatto che mi abbia escluso di nuovo, ma non voglio rovinare la sua gioia. E la mia.
“Avevo paura di sbagliare, ma ero troppo agitata e ho improvvisato”.
L'ultima volta che ha improvvisato, ho rischiato di essere incriminato per omicidio.
Mi siedo sul letto, sempre con Barbara in braccio. Non devo spostare le tende per capire che giornata sarà.
“Cosa vuoi fare?”.
“Una grande colazione, poi facciamo il giro con Pedro e gli altri, poi vedrò”.
Il programma della giornata non lo so, ma non m’interessa.
Barbara mi porta il rasoio elettrico e torna in bagno. Mentre mi rado, penso a cosa sarebbero stati questi due giorni senza questa cosa e cosa saranno con questa notizia. Barbara è tornata quella di prima, è di nuovo luminosa come prima.
Durante la "grande colazione", Pedro arriva e viene al nostro tavolo.
“Barbara, bueno dia! Devi aver dormito bene: sei una meraviglia! Graziano! Como vas?”.
Barbara si alza e lo abbraccia. Li guardo e mi vedo sorridere: non ci poteva essere aiuto migliore. Mando un sms a Mauro: risposta "Evviva!”.
La visita agli stabilimenti è veramente interessante. Linee di produzione di pavimenti e rivestimenti, laboratori per le analisi dei prodotti finiti, centro dello sviluppo della grafica per le superfici. Tutti i dirigenti salutano calorosamente Barbara, chi in spagnolo, chi in italiano. Una prova della sua importanza.
A metà mattinata, pausa al bar interno. Dopo ci fanno vedere i depositi delle materie prime e i magazzini, impressionanti: altezza venti metri, completamente automatizzati, sia per lo stoccaggio che per lo scarico.
Il pranzo è in uno dei ristoranti interni. Antipasto comune e poi una paella, cotta in una pentola enorme che due camerieri fanno vedere a tutti i commensali.
“La paella è meravigliosa, ti piace?”.
“L'ho anche preparata, per nove persone, non venti”.
Portano i piatti pieni di riso con carne, pesce e verdure. Mi faccio coraggio, affondo la forchetta e assaggio. È buona, incredibile. Guardo Barbara: il suo viso dice “visto?” e non posso che assentire. Me ne faccio dare un altro piatto, con il viso stupito di Barbara.
Il pomeriggio è dedicato a uno stabilimento che trasforma pietre naturali, con macchinari enormi. Una di queste, tratta la superficie di una pietra con una batteria di ugelli con una fiamma che ne brucia la parte superiore. Come nei laboratori delle cave di porfido in Trentino.
Dopo un coffee-break e un altro giro, alle cinque ci portano in albergo, con l’appuntamento ancora alle otto e mezza, per la cena.
La camera, dopo aver camminato buona parte del giorno, è un'oasi e non solo per le dimensioni e il comfort. Mi faccio la doccia e raggiungo Barbara sul lettone. Mi addormento appoggiato sulla sua spalla.
Quando mi sveglio, Barbara non c'è. Esce dal bagno, in mutandine, in punta di piedi.
“Sulla moquette, non devi camminare in punta di piedi!”.
“Ma buona sera, pelandrone. Sono in punta di piedi perché sono senza scarpe, e non per non disturbarti! Anzi: devo andare in farmacia, vieni con me?”.
La guardo. È proprio una bella donna. Ora che è serena, è ancora più bella.
“Certo, andiamo!”.
Ci vestiamo e andiamo nella hall. Barbara chiede a una ragazza alla reception, dove è una farmacia: del dialogo, capisco solo plaza.
La serata è tiepida, Barbara sembra conoscere la strada e andiamo in giro per Castellon, sottobraccio. Trova la farmacia, entriamo, chiede qualcosa e la commessa le porta quello che sembra un trofeo, femminile ma un trofeo: una confezione di assorbenti.
La cena stasera è in un ristorante di alto livello, più alto di quello di ieri sera. Non lo rimpiango, mi piacciono anche questi posti, ma avrei preferito tornare da quella piastra rovente. Qui ci sono tavoli rotondi da sei posti. Ognuno ha un biglietto con nome e cognome. Siamo al tavolo di Pedro, prova dell'importanza di Barbara. Ieri sera eravamo su una tavolata unica, molto più conviviale, cordiale.
Mentre prendiamo da bere al bar dell'hotel, Barbara mi dà la triste notizia
“Stasera non riusciremo ad evitare la discoteca!”.
Non possiamo neanche dire che uno di noi è in stato di gravidanza.
17 marzo
Al mattino chiudiamo le valigie perché qui non torneremo. Partiremo direttamente dalla fabbrica, nel pomeriggio. Andiamo a fare colazione e Barbara, sempre più in forma, mangia moltissimo, salumi, formaggi, brioches, fette di torta e beve spremute e caffè.
“Non mangi?”.
“Non è che io non mangio: se confronti la tua con la mia, sembra che io non faccia colazione!”.
“Sarai innamorato”.
“Sarò”. e mi strizza gli occhi.
Quando arrivano i complimenti di Pedro, mi alzo e dico che vado a prendere le borse in camera.
La visita del mattino ci ha portato nelle aree di produzione di sanitari, docce e vasche idromassaggio. Uno spettacolo, la linea di produzione delle docce in vetroresina e le vasche idromassaggio da venti posti!
Ci portano a mangiare nel ristorante interno, l'altro, non quello di ieri: piatti di carne e pesce, pata negra e formaggi. Vino e birra, cerveza.
Dopo pranzo, ci fanno vedere un piccolo stabilimento (piccolo, insomma) dove producono piastrelle per pavimenti e rivestimenti, riproducendo tecniche antiche, per le finiture e le superfici, con risultati eccezionali. Alle quattro e mezza, ci portano al pullman per Valencia.
Torno a Valencia dopo sei anni. L'altra volta ero con un'amica, un viaggio tra colleghi, organizzato dall'ordine degli Architetti di Torino per celebrare Santiago Calatrava, architetto spagnolo emulo di un altro grande architetto spagnolo, Antoni Gaudí. Vista l'esperienza romana con Barbara, potrebbe essere una buona occasione. Sono curioso di vedere se fa il Cicerone come a Roma, alla città delle arti e delle scienze di Calatrava.
La sera del secondo giorno, il 30 Novembre 2000, torniamo in camera e apro il televisore sul televideo di RAI 1. La notizia è terribile: nelle righe c'era scritto che George Harrison era morto. Mi sono sentito vuoto, un pezzo di me se n'era andato. Ho mandato l'amica nella hall. Poi mi hanno telefonato e mi hanno convinto a uscire. Al mattino ho letto tutti i giornali che c'erano nella hall. Io non parlo lo spagnolo, eppure, forse per la rabbia e il dolore per la morte di uno che era immortale prima di morire, sono riuscito a capire il testo. La sera ci siamo spostati a Barcellona. Su una rambla ho comprato una copia del Times. A sera, leggere i giornali catalani è stato come guardare gruppi di lettere, posti ordinatamente, separati dalla punteggiatura.
Valencia è una città con due facce. La parte moderna, verso il mare, è quella dove siamo alloggiati, in un albergo a cinque stelle, su una strada con quattro corsie per senso di marcia. Siamo vicini alla Ciudad di Calatrava.
Anche questa camera è enorme. Unica cosa inquietante: pavimento, pareti e mobili sono neri. Il letto è enorme, struttura blu, copriletto grigio, e, anche qui, quattro cuscini. Mamma mia! Barbara si guarda in giro, stupita.
“Non è male!”.
“Certo, non ci devi vivere!”.
“Scemo!”.
Si è spogliata per rimanere solo con la biancheria.
“Vado a farmi la doccia”.
“Io svuoto le borse e scelgo cosa ci mettiamo stasera”.
Il bagno è sui toni del beige. Anche qui, doccia enorme, lavandino doppio, su ripiano in marmo. In un angolo c’è una lastrina in ottone con il nome del nostro ospite. Dopo aver visto come producono, ora provo i loro prodotti!
Torno in camera dentro un fantastico accappatoio bianco. Barbara è a letto, con le braccia fuori dalle coperte, televisione su MTV.
“Vieni sotto coperta per un pò di coccole?”.
Barbara ha lasciato fuori jeans, camicia azzurra, maglione blu e giacca blu per tutti e due: i Blues Brothers! Los Blu Hermanos!
Scendiamo nella hall, arredata in maniera troppo moderna, fredda.
Quando siamo arrivati, non me n'ero accorto, forse un pò per stanchezza. Ora, nonostante la stanza nera, rilassato, la doccia e Barbara, questo posto è proprio gelido. Andiamo al bar, trespoli altissimi, scomodi. Nella bottigliera vedo la bottiglia della mia cachaça preferita e ordino una caipirinha; Barbara un Negroni. Bevibile, preparata come si deve; il Negroni è più facile.
Pedro è con gli altri ospiti, in una delle sale dell'atrio. Quando ci vede, molla la compagnia e viene verso di noi.
“Questa sera andiamo a cena insieme. Domani giornata libera: dobbiamo essere qui alle cinque, per andare all'aeroporto”.
Il viso di Barbara s’illumina.
“Possiamo fare quello che vogliamo?”.
Chissà cosa ha in mente. Io vorrei andare alla ciudad ma aspetto di capire cosa succede stasera, se nel gruppo viene fuori qualche idea. Mi auguro di no. Sono simpatici, ma ho in mente la Ciudad e una paella come si deve.
18 marzo
Ieri sera ho mangiato male. Pedro si è accorto del livello del cibo e si è scusato a nome dell'azienda. Lo schifo però è rimasto. La serata si è chiusa al piano bar dell'albergo, dove, per fortuna, il pianista non c'era. Ho preso in mano una chitarra e ho suonato, per Barbara, “Wonderful Tonight” e “If”.
Barbara aveva gli occhi lucidi. Non ho mai cantato così bene. Sì, canzoni che non richiedono gran voce, corde vocali estreme come quelle di Freddie Mercury o Robert Plant. C’erano anche gli ospiti che non erano scappati in camera: quella che non mi è mai mancata è l’incoscienza di fare lo scemo in pubblico. Ho suonato, da solo, “Senza fine” davanti a duecento persone, sul sagrato della chiesa a Priaruggia. Poi, in un ristorante vicino a Mosca, davanti a italiani della nostra compagnia e a perfetti stranieri, russi e italiani, di nuovo “Senza fine” e “La canzone del sole”, ma come ieri sera, mai.
Anch’io ho avuto dei problemi: ho dovuto correre in bagno durante la notte. Barbara, per fortuna, no. Al mattino, di nuovo. Due volte. Barbara mi dà una compressa contro questo casino. Io ho in valigia tutto per il mal di testa.
Scendiamo a fare colazione, e troviamo Pedro, che ci informa che la maggior parte dei suoi ospiti è in camera, con dolori di stomaco e problemi all’intestino.
“Già fatto, ho passato una notte infernale”.
“Mi dispiace, protesterò con il ristorante”.
“È inutile”.
“Che cosa dite? Liberiamo chi sta bene perché faccia quello che vuole?”.
Barbara mi guarda.
“Noi vorremmo vedere un paio di cose. Se ci dici gli orari, ci adattiamo”.
Pedro non vorrebbe che Barbara non facesse parte del gruppo: ma mi sa che non ha neanche un gruppo.
“El vuelo è alle sette e mezzo. Un pullman parte da qui alle cinque per l’aeroporto. Potete lasciare i bagagli alla concierge”.
“Pedro, molte persone devono curarsi, non possono mica fare il viaggio in queste condizioni. Portali in farmacia così si fanno dare dei farmaci”.
“Va bene. A pranzo?”.
“Non so, ci sentiamo”.
“Hasta luego. Buona giornata”.
E se ne va.
Barbara mi sorride: un bicchiere di succo d’arancia e prendo la pastiglia che mi ha dato Barbara. Dopo dieci minuti, mi alzo dal tavolo e scappo in camera. Sono contrario alle medicine, a parte quelle per il mal di testa.
Quando esco dal bagno, Barbara mi dice che quella corsa poteva essere l’ultima, che la medicina è efficientissima. In effetti, lo scombussolamento dell’intestino, con l’ultima opera è scemato di molto. Oggi, intanto mangerò riso, quindi.
Per andare alla Ciudad di Calatrava, facciamo una passeggiata: non è lontana, si vede dalla finestra della nostra stanza. La giornata è grigia, ma l’aria è tiepida.
La Ciudad des Artes e das Ciencias comprende diversi edifici: un museo, un acquario enorme; un teatro, un giardino pensile, con sotto i posti auto.
Andiamo al museo: Barbara rimane estasiata davanti al pendolo di Foucault e da una coppia di antenne satellitari, distanti trenta metri. Se si parla contro una parabola, la voce arriva nell’altra. Barbara non mi fa andare su una sedia collegata a un giroscopio, che la fa ruotare su tutti gli assi possibili e immaginari: la scusa è semplice.
“Non vedi che quello che la sta provando ha vent’anni? Dai, lascia stare, andiamo”.
Al soffitto sono appesi due aerei, un biplano della prima guerra mondiale e un aereo a reazione con le ali a delta. Ci sono un sacco di giochi/esperimento, Barbara mi filma mentre faccio avanzare la ruota quadrata. Poi ci sono degli spazi sulla storia dell’uomo, il cartonato di alcuni geni dell’umanità, posti come una squadra di calcio, con una testa mancante, dove puoi farti fotografare in mezzo a quelle teste meravigliose. Ci sono Einstein e Planck, gli altri non li conosco.
La visita porta via tutta la mattinata. Il mio intestino ha smesso di dare i numeri. Ho fame, la camminata con diverse rampe di scale mi ha messo appetito.
Squilla il telefono di Barbara. È Pedro.
“Gli altri vanno a pranzo in centro”.
“Che peccato non poterli raggiungere!”.
Barbara ride, di gusto.
“Sposta il naso che ti sta crescendo. Andiamo a mangiare?”.
Usciamo dal museo. Davanti ci sono due enormi vasche, per tutta la lunghezza, profonde meno di un metro. Ai lati delle vasche due scale che portano al livello più alto del museo.
L’autista del taxi è simpatico, fan dell’Alcaldessa, un avvocato di cui parla molto bene, ma soprattutto lentamente, così capisco quello che dice. Gli chiedo se conosce un ristorante dove mangiare una buona paella. Ci pensa lui, ci spiega che è il primo sul lungomare, che li conosce bene.
Scende dall’auto con noi e ci accompagna. Fa chiamare un signore e ci presenta come suoi amici. Ci salutiamo, mi faccio dare il suo numero di telefono e il signore ci accompagna a una tavolo nella veranda con vista mare.
Ordiniamo antipasto di pesce e paella valenciana per due. Per il vino lasciamo fare al nostro ospite, però “blanco, senor” e acqua minerale gasata.
Ci portano un piatto di pesci cotti e crudi, tanto grande che mi fa pensare che abbiano capito che aspettiamo qualcuno.
“Se non ti senti, per via dell’intestino, non mangiare”.
Devo prendere il sale dal tavolo vicino.
“No, credo di farcela”, e spazzoliamo tutto.
Il vino è forte, 13 gradi: per un vino bianco non sono pochi.
La paella arriva in un’unica grande paellera, gamberi, cozze, vongole, verdura, salsiccia, pezzi di carne e riso, di un magnifico colore, che solo la pimenta è in grado di dare. Lasciano la pentola su un tavolo di appoggio nell’angolo tra me e Barbara, che mette riso e il resto nei piatti. La vista è eccezionale, il gusto anche. Il tassista aveva ragione. Sul mare c’è una barca che sembra una vela di Coppa America. Ha le vele scure.
Finito di mangiare, facciamo la solita manfrina per pagare, ma stavolta Barbara non la spunta.
Andiamo sulla spiaggia, una distesa profonda, sabbia sottile e arriviamo fino alla battigia, mano nella mano. Camminiamo a pelo d’onda fino a un albergo in puro stile romano antico. Torniamo sulla strada e Barbara si siede sul muretto che divide il marciapiede dalla spiaggia. Si leva una scarpa e si pulisce il piede con un fazzoletto di carta. Le porgo un tovagliolo del ristorante.
“E questo?”.
“Pensavo ti servisse”.
“No, da dove esce?”.
“Dal ristorante, quando ho preso il sale dal tavolo vicino al nostro, è caduto e l’ho raccolto”.
“Ah, l’hai raccolto e ti è rimasto appiccicato alla mano?”.
“Perché, ti sembra appiccicoso?”.
“Assolutamente no”.
La pulizia dei piedi finisce con la piegatura e la consegna del tovagliolo.
Chiamo il tassista Jorge, e ci mettiamo d’accordo per vederci davanti al ristorante. Lungo la strada, dal lato a monte, c’è un luna park: ancora chiuso. Sono le tre e mezzo. Quando arriva Jorge, gli chiedo di portarci a fare un giro turistico.
Fa il giro della città e ci racconta i posti dove passiamo. In Plaza del Ayuntamiento lo faccio fermare al parcheggio dei taxi e andiamo in un bar a bere. Barbara un the, Jorge ed io una cerveza, buona.
Alle cinque, Jorge si ferma davanti all’albergo, giusto in tempo per veder parcheggiare il pullman dei nostri ospiti. Lo saluto cordialmente con reciproco scambio di promesse di rivederci.
Per fortuna l’aereo è partito con un leggero ritardo e dovrebbe arrivare attorno alle nove e mezzo. Il volo di ritorno è di tutto riposo: il solo pensiero di dover tornare a Genova, da Malpensa, oltre 210 chilometri, mi fa stare male.
“Non abbiamo pensato a un albergo a Milano per stanotte”.
“Vero: possiamo sempre provare”.
“E se andassimo a casa, fermandoci a mangiare da qualche parte?”.
“Andiamo a casa, dai”.
“Se ti fa piacere, andiamocene a casa, guidiamo un pò per uno”.
All’aeroporto aspettiamo le valige per un’ora e mezza. Una cosa vergognosa: e questo è un grande hub internazionale. L’errore è mio che ho fatto caricare i bagagli nella stiva, per portare a casa cinque chili di riso valenciano, per cui i trolleys superavano il peso consentito e non potevano stare in cabina! Poi dobbiamo aspettare la navetta che ci porti al parcheggio della Ginevra. Partiamo alle 11 e mezza.
Siamo arrivati a casa alle due passate, ci siamo fermati a mangiare a Dorno, nell’autogrill a ponte, a circa trenta chilometri da Milano.
Domani è domenica: mi viene in mente Rossella O’Hara. Te lo risparmio.
SECONDA PARTE
ALLEGRO
10 aprile
Abbiamo consegnato il lavoro di Fogli. Incredibile ma vero: mi sono dovuto spostare poche volte, tra Genova e Bergamo, per il coordinamento. Fogli è venuto a Genova per la consegna in pompa magna. Assessore, Vice Sindaco, Dirigenti, Rossana, cogli occhi luminosi solo perché l’ho citata presentando il progetto. Fare queste presentazioni mi capita spesso. Pensa che quando è morto il Nostro Presidente Partigiano, il Segretario di sezione, prima di un congresso, mi ha chiesto di fare l’elogio funebre. Quando ho finito, uno dei presenti, un pezzo grosso del partito a livello locale, mi ha detto: “Sei un sessantottino del duemila, complimenti”.
L’Assessore ha parlato di grande progetto, di investimento adeguato alle aspettative della giunta e della città. E ho pensato che doveva arrivare uno da Bergamo per fare l’operazione, che il progetto era stato fatto anche da genovesi. Per il Primo di Aprile, Fogli ha pagato, il giorno dopo la consegna, fuori dal Teorema Ax, ma va bene così.
Barbara ha finito un lavoro con Luciano. Hanno consegnato insieme, sono andati a Sanremo e sono tornati in giornata. Barbara ha portato un suo collaboratore, con la scusa del PC portatile per la presentazione.
Sono davanti al computer, aspetto i risultati delle elezioni. Lo faccio sempre, ma questa volta sono più interessato del solito. A parte la passione per le statistiche e il tifo per i più deboli, in questa occasione il mio interesse è di parte, per il monumento.
Questa volta si corre il rischio che vinca la sinistra: ci sono i presupposti perché le cose cambino. Potrebbe essere un problema per il monumento, che è pur sempre un’iniziativa del governo di centro destra. L’unica cosa che mi conforta è che hanno stanziato i fondi ed una parte li abbiano già spesi per il bando, stanno in ogni caso assegnando quindici premi. Si, 90.000 euro, non saranno quelli a minare il bilancio dello stato.
Aspetto i primi risultati, poi chiamo Mauro. Sto seguendo una radio sul web su un monitor, sull’altro il sito del Ministero dell’Interno, dove dovrebbero comparire i risultati ufficiali.
“Mauro, il governo ha perso”.
“Sarai contento?”.
“Non mi sono spiegato. Non vorrei che fermassero tutto”.
“E perché? Dici che essendo un’iniziativa del governo di centro destra potrebbero fermare tutto?”.
“Tutto può succedere. Tieni presente che la sinistra era contraria all’intervento”.
“Hai ragione, non ci avevo pensato. Aspettiamo che si insedino, poi sentiamo Roma, la Dottoressa Cruciani”.
“Va bene. Per ora facciamo finta di niente: la prima fase non è ancora finita, quindi ci potrebbe interessare poco”.
“Crederai mica, sul serio, che fermino tutto?”.
“Non lo so, non mi stupirei”.
“Dai, tranquillo, c’è un tale movimento d’opinione che sarebbe una pazzia”.
E allora perché non si parla del monumento ai Caduti di Nassiriyah? Televisione ne guardo poca, ma non mi sembra di aver sentito notizie. Sui giornali meno ancora.
“Vero, ma non mi fido lo stesso”.
“Di, aspettiamo che siano a posto, in carica, poi sentiamo”.
“Ciao”.
Non mi ha convinto, ma non era quello che volevo. Qualcosa per quei ragazzi deve essere fatto. Non sono di un governo o di un altro, sono prima di tutto di coloro che li hanno persi, poi di tutti. E vorrei veramente che ci sia un posto dove non dimenticarli. Certo, se non era per qualcuno che ha pensato al monumento, non mi veniva nemmeno in mente: ora è diverso. Ci sono dentro, ho la gente giusta, i migliori che potessi trovare e, maledizione, un governo non può fermare il ricordo di quella strage.
25 aprile
La cosa che mi preoccupa è dare “solo” gli ultimi anni della mia vita a Barbara, quelli che potrebbero essere i peggiori. Non oso chiederle di sposarmi.
Abbiamo fatto il trasloco del mio studio, approfittando del ponte.
Barbara si è occupata dello sistemazione nella nuova stanza.
Entrare in studio e pensare di andarmene, dopo dodici anni, è stata dura. Era il mio studio, ci ho dormito, lavorato, giocato, mangiato per dodici anni. Chi entrava diceva che era il “mio” studio, con Excalibur e, in un angolo, il tecnigrafo.
Negli scaffali ho trovato il diario della quinta effe, l’ultima classe di liceo che ho frequentato con Andrea. Emozionante: decorato con disegni, la caricatura di Frank Zappa, le foto di altri personaggi della musica rock di quel periodo su adesivi pubblicati da una rivista musicale dell’epoca, il disegno di un rinoceronte, il logo di Peter Hammill e degli Yes. Cartellini di acquisti, della bambola “Carolina”. I compiti, giorno per giorno, i voti delle interrogazioni e dei compiti in classe, i dischi che acquistavo, i concerti che andavo a vedere al Teatro Alfieri, l’orario delle lezioni.
Barbara ha impacchettato tutto. Sulle mensole avevo una raccolta di modellini di auto Ferrari e di altre marche; una collezione di aerei in metallo, una di velieri di ogni epoca. Ogni elemento è stato fasciato dentro fogli di giornale. I CD sono stati trasferiti dentro i raccoglitori. I libri sono finiti dentro scatole prese dai negozi sotto l’ufficio.
Alle pareti c’era appesa una serie di foto, quadri, immagini, niente a che vedere col suo stile ordinato. Sembrava che i chiodi fossero stati gettati sulle pareti e dove si fissavano, secondo le dimensioni, venivano appesi i quadri. E non avevo idea di come metterli nella nuova destinazione, né se ci stessero.
Ho buttato via una marea di carte, ho buttato via tutto quello che aveva più di cinque anni, senza controllare cosa contenessero le cartelle o i raccoglitori. Rotoli di disegni su carta lucida, coi bordi disfatti dal tempo, dall’umidità, dagli urti; un peso enorme: buttati via senza guardare cosa avevo disegnato. Senza pietà.
Per il trasporto dei mobili Barbara ha chiamato due suoi fornitori di arredi per ufficio per lo smontaggio e il montaggio. Lo smontaggio ed il montaggio dei mobili è stato semplice: guardare è molto comodo.
La parete di fronte alla porta d’ingresso, vetrata, a due ante, è una grande finestra che va da pavimento a soffitto, con le ante scorrevoli, da una parete all'altra. Una volta sistemati i mobili, la scrivania, non rimane molto spazio. Poi aggiungi i raccoglitori per oltre 500 CD!
Prima montiamo le mensole per aerei e velieri; le automobili in miniatura finiscono sopra i raccoglitori dei CD. In ingresso si è formata una montagna di fogli di giornale stropicciati, che Barbara raccoglie meticolosamente per il riciclo dentro un sacco di plastica nero, enorme. Quello che resta libero delle pareti è disarmante.
Inizio a mettere i quadri dalla parete dietro la mia scrivania, con le foto dei miei lavori, la Rotonda di Palladio a Vicenza, la Tour Eiffel, una foto con Paul dove Banderas gli assomiglia e quella con Mauro dietro al bozzetto del monumento. Il quadro della Via Garibaldi a Genova coi due prospetti e la pianta. Una riproduzione dei parametri del Vignola, il Bigo a Genova. La prima tavola del progetto e la mia proposta per un albergo ad Abu Dhabi con la società di Bergamo, i miei disegni del liceo, in bianco e nero, a matita al tratto.
Il collegamento dei due PC alla rete non ha creato problemi. Pensavo di dover diventare matto con gli indirizzi IP dei computers, invece il server dello studio di Barbara ha connesso i PC tra di loro, a se stesso, alla rete interna e al WEB.
Tutto funziona in un lampo, anche il mio plotter finisce sulla rete dello studio Greco, disponibile per tutti. Le tre stampanti seguono lo stesso percorso.
La prima cosa che voglio far funzionare, finiti i controlli dei PC, sono le casse della scheda audio del PC. Collegate, mi fermo.
“Bà, dovrò tenere la porta chiusa, radio o MP3, c'è sempre qualcosa di sonoro”
“Vuoi sentirti a casa tua? Fai quello che vuoi”. Apro ITunes. Scorro l'elenco dei brani ma so dove arriverò. Cerco “White Rooms” dei Cream del 1968, Eric con Jack Bruce e Ginger Baker, da “Wheels of Fire”. Parte e le note si spargono per lo studio, per il nuovo ufficio. Potevo iniziare con qualunque altro brano, ma era l’ora di “White Rooms”.
Informo i Magnifici Tre del trasloco e Roberta mi chiede di Barbara. Finiamo tardi e andiamo a mangiare una pizza al Quartiere Azzurro, a Nervi.
26 aprile
Barbara è sveglia da un pò, è spiattellata sul letto come al solito.
“Devo verificare una cosa, ma ho una sorpresa per te”.
“Aiuto”.
“Smettila!”.
Si gira e si piazza sopra di me.
“È una faccenda seria, ma ci terrei”.
Non riesco a capire. Capisco quello che ha in mente.
Andiamo in ufficio insieme, con la mia macchina. Luigi è già nel suo nuovo ufficio a familiarizzare con i collaboratori di Barbara.
Mi accompagna nella mia stanza che è ancora in ordine, ma non lo sarà per molto. Con un gesto plateale e un inchino, mi invita ad entrare.
“Farni, si accomodi!”.
Raggiungo la scrivania, nuova, in legno, con due cassettiere. Barbara si siede davanti a me, con le gambe accavallate.
“Com’è?”.
”Mi abituo, poi ti dico, Certo, fa un certo effetto. Sai, mollare Via Rimassa è stato difficile. Proverò a ricreare qua quel mondo”.
“Ti manca qualcosa?”.
“No, non credo. Ho tutto: questione di ricordi. Sai cosa faccio? Li cancello”.
“Ci metterai un sacco”.
“Meglio: spariranno per sempre”.
“Vado a fare un giro dai ragazzi, poi nel mio ufficio”: bacio e va via.
Mi guardo intorno: Excalibur, i quadri, la scrivania, le pareti. Non è tutto mio, ancora no.
Chiamo Mauro. Parliamo del lavoro di Fogli e del nuovo studio.
Per il bando non ci sono novità di alcun genere, ma non ci sto pensando più di tanto. Non serve. Oltretutto, è un concorso d’idee, il margine di discrezionalità della giuria è alto. Ho una certa fiducia, ma non ci penso.
Verso mezzogiorno, Barbara entra nel mio ufficio. Sto lavorando per un cantiere a Calolziocorte.
“Disturbo? “ e si siede.
“Ovvio”.
“Vuoi botte?”.
“Sì. Dai, dimmi”.
“Ricevo un sacco di messaggi dai siti ai quali sono iscritta. Uno per la vendita di biglietti di spettacoli teatrali e concerti. Guarda”.
Mi passa tre fogli, a colori. Leggo di due biglietti per un concerto a Lucca. Un concerto che fa parte di una manifestazione estiva. Il 7 luglio, in Piazza Napoleone. Eric Clapton. Andrea compie gli anni il 6!
Sentire, assistere ad un concerto di Eric Clapton è un sogno, devo solo far collimare Andrea e Barbara. Sono stupito, meravigliato, emozionato. Vorrei abbracciare Barbara, ma in ufficio non so se sia il caso.
Mi alzo, coi fogli in mano, Barbara si alza, mi viene incontro, Mi abbraccia e mi bacia.
“Cosa devo dire?”.
“Sei sempre senza parole, ma l’espressione del tuo viso, quando hai letto, è più che sufficiente. Avevi mai visto Eric Clapton dal vivo?”.
”No, ovvio. Sono iscritto al suo Fan Club, ma non l’ho mai visto dal vivo”
“Bene. Tu pensa all’albergo, così siamo a posto”.
Siamo a posto. E Andrea?
“Sì, ci penso io. Non sai che Andrea compie gli anni a luglio. E mi ha invitato: 50 anni si devono festeggiare”.
“Quindi?”.
“Quindi, vieni con me a Bari e poi andiamo a Lucca”.
“Tu sei pazzo!”.
“Perché? L’unica cosa è prenotare l’albergo a Lucca. A Bari ci pensa Andrea. Lo chiamo, poi ti dico. E vedi di liberarti”.
“Siamo in aprile, ce la farò. Che programma hai?”.
Una domanda del genere fatta a Paul provocherebbe un sussulto. E un cortese “Poi ne parliamo”.
Io non so cosa fare. Devo parlare con Andrea, trovare il volo, ma credo di farcela.
“Bà, Andrea viene prima di Eric. È un fratello, e non posso non festeggiare i suoi 50 anni, il compleanno è il 6 luglio. Dammi un’ora e sistemo tutto”.
“Mangiare, no?”.
“Mangiamo qua. È più importante questa cosa, in questo momento”.
“Vado da me. Ordino qualcosa in una rosticceria qua vicino e la vado a prendere”.
“Prendi le chiavi della Ginevra”.
Le passo le chiavi dell’automobile e mi siedo.
Chiamo Andrea.
“Ciao, vecio!”.
“Giovane virgulto, come stai?”.
“Dipende da quello che stai per dirmi”.
“Ti dico che ci vediamo”.
“Davvero? E quando arrivi?”.
“Stavo ragionando, ho una cosa in itinere. Penso che sarò lì il 5 e andrò via il 7”.
“Così poco?”.
“Quando saprai cos’è la cosa in itinere, capirai”.
“Vabbè, mi dirai. Vieni solo?”.
“Altra novità, no. Viene con me Barbara”.
“Barbara?”.
“Si, la mia compagna”.
“Ma dai? Chi è”.
“Una collega che conosco da un sacco di anni”.
“Non iniziare con le date”.
“Tranquillo. Prenoto il volo poi ti chiamo”.
“Dai. Ciao”.
“Ciao, giovane virgulto”.
Apro il sito di una compagnia di voli.
Trovo il volo, alle 7.25 da Genova, scalo a Roma e arrivo a Bari alle 10.20, Prenoto due posti per andata e ritorno,.
Apro il sito degli alberghi e chiedo una stanza a Lucca per il 7 luglio sera. Mentre cercano la sistemazione, vado a vedere su Google Earth dov’è Piazza Napoleone a Lucca. Sono stato a Lucca qualche anno fa per tenere un corso su un programma di contabilità presso un’impresa, ma non l’ho mai girata. So solo di una piazza ellittica molto bella.
Mi propongono un albergo vicino all’uscita dell’autostrada, praticamente vicino alla città. Prenoto e stampo.
Salvo tutti i vouchers in una cartella “VIAGGI/BARI 2006” poi chiamo Andrea, il cui entusiasmo è disarmante.
Barbara entra, ha tra le mani un cartoccio.
“Vieni da me?”.
Roast beef, insalata capricciosa, pane e birra. Le passo i vouchers.
“Hai fatto tutto? E se non potessi?”.
“Vuoi botte?”.
“Questa l’ho già sentita!”.
“Sai cosa facciamo? Il 7 andiamo a pranzo a Siena, da un mio amico, e il sabato andiamo al mare in Versilia”.
“Andrea?”.
“Ci aspetta, avresti dovuto sentirlo. Contentissimo. Gli dispiace solo che ci fermiamo poco”.
“Gli hai detto il motivo?”.
“No, ma capirà. Anche lui ama la musica, ma per me il concerto di Eric è un evento che non riesco nemmeno a immaginare”.
“Questo è un bel ringraziamento”.
“Vero, ma non sono mai stato ad un suo concerto. Ho visto concerti, a Taranto, a Genova Elton John, ai tempi di “Don’t shoot me, I’m only the piano player” al Palasport e i Genesis all’Alcione, nel 1974, all’epoca di “Foxtrot”. Non ci avrei mai pensato, poi a Lucca, una città molto bella. Vicina”
“La conosci?”.
“Poco, ho lavorato presso un’impresa, ma non la conosco”.
“Bene” e mi strizza gli occhi.
Finiamo di mangiare e scendiamo a portare i resti nella spazzatura e accendo una sigaretta.
“Ancora?!”.
“Se passiamo la prima fase di Nassiriyah, smetto”.
“Ci voglio credere”.
Torniamo in studio, ognuno nella sua stanza.
Controllo tutti i CD di Eric Clapton. Non li ho tutti, ovvio, ma da domani provvederò. Cerco la sua discografia: me ne mancano un decina, poi ci sono i gruppi di cui ha fatto parte, Bonnie and Delaney, Derek and The Dominoes, i Blind Faith. Stampo l’elenco di quelli che sono nella discoteca e mi metto a lavorare. Devo consegnare l’aggiornamento del piano per il cantiere di Calolziocorte. Per oggi emozioni basta.
27 aprile
Stamattina, sul più grande sito americano per la musica, ho comperato alcuni CD di Eric. Due dischi commemorativi di due album storici, diventati doppi, con brani mai incisi prima. Totale compresi Blind Faith e Cream, 12 dischi, con un risparmio del 65 per cento su un negozio tradizionale.
“Ha chiamato Luciano”. È entrata senza bussare.
Lo sguardo di Barbara è scuro, già visto, brutto segno. Luciano è stato suo marito; si sono lasciati cinque anni fa per motivi di lavoro.
“Han chiamato Paul, Andrea e la Roby: gli mandato una mail per il nuovo ufficio”.
“La Roby?”.
“Sì, una mia amica che conosco dal 1974, dal primo anno di università”.
“Non cambiare discorso. Non è lo stesso, Luciano mi ha chiamato per lavoro”.
“Quindi?”.
“Gli devo una risposta”.
“Quindi?”.
“Accetto?”.
“Decidi”.
Ho lavorato con Luciano per un parco a Sestri Levante. Mi ha dato un settimana per consegnare il piano di sicurezza ed il fascicolo di manutenzione. Questa era la cosa per lui più difficile: non sapeva che avevo già fatto un piano per un parco. E mi ha proposto l'onorario, che andava oltre le mie attese. Per convincerlo di aver scelto bene, dopo sei giorni ero da lui. Ha controllato la relazione, le schede, il cronoprogramma, gli schemi delle lavorazioni e il piano di manutenzione. Ha scosso la testa e aperto un cassetto: in quel momento ho preso una busta dalla borsa e gli ho passato la parcella..
Mi è sembrato una persona normale, professionalmente. Non ho parametri per giudicarlo su altri piani, ma quello professionale è quello che ha turbato Barbara.
“Decido? Accetta”: e sorride.
“Non sai di cosa si tratta, non chiedi per cosa”.
“Non mi riguarda, se ha chiamato te, ha i suoi buoni motivi”.
La guardo negli occhi: forse si aspettava che le dicessi di rifiutare, ma, per uno come me che non rifiuta nessun lavoro, dal biglietto da visita al grattacielo, chiedere di rifiutare sarebbe un controsenso.
“Sono un’esperta di valutazione d’impatto ambientale e gli serve per un intervento industriale vicino Viterbo”.
“Io ho fatto la simulazione dell’impatto ambientale di un porto turistico, niente a che vedere, ovvio. Mi ero anche documentato con due testi che poi ho regalato ad un’amica che ha fatto un corso di specializzazione”.
“Un’altra amica?”.
“Beh? Non farti confondere dai capelli. Io sono all’antica”.
“Hai un sacco di amiche”.
“Una volta ho contato quelle che si chiamano Anna: 36 donne conosciute con quel nome”.
“Boh, stai attento. Anch’io sono all’antica, molto. Siccome sono incarichi onerosi, ha chiamato me, perché sa come lavoro”.
“Quindi ti paga meno?”.
“No, onerosi, nel senso del lavoro da fare, l’onorario non c’entra”.
Butler mi informa dell’arrivo di un messaggio di posta elettronica.
“Farni, posso ancora rifiutare”.
“No, non devi, non farlo per me”.
“Grazie ci tenevo, al tuo parere ed al lavoro. E se poi mi fa incazzare come cinque anni fa?”.
“Bà, “del senno di poi son piene le tombe”, non di quello del prima. Magari è cambiato”
“Magari è sempre una cacca!”.
“D’accordo, ma alla sera non lo vedi, non era lì il problema?”.
“Se mi facesse incazzare, allora penserei a te!”.
“Grazie!”.
“Scemo, nel senso che poi esco e vedo te”.
“Un momento, devi stare nel suo studio?”.
Questo non lo avevo preventivato.
“Si, almeno mezza giornata”.
Almeno.
“Mattina o pomeriggio?”
“Decidiamo”.
“Mattino, così hai il pomeriggio per smaltire e andiamo a casa insieme”.
Barbara abbassa gli occhi.
“Sei sicuro?”.
“Dove ha lo studio?”.
“Albaro”.
“Albaro”.
“In Via Albaro, salendo sulla sinistra, il primo palazzo”.
“Magari al quarto piano”
Genova è piccola, ho avuto lo studio nello stesso palazzo prima di Via Rimassa. Cinque stanze, cucina, due bagni e ingresso.
“Che ne sai?”.
“Avevo lo studio lì fino a undici anni fa, due stanze con la mia ex socia, suo marito e un ingegnere di Recco. Poi sono passati diversi inquilini. Ce ne siamo andati dopo i sei anni di contratto”.
“Genova è piccola”.
“Anche troppo. Scommetto che il suo studio è nella stanza d’angolo con poggiolo e finestra”.
“Esatto, ma lo conosci?”.
Le racconto del lavoro fatto per lui.
“Un mio socio di Bergamo lo definirebbe uno spalamerda”.
“Come?”.
“Sì, uno che con classe, leggiadria ed eleganza, ti fa capire che, pur a parità di titolo, è superiore e, di conseguenza, ti tratta da essere inferiore”.
“Scusa e quanto hai impiegato a capire tutto questo?”.
“Poco, quando ho lavorato per lui, ma ci siamo visti tre volte in totale meno di due ore”.
“Io ho impiegato quattro anni”.
Sorrido e le faccio l’occhiolino.
“L’impegno è giornaliero, per quanto?”.
“Giornaliero, non posso portarmi il materiale avanti ed indietro. Dobbiamo consegnare entro metà maggio”.
“Bene, a posto. Chiamalo e mettetevi d’accordo”
Si alza, mi dà un bacio e va via.
“Grazie”.
Il messaggio di posta elettronica era del cliente per il quale stavo lavorando. Vuole il lavoro entro l’una di oggi. Gli rispondo con le coordinate bancarie e che entro l’una avrà tutto. Per fortuna ho quasi finito. Stampo tutto e rileggo. Fare le correzioni mi porta via il resto della mattinata. Finito, preparo dei file che non possano essere modificati e li mando via. Il cliente è serio, ma se non arriva il bonifico non può stampare. E lo sa.
Chiamo Roma, ma non mi sanno dire nulla sull’esito della prima fase del concorso e informo Mauro.
Dopo pranzo, apro la posta elettronica e trovo un messaggio del cliente con la copia del bonifico. Gli rispondo, ringraziandolo e gli mando la password per stampare: modificare no, quello non deve. E la parcella.
Luigi ha stampato le tavole di un lavoro. Passo il pomeriggio con lui a lavorare al completamento di un progetto per uno degli ospedali di Genova, per il reparto psichiatria. Dobbiamo controllare che non ci siano interferenze tra i disegni architettonici ed impiantistici. Il lavoro in equipe è così, controllare le interferenze è una cosa che ho imparato a Bagnoli e che mi serve ancora oggi.
Verso sera, Barbara entra in studio, raggiante.
“Ho parlato con Luciano. Ci siamo accordati per andare da lui al mattino. E sull’onorario”.
“Festeggiamo, ti porto a cena fuori”.
“Certo, però passiamo da casa che mi vorrei cambiare”.
Ovvio.
“Se hai da fare, vado a casa, mi cambio e poi ti passo a prendere”.
“Sì, facciamo così. Penso io a prenotare”.
Dobbiamo finire quel lavoro di verifica e rimandarlo ai colleghi di Bergamo. Poi dovrà essere portato a Roma al Ministero per il finanziamento.
“A dopo”.
Genova non è un granché per i ristoranti. Sono sempre nei guai quando devo portare qualcuno a mangiare in città o mi chiedono dove andare. Ma stasera deve essere speciale, Barbara è troppo contenta.
Scelgo un antico ristorante, sul mare, con le vetrate su una spiaggia dove andavo fino a qualche tempo fa. E chiedo un tavolo vicino alla vetrata.
Barbara ha un vestito color malva con la giacca.
Ha raccolto i capelli a coda di cavallo e non si è truccata.
Siamo in tavolo da quattro posti, vicino alla vetrata. La luna illumina il mare. Il locale è silenzioso, quasi pieno.
Mangiamo carne e pesce, con un vino del Trentino Alto Adige, profumatissimo, che Barbara non conosceva.
A fine cena prendo un whisky torbato, Barbara un Porto, caldo.
Tornando a casa, mi chiede se ho visto il film “Il diario di Bridget Jones”.
28 aprile
Oggi devo andare in Val Polcevera, devo prendere la Ginevra.
“Quando arrivi in studio, accendi, per favore, il mio PC? Devo avviare una simulazione 3D. Se mi chiami ti dico come”.
Un bacio dolce, prendo la giacca e, dopo aver controllato le tasche per chiavi, sigarette e portafogli, esco.
La giornata è meravigliosa e ho l'impressione che la vita lo faccia apposta. Dopo la serata di ieri, oggi non poteva iniziare meglio.
Il tragitto verso Via del Commercio è sgombro, non c’è quasi nessuno. Fantastico: nell’altro senso il fiume di automobili è un trionfo. Arrivo in ufficio in 10 minuti.
Luigi mi porta un caffè e i disegni per oggi pomeriggio.
“Luigi, vado un momento nello studio di Barbara, intanto, per favore, metti il timbro”.
“Vai, tranquillo”.
Apro la porta e entro nell’ufficio di Barbara. Accendo il PC e la chiamo.
“Pronto?”.
“Si”.
E mi dice user e password per l’accesso al suo PC
Mentre il pc carica il sistema operativo, do uno sguardo allo studio di Barbara. Non riesco a capire se tiene in ordine lavorando, oppure mette a posto prima di uscire. Mi viene un'idea.
Barbara mi dice quale programma aprire per il rendering e il file che deve elaborare. Lancio l'operazione di sviluppo dell'immagine e la saluto. Compare la barra di avanzamento dell'applicazione. Spengo i monitor.
Bussano alla porta. Nel vetro zigrinato vedo la silhouette di Barbara. Luigi è appena uscito con la pila di disegni firmati, che oggi consegniamo, insieme alla parcella.
“Ciao. Buon giorno. Ho portato il caffè”: ha in mano due tazze termiche, come a Roma, e le mette sul bordo della scrivania. La guardo, dai capelli alle scarpe. Se qualcuno le dicesse che non la merito, avrei pochi dubbi.
“Niente da dire?”.
“Niente da dire. Dopo stanotte, i miei sogni hanno un solo soggetto. Esiste il femminile di soggetto?”
Beviamo i caffè. Barbara sorride dietro la tazzina e strizza gli occhi.
E, nel suo studio, qualunque sportello, anta o cassetto è aperto o spalancato.
Dopo aver bevuto i caffè parliamo un po’ di lavoro, poi va nel suo studio, dopo un bacio. Quando la porta si chiude, aspetto in silenzio un urlo: l’ingresso nel suo studio offre una vista catastrofica. Potrei andarmene, ma Luigi non è ancora tornato coi disegni. Aiuto.
Non bussa neanche, apre la porta e si piazza davanti a me con le mani sui fianchi, il viso arrossato con la bocca piegata verso un sorriso. Una magnifica anfora, elegante.
“Dimmi che esisti, che non sei un avatar, che sei vero!”.
“Non capisco!”.
“Non fingere: una persona normale non potrebbe mai pensare ad un dispetto del genere!”.
“Ma dai, non te la prendere!”.
“Ma figurati, è una cosa meravigliosa e meravigliosa è poco. Non me lo sarei mai aspettato!”.
“E che non ho trovato nulla da mettere sulla porta”.
“In che senso?”.
“Nel senso che cadesse quando avresti aperto lo studio”.
Si siede, col viso tra le mani e scoppia a ridere.
“E si, sei stato sfortunato!”.
“Non credo, sono abbastanza fortunato. Non sulle cose concrete, ma su quelle importanti, come l’amicizia, l’amore, i figli”.
“Non mi sembra poco: e sei felice?”.
“Non credo, sono sereno. Felice non lo sono, lo sono a momenti”.
“Bene: proverò io a renderti felice. Intanto per iniziare, vieni a chiudere tutto, di là”.
“Non ci penso neanche: e se poi chiudo male? No, no, meglio di no!”.
“Va bene, Farni: ma aspettati una mia vendetta”.
Per fortuna ho pochi cassetti e poche ante: dovesse vendicarsi così sarebbe un male minore. Peggio sarebbe se pensasse a qualcosa altro. Siccome non ho idea come possa vendicarsi, la cosa non mi interessa.
“Dai, facciamo la pace”.
“Non ci penso neanche: non sono arrabbiata, anzi. È stata una cosa molto simpatica, non me lo sarei mai aspettato”. Sorride.
“Quando torni? Mangiamo insieme?”.
Non sopporto di due domanda in fila.
“Ho appuntamento alle 14.30, a Trasta, poi torno qua. Se sai quando finisci potrei venirti a prendere”.
“Tardi, sei e mezzo, sette”.
“Ti telefono quando parto, ma ne avrò per un pò, tra firme, chiarimenti, non credo di sbrigarmi presto”.
“Va bene. E mangiare? Stasera?”.
Di nuovo.
“Mangiare, andiamo al bar qua vicino, poi vado via. Stasera, mangiamo a casa o fuori? Pizza a casa o fuori?”: pan per focaccia, quattro domande.
“Mangiamo a casa. Ci sentiamo nel pomeriggio allora”.
Vado a Trasta: la cosa dura un po’ di più del previsto, perché erano presenti tutti i colleghi coinvolti nel progetto: come coordinatore, ho dovuto aspettare tutti per illustrare quello che avevano fatto a Bergamo sulle loro tavole e che non c’erano interferenze gravi e che potevamo consegnare, come da contratto. Unica menata, che la consegna finale a Roma, dovrà farla la mia società: già mi vedo a Roma. Per uno che non ama molto la città eterna, tornarci di nuovo non è il massimo. Ma devo. Sono o no il coordinatore?
Chiamo Barbara e le dico che la passo a prendere in studio, ma che compro qualcosa per cena. Mi fa un elenco di cose da prendere: cerco di memorizzare tutto e lascio la Valpolcevera, terra natia, per l’ennesima volta.
2 maggio
Questi due ponti consecutivi, sono meravigliosi. Non sono pigro, non sono uno che “deve andare in ferie”: per tre anni consecutivi, ho avuto tanto lavoro che sono rimasto a Genova tutto il mese di agosto e andavo al mare ai Bagni Europa al sabato e alla domenica. Sono però convinto che ogni mese dovrebbe avere una festa rossa, in modo da poter passare del tempo in modo diverso. Credo farebbe bene a molti.
Tre giorni a casa, con un sole fantastico, il terrazzo, i costumi da bagno, che Barbara usa solo a metà: il sopra dei suoi bikini serve solo quando deve alzarsi. Si copre di creme solari.
Andiamo in ufficio sulla Audi di Barbara. Oggi non devo andar da nessuna parte e lei deve portarsi delle carte da Luciano, quindi le serve. Il parcheggio in Albaro non è un problema. Mi auguro solo che non faccia tardi: questa storia di andare via, anche se per pochi giorni mi infastidisce.
In studio, Luigi m’informa che ha chiamato il presidente e che devo portare a Roma il progetto per l’ospedale entro la fine della settimana prossima. Chiamo i colleghi di Trasta e li informo che il progetto deve essere nel mio ufficio entro venerdì, corretto e firmato con tutti i documenti previsti dalla procedura dell’ospedale e del ministero. Fanno un po’ di storie, ma poi accettano. Non sanno che potevo dar loro più tempo, ma so che, alla fine, c’è sempre qualcosa da rimettere a posto. Chiedo a Luigi di prendere tutti i documenti della società, la check list del progetto e di controllare le carte che abbiamo qua.
Non ci voleva, andare a Roma, in 23 anni sono stato a Roma in sette occasioni, e due volte dal 24 Febbraio a oggi: per uno a cui Roma non piace. Stavolta è diverso, oltre alla consegna, posso tornare sull’area del concorso. La revisione di Luigi è devastante: il progetto è pronto ma i documenti relativi alla procedura di validazione e quelli per la richiesta del finanziamento al ministero sono una marea incredibile. Ci dividiamo i compiti. Luigi pensa all’ospedale ed io al ministero. Decidiamo di finire venerdì, quando arrivano i documenti da Trasta. E non sarà facile, ma avremo tutta la settimana prossima per rivedere tutto.
Verso sera, parte Wonderful Tonight sul telefono: come sempre non riesco a non guardare per alcuni secondi gli occhi di Barbara, poi rispondo.
“Ciao, Farni, sono uscita. Ti passo a prendere? “.
“No, figurati, prendo un taxi!”
“Scemo. Luciano mi ha invitata a cena per parlare di lavoro e gli ho detto che venivi anche tu, ha storto il naso e ha detto che porterà la sua compagna”.
“E perché avrebbe storto il naso, di grazia?”.
“E che ne so! Da sola non ci vado nemmeno legata”.
“Bene, quand’è questa festa?”
“Venerdì sera, in un ristorante giapponese. Ti piace la cucina giapponese? “.
Non mi piace tutto quello che è a Est di Trieste ed Otranto, escluse Atene e la Russia.
“Mai provata, solo quella cinese in Algeria e non era male. Fanno il pesce crudo, se non sbaglio?”
“Si, sushi sashimi, e mi ha detto che è un posto eccezionale, gestito da giapponesi, pulito e molto frequentato”.
“Va bene: venerdì potrei finire tardi, non prenotate tanto presto”:
“Prenotate? Fa tutto lui. Io non c’entro, Cosa devi fare?”.
“Devo preparare il progetto dell’ospedale per la settimana prossima e portarlo a Roma. E per venerdì abbiamo programmato la revisione di tutti i nostri documenti”.
“E non puoi rinviare di un paio di giorni?.
“Bà, già questa è una settimana corta, devo aspettare altri documenti che saranno pronti venerdì e poi preparare tutto la settimana prossima, faldoni, liste, pacchi di disegni, elenco documenti: non voglio ridurmi all’ultimo momento. Poi, potrebbe arrivare il risultato della prima fase della bando”.
“Dai, il bando, chissà quanto ci metteranno”.
“Non lo so, ma se si aggiungesse anche quello. Niente, digli che va bene e che andiamo”.
“Ti chiamo quando sono all’inizio di via del Commercio, scendi subito, non fare come al solito. Stasera festa”.
“D’accordo”.
“Bacio?”.
“Bacio”.
“Laconico”.
“Ti voglio bene, Bà, muoviti”.
L’ho detto, mi è sfuggito, ma l’ho detto
“A momenti tampono la macchina davanti, Farni, l’hai detto!!!”.
Se n’è accorta.
“Visto che stasera festa?”.
Dopo un quarto d’ora mi chiama e mi dice.
“Scendi, sono in via del Commercio”.
Sul sedile posteriore c’è il sacchetto di una macelleria.
“Stasera, barbecue, ho comprato carni varie e salsiccia. Passiamo a prendere carbonella ed accelerante e poi, festa”.
“È successo qualcosa?”.
“No, deve succedere qualcosa? Mi va di festeggiare e basta” si volta e mi sbatte gli occhi.
Barbara tira fuori da un volume sul terrazzo, un barbecue portatile di dimensioni enormi.
“Farni, vado a farmi la doccia. Tu, datti da fare colla carne e la salsiccia.”.
“Vai, apparecchio”.
La serata è calda, una bella serata genovese a maggio.
Metto la carbonella nel fornello e la copro di accelerante, aspetto che si impregni, poi, con un fiammifero, accendo il fuoco. Il fuoco mi ha sempre affascinato e resto a guardare le fiamme per alcuni minuti, poi vado a preparare la tavola, coi candelieri. Dallo stereo parte una canzone di Eric.
“Farni, tu sì che sai cos’è una festa, i candelieri, le candele accese”.
Barbara entra in terrazza e scommetto che quell’accappatoio azzurro è l’unico vero ostacolo alla festa che ha in mente. I capelli bagnati sono appiccicati al viso e vi passa una mano per aggiustarli. La guardo, ha le ciabatte ai piedi e si è laccata le unghie.
“Se stai qui, vado a farmi la doccia. Il tempo di lavarmi e dovrebbe essere pronta”.
“Cosa devo fare?”.
“Asciugare i capelli”.
“Vengo in bagno con te! “.
Andiamo in bagno, accende il phon, mi spoglio e entro nella doccia.
Barbara inizia a cantare Wonderful Tonight insieme ad Eric, accompagnata dal rumore del phon.
Ci mettiamo a tavola. Barbara è rimasta coll’accappatoio e si è seduta affianco a me, non di fronte. Talvolta, mi prende la mano e la stringe. Una grande festa, la carne cotta alla brace è meravigliosa, basta aspettare che la carbonella sia rosso fuoco e che non ci siano fiamme, poi la cottura lascia un sapore incredibile alla carne. Mangiamo tutto con un vino rosso leggero. Barbara è luminosa, sorride, si lecca le dita per togliere il poco grasso che rimane sulla carne.
E venerdì pesce crudo giapponese. E se ci sono solo le bacchette per mangiare? Aiuto.
5 maggio
Mi sono preparato per la cena con Luciano senza fare nulla. Raggiungiamo il ristorante, a Nervi con la Peugeot. Luciano e la sua compagna sono davanti al ristorante. La ragazza è uno schianto, più alta di Barbara, bionda, occhi chiari, un tailleur blu con una gonna vertiginosa, sotto una camicia azzurra.
Ci presenta la signorina, Antonella e la sua mano è di quelle sfuggenti, con le unghie lunghe, colorate. Barbara la guarda a lungo mentre saluta Luciano.
Dopo qualche convenevole, entriamo. L’ambiente è silenzioso, si solo un sommesso brusio, provocato dai clienti già seduti. Vicino all’ingresso, c’è il banco dove due giapponesi preparano il pesce.
Il nostro tavolo è vicino alla finestra e si vede la passeggiata Anita Garibaldi. Barbara è seduta affianco a me e Antonella davanti, Luciano è davanti a Barbara.
Menù alla mano, Luciano ci spiega la differenza tra sushi e sashimi. Sul tavolo ci sono i piatti, i bicchieri, le bacchette giapponesi e le posate occidentali. Salvo.
“Farni, spettacolo, a te che piace il pesce crudo”.
Ordiniamo. Io prendo anche un’insalata di gamberi, insieme al sushi: da bere una birra giapponese. Mi faccio male del tutto.
Antonella si scusa e va alla toilette. In questo momento non mi alzerei nemmeno se vedessi Diane Keaton.
“Allora, Barbara, come pensi vada il lavoro? “ e compie l’errore più grande della serata: appoggia la sua mano su una mano di Barbara.
Barbara lo guarda e sfila la mano come se avesse preso una scottatura. Lo sguardo è glaciale, se potesse lo fulminerebbe e mette le mani sotto il tavolo, un piede sfiora uno dei miei. Ma lo sguardo sta per incenerire Luciano.
“Sta andando bene, potremmo anche finire in anticipo”.
“Bene, meglio così”: come se niente fosse, senza fare una piega, ma con la testa bassa.
Torna Antonella e ci portano i primi piatti.
L’atmosfera non è più quella di prima, ma non me ne frega niente. Mangiamo: sono l’unico a non usare le bacchette.
La prossima cena, questo imbecille, se la organizza con la spilungona.
“Solo una cosa. Parlami di Luciano solo se vieni a sapere che è morto”.
“Ma hai visto che faccia? E tutto perché quella là non c’era, ‘sto vigliacco!”.
“Basta, non pensiamoci più. La prossima cena, mangia da solo”.
Barbara, prende il mio braccio destro e appoggia la testa sulla mia spalla. Quando scendiamo dall’automobile, rimane così, abbracciata e con la testa appoggiata, come se dovesse farsi perdonare.
6 maggio
Arriviamo in studio, dopo essere stati in un bar a Bagnara a prendere un caffè: è sabato, in giro non c'è nessuno, soprattutto non ci sono la fretta e la smania del traffico dei giorni feriali.
Ieri è stata una giornata campale. Con Luigi abbiamo finito e abbiamo ricevuto il materiale da Trasta, stampato e firmato. Lunedì verifichiamo anche quello.
Oggi metto a posto. Barbara deve renderizzare qualcosa per la VIA. Poi a casa. Pranzo e sole sul terrazzo.
“Graziano!”.
La mano di Barbara è tesa con l’indice puntato verso lo stipite della porta dello studio, dove ci sono alcune parti rovinate, vicino alla serratura. Faccio il duro.
“Stai qua”: la porta è chiusa, rendo la chiave e apro.
“Chiamo i carabinieri. Dove vai? Fermo!”.
Le faccio segno di tacere. Entro con una lentezza da telefilm. L'ingresso è in ordine, le porte sono chiuse. Manca il monitor della segreteria. Mi convinco che non ci sia nessuno.
“Bà, vieni. Non c'è nessuno”.
Barbara ha un bel colore pallido, entra e si guarda in giro, poi corre nel suo studio, apre la porta. Mi avvicino; il solito ordine cartesiano. I monitor ci sono, il Pc anche.
I cassetti della scrivania dell'Architetto Greco non sono aperti.
“Non manca nulla, non c'era nulla di valore”.
La stanza dei collaboratori, a parte una poltrona rovesciata, è a posto, i monitor ci sono e i Pc desktop anche.
La cassettiera di Marcella è spalancata: dall’ingresso dell'ufficio di Barbara non si vede.
Vado verso il mio ufficio. Sono preoccupato solo per Excalibur, per il resto, a parte la collezione di cd ed i monitor, non tengo cose di valore in ufficio. Anche perché le poche che ho, braccialetti e collane, li ho indosso. La stanza si trova nel disordine primordiale abituale, cassetti chiusi, Ex sul treppiede e i cd al loro posti, come i monitor. Forse i ladri erano in due. Uno dei due, visto lo stato dello studio deve aver pensato che fosse già passato il suo socio e ha chiuso la porta.
Barbara è seduta al posto di Marcella, col telefono in mano.
“Va bene, Marcy, a lunedì”.
“Hanno preso la cassa, 500 euro”.
“Cosa ne fai di 500 euro nella cassa dello studio?”
“Siamo a inizio mese, è la dotazione standard. Da te?”.
“Tutto a posto. Direi che i ladri erano in due. Uno dei due, visto lo stato del mio studio deve aver pensato che fosse già passato il suo socio e ha chiuso la porta e ha lasciato perdere”.
“Scemo. Andiamo dai plotter”.
Dove potremmo rischiare di essere stati derubati di qualche risma di carta per stampante.
Squilla il telefono, il Maestro.
“Graziano, ciao, come stai?”.
Strano, non mi ha mai telefonato dall’ultima volta nel suo studio.
“Bene, Maestro, tu?”.
“Bene. Senti mi è arrivato un fax da Roma. Te lo mando, mi dai il numero? Che tu capisci, io non ho capito niente”.
“Ti richiamo”.
“Era il Maestro del monumento?”.
“Non ne conosco altri”.
Vado al fax in segreteria, mentre suonano alla porta. La polizia.
Entrano, Barbara li porta in giro per lo studio.
Il fax è del Comune di Roma, l’oggetto è il bando.
Il testo richiama un articolo del bando e ci informa, che essendo stati qualificati tra i primi quindici, siamo tenuti, entro il 20 giugno, a consegnare quanto previsto da quell’articolo.
Il cuore: sì, sento il mio cuore che batte a trecento all’ora.
Barbara è di là coi poliziotti. Li raggiungo.
“Bè?”.
“Poi ti dico”.
“Sei pallido”.
“Capita”.
I poliziotti ci fanno un sacco di domande: se era chiuso bene, un elenco delle cose rubate, se l’allarme non ha funzionato. L’allarme, quale allarme?
“Non abbiamo un allarme e nemmeno un’assicurazione contro i furti”.
Barbara mi guarda, preoccupata, non so se per i poliziotti o per il mio colorito. Il cuore sta uscendo dal torace.
“Provvedete, potrebbe essere un avvertimento. Di cosa vi occupate?”.
“Di architettura e urbanistica, non saprei chi ci potrebbe avvertire e per cosa!”: una minaccia, ci mancherebbe solo questa.
“Va bene partiamo con i rilievi”: quello coi gradi da capitano sembra infastidito, tutti hanno indossato i guanti e iniziano i rilievi.
“Vieni da te”.
Chiude la porta e si siede.
“Si può sapere cos’hai? Eri così sicuro, non sarai spaventato?”.
Le passo il fax.
“FARNI!”.
Il suo viso riflette il sole che entra dalla finestra del mio ufficio e riempie la stanza. La abbraccio e la sollevo da terra, mentre gli occhi si stanno gonfiando di lacrime. Mi pianta gli occhi nei miei.
“Farni, non fare lo scemo!”.
Cerco un sorriso, ma il pensiero di quei ragazzi non me lo fa trovare. Barbara mi accarezza il viso e asciuga un po’ di lacrime, quelle vere e quelle che ho dentro.
“E non mi hai detto nulla?”.
“Non mi sembrava il momento”.
“Chiama Mauro, subito!”.
Prendo il telefono.
“Prima il maestro”.
“Maestro, salve, sono Graziano”.
“Allora, dimmi”.
“Siamo passati. Ci siamo classificati per la seconda fase, davanti a 141 gruppi”.
“E questo che significa, cosa devo fare?”.
“Tu, nulla, per ora, devi ricevere la raccomandata, come dice il fax, ma è già valido come informazione”.
“Complimenti, Graziano. Fammi sapere. Avverti anche il Professore?”.
“Avverto tutti, tranquillo, non preoccuparti. Poi dovremo parlare per i documenti necessari per il progetto. Ora è superfluo spiegarti tutto”.
“Va bene, ci vediamo da me?”.
“Si, sento Mauro, ma penso la settimana prossima”.
“D’accordo, io sono a Milano, non devo muovermi”.
“Potrei dirti venerdì prossimo, io, questo fine settimana devo andare a Roma per altre cose”.
“Per me va bene. Fatemi sapere”.
“Grazie, ciao”.
“Ciao”.
Mi fermo a guardare il telefono. Ci credo. Prima volevo essere solo “uno” che aveva partecipato, ora sono, siamo tra i quindici migliori, su 158 partecipanti. E abbiamo portato a casa seimila euro! Una cosa vergognosa!
Mando il fax a Mauro, quando esce il rapportino, lo chiamo.
“Mauro, ciao, sei in studio?”.
“Uheilà! Buongiorno! No. Sto aprendo la porta in questo momento. Cosa succede?”.
“Vai al fax”.
“Eccomi entrato, vado”.
Dalla porta al fax ci sono cinque metri, sento il rumore del foglio che viene preso in mano. Un silenzio interminabile.
“Cazzo!”.
“Beh, speravo meglio”.
“Incredibile, avevi ragione”.
La mia previsione sì, si è avverata. Ora posso smettere di fare previsioni.
“Hai avvertito il Maestro?”.
“Il fax me lo ha mandato lui”.
“E gli altri?”.
Lo informo della polizia per il furto e gli dico che al momento non ho chiamato nessuno.
“Agli altri penso io”.
“Grazie”.
I poliziotti sono diventati 5, con le tute che si vedono in televisione. Chissà perché i nostri sono bardati in quel modo e nei telefilm americani non hanno nemmeno le sovrascarpe?
Torno in studio e inizio a mettere a posto: i poliziotti ci sono già stati, e sono convinti che i ladri non siano entrati. Sono nella sala riunioni.
Apro il file del bando per leggere cosa fare. Semplice, chiedono il progetto definitivo come previsto dalla legge che disciplina le opere pubbliche. Apro la legge sul testo dell’articolo sul progetto definitivo.
Entra Barbara, chiude la porta e mi abbraccia.
“Stanno per andare via. Cosa fai?”.
“Sto ripassando l’articolo della Merloni sul progetto definitivo per preparare una check list delle cose da fare e chi deve farle”.
“E lo devi fare adesso?”: mi prende la mano sinistra.
“Cos’hai in mente?”.
“Per ora niente, ma se ti fai vedere, forse i poliziotti vanno via prima”.
Mi attribuisce dei poteri che non ho.
“Andiamo” e mano nella mano torniamo nell’atrio. Le forze dell’ordine sono ancora in sala riunioni.
“Abbiamo quasi finito”.
“Capitano, faccia con comodo“: Barbara mi dà un pizzicotto.
“Non c’è nulla da fare, lo sa, chi ha preso soldi e monitor, li avrà già destinati ad attività illecite” e mi auguro solo che siamo marce e che gli facciano male.
“Capitano, abbiamo rilevato tutto. Mancano le impronte dei signori”.
Non ci penso nemmeno.
“Si, prego, prima io, poi l’Architetto Farni!”.
Hanno uno scanner: fanno posare le dita una alla volta su un piccolo monitor che in un lampo le trasferisce su un PC portatile.
“Bene, se sapremo qualcosa, vi informiamo”.
Si, ed io suonerò con Eric Clapton e Paul McCartney e Paul: per la batteria sceglieremo.
La squadra saluta ed escono. Barbara chiude la porta.
“Dobbiamo chiamare un fabbro e cercare un allarme”.
“Adesso?”.
“Il fabbro sì, che venga subito: dobbiamo cambiare la serratura. L’allarme lunedì”.
“Chiamo io, conosco un bravo fabbro” e prende il suo telefono.
Torno da me e continuo a mettere a posto qualcosa: butto via, metto in buste forate e libero la scrivania del secondo PC.
Entra Barbara: la mia scrivania può aspettare.
“Fatto, passa dopo pranzo, mangiamo qua. Vieni con me”.
Andiamo nel suo studio, si toglie la camicetta e si appoggia alla scrivania. Il fabbro viene dopo pranzo.
Domani è domenica. Mi viene in mente ancora Rossella O’Hara. Anche stavolta, non ti dico nulla.
TERZA PARTE
ANDANTE CON MOTO
7 maggio
Abbiamo passato il sabato pomeriggio a pulire i resti del passaggio della polizia, mentre il fabbro cambiava la serratura e ne metteva una corazzata; la sera, cena a casa, dopo una doccia durata un’ora, come per pulire lo sporco che i ladri hanno lasciato dovunque, e per togliere il ricordo da qualunque parte. Barbara era scossa sia per il furto che per il bando.
Domenica eccezionale. Sole tutto il giorno, un pomeriggio in terrazza, dopo una mattinata in studio a pulire i danni del fabbro. Ho richiamato Mauro e informato Paul, Andrea e la Roby. Ho detto loro che se vinco li porto a Roma per l’inaugurazione del monumento. Quando lo faranno. E lo faranno, cazzo, se lo faranno.
Devo andare da mia madre: chissà che non ci abbia messo una mano anche lei.
“Devi smettere di fumare! Si, l’hai promesso: sei nei quindici, smetti”.
Il primo pensiero del mattino, dopo il solito spiattellamento sul letto, è stato questo. Sono talmente abituato, che tengo un pacchetto di sigarette ovunque, in studio, in macchina, in casa e in tasca. Come gli occhiali da lettura: un paio a casa, uno nella borsa dove c’è il distanziometro laser e la carta per i rilievi, uno nella borsa di studio, quella bella.
“Devi buttare via il pacchetto”.
“I pacchetti”.
“Come, i pacchetti?”.
“Ne ho dovunque”.
“Fammi un elenco”.
“Ti fidi?”.
“Si, so che lo farai”.
Barbara mi bacia e fa un giro sotto le lenzuola. Quando torna, vado io.
8 maggio
Stamane Barbara si è svegliata con un sorriso devastante. Colazione a letto, come sempre. Poi andiamo in studio con la macchina di Barbara; la storia delle mattine da Luciano è terribile.
Ognuno va nella sua stanza. Sulla mia scrivania, Luigi ha fatto una pila di disegni e due di documenti, a gruppi: un lavoro enorme.
“Ciao, Luì, tutto lì?”.
“Ciao, le copie che hanno richiesto, più due di sicurezza. Ho diviso per progetto, ogni elemento è completo. Dobbiamo fare i pacchetti dei disegni e dei testi”.
“Le firme?”.
“C’è tutto. E del monumento?”.
“Siamo nei quindici selezionati per la seconda fase. Dovremo fare il progetto definitivo entro il 20 giugno”.
Non c’è poco tempo, ma nemmeno troppo. Meglio così. Quando si lavora in posti distanti come in questo caso, il coordinamento è più difficile. Poi: col Professore non ho mai lavorato, a lui tocca la parte d’illuminazione e dell’impianto elettrico. Arnaldo è bravo, lo conosco da molto tempo. Su Mauro, suo figlio e Luigi non c’è nulla da dire. Sta a vedere che l’unico problema sono io.
“Dimmi cosa devo fare”.
“Poi ci pensiamo. Ora andiamo avanti con questo lavoro”.
Entra Barbara.
“Ho chiamato un mio amico che installa impianti di allarme: mi ha parlato di un sistema senza fili, che è collegabile ai telefoni cellulari in caso di effrazione. Gli ho messo fretta: verrà domani”.
La guardo fiera della sua soluzione al problema.
“Se pensi sia in gamba, va bene. Se poi non deve rompere i muri, meglio”.
“Se, per te, fare dei fori col trapano, è rompere i muri, il massimo è fare dei buchi”.
Col trapano ho un rapporto conflittuale: se devo fare quattro fori, l’ultimo non mi riesce mai!
“Mi sembra perfetto. Domani va bene”.
“Ok, confermo, ciao. Ciao, Luigi”.
“Ciao, Barbara”.
Apro uno dei cassetti per prendere degli elastici per fermare ogni plico. Il sacchetto ne ha solo due e sono dieci copie. Il problema di questo posto è che la prima cartoleria è a due chilometri. A me non piace legare i plichi con gli elastici, meglio.
“Luigi, prendi dieci cartelle dal mobiletto, mettiamo tutto in una cartella di cartoncino e, per favore, prendi la carta adesiva”.
Apro CorelDraw, per disegnare la copertina delle cartelle.
Dico a Luigi di caricare la carta adesiva sulla stampante e di fare attenzione al lato da mettere sotto, nel vassoio della stampante: i lati del foglio sono quasi uguali. Bastava una scritta sul verso e tutto era più semplice.
Mentre la stampante medita sul da farsi, iniziamo a mettere i plichi nelle cartelle, che Luigi ha disposto come se fossimo dentro una pizzeria da asporto.
Quando tutte le cartelle sono chiuse, iniziamo ad attaccare le copertine.
“Vai avanti tu, per favore: faccio anche i fianchi, è meglio. Sarebbero capaci di perdere le cartelle o di scrivere qualche cavolata a mano”.
All’ora di pranzo abbiamo finito. Luigi va a mangiare e telefono ad Alessandro per informarlo. Mi dice che la consegna è in Lungo Tevere Ripa 1, al Ministero della Sanità, venerdì alle dodici. Rispondo che sarò giù a quell’ora. Faccio l’elenco delle operazioni di verifica per i documenti e mi chiede di tenere una copia per noi.
“Abbiamo due copie in più di quelle richieste, sempre ammesso che non ci rendano una copia protocollata per ricevuta tra quelle che hanno richiesto loro”.
“Bravo, mi raccomando”.
Lo saluto e chiamo Mauro sulla chat.
“Ciao, Mauro! Ho fatto la check list dei documenti per la seconda fase del concorso”.
“Ciao, Graziano! E cosa si deve fare di particolare?”.
Mauro è un creativo, le leggi le usa solo per creare, rispettandole solo per ottenere gli scopi dei committenti.
“I disegni, le relazioni specialistiche. Nel nostro caso sono cinque: progetto vero e proprio, impianto elettrico, strutture e impianto del verde e una relazione sull’acciaio del monumento”.
“Sono d’accordo, chiedi al Maestro. Quando andiamo da lui?”.
“Presto, quando lo sento per la lavorazione dell’acciaio glielo chiedo. Senti, venerdì vado a Roma, per la società. Vado a prendere l’elenco prezzi di Roma. Serve altro?”.
“Potresti fare un rilievo della zona del monumento?”.
“Il livello lo ho, il distanziometro anche. Chiedo a Barbara di venire con me, così mi dà una mano”.
“Ah, furbacchione, andate a fare i fidanzatini!”.
“Si, vado per lavoro e facciamo i fidanzatini, forse”.
“Dai, chiama il maestro e fammi sapere”.
“Ciao”.
“Ciao”.
Prendo il telefono e cerco il numero del maestro: segreteria telefonica.
Entra Barbara e mi saluta, ha il viso scuro. Dopo quello che è successo l’altra sera, non mi stupisce. Si siede.
“Ciao. Luciano mi ha chiesto di andare al pomeriggio per poter lavorare fino a tardi”.
“Non se ne parla nemmeno, ma nemmeno se non avesse fatto lo scemo l’altra sera. No, fine della discussione”.
“Stai scherzando?”.
“Perdi il lavoro?”.
“Non credo, a questo punto, dovrebbe iniziare da capo. Il materiale è mio. ”.
“Allora discussione finita”: non mi piace fare il duro, ma lei non lo sa.
“Dice che lui al mattino è spesso in giro per cantieri e che il pomeriggio sarebbe meglio”.
“Le mattine che è in cantiere, alza il culo e viene qua a fare quello che dovete fare”: m’è scappata.
“Proverò a dirglielo”.
“Lo devi dire per convincerlo, anche tu hai il tuo lavoro, il tuo studio, i tuoi cantieri e qui ci sei al pomeriggio. Quando finisce questa storia?”.
“Consegniamo il ventisette di questo mese”.
“Ce la fate?”
“Sì, senz’altro”.
“E se lo molli?”
“Impossibile: non posso mollare il lavoro, che mi serve per il curriculum, e poi non posso lasciarlo nella merda. Non troverebbe nessuno che fa tutto il lavoro ripartendo da zero. Dice che a volte non ci vediamo per due o tre giorni e non possiamo controllare spesso il lavoro”.
“Bà, non m’interessa, non ci vai. Non mi far usare di nuovo un termine, di cui mi scuso, l’Architetto Luciano Canepa viene qua, nel pomeriggio, esamina il lavoro, cosa del tutto inutile. Poi, scusa, ma quando non vi vedete, lui sa cosa fare senza di te?”.
“No, non è capace, certo, conosce fini e scopi, ma non è in grado di fare da solo”.
“Tu, si?”.
“Si”: abbassa il viso.
“Sai cosa ti dico: trasferisci tutto qua. Inventa qualcosa, fai come ti pare, ma porta tutto qua. Ti aiuto io, non preoccuparti. In Via Albaro, il pomeriggio, non ci vai”.
Si alza e va verso la finestra, con lo sguardo che non vede oltre il vetro.
Squilla il telefono.
“Maestro!”.
“Ciao, Graziano, dimmi, devo fare qualcosa?”.
“No, per ora no, volevo solo chiederle di convocare una riunione da lei per preparare la seconda fase. Ah, mi serve una descrizione del processo, mi lasci dire, industriale dell’opera. Deve essere specificato nella relazione del progetto”.
“Ti faccio parlare con la fonderia. È semplice, cottura, raffreddamento, cottura, raffreddamento finché ogni menhir esce come voglio”.
Nella relazione non posso scrivere: “cottura, raffreddamento, cottura e raffreddamento finché ogni menhir esce come il maestro l’ha pensato”.
“Va bene. Quando ci vediamo?”.
“Settimana prossima, facciamo in tempo?”.
“Facciamo venerdì? Ci ha portato bene, l’ultima volta”.
“Ah, ah, certo, per me va bene. Allora venerdì 19, pomeriggio da me”.
“Grazie, avverto tutti, poi ti faccio sapere. Ti saluto”.
“Ciao, Graziano, a presto”.
Barbara è sempre davanti al vetro.
“Bà, mando una mail, telefono a Mauro e andiamo avanti”.
“No, hai ragione, faccio come dici tu”.
Si volta, viene verso di me e mi bacia.
“Grazie, sei un tesoro”.
“Figurati, ci mancherebbe”.
“Vado da me e lo chiamo. Mangiamo?”.
“Sì”.
Sulla porta mi manda un bacio sulla punta delle dita.
Mando una mail a tutti i membri del gruppo: a Mauro telefono, potrebbe non essere in ufficio e, comunque, spesso la posta elettronica è il suo ultimo problema.
“Mauro, ciao”.
“Ciao, Grà: allora, sentito il maestro?”.
“Certo, gli ho proposto venerdì prossimo. Così abbiamo anche il rilievo”.
“Venerdì prossimo, non questo?”.
“No, questo venerdì sono a Roma. Venerdì 19”.
“Giusto, per me va bene. Hai avvertito gli altri?”.
“Si, aspetto le risposte”.
“Bene, ci sentiamo, ciao”.
Controllo la posta elettronica e trovo le ricevute di tutti i messaggi. Nessuno si è opposto. Sembra che per tutti sia normale essere arrivati alla seconda fase. Per me ora dobbiamo vincere, perché il progetto non può perdere.
Vado da Barbara: busso e apro la porta.
“Questa emerita testa di cazzo quando serve non c’è mai!”: ha il telefono in mano e lo guarda con lo sguardo versione fulmine inceneritore.
“Torno”.
“No, resta, mangiamo”.
Ha fatto portare vitello tonnato, patate al forno e creme caramelle, sono sul tavolo per le riunioni.
“Grazie ancora”.
“Hai finito?”.
“Sì, basta. Dovevo pensarci da sola”.
Squilla la sua astronave.
“È lui, scusa”.
Si alza ed esce dal suo studio.
Torna col viso paonazzo.
“Ha accettato”.
“Deve essere stato facile, sei sconvolta”.
“Ho dovuto essere diplomatica, non mi piace, non sono il tipo”: sorride.
“Vieni a Roma con me ”.
“Quando devi essere giù?”.
“Venerdì, potremmo tornare domenica pomeriggio, così evitiamo il traffico della domenica sera. Andiamo con l’automobile, ovviamente, per andare in giro per Roma”.
Le racconto della consegna del progetto al ministero.
“Chiamerò una mia amica, che ho conosciuto durante uno stage a Roma, all’università Roma 2, ora insegna lì. Mentre sei al ministero, potrei andare da lei”.
Finito di mangiare, vado nel mio studio e preparo le scatole in modo da caricarle nel baule dell’automobile. Non basta una sola borsa: me ne servono due. Ne chiedo una a Barbara. Mi dà una valigia di studio e mi faccio dare le chiavi dell’Audi.
Riesco a mettere le dieci copie ministeriali nelle due borse, il colpo d’occhio è orribile: materiale plastico nero e cuoio. Le due copie serie “non si sa mai” finiscono in una borsa piatta di pelle. Porto tutto sull’automobile di Barbara, sul sedile posteriore: sarei capace di dimenticarmele.
Tornato su, organizzo il viaggio a Roma. Cerco un hotel e lo trovo sul solito sito, vicino al parco Shuster, prenoto e stampo. Poi cerco la Camera di Commercio di Roma. Quartiere Garbatella, telefono per sapere se sono aperti il pomeriggio e se posso avere l’elenco prezzi del Comune di Roma. Risposta affermativa, sono aperti, l’elenco prezzi si può avere in cambio di quaranta euro. Cerco anche l’indirizzo dell’università, dove lavora l’amica di Barbara e vado da lei.
“È questo l’indirizzo?”.
Legge.
“Sì, ora chiamo la mia amica, poi andiamo a casa?”.
“Ma sono le cinque!”.
“Ma prima le telefono! Poi voglio stare un po’ con te”.
“Va bene”.
Alle sei, bussa ed entra.
“Visto? Non l’ho trovata subito, ora è preside e aveva delle tesi da discutere, mi ha richiamato tra una tesi e l’altra”.
“Un’ora?”.
“Beh, non ci vediamo da tre anni, ci siamo dette quattro cose. Venerdì va bene. Anzi mi ha, ci ha invitato a una mostra di Carlo Levi al Museo di Villa Torlonia, che ha organizzato lei. Per lei va bene venerdì in facoltà”.
“D’accordo, ti lascio lì e poi ti vengo a prendere o vedi quello che succede, se andate a pranzo insieme”.
“Non puoi venire anche tu?”.
“Certo”.
“Dai vediamo quello che succede”: se hanno parlato così tanto al telefono, chissà quanto parleranno di persona.
Un momento, Carlo Levi è uno scrittore e c’è una mostra? Di testi?
Aiuto.
“Va bene, mi dai ancora dieci minuti, poi andiamo?”.
“Sì, vado di là, e chiudo tutto”.
Appena chiude la porta digito CARLO LEVI nella stringa di ricerca. Non posso fare la figura dell’ignorante totale. Pochi attimi e compare la pagina con i collegamenti, dove compare il nome dello scrittore. Clicco e leggo che Carlo Levi è stato anche un pittore.
9 maggio
L’allarme è stato montato in mezza giornata. Il tecnico ha spiegato come funziona. Ha inserito i numeri dei cellulari di Barbara e il mio. Ha voluto un codice di quattro cifre da utilizzare per chi non ha un telecomando o nel caso uno si scarichi. Secondo me, quattro cifre sono poche, ma il numero è quello. Le combinazioni possibili, ripentendosi una o più cifre, sono 715. Non sono poche, ma nemmeno molte. Ha spiegato che se c’è un’effrazione, parte la sirena, che non si vede dall’esterno.
Ho proposto l’anno di nascita di George Harrison. Ci dà cinque telecomandi. Il tempo per disinserire l’allarme dopo che la porta è aperta è di dieci secondi, dopo parte la sirena. Facciamo una prova: Marcella esce inserendo l’allarme col telecomando.
Una voce di donna si sparge per l’ingresso, ”Ingresso 1 aperto”.
La porta si riapre e la voce informa “Sistema attivo”: Marcella, che ha il telecomando, preme il pulsante e “Spento”.
“Bene, proviamo senza telecomando”: Barbara posa l’ordigno e inserisce il codice nel quadro fissato vicino alla porta ed esce. La scatola non produce nessun suono.
Barbara rientra e la voce la informa che il sistema è attivo. L’architetto Greco compone il codice e si ferma.
“Prema OFF!”: il tempo di reazione è ridicolo, parte la sirena e dopo due secondi squillano il mio e il telefono di Barbara. Siamo tutti sconvolti dal frastuono.
Il tecnico, che sorride guardando Barbara, preme OFF e il silenzio è un regalo impagabile.
“Bene: il test è superato. Il codice potete cambiarlo quando volete”.
Barbara e il tecnico vanno nel suo studio e ognuno torna ai suoi mestieri.
Suonano: è un corriere.
“Grà, per te”: Marcella fa al corriere un cenno per indicare che il pacco è per me. Viene dagli Stati Uniti.
Vado da me: il pacco è pieno di palloncini di plastica, attorno ad una busta imbottita: dentro ci sono dodici CD di Eric Clapton, apro salvando il sigillo originale. Metto nel lettore “461 Ocean Boulevard – De luxe”.
Riapro il sito e cerco altri CD: nel cestino degli acquisti finiscono altri dieci pezzi di storia musicale di Eric Clapton. Uno è il cofanetto commemorativo dei trenta anni di Layla: chissà se lo faranno per Wonderful Tonight.
12 maggio
Luciano, in settimana, è venuto in studio solo un pomeriggio, non mi ha nemmeno salutato, forse ha creduto che avessi messo una buona parola nella decisione di Barbara. Non me frega niente. Forse, i problemi tra lui e Barbara erano solo professionali.
Ci siamo alzati alle cinque. Barbara ha preparato due trolley, una sacca per le scarpe, un beauty-case. Stiamo via tre giorni.
Alle sei siamo saliti sulla Ginevra e siamo partiti. Ci siamo fermati a Sestri Levante per gasolio e caffè.
Barbara ha abbassato lo schienale del sedile e a La Spezia dormiva. I miei telefoni sono ancora spenti, cerco il suo nella borsa e controllo che sia spento. La radio tace, niente musica. Tolgo l’audio al navigatore.
Quando arrivo alla bretella per Firenze, decido di andare verso sud, passando per l’Aurelia. Anche perché arriverei a Firenze nell’ora di traffico del mattino e l’autostrada attorno a Firenze diventa come la tangenziale di Milano e il Grande Raccordo Anulare di Roma. Provo: l’autostrada arriva dopo Rosignano, dovrebbe essere meglio.
Infatti: dopo la fine dell’autostrada, inizia una superstrada col limite a 110 km, che in molti non rispettano, limite che scende a 70 nelle vicinanze dei centri abitati. C’è un tratto di strada normale di venti chilometri, ma non c’è assolutamente traffico.
A Tarquinia, l’architetto Greco si muove.
“Dove siamo?”.
“Il comandante Farni e il suo equipaggio, che ha dormito finora, vi danno il benvenuto a bordo. Buongiorno! Siamo a Tarquinia, tra poco Civitavecchia”.
“Ci fermiamo un momento?”.
“Certo, riesci ad aspettare l’inizio dell’autostrada? Non manca molto”.
“Certo, resisterò”.
Pochi chilometri e appare lo svincolo di accesso all’autostrada Roma/Civitavecchia.
Il primo cartello indica un distributore a cinque chilometri.
“Eccolo, andiamo lì?”.
“Se vuoi, possiamo andare a quello dopo”.
“35 chilometri, andiamo qua”.
Andiamo prima alla toilette, poi al bar. Caffè per Barbara e Coca Cola per me. Barbara prende un quotidiano. Chissà a cosa le serve. In auto sta male anche se legge l’ora sull’orologio da polso.
“Va bene il Corriere? Lo leggi?”: è per me, capisco.
“Sì, grazie”.
Alla cassa prendiamo caramelle e un gratta e vinci. Grattiamo soltanto. Barbara è serena.
Appena saliti in auto, rimetto l’audio al navigatore verso l’università. Arriviamo a Roma, al raccordo verso le undici. La strada alternativa che ho percorso non ha gravato sui tempi. Barbara, alla stazione di servizio si è rassettata, ha raccolto i capelli a coda di cavallo, si è truccata un pochino: strano non si sia portata da cambiarsi. Del resto, la sua amica sa che ha viaggiato in auto.
Arriviamo all’ateneo. Barbara si volta a guardare il complesso di edifici: per fortuna c’è una guardiola, dove può chiedere informazioni. Lascio Barbara con un grosso bacio. Scende e si dirige verso la facoltà: si volta e mi saluta con la mano. Forse è quello che avrei voluto fare con mia figlia: accompagnarla a scuola o all'università. Junior si è sempre arrangiato da solo, dalla quarta elementare in avanti.
Ricambio e parto. Sono le undici e mezzo, non so se troverò posto per l'auto. La distanza non è molta, ma sono, ovviamente, sulla riva sbagliata dell'"ex biondo" Tevere. Il traffico è scorrevole, il fatto di veder trasgredire il codice della strada e di poterlo trasgredire m’infastidisce, ma non voglio fare tardi. Basterebbe che il prossimo ponte sia quello giusto, in direzione sponda sinistra. Fatta, il ponte è diretto giusto e di là vedo il ministero. Mi fermo all'interno del sottopasso dell'ingresso e spiego al piantone, dove devo andare. In cambio del passaporto, mi dà un pass per la macchina e un badge per la giacca e mi spiega dove devo andare.. Il pass finisce sul cruscotto, dopo aver letto il numero del posto. Il badge, ovviamente, in tasca.
Esco dall'ascensore e vedo un lungo corridoio col soffitto a volta, un tappeto rosso al centro, qualche finestra e un silenzio il cui spessore non si taglia nemmeno con un grissino. Poco distante, una scrivania, dove dietro al monitor di un pc, intravedo un camice bianco con dentro quello che dovrebbe essere un usciere.
È, in effetti, un essere umano, di sesso femminile.
“Buon giorno, cosa desidera?”.
“Devo consegnare i documenti per un finanziamento”.
Il camice guarda il monitor, e digita qualcosa sulla tastiera, senza spostare lo sguardo dal monitor. Questa cosa mi manda in bestia qui e ovunque. Io la guardo e sbaglio lo stesso.
“Terza porta sulla sua destra”, che sarebbe la sua sinistra. Ringrazio e mi avvio.
Una luce rossa sopra un interruttore mi dice di aspettare. Bell'inizio, neanche una seduta nel raggio visuale di questo corridoio: solo altri due uscieri, oltre il mio. Sono le undici e cinquantacinque.
Il tempo di poggiare le borse e la luce rossa si spegne. E diventa verde. Suono e la porta si apre con un comando elettrico. Mentre riprendo le borse, un uomo esce da una porta vicina col viso triste.
Busso e apro la porta. Una stanza enorme con tre scrivanie, con tre donne in camice bianco: chiedo del funzionario che devo incontrare, il Dottor Ameri.
“Sono io” e si alza una donna bionda, con gli occhi verdi, con un camice talmente bianco da abbagliare. Deve essere una taglia in meno rispetto alla sua altezza, scarpe basse col fiocchetto. Ti aspetti un uomo con le mezze maniche e invece. Sulla scrivania ha una tastiera bianca e due monitor. Il PC non si vede.
“Buongiorno, sono Farni, Architetto Graziano Farni” e le passo un biglietto da visita della società.
“Sì, puntuale, complimenti”: non sa che è una delle poche volta in vita mia, né che arrivo da Genova.
“Viene da Bergamo?”.
“No, da Genova”.
“Ci sono stata. All’acquario”: che palle, capisco che l’Acquario sia meraviglioso e lo è, ma Genova ha anche altre cose interessanti!
Il Dott. Ameri è controluce, con le spalle alla finestra, come tutti coloro che sanno di essere in posizione dominante. Consegno i plichi con i documenti e li guarda. Controlla la lettera di accompagnamento e l’elenco, sfogliando il primo dei plichi. L’atmosfera è molto seria.
“Mi deve firmare una dichiarazione che tutti i faldoni sono uguali” e mi porge un foglio.
Leggo, rido dentro e compilo.
“Bello quel bracciale”.
“Quale?”: ne ho una decina.
“Quello a forma di catena da bicicletta”.
Me l’ha regalato Barbara e ‘sta funzionaria, tra altri quattro o cinque bracciali del polso destro, ha notato questo.
“È un regalo”.
“Complimenti, che glielo ha regalato ha gusto, le sta bene”.
“Vuole una copia di un documento d’identità?”.
Ride.
“No, è per evitarle di stare qua ad assistere al protocollo di ogni elemento. Le timbro una copia per ricevuta e poi può andare”.
“E se le chiedessi di timbrarne due?”.
“Come vuole”.
Prendo una delle due copie in più, la metto sulla scrivania e la dottoressa la prende, poi riprende a timbrare la prima copia.
“Se vuole, posso aiutarla, le giro i documenti”:
“Preferisco di no, grazie”.
Finito di timbrare, mi passa le due copie che finiscono nella borsa di Barbara: è più professionale.
“Se mi dà il suo numero di telefono, quando torno a Genova la chiamo”.
La guardo negli occhi che si piantano nei miei.
“Certo” e le do il numero.
“Arrivederci, allora”.
“A presto” e le porgo la mano, che non molla subito. Raccolgo le borse, saluto e vado verso la porta. Il Dott. Ameri mi saluta con la mano.
Chiudo e mi avvio nella navata del corridoio, saluto il camice che fa da usciere e vado verso l’ascensore.
Chiamo il mio socio e presidente per tranquillizzarlo. Poi Barbara.
“Grà, ci vediamo dopo pranzo. Emanuela ha poco tempo e andiamo alla mensa universitaria. Vieni anche tu?”.
“No, mi arrangio”.
“Mangia”.
“D'accordo”.
“A dopo. Vieni tra un'oretta?”.
“Ciao”.
Dopo due minuti, arriva un sms.
“Cose grosse, poi ti racconto”.
Decido di non rispondere, chiamo la Camera di Commercio, per fortuna chiudono alle due: vado alla Garbatella.
Quando il navigatore dice "Arrivo”, guardo il palazzo a destra e sul portone c'è la scritta “Camera di Commercio di Roma”. Un miracolo mi fa trovare un parcheggio poco dopo l'edificio.
Anche qui, usciere, badge e indicazioni per ascensore e secondo piano.
L’ufficio è pulito, luminoso, c’è un banco con un funzionario che mi fa compilare una richiesta e mi restituisce, in cambio del pagamento, un volume con copertina bianca con le scritte dorate. Ringrazio saluto ed esco.
Quando torno all’automobile, do una scorsa all’elenco prezzi. Mi soffermo sulle opere in pietra. Il travertino non c’è. Come se a Genova non mettessero l’ardesia, con la differenza che il travertino è un pò più conosciuto dell’ardesia!
Per andare a prendere Barbara è presto: decido di andare all’albergo a scaricare le borse e le valige di studio. Il traffico è denso, ma si cammina. L’hotel è vicino all’area del progetto. Imposto il navigatore che mi dice che arriverò tra venti minuti. Più il tempo di andare a prendere Barbara, mi resta poco.
“Barbara”.
“Ciaooooooooooo”.
Non capisco.
“Sto andando a svuotare l’auto. Arriverò un po’ in ritardo”.
“Tranquillo, Emanuela ti saluta. Stasera non sarà alla mostra, ma noi andiamo lo stesso, vero?”.
“Perché no, ci mancherebbe. Fatti dare un catalogo e fattelo firmare, se lo ha”.
“Bravo, glielo chiedo. Ti aspetto all’ingresso”.
“Quando sono vicino, ti chiamo”.
“Dai, fai con calma”.
“Ciao”.
L’albergo ha un parcheggio privato: lascio l’auto col muso per andare via, prendo le borse da viaggio e vado alla reception.
“Salve. Sono Farni c’è una prenotazione per due per due notti a nome mio”.
“Buongiorno Architetto, sì, una matrimoniale, due notti. Due firme, prego”.
Mentre mi passa il voucher, gli do il passaporto che infila dentro uno scanner.
“La signora?”.
“La signora la vado a prendere. Le chiedo un favore. Saremo qui verso le quattro: è possibile prendere un mazzo di rose?”
“Rosse, ovviamente”.
“No, questa volta no. Bianche, undici”.
“Tranquillo, c'è un fioraio qua vicino, ci vado personalmente”.
“Grazie. A dopo”.
“Buon pomeriggio”.
Quando arrivo all'ingresso dell'ateneo Barbara è già li. Mi vede e si sbraccia per farsi notare: come se ce ne fosse bisogno. Apre la portiera, sale, butta la borsa sul sedile posteriore e mi travolge.
“Farni, ciao”.
“Mi dici cosa è successo?”.
“A te com’è andata la consegna?”.
“Bene. Non cambiare discorso!”.
“Sì. Farni: la mia amica è presidente di commissione per un bando di concorso e mi ha parlato del lavoro di commissario capo. Uno dei membri della commissione è il fratello della dottoressa cui hai consegnato la prima fase”.
“E fin qui, tolta la coincidenza dei fratelli, non vedo nulla di grandioso. A parte che la tua amica deve essere importante per essere designata per quel ruolo”.
Barbara ha le braccia intorno al mio collo e gli occhioni azzurri piantati nei miei.
“Farni: il concorso è quello per Nassiriyah! Per il monumento!”.
La guardo.
“Cos'hai in mente?”.
“Assolutamente nulla. Non servirebbe. Mi ha detto che hanno visto oltre 150 candidature, ma lei ne ricorda uno solo”.
Aiuto.
“È il caso di andare alla mostra?”
“Certo. Non le ho nemmeno detto come ti chiami, per evitarle problemi”.
“Scusa: e come hai fatto, in tre ore e passa?”.
“Ti chiamavo "il mio fidanzato" ogni volta che c'era bisogno”.
Si divincola e si mette la cintura di sicurezza.
“Andiamo a fare il rilievo?”.
“Certo, ora più di prima, devi vincere”.
“Bel pasticcio”.
Imposto il navigatore per il Parco Shuster. Barbara mi mette una mano sulla spalla e metto in moto.
“Puta caso che la tua amica stasera si liberi e si presenti al museo di Villa Torlonia: come facciamo? Non potrai mica presentarmi con un nome falso?”.
“Ci ho pensato. Nel caso remoto arrivasse e mi vedesse, ti potrei presentare come John Harrison o George Lennon”.
“E perché non come Stavros Androulidakis, che è un pò meno famoso?”.
“Chi è?”.
“Androulidakis era il cognome di un armatore per il quale ho fatto un lavoro al primo anno di università quando ero a fare pratica. Stavros era il nome di un concorrente di Onassis, Niarchos”.
“Quindi, inventato?”.
“Già. I casi sono due: o non andiamo o non mi presenti”.
“Non possiamo: alla reception ci aspetta il catalogo autografato”.
Ma che bella idea ho avuto. Siamo arrivati al parco.
“Io sono tranquilla: alle sei ha l'inaugurazione di una mostra in una galleria in Via del Babuino. Se siamo in Villa Torlonia prima, non corriamo rischi”.
“E se la vedi mi fai un cenno e mi allontano”.
“E cosa le dico?”.
“Ma non sei sicura che sia impegnata? Improvvisa qualcosa, inventa!” e sorride.
“D'accordo”.
Sono le due e mezzo passate: dobbiamo fare il rilievo, passare in albergo e essere al museo prima delle sei.
Prendiamo strumento e borsa. Piazzo il livello in mezzo ai due torrini e misuro la distanza dai due manufatti. Ci mettiamo d'accordo su come fare e indossiamo gli auricolari per i cellulari.
Alle quattro siamo in albergo, la sua carta d'identità passa nello scanner e mi danno la chiave magnetica della stanza 159: senza le centinaia, il protocollo di Nassiriyah.
Apro la porta, metto la chiave nel lettore e si accendono tutte le luci, anche in bagno, di una stanza grande, scrivania, salottino, televisore al plasma, con un letto gigante con sopra un mazzo di enormi rose bianche. Su un tavolino basso e una sedia ci sono le borse da viaggio.
“Graziano: sai nulla di questa meraviglia?”.
“No”.
Si toglie la giacca, raccoglie le rose, ne aspira il profumo e abbozza un passo di danza abbracciando i fiori. Mi guarda, appoggia il mazzo sulla scrivania e mi abbraccia. Arriveremo alla mostra dopo le sei. Carlo Levi può aspettare.
Quando esco dal bagno Barbara dorme, con le mani giunte sotto il viso. Mi vesto senza fare il minimo rumore; quando sono a posto, mi siedo sul bordo del letto e le accarezzo i capelli. Barbara si sveglia, si gira e mi guarda con gli occhi socchiusi.
“Ciao! Sei già pronto? Che ore sono?”.
Due domande di fila.
“Sono le cinque e tre quarti”.
Una scheggia nuda schizza fuori dalle lenzuola, veloce come un fulmine.
“Trovami qualcosa da mettermi”, s’infila in bagno, e parte lo scroscio della doccia. Vado verso la sua borsa e la apro: nella sacca a rete del coperchio ci sono slip e reggiseni, sotto calzoni, maglie, camicie, calze. Prendo camicia e calzoni blu e una maglia color carta da zucchero, slip e reggiseno neri: poi, però, il reggiseno lo rimetto nella borsa. Le calze sono un problema: nella borsa sembrano tutte uguali. Non sapendo scegliere, prendo quelle che sembrano color carne.. Barbara ha un soprabito grigio. Dovrebbe andar bene.
Mi siedo alla scrivania e su una carta di Roma cerco il percorso della metropolitana per Villa Torlonia. Per fortuna, la linea che passa dalla stazione San Paolo, vicino all'albergo ha una fermata vicino a Villa Torlonia, si chiama Nomentana: il museo dista duecento metri. Chiamo un ristorante, nel ghetto ebraico, vicino al Campidoglio e prenoto.
“Eccomi”.
La scheggia indossa un asciugamano tipo pareo.
“Bravo, bella scelta. Manca un pezzo!”: il pareo finisce sul letto. Un architetto nudo prende gli slip.
“Manca il reggiseno!”.
Prende un reggiseno e inizia a vestirsi.
“Graziano, cos'hai in mente?”.
“Nulla”.
“Meglio, dobbiamo andare. Trovato la strada?”.
“Sì: andiamo con la metropolitana fino a duecento metri dalla villa. Qui vicino c'è una stazione. Poi andiamo a cena vicino a Piazza Venezia”.
“Niente auto, non faremmo in tempo”.
“Esatto”.
Arriviamo a Villa Torlonia alle sei e mezza passate. Il museo è dentro una dependance nel parco, con l'ingresso incorniciato da un portico con due colonne. Al banco, Barbara si presenta e le danno un catalogo. Il gesto di aprire la borsa per pagare viene fermato da un "Lasci, Architetto, ci mancherebbe".
Ho sul naso i Ray-Ban con le lenti fotocromatiche.
La mostra è molto interessante. Non avrei mai pensato che uno scrittore potesse essere anche un bravo pittore. Prendo un telefonino e fotografo, di nascosto, un quadro, "L'orologufo", un muso di gufo dentro il quadrante di un orologio da taschino su uno sfondo azzurro. Barbara è vicina a me e si guarda intorno, non solo per vedere i quadri.
“Tranquillo?”.
“Certo, come in una vasca di squali”.
“Esagerato! Manco fossimo a un processo!”.
“Lascia perdere, finiamo la visita e andiamocene”.
“D’accordo. Vieni, andiamo nell’altra sala”.
Non fosse per la paura di incontrare l’amica di Barbara, la mostra sarebbe più interessante, ma, anche così, è molto bella. I quadri sono di dimensioni piuttosto piccole e con soggetti diversi, non come Modigliani che ho visto qualche tempo fa; paesaggi, oggetti, pochi ritratti e con tecniche diverse, con una certa tristezza diffusa.
Finita anche la terza sala, torniamo nell’atrio del padiglione.
“Dove andiamo?”.
Mentre aspetto la seconda domanda consecutiva, guardo l’orologio.
“Potremmo, intanto, andarcene. Poi, a cena, vicino al Campidoglio”.
“Dai, va bene. Chiamo Emanuela e la avverto che andiamo”.
Ci dirigiamo verso l’uscita del parco, mentre Barbara parla con la sua amica.
“Fatto. Ci vediamo la prossima volta che veniamo a Roma. È ancora in Via del Babuino”.
Che è fuori mano: dobbiamo andare verso il Campidoglio, Via del Babuino finisce in Piazza del Popolo.
“Andiamo a piedi?”.
“È il caso?”.
“Sì, dai facciamo due passi”.
Mi sembrano di più, ma la serata è bella, c’è ancora un po’ di luce naturale e camminare per Roma non sarà poi così pericoloso.
Usciamo dal Parco della Villa Torlonia e, dopo aver consultato la carta che ho preso in albergo, ci avviamo verso Piazza Venezia. Non sono due passi, ma nessuno dice nulla. Passiamo per Porta Pia, Via Venti Settembre, poi proseguiamo, lungo il muro del Quirinale. Sotto la gronda della copertura c’è una serie di fari che illumina la facciata. All’incrocio che conduce allo slargo dove c’è l’accesso del palazzo, incontriamo un famoso giudice della Procura di Milano, ormai in pensione, che arriva dalla piazza.
“Hai, visto, Grà?”.
“Sì, l’ho visto, pensa ha avuto in carico da una federazione sportiva per mettere un pò d’ordine!”.
“Cosa ci faceva al Quirinale?”.
“Forse è di passaggio come noi”.
“Non credo”.
“Pensa se stasera tornasse a casa e dicesse alla moglie che ha visto gli Architetti Greco e Farni nei paraggi del Quirinale!”.
Barbara mi guarda e si mette a ridere.
“Solo tu potevi dire una cosa del genere!”.
“Perché, scusa?”.
“Ma ce lo vedi uno come lui che va a casa e dice alla moglie che ci ha visto?”.
“Tu no?”.
“Beh, sì, perché no? Ma non credo lo farà! “. Si appende al mio braccio e proseguiamo. La strada inizia a scendere verso Piazza Venezia.
Piazza Venezia: ha sempre un suo fascino. Storico, soprattutto. Lo sfondo del Vittoriano non è il massimo, ma è pur sempre il Monumento al Milite Ignoto. Non come il mio: questo è diverso.
Dopo uno sguardo a Via del Corso, che Barbara guarda a lungo, ci avviamo verso Via del Plebiscito per poi girare a sinistra, verso il ghetto. Attraversiamo Via delle Botteghe Oscure e, poco dopo, giriamo in Piazza Costaguti. Uno spettacolo: l'area è illuminata da lampioni antichi, che creano un'atmosfera anacronistica. Il ristorante ha l'ingresso in un angolo, quasi nascosto, con un'insegna piccola, adeguata alla piazza. Barbara mi guarda.
“Ma questi posti li conosci tutti tu?”.
Sorrido e guardo il cielo, non è che fortuna.
“Beh, sì. Sapevo che era un bel posto, ma stasera è ancora più bello”.
“C'eri già stato?”.
“Ma figurati, io, a Roma? E, poi, qui?”
Mi dà un bacio sul naso e mi prende sotto braccio. Le apro platealmente la porta del ristorante.
“Buonasera”.
Dietro lo schermo piatto di un PC c'è un signore alto come me, con la barba e i capelli neri, corti.
“Buona sera, sono Farni, ho prenotato per due”.
L'uomo con la barba prende un'agenda e scorre col dito una pagina.
“Sì, Signor Farni, accomodatevi”. Ci conduce verso la sala, sulla destra, dopo un arco. Ho prenotato, la sala è vuota.
“Va bene questo tavolo?”.
“Sì, perfetto”: il tavolo è in un angolo e mi siedo, dopo Barbara con le spalle al muro. Un cameriere ci porta i menu.
“Grà, non ci sono i prezzi”.
“Sul tuo, mi sembra giusto”: è una forma di cortesia che non conosco. Del resto, se avessi dovuto conquistare una ragazza portandola a cena, non avrei mai avuto successo. Io a tavola mangio.
Arriva il signore con la barba.
“Buonasera, mi chiamo Attilio, posso aiutarvi?”.
“Sì, però io vorrei il carciofo alla giudia, poi mi fido di lei”.
“Lei, Signora?”.
“Carciofo alla romana, per me”.
“Bene, poi, primo e secondo?”.
“Sì, d’accordo, ci dica”.
“Bene, vi consiglio tonnarelli alla gricia e coda alla vaccinara”.
E ci spiega che la gricia è la matriciana originale, cioè senza pomodoro. Giusto, i pomodori sono arrivati in Europa che i Romani avevano già smesso di imperversare, quindi è probabile che la matriciana sia nata senza pomodoro. Per la coda alla vaccinara, Attilio ci racconta la storia del quinto quarto, quello con cui erano integrate le paghe nei macelli di Roma. Erano le parti meno pregiate del taglio dei quarti di bue, le interiora, le zampe, la lingua, la coda, appunto, quelle meno commerciabili. E la ricetta della coda alla vaccinara nasce così, da una presunta povertà alimentare. Solo in seguito, a sentire Attilio, è diventata un piatto famoso della cucina romana, molto gustoso.
“E si mette il cioccolato fondente”.
Inorridisco. Barbara apre la bocca senza emettere un suono.
“Come, cioccolato fondente?”.
“Sì, ci sono diverse ricette, ma tutte prevedono il cioccolato nella salsa, si fidi”: il suo sguardo è sicuro e si fissa nel mio. Cedo.
“Bene, per me va bene. Tu?”
Barbara guarda Attilio ancora con la bocca aperta.
“Sì, va bene, per me tonnarelli e coda”.
“Attilio, ci ha convinto”, non credo sia un pazzo.
“Vino rosso?”.
“No, bianco, dei Castelli, per favore: l’Architetto Greco non sopporta il vino rosso”.
“Le porto un bianco che può andare anche con la carne, tranquillo”. Prende i menu e va via.
“La smetti di dire ARCHITETTO GRECO?”.
“Come devo chiamarti? Sei architetto, ti chiami Greco? E allora?”.
“Prova dire la mia compagna, la mia fidanzata o Barbara”.
“D’accordo”.
Arrivano altri clienti, due coppie di amici che si siedono ad un tavolo dall’altra parte della sala.
Un cameriere porta gli antipasti.
Barbara tira fuori il suo computer telefonico e fotografa i piatti.
Antipasti e primi finiscono nell’archivio fotografico: tutto è veramente buono. Poteva andare peggio: manca la coda al cioccolato, pardon, alla vaccinara. C’è ancora qualche possibilità. Faccio fatica a non raccogliere il sugo della pasta col pane. Qualcuno mi ha detto che i “signori” lasciano sempre qualcosa nel piatto. I “signori”, appunto.
Mentre il cameriere porta via i piatti, arrivano altri clienti: il ristorante si sta riempiendo: a Roma si mangia tardi, poi è venerdì.
“Ma non aspettiamo nessuno!”: i piatti della coda sono ovali, enormi e pieni di carne, annegata in un sugo rosso scuro. Sopra, il cioccolato fondente grattugiato fa bella vista di sé: la quantità è enorme. Barbara ride. Deve essere colpa del vino.
Affondo coltello e forchetta in un pezzo di carne, resistendo alla tentazione di spostare il cioccolato. Rinuncio: il lavoro deve essere rispettato, la tradizione anche. Barbara mi scatta una foto mentre avvicino il malloppo alle labbra. Un secondo, poi il sapore mi convince, anche la quantità: meraviglioso.
“Cavolo, che meraviglia, ‘sta cosa col cioccolato è fantastica!”.
Ha il sugo sull’angolo della bocca: prendo il tovagliolo e la pulisco.
“Non fare come a Valencia, questo lascialo”.
Le sorrido e finisco quella meraviglia.
“Allora: com’è andata?”.
“Era poca, Attilio, poca”.
“Ne vuole ancora?”.
“Sta scherzando, Attilio, lasci stare. Buonissima”.
Attilio riempie e i bicchieri, sorridendo e prende i piatti.
“Volete un dolce?”.
“Tipo?”.
“Maritozzi con la panna”.
Barbara deglutisce.
“Attilio, dall’espressione di Barbara, direi di portarne tre”.
“Aspettate qualcuno?”.
“No, ma direi che due sono pochi”.
Quando arrivano le tre bombe, il locale è pieno. I maritozzi sono la fine del mondo. Stavolta è Barbara a togliermi qualcosa dagli angoli della bocca.
Sono pieno, ma non stravolto come mi capita tante volte, dopo una mangiata come questa. Barbara è radiosa. Mi stringe la mano.
“Andiamo?“ e mi strizza gli occhi.
“Sì, vado a pagare e faccio chiamare un taxi”.
“Bene, io vado in bagno”.
Attilio è dietro il PC e parla con un ragazzo.
“Architetto, le presento mio figlio, Serse”.
“Piacere, Graziano”: la stretta di mano è robusta.
“Buona sera, architetto. Tutto Bene?”.
“No”.
Mi guardano stupiti, specie Attilio che resta a bocca aperta.
“Non andava bene la sedia. Ha bisogno di un tacchetto sotto una gamba”.
La risata è fragorosa. Serse mi dà una pacca su una spalla.
“Mi fa il conto, per favore e mi chiama un taxi?”.
“Architetto, sto per andare via. Dove siete alloggiati?”.
“In un hotel al quartiere Ostiense” e gli dico il nome.
“So dov’è. Se le fa piacere, l’accompagno, io vado alla Garbatella”.
Arriva Barbara, pettinata di fresco. La borsa di Mary Poppins ha colpito.
“Bà, Attilio si offre di portarci all’hotel”:
“Ma no, grazie”.
“Signora è un piacere, non c’è problema”.
Pago e Attilio esce dal bancone.
“Venite”.
“Buona sera, Serse, alla prossima”.
“Vi aspetto, metto a posto la sedia, tranquillo.
La piazzetta è piena di macchine: ma non è zona pedonale?
Attilio ha una Mercedes Classe A, parte e ci porta in giro per Roma di notte, passando da Castel Sant’Angelo e da Città del Vaticano, parlandoci, dei lungotevere, delle strade. Ho idea che stia allungando il percorso, poi arriviamo alla Piramide Cestia e mi oriento. Il traffico è incredibile.
“Attilio, questo traffico?”.
“Normale, è venerdì, sarà così fino a notte fonda”: lo guardo stupito. A Genova, a quest’ora per strada non c’è quasi nessuno. Potenza della capitale.
Davanti all’albergo ci salutiamo con la promessa di rivederci. Non gli dico del monumento, ma almeno una volta dovrò tornare a Roma e andrò a trovarlo.
Quando siamo in camera, Barbara si sdraia sul letto vestita e sbadiglia.
“Non t’illudere, sono stanca, ma non disfatta. Vieni qua”.
Siamo in giro dalle cinque di stamattina, è quasi mezzanotte. Mi tolgo la giacca e la raggiungo. Un’altra grande giornata, conclusa in maniera eccezionale. Durerà?
13 maggio
Roma ci sveglia col sole.
Facciamo la doccia ognuno per sé, mi rado mentre Barbara si lava, poi andiamo a fare colazione nella veranda dell’hotel, con vista su un reperto archeologico del trecento avanti Cristo.
“Che cosa vuoi fare?”.
“Quello che vuoi. Andiamo ai fori, al Circo Massimo, a vedere le terme di Caracalla, torniamo in camera?”.
Beh, anche se l’ordine fosse inverso, andrebbe bene tutto, salvo avere un Cicerone in gonnella che ti tempesta!
“Circo Massimo, non l’ho mai visto, nemmeno la basilica di Massenzio e le terme poi vediamo”.
Ho in mente un giro gastronomico per una collezione che aveva fatto mio padre, una serie di ristoranti dove ti regalano un piatto in ceramica di Vietri se mangi un piatto scelto apposta. Mio padre li aveva tutti, quando mia madre se n’è andata, li ha venduti.
“E se facessimo un giro culinario?”.
“Cioè?”.
Spiego a Barbara dell’associazione dei ristoranti e mi chiede se so dove andare.
“No, ma se hanno un PC, faccio una ricerca per trovare i ristoranti a Roma e paraggi”.
“Va bene, andiamo dove vuoi. Devi tornare su?”.
“Se mi porti la giacca no”.
“Ci penso io. Torno”.
Ci alziamo e la lascio davanti all’ascensore. Chiedo alla reception se c’è un PC disponibile per una ricerca.
“Certo, Architetto, di là nel salone, dopo il bar”.
“Grazie”.
Chiamo Mauro e gli racconto di ieri, dell’amica di Barbara, della commissione e del fratello della Dottoressa Cruciani, della mostra.
“Incredibile, stento a crederci”.
“Invece, è così. Non cambia nulla. Tutto è come prima. Barbara non mi ha nemmeno nominato, ha girato intorno, ma non ha mai detto né Graziano, né Farni”.
Scrivo il nome dell’associazione dei ristoranti nella stringa di ricerca.
“Grande, è stata in gamba”.
“È in gamba”.
“Vero, giusto. L’unica cosa che non capisco è l’operazione umanitaria che sta facendo con te” e ride.
Guardo il telefono.
“Scusa?”.
“Niente scherzavo”. Non ho capito.
“Vado è arrivata Barbara. Ciao”. Non è vero, ma sto per dargli un biglietto di sola andata.
“Ciao”.
Non capisco. Una battuta per niente divertente. Al limite dell’offesa. Mi farò spiegare. Ora non è il momento. Scelgo tre ristoranti: uno a Frascati, uno a Roma, uno a Volterra, per domani a pranzo.
<Potremmo andare a Frascati a pranzo, poi torniamo in città e andiamo a vedere qualche rudere”.
“Città? Rudere? Ma come parli? Siamo nella capitale e non sono ruderi!”.
“Sì, Architetto, va bene. Ritiro tutto”.
“Ecco, bravo”.
Andiamo a Frascati, in un ristorante in centro; riusciamo a trovare parcheggio davanti all’ingresso. Il proprietario ci dice che non ci riesce mai nessuno. Mangiamo in terrazza, una triplice di pasta, cacio e pepe, gricia e carbonara, poi abbacchio. Senza vino: devo guidare.
15 maggio
Sabato, subito dopo pranzo, siamo tornati a Roma e siamo andati a vedere il Circo Massimo, la Basilica di Massenzio e le terme di Caracalla. Per fortuna, il Circo Massimo è un prato circondato da tre strade e chiuso da un palazzo, senza riferimenti. Barbara mi ha raccontato com’era, cosa c’era al centro, in mezzo alla pista. In albergo, ci hanno portato un cabaret con un cesto di frutta fresca e un secchiello pieno di ghiaccio, bottiglia di acqua liscia e gasata. Siamo andati a cena vicino a Piazza Barberini, poi un altro giro per Roma di notte, stavolta all’Eur.
Ieri mattina siamo partiti tardi, dopo aver passato un po’ di tempo accoccolati a riposare.
Barbara aveva di nuovo ragione: Volterra vista con lei, è più bella. Mi ha regalato quattro uova di alabastro coi colori della Sampdoria con un piattino chiaro, sempre di alabastro, per tenerle insieme: devo tenere divise quella blu e quella rossa.
Il ristorante era nel centro storico, in un locale antico, con le volte incrociate. Abbiamo mangiato pappardelle con pesto al sedano e il cinghiale alla volterrana, purtroppo col peperoncino, ma sono sopravvissuto. Ho bevuto due calici di vino rosso, tenendo il bicchiere lontano dal nasino dell’architetto Greco. Quando siamo arrivati alla Ginevra, le ho dato le chiavi. Ho impostato il navigatore per tornare a casa: non ho nemmeno visto l’ingresso in autostrada, sulla Genova–Livorno. Mi sono svegliato a Recco. Dopo aver svuotato le borse, siamo andati in pizzeria, al Quartiere Azzurro.
Dopo aver messo a posto il rilievo, lo mando a Mauro, via chat, così può iniziare a mettere giù il monumento. È la prima cosa: bisogna controllare le interferenze con il posto che abbiamo scelto, alberi, linee sotterranee, i “torrini di ventilazione” non abbiamo più parlato, ma verranno fuori.
Ho dato a Luigi il prezziario di Roma.
“Inizia dai capitoli: cantiere, demolizioni, scavi, calcestruzzi, fornitura di opere in acciaio e posa del monumento, fornitura e posa in opere di impianto di illuminazione, delle opere in pietra e delle opere a verde. Sul monumento venerdì, andiamo dal maestro e ci facciamo dare i contatti della fonderia che lavora per lui”.
“Hai già i testi o devo digitare tutto?”.
“Guarda nella cartella /Archivio/Elenchi Prezzi, può essere che ci sia qualcosa“.
Dopo dieci minuti torna trionfante.
“Grande! C’è il prezziario di Roma, cambiano pochi codici e ovviamente i prezzi. Ma i testi che ho controllato sono come i pesci. I dentici, come dici tu”.
“Fantastico. Prendi la tavola 0” e inizia a buttare dentro le voci, poi ne parliamo”.
“Vado, ci vediamo dopo pranzo”.
L’elenco prezzi è completo, per quello che abbiamo adesso. Mancano l’impianto d’illuminazione e il verde. Luigi è in gamba, una macchina, lavora bene, disegna bene.
“Per favore stampalo che lo mandiamo a Mauro.
“Lo mando io, tranquillo”.
“Grazie”.
Verso le quattro, squilla il telefono.
“Salve, Architetto Farni, sono Antonella Ameri.
“Salve, come sta?”.
“Bene, buon pomeriggio, vorrei vederla per mettere a punto il finanziamento”.
E perché chiama me?
“Quando viene a Roma?”.
“Non lo so. È urgente?”.
“Faccia lei. È importante”.
“La richiamo, sento i miei soci”.
Non capisco. Il finanziamento l’ha chiesto l’ospedale, non io o la società. Sto per chiamare il mio presidente, quando entra Barbara.
“Mi hanno proposto un lavoro su un albergo. Hai fatto quello di Abu Dhabi. Lo facciamo insieme?”.
La guardo. Ma non era quella che non voleva rapporti con colleghi?
“Per Abu Dhabi, ho fatto il coordinamento e alcune cose marginali. Non è mio”.
Della Dottoressa Ameri, le parlo un’altra volta..
“Sì, lo so, ma hai già esperienza, io niente”.
“A un patto”.
“Dimmi”.
“Che quando usciamo da qua, quando siamo a casa o fuori, non si parla di lavoro. E scusa se l’ho fatto per il monumento”.
“Cosa c’entra il monumento?”.
“Ti ho portata a Roma, ti ho parlato del progetto. D’ora in poi, basta. Per Nassiriyah e per tutto”.
“Va bene. Accetto”.
“Vai”.
Un bacio tenero e va via.
Chiamo Alessandro.
“Sei convinto che sia un fatto professionale? Che donna è?”.
“Cosa dici? Sta scherzando? “.
“No, non mi hai detto che ti ha chiesto il numero di telefono?”.
“Si”.
“E allora, con la scusa del finanziamento”.
“Ma smettila. Non è possibile”.
“Se era diverso, telefonava all’ospedale”.
Non ha torto, ma non ci voglio credere.
“Cosa faccio?”.
“Pensa all’interesse della società”.
Bel colpo: la responsabilità è la mia. Se il finanziamento viene ritardato, potrei sentirmi in colpa tutta la vita. Se non vado, non lo posso sapere. E devo dirlo a Barbara.
16 maggio
Non ho ancora pensato alla Dottoressa Ameri. Potrei chiedere alla Roby.
Questa volta risponde.
“Ciao, rintronato!”.
“Buongiorno, come stai?”.
“Bene, tu?”.
“Bene, tutto bene”.
Le racconto del finanziamento, dell’incontro e della telefonata.
“Questo perché va bene. Se eri nei casini, cosa mi rispondevi?”.
“Forse non ti avrei telefonato”.
“Chiama quando vuoi. Questa però è grossa. Com’è ‘sta donna?”.
“È importante?”.
Ride.
“Beh, per te direi di sì!”.
“La smetti?”.
“Ho appena iniziato. Senti, Barbara cosa dice?”.
“Barbara non sa niente. Non è il momento”.
“Seconda cazzata”.
“Mi sono perso la prima”.
“La prima è stato non mandare elegantemente la signora a quel paese. Non dirlo a Barbara è più grossa. Più aspetti, peggio è”.
“Non mi aiuta”.
“Graziano, io non capisco una cosa del genere e non credo che voglia soldi. Mi viene il voltastomaco”.
“Roby, fai conto che non ti ho detto nulla”.
“E no, carissimo. Mi hai tirata dentro, adesso balliamo”.
“Come se non sapessi che non ci piace ballare, specie dopo che mi hai mandato quella tua amica puzzolente al tuo posto ad un appuntamento”.
“Marta, vero! Ma se non facevo così, non usciva mai. Dai, è stata un’operazione umanitaria”.
Di nuovo co‘ ‘sta storia dell’operazione umanitaria.
“Quindi cosa posso fare?”.
“Dammi un’ora e la sistemiamo. Ti chiamo io. Tu racconta, subito, a Barbara quello che è successo. Tra un’ora ti chiamo, poi le dici che mi hai raccontato la storia e se riesco a far quadrare un cerchio, ci mettiamo una pezza. Dopo chiami la comesichiama”.
Roberta riuscirebbe a quadrare anche un’ellisse, senza che se ne accorga. Un cerchio è più facile: è simmetrico, l’ellisse no. Non so cosa abbia in mente. E sono serenamente preoccupato.
“Grazie”.
“Va’cagà. A dopo”.
“Quella mattina ti ha chiesto il numero di telefono e ieri ti ha chiamato. Da una parte la capisco, una buongustaia. troia ma buongustaia”.
“Cioè, fammi capire. Tu stai dicendo che..”.
“Io sto pensando che la dottoressa del ministero è una..”.
“Capito, non c’è bisogno”.
“Non puoi non andarci e quindi vai. Ma ricorda, Farni: io sono all’antica, molto all’antica”.
“Non si direbbe”.
“Non fare lo scemo. Non guardare la facciata e non mettermi alla prova. Fai una cazzata una volta e sarà l’ultima”: lo sguardo è della serie “Vedi il coltello?”, gli occhi grigio ghiaccio.
“Va bene. Mi arrangio. Sento Alessandro, poi decido”.
“No, devi decidere, solo la data dell’appuntamento”.
“Sì, ma c’è anche il monumento, venerdì abbiamo l’incontro a Gaggiano. E se la dottoressa mi chiama?”.
“Se ti chiama, devi essere pronto”.
E se chiama prima della Roby?
“Va bene. Dimmi dell’albergo”.
“Dobbiamo andare dal committente. Un promoter che conosco da qualche tempo. Sa di una catena di hotels che cerca un progettista, hanno già l’area, dove è prevista l’attività ricettiva come destinazione urbanistica”.
“E dove, di grazia?”
“Sì, vero, non te l’ho detto. Corsica”.
Sono stato in Corsica due volte. A nord, Algajola, e vicino a Porto Vecchio, sulla costa orientale.
“Waw, bei posti, ci sono stato. Ma, prima che tu lo dica, non con te”.
“Quindi?”.
“Quindi sarà meglio di prima”.
“Bravo!”.
Parte la suoneria, Bijoux, dei Queen.
“La Roby”.
Barbara prende un biglietto ed una penna.
“Ciao, Roby, com’è?”.
Sposto il naso, non vorrei colpire Barbara mentre cresce.
“Hai parlato con Barbara?”.
“Si, anch’io, sono con Barbara”.
Barbara mi passa il biglietto: “chiedi anche a lei”.
Scrivo “E Alessandro?”: Barbara sbuffa. La saluto e vado da me.
Metto al corrente Roby della reazione di Barbara.
“Ragazza intelligente. Te la meriti, finalmente”.
“Grazie”.
“Ascolta: devo andare a Roma per l’ufficio la prossima settimana. Scegliamo un giorno, ti accompagno da Messalina”.
“Va bene sempre?”.
“Si, la settimana prossima va bene sempre”.
“Non voglio che scelga lei”.
“Madame Pompadour?”.
Manca Cleopatra, poi le ha dette tutte, almeno quelle più famose.
“Sì”.
“Allora, martedì”.
Cerco i voli da Alghero a Roma.
“Arrivi alle dieci a Fiumicino?”.
“Sì. Bravo, c’è un volo che arriva a Roma a quell’ora”.
Se vado col treno arrivo alle dieci anch’io. Con la macchina, potrei partire alle cinque e andare a Fiumicino a prenderla.
“Ti vengo a prendere all’aeroporto”.
“Come vuoi”.
“Ti fermi la sera?”.
“Non lo so. Vedo un pò. Quando arriviamo, mi presenti come uno dei tuoi soci, responsabile di qualche cavolata del progetto, tipo resa economica e manutenzione”.
“E Barbara?”.
“Senti, Barbara me la passi che la saluto. Noi due non ci vediamo da quanto, due anni? Ci penso io”.
“Ciao. Fammi sapere se ti fermi a Roma la sera”.
Passo il telefono a Barbara che saluta la Roby con un ciao pieno di affetto. Non so come reagirà alla proposta.
Barbara entra con una rivista in mano.
“Farni, devo conoscere questa donna. Mi ha detto cose che voi Farni non potete immaginare nemmeno alle colonne d'Ercole”.
“Non voglio sapere niente. Immagino”.
“Non credo. Com'è la storia che non vi siete mai incrociati?”.
“Sì, all'università, nel novembre del ’74 ci siamo conosciuti, ma ogni volta che uno dei non era impegnato, l’altro non era libero”.
Le racconto anche di Valencia, quando è morto George. Roby era con me.
“Hai messo in piedi l'incontro con la dottoressa e viene anche lei?”.
“Sì, non me lo sarei mai aspettato”: il naso sta arrivando al muro di fronte.
“Grande cosa, incredibile. Deve volerti bene”.
“Sai cos’è una donna per amico? Lei lo è. Penso che Paul ed Andrea avrebbero avuto la stessa idea. Dopo tutto mi serve solo un testimone”.
“Avevo pensato di accompagnarti io”.
“Non mi sembra il caso. Sei troppo di parte. Non te l'avrei neanche chiesto. Poi, non devi consegnare il progetto di Rieti il ventisette?”.
“Sì, hai ragione”.
Ecco: su queste cazzate mi danno ragione. Almeno sulle cazzate.
“Andate martedì?”.
Apro il calendario sul PC.
“Sì, martedì 23, telefono al ministero subito”: non riesco neanche a nominarla.
“Se vai con la macchina, ti fermi giù a dormire”.
“Pensavo di fare così. L'aereo a questo punto costa troppo, il treno mi costringe a spostamenti con taxi o metropolitana; il ministero ha il parcheggio”.
“Non manca niente. Roberta?”.
“Arriva a Fiumicino alle dieci”.
“Si ferma anche lei?”.
“Non lo so, non me lo ha detto”.
“Chiediglielo, così vi trovo l'albergo”.
“Prima la dottoressa per la data”.
“Dai, voglio sentire”.
Il mio telefono fisso è l'unico della rete dello studio col vivavoce. Uno di quelli da films, perfetti in entrata e uscita.
“Dottoressa, Farni, buongiorno”.
“Oh, architetto, buongiorno. Avete deciso quando viene? Ha parlato coi suoi soci?”.
“Si, verrei martedì alle 12”.
“Perfetto, così le faccio assaggiare una carbonara speciale”.
Il vivavoce impedisce a Barbara di commentare "sì, magari a casa tua”.
“Ha altri impegni dopo?”.
Barbara fa il gesto di "esatto, visto?”.
“Beh; stiamo cercando di ottimizzare la trasferta”.
“Bene, d'accordo”.
Lo ha detto in fretta, come se "bene" le fosse sfuggito.
“L'aspetto martedì allora. Buon fine settimana”.
“A lei”.
Chiudo.
“La carbonara speciale, magari a casa sua”.
“Anche no”.
“Così stai cercando di ottimizzare la trasferta?”.
“Non si dice così?”
“Certo, Farni, ma solo professionalmente, vero?”.
“Ma certo. Chiamo Alessandro”.
“Te la sei presa?”.
“Per cosa?”.
“Immaginavo. Grà, sta a sentire: parlando con quelli dell'albergo, coi quali ci vediamo la settimana prossima a Milano, mi è venuta un'idea per le vacanze. Le facciamo insieme?”.
Guardo se ha un coltello in una mano o nascosto, ma vedo solo la rivista.
“Non so, devo chiedere alle mie fans”.
Barbara ride e sfoglia la rivista.
“E, di grazia, quanto tempo ci vorrà per la loro risposta?”.
“Pochissimo”.
Alzo la cornetta e compongo il numero del suo cellulare, col vivavoce. Al secondo squillo, Barbara capisce e scoppia a ridere.
“Beh, promossa: da trattativa a fan, un passo avanti, un riconoscimento” e mi passa la rivista.
“Vedi questo posto? Hanno diversi appartamenti e un maneggio. In tutta onestà, a me non interessa il maneggio, Ma guarda le case, belle no? Oltretutto la trattativa è diretta, senza agenzia”.
Belle si, come in tutti i cataloghi di viaggio: tutto bello, comodo, confortevole.
“Guarda che non è un catalogo, è una rivista che ho preso a gennaio”. Sulla Corsica.
“Prova, ma sarà dura, a metà maggio potrebbero essere già pieni”.
“Giorni?”.
“Agosto, se a te va bene, per me tutto il mese, quando vuoi”.
“Poi ci vuole un traghetto. Ci penso io”.
“Io chiamo Alessandro”,
“Ci vediamo tra poco, mangiamo”.
Alessandro, ovviamente, mi ha detto che ho fatto bene, ma di stare attento. Poi l'ho informato della presenza della Roby.
Prima di pranzo, Barbara mi fa vedere un fax, scritto in francese. La prenotazione di un appartamento per tre settimane a Tarco, nel sud della Corsica, sulla costa orientale.
“Ora manca il traghetto. Da Genova o da Spezia o Livorno, qualcosa troviamo”.
“Civitavecchia no? Dai, mangiamo, poi ci pensiamo”.
Sto pensando che un residence con appartamenti liberi a maggio deve nascondere qualcosa, non mi piace. Barbara ha mandato un somma per fissare la casa. E se fosse una stamberga?
“Non è che andiamo a vedere per l'albergo prima delle vacanze?”.
“Hai paura del bidone? No, firmato l'incarico, ci danno rilievo e foto dell'area”.
“ Dov'è l'area?”.
“In un paese che si chiama Solenzara, vicino a Tarco, quindici chilometri a Nord”.
“E la casa, casualmente è quindici chilometri a sud”. Trappola?
Prende la rivista, e la apre.
“No, nessuna trappola: l'articolo parla di Tarco, Fautea, Favona, Santa Lucia. Vedi un posto più carino?”.
No, il giornalista non mette in risalto nessun posto ma il più bello è il residence di Tarco, con casette a schiera a uno o due piani.
“Bene: vieni da me, cerchiamo il traghetto”.
L'imbarco per l'andata lo trovo per sabato. Il ritorno no.
“Possiamo fare due cose: provare a tornare a Livorno o tornare domenica”.
“E dove dormiamo?”.
Barbara si sfiora il mento. Sai che ridere: abbiamo la casa, se non troviamo l'imbarco per il ritorno e un albergo, dobbiamo dormire in auto! In Corsica!
Squilla Bijou.
“Roby”.
Per un attimo mi prende la paura che non possa venire a Roma.
“Grà, ciao. Allora, ho appuntamento in un ministero mercoledì e allora io mi fermo a Roma”.
Non mi ha detto rintronato.
“Io mi fermavo comunque”.
“Bene, dai, così mi parli del monumento”.
“All'albergo penso io.
“Non fare lo scemo. È un viaggio di lavoro, pagato dall’Amministrazione”.
Quando siamo andati a Valencia, è stata mia ospite, ma lo ha scoperto l’ultimo giorno. E si è incavolata.
“Vedremo”.
“Farni?”.
“Bene. Hai fatto i biglietti?”.
“Ho chiesto alla segretaria. Me li deve ancora dare”.
“Beh, sai dopo quattro, cinque ore”.
“Già, non è Antonella, la segretaria di Guidi, ma qui non ne ho altra”.
“Dai: ci sentiamo, cerco l’albergo”.
“Si, se c'è qualcosa, ti chiamo. Un bacio”.
“A te”.
“Si ferma a Roma. Ha un appuntamento mercoledì”.
“Trova il traghetto dalla Corsica, poi penso agli alberghi”.
Niente da fare: il primo traghetto lo trovo lunedì da Bastia a Genova.
“Bene: sabato, domenica e lunedì in Corsica. Meraviglioso”.
Che vuol dire ventitré giorni e non parlo il francese.
“Sarà la volta che impari il francese”.
“Sarà dura”.
“Vado di là. Cerco l'albergo a Roma e qualcosa in Corsica. Poi ho da fare. Mi metti sul server il tuo curriculum e qualcosa di Abu Dhabi?”.
Le scrivo l'indirizzo del ministero e prendo un contenitore di CD.
“Abu Dhabi è qui sopra, c’è tutto, disegni e immagini. Questo è l'indirizzo del ministero, grazie. Il curriculum lo metto in una cartella sul server”.
“Quale cartella?”.
“La troverai”.
“Scema io a chiedere”. Un bacino e va via, chiudendo la porta. Chissà come ha preso la storia di Roma. Quella della Roby.
Prendo il mio ultimo curriculum, quello di Nassiriyah, e dopo una lettura sul monitor, lo stampo: non si sa mai.
Aggiungo due immagini del Great Eastern Light Hotel di Abu Dhabi e lo salvo dentro una cartella sul server: il nome che ho pensato mi fa sorridere e dimenticare la Lucrezia Borgia alla quale piacciono i miei bracciali e la carbonara.
Mentre scorro l'elenco prezzi dei lavori del monumento, e verifico che le cifre siano corrette, bussano alla porta. Barbara entra con le mani sui fianchi ed il viso allegro.
“Ti sembra normale che la cartella si chiami "GEORGE CLAPTON"? La prossima sarà la cartella "ERIC HARRISON"!”.
“Ormai hai scoperto il trucco, maledetto Ginko!”.
“Ho trovato un bell’albergo in Corsica, andiamo a Saint Florent, all’inizio della penisola”.
“Il ditone?”
“Sì, scemo, il ditone, così facciamo un giro per il ditone”.
“Dovresti smettere di pensare a tutto”.
“Potresti abituarti, invece?”.
“Molto dura>.
“Dai” e strizza gli occhi.
“Questo non devi farlo e lo sai”.
“Non ti abitui proprio, eh?”, si siede.
“Per voi ho trovato l’albergo, vicino al ministero” e mi passa due fogli. Albergo a quattro stelle, due camere, colazione occidentale, parcheggio privato compreso.
“Waw, che tariffa è? La tariffa Greco?”: albergo quattro stelle a Trastevere.
“Beh, qualcuno conosco”.
Lo sguardo è quello “tanto so come va a finire”. Potrei farmelo dire, io non lo so. Forse.
“E se vieni anche tu?”.
“Figurati, stai un po’ con la tua amica Roby, io non c’entro. Poi c’è Rieti”.
A me ‘sta storia di Rieti comincia a rompere. Finirà.
“Non dire stupidaggini”.
“Non sono stupidaggini. Vai tranquillo a Roma”.
Comunque vada a finire, darò alla Ameri un biglietto di sola andata per quel paese, sai quello di Alberto Sordi?
19 maggio
Tutto sembra normale. Le carte sono pronte, giusto l'elenco dei documenti da preparare per Arnaldo e il Professore. Ieri ho parlato con il proprietario della fonderia dove il Maestro realizza le sue opere e mi sono fatto mandare la descrizione delle sequenze del processo artistico/siderurgico: temperature, tempi e metodi di raffreddamento. Mi ha autorizzato, senza alcun problema, ad utilizzare il testo o a modificarlo per integrarlo nella relazione. Ci sarà senz'altro una relazione specialistica sull'opera monumentale e qualcosa nella relazione generale.
Barbara va a Sestri Levante in treno per un convegno mi aspetta li. Per stasera ha prenotato in un albergo vicino al lungomare, un hotel della catena per cui dovremo fare il progetto.
La riunione inizia verso le tre, quando ci siamo tutti. Per la prima volta, dal 6 maggio siamo tutti insieme. Questo è un lato brutto del lavoro in team: nemmeno Arnaldo ed io ci siamo visti, eppure viviamo e lavoriamo a Genova. A me sarebbe piaciuto festeggiare il successo della prima fase, meno male che abbiamo festeggiato Barbara ed io. E i ladri.
Una certa euforia riesco a sentirla, ma è tutto professionale. Ognuno sa quello che deve fare, il suo lavoro. A me, a noi toccano il coordinamento, la parte amministrativa, il progetto per la sicurezza in cantiere e la contabilità. Arnaldo mi chiede se posso disegnare io i cementi armati, perché per lui inizia il periodo finale della scuola e non ce la farebbe. Ci sono solo la fondazione del monumento e la scalea, dovrei cavarmela con due massimo tre tavole, più quella degli ancoraggi.
“Io cosa devo fare?”.
“Maestro, tu, nulla. È tutto nelle nostre mani. Per adesso puoi solo guardare”.
Mauro raccoglie la sua scheda.
“Graziano ha ragione, dobbiamo preparare il progetto definitivo e trovare chi farà i lavori”.
Il Professore guarda l'elenco della sua scheda.
“Bene, io so cosa devo fare”.
“Grà, se non ti serve altro, possiamo andare. Noi ci mettiamo d'accordo per la nostra parte”. Non potendo paragonare questo momento a Paul, John e i Beatles, potrei pensare a Jagger/Richards e ai Rolling Stones. Due autori e il gruppo. Modesto, vero?
Arrivo intorno alle sette. Sestri Levante di sera è molto carina, anche perché, fuori stagione, i gatti sul lungomare sono non più di sette o otto. Esseri umani, quattro.
Barbara mi ha accolto a braccia aperte, ha collegato l'astronave al televisore e mi ha fatto vedere alcuni video che ha ripreso in giro per l'hotel, col primo nel centro congressi.
“Manca la cucina”.
“Fatti cambiare la stanza”.
“Scemo. A te com'è andata?”.
“Ah: non abbiamo un accordo?”.
“Si, ma i video li hai guardati!”.
“In silenzio”.
“Ri-scemo” e si siede in braccio, braccia attorno al collo.
“Dovresti fare la doccia”.
“Sì, vado”.
“Ti accompagno?”.
“Guardo l'agenda”.
Si alza e prende un cuscino. Il tiro è perfetto, lo evito per un pelo.
Per fortuna la doccia è grande.
A cena andiamo in un ristorante, dove anche la frutta è a base di pesce: c’è, sicuramente, la colla di pesce nei dolci.
22 maggio
Alessandro mi ha suggerito di portare le relazioni del progetto ed il piano di manutenzione. Io ho preparato un fascicolo con tutti i disegni in formato A3, più manabile dei disegni. Il malloppo è comunque notevole. Chiamo Barbara dal telefono interno.
“Vieni, per favore, a controllare il fascicolo, così poi lo rilego?”.
“Finisco una cosa e arrivo”.
Barbara entra senza bussare, ha il viso teso, con un sorriso forzato: mi poggia una mano su una spalla. Ha nell’altra mano un fascicolo con sulla copertina il nome del suo studio e il logo del mio.
“È il fascicolo che mandiamo per i clienti dell'Albergo. Guarda se va bene”.
“Tu, per favore, controlla questo. I numeri devono essere in sequenza, dopo le lettere”: prendo il suo fascicolo e le passo quello dell'ospedale.
Il fascicolo di Barbara è meraviglioso, ordinato, con uno sfondo unico su ogni pagina, e ogni oggetto sollevato con un’ombra sfumata.
“Manca qualcosa?, cosa dici?”.
“Dico che è bellissimo, io con Corel faccio più o meno la stessa cosa, ma di livello diverso”.
“Hai considerato la stampante laser a colori?”.
“Non c’entra con l’idea grafica: anche se lo stampasse Fidia, senza idee sarebbe una cosa orribile. Sai cosa faccio, alla fine di un curriculum del genere? Metto un’opera d’arte, con nome ed autore, dopo l’indice”.
“Ah, però. Bello”.
“Non sarà originale, ma a me piace. Guarda”. Si siede in braccio.
Apro una presentazione della società per le fonti energetiche rinnovabili: sulle pagine pari, vicino al numero c’è la riproduzione di una quadro di Cezanne, in fondo, l’indice delle opere.
Barbara guarda incuriosita ed interessata, col viso leggermente più disteso: apro la cartella “Painters” e si scopre l’elenco di pittori di cui ho preso, da siti dove fosse consentito, le immagini delle maggiori opere d’arte della pittura mondiale.
“Ma conosci tutti questi pittori?”.
“Beh, Van Gogh e gli impressionisti me li ha fatti conoscere Junior; Magritte è stato Paul McCartney; Lautrec in un cinema a Genova, prima di un film di 007. Gli altri sono venuti da soli”: ci sono Cezanne, Chagall, Utrillo, Gaughin e altri, ognuno nella sua cartella.
“Apri Magritte, fammi vedere cosa c’è”.
Apro la cartella e compaiono tutte le maggiori opere di Magritte.
“Mettiamo Golconda”, cioè la pioggia di uomini in un giorno sereno, sulle facciate di una città coi tetti rossi. Copio il file della foto e lo metto nella cartella GEORGE CLAPTON.
“Fatto”.
“Bravo, grazie, vado a correggere”.
“Io preparo le carte per domani”.
“Una cartella “GRECO” no, eh?”.
Tutto il malloppo finisce nella borsa di pelle, con un blocco per appunti, qualche biglietto da visita.
Barbara mi porta il fascicolo del curriculum. In fondo ha aggiunto “Made in Farni & Greco”.
“Andiamo a casa?”.
“Andiamo a cena fuori?”.
“No, dobbiamo fare la borsa per domani e devi partire presto. Non devi essere a Roma alle 10.00? Quindi devi partire verso le 4.30, massimo alle 5.00”.
I suoi occhi azzurri sono piantati nei miei. Forse dovrei dire qualcosa, tipo mentire su quello che non so se succederà. Forse.
“Come vuoi, andiamo a casa”.
Chiudiamo tutto, accendo l'allarme e andiamo al parcheggio, mano nella mano.
23 maggio
Ieri sera abbiamo fatto la borsa insieme, il trolley insieme, tutto insieme. Quasi tutto. Non abbiamo puntato la sveglia insieme. Ha lasciato che scegliessi l'ora e ho scelto le 4.10.
Alle quattro e dieci, Barbara non è a letto, è già in cucina a preparare il caffè. Mi aspettavo il solito arrivederci, ma la storia di queste due donne evidentemente la infastidisce. Mi rendo conto sia difficile, ma non posso fare niente. .
Alle quattro e trentacinque la Ginevra è in moto. Conto di fermarmi a Sestri Levante, poi dopo, a Civitavecchia come la volta scorsa. Nel bagagliaio ci sono il trolley piccolo ("Son solo due giorni, cosa ti porti?"), la borsa di studio, quella bella.
Sestri Levante è una stazione di servizio dove mi fermo. Scendo dalla Ginevra e chiamo Barbara: sono le cinque e ci vogliono sette squilli. La voce è impastata, dolce, niente a che vedere con ieri sera, quando abbiamo preparato la borsa e siamo andati a dormire, dicendo quattro parole sul clima di Roma di oggi.
“Sestri?”.
“Si, caffè?”.
“Si, doppio in tazza grande calda. Mi devi scusare per ieri sera, ma il fatto che tu vada via da solo mi dispiace. E non dovevo farti sentire in colpa”.
“Non preoccuparti, ti capisco e mi fa piacere che tu sia così. Ora vado: il tuo caffè è pagato, il mio diventa freddo”.
“Farni, vai piano, torna presto e intero”.
“Farò il possibile”.
“Ti abbraccio”.
Guardo il monitor del telefono: devo prendere un'astronave anch'io, chissà come sono i suoi occhi su un monitor come quello del suo telefono.
Alle otto chiamo la Roby.
“Ciao, Roby”.
“Ciao, Farni, sono all'aeroporto. Tra poco chiamano il volo. Ho solo bagaglio a mano, faccio presto”.
Nemmeno stavolta mi ha detto "ciao, rimbambito”.
“Tu dove sei?”.
“Grosseto”.
“A che ora sei partito?”.
“Quattro e mezzo. Dovrei arrivare in tempo”.
“Farni, sei un rimbambito. Se aspetto all'aeroporto mezz'ora non muoio mica!”.
“No, no! E le insidie dell'attesa?”.
“Si, i rischi di mangiare dei dolci aspettando te. Dai, muoviti”.
“Arrivo”.
Giacca e pantaloni grigi, camicia bianca, scarpe blu, come la tracolla e il trolley, e i capelli biondi mossi dal vento. Metà della fila in attesa al capolinea dei taxi guarda la Roby. L'altra metà sono donne.
Scendo, le vado incontro e apro il bagagliaio. La profondità del nostro abbraccio delude metà di passeggeri in attesa. L’altra metà si volta in direzione dell’arrivo dei taxi.
“Graziano!”.
“Roby, sei sempre in forma. Dammi la borsa”.
Mentre prendo la borsa blu, tira fuori un telefono che sembra uscito da un negozio Swarovski.
“Zitto, non commentare. Il rivestimento è di Swarovski. È un regalo di Alice!”.
“E ci vai in giro? Il permesso?”.
“Scemo: quando siamo in auto, sposto la SIM su un altro apparecchio. Ora devo fare una telefonata urgente”.
“Barbara, ciao”.
...
“Si, tutto bene. Tu?”.
...
“Lo so, me lo ha detto, ma potevate alzarvi più tardi, non sarebbe morto nessuno”.
...
“Come chi lo teneva?”.
...
“Ma smettila, ci mancherebbe che vi siate svegliati in piena notte perché Farni voleva correre da me”.
...
“Vabbè, Barbara, poi lo aggiusto io. In ogni caso complimenti, l'ho trovato proprio bene. Aggiungi la levataccia, sta proprio bene”.
...
“Si, come no. Dopo due anni è sempre lo stesso, lo ha già fatto vedere. Se cambiasse, però, lo butteremmo via”.
...
“Sono d'accordo, teniamolo così”.
...
“Presto, non vedo l'ora: quando vado da mia madre, passo anche da voi”.
...
“Un bacio, Barbara”.
“Pensavo di lasciarvi da sole. Posso andare, arch?”.
“Vada. Mi ha chiesto di chiamarla per dirle come stavi. Fammi vedere una sua foto”.
Ho solo quella degli occhi.
“Ah però. Tutto qua, solo questa?”.
“Sì, non ne ho altre”
“Sei sempre il solito. Dov'è l'albergo?”.
Metto in moto.
“Vicino al ministero”.
“Dai: andiamo a mollare i bagagli e ti fai la doccia. Mica vorrai farmi sfigurare con Cleopatra!”.
Appunto: mancava solo lei.
Durante il viaggio verso Roma, Roby mi fa parlare del progetto consegnato al ministero, contenuti e aspettative, mi fa mille domande come se dovesse validare un progetto per il suo ufficio.
Roby lascia i documenti alla reception e ingiunge al concierge di non farmi pagare.
Quando tocca a me, dico la stessa cosa.
La camera ha una vista formidabile sui tetti di Roma. Una camera grande, coi mobili color nocciola, televisore, frigo, scrivania con connessione per Internet. Roby apre la sua borsa e vado a farmi la doccia. Dalla borsa prendo l'attrezzatura da bagno, col rasoio.
Quando torno in camera, Roby ha indosso solo gli slip e sta guardando gli abiti appesi nell'armadio.
“Mi do una rinfrescata e andiamo via subito”, un bacio sul naso e si infila in bagno con in mano una gonna, una camicia e le calze. Tutto normale.
Il corridoio è sempre maestoso e il camicie davanti al pc, rigido come la volta scorsa. Ci dà il suo benestare e andiamo davanti alla porta dell'ufficio della Dottoressa Ameri. La solita luce verde ci fa entrare.
L'ufficio è quasi deserto, nel senso che c'è solo la dottoressa. Le colleghe non sono nella stanza. La Dottoressa Ameri ha un camice sbottonato fino al reggiseno. Inizio a pensare che l'unico a non crederci ero io.
“Architetto Farni, bentornato”.
Ci fa cenno di accomodarci senza staccare lo sguardo dalla Roby. Il confronto è improponibile. Primo perché Roby è mia amica, secondo perché né lei, né Barbara hanno bisogno di bottoni di camicetta slacciati.
“Le presento l’architetto Roberta Marchi, della nostra società”.
Si alzano e si porgono la mano. Chissà perché mi sembra che la mano della Dottoressa Ameri diventi bianca sotto la stretta del sorriso di Roberta.
La dottoressa Ameri prende il progetto e inizia a disquisire sul piano economico e finanziario in funzione del computo metrico, rivolgendo ad ogni pausa lo sguardo verso di me. Sento un rumore strano, come di qualcosa che scivoli: ma non vedo specchi e, quindi, nessuno che si arrampichi su di essi. Roby ribadisce sui conti del quadro economico e sul piano finanziario, mettendo in evidenza questo piuttosto che quello tralasciato. A me non restano che il rapporto costi/benefici e i costi di manutenzione.
“Ecco questo è l’originale del verbale, per l'ospedale. Basta presentarlo, e una volta emesso il finanziamento si ottengono le risorse". Poi si volta verso di me, con lo sguardo spento.
Avevano ragione tutti.
“Dottoressa, grazie, questa verifica è stata importante, vero Farni?”: Roby ha il viso soddisfatto di chi ha vinto una partita a scacchi campionato del mondo.
“Le serve altro?”.
“No, architetto Farni, nulla”.
La dottoressa si alza, chiude un raccoglitore dei nostri e lo mette su un tavolino, sopra altri documenti.
“Vi accompagno, così porto i documenti al Direttore, per accelerare” e va verso la porta.
“Dottoressa, è stato un piacere conoscerla, complimenti!”.
“Anche per me, architetto Marchi”, le sta crescendo il naso, ma non si nota.
“Dottoressa, grazie di tutto, veramente”.
“Architetto Farni, non mi ringrazi, addio” e si avvia lungo il corridoio.
Mentre Roby ed io passeggiamo sulla passiera rossa, penso che la Ameri stia pensando a cosa può essersi persa.
“La Ameri si è persa senz'altro qualcosa, tu ci hai guadagnato”.
“Se non era per te e per Barbara, finiva in un casino”.
“Ne sono convinta. Chiama Barbara. Andiamo a mangiare?”.
“Carbonara?”.
“Si, scemo, carbonara!”. Chi è senza amici, non esiste.
Chiamo Barbara ed Alessandro.
Barbara s’informa sui programmi della giornata, poi le passo Roby.
Chiediamo all’usciere dove si possa mangiare una buona carbonara. La risposta è scontata: siamo a Trastevere, ovunque, ma ci indica un posto appena fuori dalla sede del ministero, uscendo a destra. M’informo che non sia pieno di dipendenti e colleghi.
“No, nun ce vanno, nun se preoccupi”.
Anche oggi l’Ufficio del Turismo di Roma ha inscenato il Ponentino: ci vuole, l’aria mi pulisce il cervello.
Dopo mangiato, Roby ed io torniamo in albergo per lasciare le borse e per cambiarci. Non ho intenzione di andare in giro in giacca e cravatta: va bene il ponentino, ma è una giornata calda. Alla reception ci danno la chiave dell’altra stanza, Roby la prende e ride.
Andiamo al Parco Shuster con l’automobile: da Trastevere con la metropolitana sarebbe un delirio.
Passiamo il pomeriggio a parlare del monumento, traccio il progetto sul terreno con gesti da istrione, provocando le risate dell’architetto Marchi. Roby mi parla del suo lavoro: è un boss del Comune di Cagliari, chissà perché non sono stupito.
All’imbrunire torniamo in albergo, per una doccia e per andare a cena: Piazza di Santa Maria in Trastevere, pesce. Chissà perché si dice che il miglior pesce si trovi a Roma e a Milano, prima che a Genova.
Dopo cena chiamo Barbara, forse solo per farla parlare con la Roby, che ovviamene mi prende in giro e ride, insieme a Barbara, immagino. Dopo aver rassicurato l’architetto Greco sulla mia partenza subito dopo aver portato la Roby al suo appuntamento, facciamo una passeggiata lungo il Tevere, poi torniamo in albergo. La chiave della seconda camera non serve.
24 maggio
La Roby è andata all’appuntamento da sola. Ha lasciato il bagaglio in albergo e si è fatta raggiungere da un suo collega. Mi ha salutato con un bacio ed un abbraccio e io sono rimasto da solo, con una mano in tasca ed una sul banco della reception, mentre il concierge mi diceva che era tutto a posto, che non c’era nulla da pagare.
La scelta di non tornare a mani vuote prepondera sulla fretta di scappare a casa. Tornerò a mani vuote.
Decido di passare da Firenze: andare a Civitavecchia vorrebbe dire allungare e a quest’ora del mattino francamente; dovrei passare per la capitale della Toscana in un orario relativamente tranquillo, cantieri permettendo.
Passo per il giogo fiorentino verso le due passate, a causa di cantieri per ampliamento delle corsie e avverto Barbara quando sono quasi al casello di Nervi.
Alla fine dello svincolo, dopo il cavalcavia su Corso Europa, poco prima di girare verso Nervi, vedo Barbara appoggiata alla sua macchina. Mi saluta con un grande sorriso. Mi fermo davanti all’Audi e scendo.
“Ciao, Graziano, stanco?”.
“No. Cosa ci fai qui?”.
“Mi hai detto che stavi partendo, due calcoli e sono qua da dieci minuti”.
Non è qua per un comitato di benvenuto: gli occhi sono più vicini al blu che all’azzurro.
“Bene, hai fatto bene. Andiamo al bar qua sotto a bere qualcosa?”.
“Si, ovviamente non avrai mangiato niente?”.
“No, mi sono fermato per fare rifornimento e per un’altra cosa, ma volevo tornare alla veloce”.
“Dai, che poi andiamo in studio”: sono le quattro e mezzo. L’architetto Greco ha qualcosa in testa, qualcosa di grosso.
Ci sediamo nel gazebo, ad un tavolo d’angolo, Barbara è di fronte a me e mi pianta gli occhi nel cervello.
Ordiniamo un the freddo ed una birra.
“Farni, sono venuta fino a qua, perché non ce la facevo ad aspettare che arrivassi in studio. Devo dirti una cosa, qui non è un posto nostro e dovrei farcela”, prende il bicchiere, coperto di freddo della bevanda e beve un lungo sorso. La mia birra finisce in un lampo: non bevo dalla colazione.
“Farni, non voglio sapere niente, non dirmi nulla. Qualunque cosa, non raccontarmi niente”. I suoi occhi sono di nuovo azzurri, son sempre dentro i miei, occhi negli occhi, quasi insopportabile. Sono bellissimi, sembrano lucidi per delle lacrime che non vuole far uscire, ma che sono pronte. Devo, per forza, abbassare lo sguardo.
“Sai noi viviamo un mondo d'amore, dai colori straordinari, il rosso dei cuori gonfi d'emozione, l'azzurro dei tuoi occhi e del cielo, il rosa della vita meravigliosa che mi regali ora dopo ora, il bianco della serenità. E' il mondo più bello che abbia mai vissuto. Farni, io senza te non esisto. Ma va tutto bene, ti amo e il resto non esiste”.
Barbara, se avessi potuto, è come ho sempre sognato una ragazza: se mi avessero detto che esisteva, forse non ci avrei creduto.
Ho imparato sulla mia pelle che è meglio rinunciare a qualcosa piuttosto che far intristire qualcuno. Rinuncio a dirle una cosa che potrebbe farle male per togliermi un peso dal cuore: me lo tengo, prima o poi se ne andrà. Barbara non saprà mai nulla. La guardo negli occhi e vedo che sono ancora lucidi. Non ha mai nominato Roby, ma la sua presenza è nell'aria.
“Barbara, ti posso chiedere una cosa, ma promettimi che non te la prendi, in ogni caso”.
“Dimmi, Graziano”: lascio passare un paio di secondi perché il silenzio si riempia della sua voce
“Barbara, stasera mangeresti la pizza?”.
Il volto dell’architetto Greco si illumina del più bel sorriso di questi tre mesi. Qui non ci sono cuscini da tirarmi. La reazione è alzarsi come se camminasse su una nuvola, cambiare sedia, e sedersi vicino a me. L’abbraccio e ci baciamo
“Avessi tempo, la preparerei io, ma devo finire Rieti. Potremmo farcele portare a stare a casa, cosa dici?”.
Rieti, mi ero dimenticato.
“Rieti, eh? Deve rompere le balle ancora per tanto? Non scade sabato?”.
“Si, ma a te cosa importa?”.
“Ah, nulla, Luciano, cosa vuoi che sia”.
“Sei geloso!”.
“Di un cretino? Non credo proprio”.
Luciano mi infastidisce per quello che ha fatto a cena.
“Mi pareva”.
“Ti pare male: quando finite?”.
“Domani, abbiamo deciso di fare presto, per consegnare in anticipo. Una scadenza di sabato è delirante”.
“Se ti serve una mano, dimmelo”.
“No, è meglio che ti occupi dell’albergo, la settimana prossima dobbiamo andare a Milano”.
“E cosa dovrei fare di grazia? Senza incarico!”.
“Solo delle ricerche. E poi l’incarico è sicuro, tranquillo!”.
Gli incarichi sicuri sono incarichi sicuri solo dopo la firma del disciplinare. Cosa che non succede spesso, specie coi privati.
“Io non sono per niente preoccupato”.
“Ieri mi hanno mandato le foto dell’area. Potremmo portargli degli schemi di distributivi”.
“Hai presente Richard Portman?”.
“Quello del cono di quell'imprenditore genovese, qualche anno fa?”.
“Esatto, è un pò datato, ma si può fare qualcosa. Volume, numero di stanze, servizi, aree commerciali, viabilità?”.
Mi guarda stupita.
“Lo sapevo: ho svegliato l'architetto Farni. Facciamo un elenco dei quesiti”.
Facciamo?, ma non "deve" fare Rieti?
“Va bene, ci penso io. Metti le foto sul server, per favore” e nello stesso momento mi accorgo di aver detto una cazzata.
“Non voglio sapere dove”.
Barbara ha di nuovo gli occhi del loro colore, il viso disteso e sereno, versione "Ci penso io”.
Paghiamo e andiamo via, due macchine, due solitudini sparite, che hanno passato anche questa. Il peso è sempre lì, ma, almeno, non ho dovuto mentire, nemmeno per dire la verità.
Lo studio è al completo, Luigi mi fa il punto sulle cose da fare e mi informa che ha chiamato Alessandro per dirmi che ha mandato il materiale per un incarico. Mi risponde la segretaria della società, che il Presidente è in riunione e mi farà chiamare. E io suonerò con Paul a Pompei per ricordare Lady Linda Eastman McCartney.
Barbara mi scrive sulla chat di Yahoo "trovatele" e le rispondo con la faccina che fa le linguacce. Apro il server e cerco dentro la cartella GEORGE CLAPTON: la prima cartella si chiama 000 TV. Se fosse qui potrei stritolarla.
Le scrivo sulla chat che non cambio il nome alla cartella e Barbara mi dice che lo fa lei, ma figurati, dai!!
La cartella diventa 000 Immagini, ovvio. Le foto non sono male, c'è anche un disegno coi punti di vista. Apro Google Earth e trovo il posto. Salvo l'inquadratura dal satellite. Non so ancora come, ma la userò. Alle sei e mezza, l'architetto Greco mi intima di chiudere e andare via. Alessandro non ha chiamato: per sicurezza, dopo averlo spento, metto il telefono in fondo alla borsa.
Alle sette siamo a casa, con l'accordo che domattina siamo in studio presto: lei finisce Rieti. Io farò ricerche sulle tendenze delle attività ricettive. Alle sette e dieci le pizze sono ordinate e alle sette e venti esco dalla doccia. Per le pizze ci vuole un'ora. Come la volta scorsa. Ma questa volta abbiamo cercato di non perdere tempo, ogni giorno lontani è un casino. Più per Barbara, ma ora sento che qualcosa sta cambiando anche per me. Le pizze arrivano in ritardo.
25 maggio
Lo studio è un delirio: Barbara e i suoi ragazzi sono nel bailamme più totale. Devono finire tavole, relazioni e tabelle con calcoli matriciali che non vedevo dall'esame di Analisi 1 Barbara mi ha spiegato alcune cose a colazione, risvegliando alcuni ricordi sulla VIA, quando mi ero messo a studiarla per un cliente.
Per fortuna ne sono fuori: c'è sempre il cretino di mezzo.
Chiamo Alessandro e mi racconta che il 14 la società apre un cantiere a Tortona, che devo occuparmi della sicurezza, "hai ricevuto i documenti, vedi quello che manca, ci sentiamo per la consegna”.
Bel colpo: il 19 dobbiamo consegnare Nassiriyah.
Mentre mi spiega il lavoro cerco i documenti. Trovo i disegni, la relazione, il computo metrico e l'elenco dei soggetti interessati: non manca niente, posso iniziare anche subito. Ho circa una settimana per mandare i documenti all'impresa perché prepari i suoi, il tempo non manca. Congedo Alessandro e chiamo Mauro. Non risponde. Gli mando un messaggio, dove suggerisco di vederci il quattordici pomeriggio, di partire domenica 18 per consegnare la mattina dopo.
Chiamo Luigi e gli dico di venire da me per non intralciare il vortice che sta avvolgendo lo Studio Greco. Con una stampa del computo metrico di Nassiriyah mi fa vedere le voci complete: le demolizioni e basta. Ha chiamato l'Ufficio Toponomastica del Comune di Roma per un cartello di acciaio e marmo che indica il parco Shuster: gli han detto di toglierlo, che poi sarebbero venuti a prenderlo. Ci credi? Gli suggerisco di togliere un cartellone che fa pubblicità su Via Ostiense: ci potrebbero essere campagne pubblicitarie non consone con la futura sacralità del luogo e che potrebbero non collidere con gli intenti del ricordo e della memoria. Luigi mi chiede se è il caso di chiamare l'ufficio affissioni.
“No. Per due motivi: primo, chissà quando inizieranno i lavori; secondo, chissà chi li farà”.
“Come "chi li farà"? Graziano, dai!”.
“Luigi, tranquillo. Vinciamo: quel cartello lo lasciamo fuori. Lo metto in relazione e nel quadro economico. Farò un paragrafo apposta nella relazione e un comma negli oneri a carico del committente nel Capitolato d'appalto. Così non ci costa niente. Quindi facciamo i furbi ed i saggi: lo indichiamo come fatto indispensabile per la completezza dell'opera e poi glielo appioppiamo come onere, anche burocratico. Pensa se incamerano dei contratti e poi scoppia un casino perché il cartellone non esiste più!”.
“Bene, capito. Hai controllato le altre voci?”.
“Sì, mancano solo le quantità, ma quelle arriveranno. Mando una mail a Arnaldo per i cementi armati e gli ancoraggi, potremmo iniziare quelli”: detto fatto, mando il messaggio, sollecitandogli gli sketch e la relazione.
Luigi entra e mi saluta: sono le sette passate.
Mi affaccio nel corridoio: lo studio Greco gira come un treno sulle montagne russe: chissà se i ragazzi sanno che la scadenza è sabato.
“No e non dirglielo!”.
“E no, tiranna, ora vado di là”.
“Farni, ti prego!”.
“Vado di là e offro una mano!”.
“Ci cado sempre”.
“Ciao!” e la lascio a guardare i due monitor.
I ragazzi mi dicono che devono solo controllare i plichi, ma che manca solo il rendering di Barbara e ci sono alcune tavole da piegare. Su questo mi invitano a lasciar stare: ho partecipato ad un torneo di piegatori di disegni: eravamo in 15, sono arrivato sedicesimo e si è sparsa la voce.
Suona il citofono.
Rispondo e sento la voce di Luciano. Lo saluto con entusiasmo e gli apro il portone, gli apro la porta, lo porto da Barbara e mi siedo, prima di lui. Barbara chiede un momento, schiaccia invio e esce dallo studio, lasciando noi due soli. Luciano parla di questo lavoro ed io prendo la mira tocchignando un pezzo di alabastro che è sul tavolo di appoggio. Quando sono a tiro, Barbara torna con un disegno e lo mette sul tavolo, coprendo platealmente l'oggetto contundente.
“Ma l'avete già costruito!”.
L'immagine è talmente credibile che può trarre in inganno.
“Vero, una restituzione fantastica. Tutte le argomentazioni tecniche e scientifiche sono superflue”.
“Luciano, non capisci niente. Quante volte debbo spiegarti che l'immagine è virtuale, mentre i calcoli e le comparazioni sono un fatto scientifico?”. Barbara è su una nuvola: trattare così Luciano ne esalta il viso. Luciano, non avendo una coda, non sa cosa mettere tra le gambe.
“Finito? Manca qualcosa?”.
Sì: che te ne vai.
Barbara prende il telefono e dice a qualcuno di piegare l'ultima tavola e che va a firmare. Si scusa ed esce.
“Soddisfatto? Mi sembra un ottimo lavoro”.
Canepa non sa che ci capisco poco, ma non deve saperlo.
“Sì, Barbara è molto brava”: il suo colore è un misto grigio/rosa, più grigio. La ramanzina deve essere indigesta. Come mi dispiace!
“Sì. È veramente in gamba. Da sola, coi collaboratori che stravedono per lei, ottiene grandi cose”.
“E i clienti stravedono per lei”, povero e tu?
Barbara torna in studio con una busta che porge al grigiastro.
“Finito, i pacchi sono di la, questa è tua” e mi strizza l'occhio "fatto": che abbia applicato, con quest'uomo qua la prassi del mio amico? Canepa prende un foglio e lo apre. Poi infila una mano in tasca e prende una mazzetta di banconote da 500 €. Ne conta un pò e mette il risultato davanti a Barbara. Un vero pezzaro!!!
“Controlla”.
“Già fatto, giuste”.
“Venite a cena?”.
Il pezzo di alabastro è un pò più grande di poco fa.
“No, grazie, siamo ospiti di un cliente”.
Il pezzaro si volta da me.
“Cosa tu dicevo? Ciao, alla prossima” e si volta verso Barbara. Cliente, cena?
“Quando vuoi”.
“Ciao” e Barbara lo accompagna. Mi fermo sulla porta e lo vedo abbrancare le scatole: uno dei ragazzi lo aiuta e se ne vanno. Barbara congeda gli altri, dicendo che metteranno in ordine domattina, prima di riprendere altri lavori.
Ci chiudiamo nel suo studio.
“Cosa ti stava dicendo?”.
“Stupidate. Ma dimmi del cliente a cena”.
“Quale cliente?”.
Veramente impagabile.
“Un cliente ha aperto un ristorante, e mi ha chiesto di partecipare all'inaugurazione. Non siamo obbligati”.
“Quindi?”.
“Quindi, ci sono due possibilità: o andiamo a casa, oppure andiamo a cena fuori, a mangiare pesce a sbafo”.
“In mezzo a milletrecento persone, con una musica stressante che non si può nemmeno parlare”.
“Senti, George Harrison: ci sono sessanta coperti, il locale è insonorizzato e l'impianto audio l'ha progettato uno che conosci, l'ingegner Giacomo Verde”.
Grosso conoscitore di jazz e blues, grande forchetta e ottimo bicchiere: una garanzia, anche perché esperto di acustica. Credo che per Giacomo lavorare per l'acustica e l'impianto audio di un ristorante sia come per me suonare con Paul (il mio), Eric e Paul McCartney per l'inaugurazione del monumento, con Andrea, la Roby e Barbara in prima fila coi parenti delle vittime, mio padre, con mia madre, George e Freddie, lassù.
“Mi hai convinto, andiamo. Dov'è il posto?”.
“A Quinto, Bagnara, sulla strada di casa”.
“E tu, ovviamente, non sapevi nulla fino a?”.
“Stamattina: mi ha invitata stamattina”.
Non mi ha detto che il gioiello è suo e di Giacomo: il proprietario annuncia l'architetto Greco che viene accolta da un'ovazione schiacciante. Mi presenta al proprietario come "il mio compagno", stretta al mio braccio.
“Pensi, Signor Parodi, l'architetto Farni non mangia ostriche se non sono più che fresche. Quanto tempo è Graziano?”.
“Barbara, dall'ultima volta che sono stato a Mont Saint Michel e Saint Maló, saranno due anni”.
Parodi mi guarda: se capisce che è falso, sono perduto: mai stato a Mont Saint Michel e Saint Maló, so che lì le ostriche sono favolose. Barbara sogghigna: il suo gioco è riuscito.
“Signor Farni, lasci fare a me, a lei e all'archetto Greco ci penso io personalmente. Ci porto delle ostriche che non ci invidiano niente a quelle di quei due santi, buone per carità, ma sentirà quelle che ci porto io. Vino, Vernaccia delle 5 terre, va bene?”.
Parodi ha l'accento dei vecchi pescatori genovesi, che ho conosciuto tanti anni fa.
“Signor Parodi, va benissimo, la Vernaccia è molto buona, ma molto fredda. Dove ci sediamo?”: in genovese, col mio genovese che ho imparato ascoltandolo.
“Belin, uno giovane come lei che parla il genovese, ma che bello. Venga che ci do il tavolo sulla veranda che piaceva all'architetto quando facevamo i lavori” e ci porta verso un tavolo d'angolo, sul mare. Il genovese del Signor Parodi è meraviglioso. La veranda è in legno e vetro.
“Mi spieghi?”.
“Parodi era un pescatore, amico di mio padre. Due anni fa è andato in pensione. Ha viaggiato per un anno, poi ha deciso di aprire un ristorante, di solo pesce e mi ha chiamata. Ci son voluti nove mesi. Io venivo ogni tanto a controllare, specie quando non c'eri, volevo farti una sorpresa”.
“Credo che potrei stupirmi solo se il pesce fosse surgelato, dopo questo numero, Greco”.
Parodi compare con carrello con sopra un piatto enorme pieno di ostriche gigantesche e uno di fette di limone. Una magia fa comparire un secchiello pieno di ghiaccio con dentro una bottiglia di Vernaccia.
“Se qualcosa non va bene, ditemelo. Buon appetito!”.
L'unica cosa che non va bene è che al sesto piatto di pesce crudo devo dire basta: anche perché non credo vi siano altre specie locali che non abbiamo mangiato.
La festa continua a casa, ma credo che anche senza i due piatti di ostriche sarebbe finita come è finita.
26 maggio
Mauro ha telefonato per dire che il programma per la settimana della consegna va bene, dicendomi che avrei dormito da lui, che neanche a parlarne di trovare un albergo per due, tre notti che forse passeremo a disegnare. La cosa mi esalta: nel Padrino dormivano sui materassi, noi sui monitors. Sui monitors?: ma non era meglio quando dormivamo sui tecnigrafi?
Devo solo informare Barbara sul programma.
Non va bene che io stia via per cinque giorni che poi saranno sei, vedrai, vai a Roma, con quell'altro, non mi va, vai su dopo, puoi lavorare qua, col WEB cosa ci vuole?
“Respira, piano, riprenditi che ti eri scappata. Non si può. Mi ascolti? Manca il plastico, tutto il materiale della Merloni, la vita ha altre pretese, non c'è solo il monumento, ma devo farlo. Se vado su prima, intanto non muoio davanti ad un PC per fare le cose in fretta. Poi, non voglio fare le cose in fretta, non posso e non devo. E ci sei tu. Punto”.
Barbara mi guarda, occhi negli occhi.
“Va bene, mi hai convinta, sul piano professionale”.
Sul piano affettivo non ci provo nemmeno.
“A un patto: non parlarmene più!”.
La guardo di traverso.
“Della partenza”.
“Per l'albergo: hai in mente qualcosa?”.
“Esagerato!”: però ride!
1 giugno
Piove. La pioggia estiva, tra quelle che mi piacciono, è quella meno ambita: deve piovere in autunno e primavera, non quando è estate o quasi. Poi, la gente si lamenta sempre, d'inverno fa freddo, d'estate fa caldo e arrivano le allergie e via di lamento. Ultimo: "e come mi vesto? E se più tardi viene caldo?"! Dopo un acquazzone estivo è estremamente probabile che faccia più caldo!
In studio è tutto calmo, Luigi sta lavorando sul monumento, io preparo i documenti per l'apertura del cantiere a Tortona, l'incarico di responsabile della sicurezza per una lottizzazione. All'ora di pranzo piove ancora, per fortuna le gocce pesano meno di quelle di stamattina, quando nemmeno l'ombrello a due piazze di Barbara ci ha riparato dal diluvio. Sembrava la copia della ragazza col cappello che si è presentata in hotel a Roma: stavolta non aveva il cappello, stamane era molto più bella.
Chiamo Paul.
“Paul, anche quest'anno la ricorrenza!”.
Paul ha deciso da due anni che non fa più gli auguri di compleanno e non li vuole ricevere: i cinquanta sono un traguardo. Ed io mi diverto a trovare giri di parole per festeggiare.
“John, la ricorrenza? E cos'è, qualcosa che si mangia?”.
“Non fare lo scemo, Paul: oggi ricorre per la 52ma volta la tua data di nascita, che la gente normale chiama compleanno”.
“La prendo come una coincidenza annuale, John! Leggendo un leggero sottinteso, premesso che sei sempre il solito, ti ringrazio di cuore”.
“Niente, Paul, ci mancherebbe”.
“John: come Something è la miglior canzone d'amore degli ultimi 50 anni e George non dice mai "I love you", tu sei l'unico che ricorda un compleanno senza dire auguri!”.
Vedi, io posso dire le cose "bene", Paul dice le cose "giuste".
“Barbara?”: gli parlo dell'architetto Greco, della vita insieme.
“John, non fartela scappare. Dove sta? Me la puoi passare?”.
“Certo”, mi alzo e vado da Barbara.
“È Paul: ti vuole salutare”: copro il microfono, “Compie gli anni”.
“Waw. Paul? “ e me ne vado. Ne avranno per un pò.
Barbara bussa alla porta, apre e allunga un braccio con la mano spalancata. Ormai non mi chiede più se mangio, ordina e non sbaglia mai. Non è vero: qualche giorno fa ha preso un omelette di zucchini. Non li mangio, non mi piacciono. Se li mangiassi, mia madre, che non c'è mai riuscita, scenderebbe dal Paradiso per darmi una scoppola in testa. Barbara ha sorriso e ha mangiato tutta la frittata. Oggi ha preso la parmigiana di melanzane e un'insalata di carote, birra e acqua. Mi racconta della telefonata con Paul, l'ha fatta ridere fino alle lacrime, ma sul contenuto non mi dice nulla, solo che se dopo la Roby e Paul, anche con Andrea fosse così non mi posso certo lamentare.
“Farni, domani andiamo a Milano: hai pronto qualcosa?”.
No, cavolo: ho una marea di appunti e di schizzi, ma nulla di presentabile. Devo dirglielo.
“Sì, un'ora e facciamo una revisione” e sposto il naso.
“No, Graziano, mi servono due ore, prima non posso”.
La mia fortuna ha colpito ancora: se avessi avuto nella professione la fortuna che ho avuto con gli amici e le ragazze, oggi Foster sarebbe un mio collaboratore. Ho molta esperienza, molte ferite e poche cicatrici.
“Va bene: tra due ore sono da te. Ora andiamo, per favore, ho anche Alessandro tra i piedi”.
“Vado, vado!”.
Le prendo il viso tra le mani e le bacio gli occhi. Ma perché non la smette?
“Farni, buono, cuccia!”.
Con un gesto dolcissimo sposta a fatica le mani e si alza.
“Stai buono. A stasera, per le coccole. Ora lavoriamo”. Va verso la porta e manda una strizzata di occhi da chiamare il telefono: che colore avrà per casi del genere?
Chiamo Luigi e gli dico di preparare la notifica preliminare per Tortona, col numero di commessa che identifica l'archivio sul suo computer.
Chiamo Paul e Andrea, giusto per dire due stupidaggini. E togliermi i pensieri dalla mente.
La Roby, per cambiare, non risponde.
Due ore e mezza dopo squilla il telefono interno. Nel frattempo, Luigi ha preparato, rivisto e spedito la bozza della notifica preliminare di Tortona: la mandiamo all'impresa e a Alessandro. Con la richiesta di controllare i dati, visto che entro il 24 deve essere inoltrata.
Io ho passato per lo scanner schizzi e testi e li ho inseriti in un file di Corel Draw, insieme a foto di hotels nel mondo, cercando di far sembrare che sia tutto studiato. Vado di là con la stampa della laser su formato A3, incrociando le dita. È il primo lavoro con l'architetto Greco e l'ho preso sottogamba, riducendomi all'ultimo momento, con una settimana di tempo.
“Farni, vuoi presentarlo così?”.
Questa l'ho già sentita. Devo difendere il mio lavoro.
“Sì, così, aleatoria e incompiuta, per non dare troppe indicazioni e per far vedere che siamo bravi. perché non possano utilizzarla e per non lasciargliela perché incompiuta. Se torniamo con l'incarico, per il preliminare la metto a posto”,
“Guarda che va benissimo così! Bastano la copertina e i copyright in fondo. Ah: l'opera d'arte; a cosa hai pensato?”.
A niente.
“Magritte. L'uomo con la bombetta, oppure "Non è una pipa": due falsi indizi”.
“L'uomo con la bombetta è quello con la mela sul viso?”.
“Se vuoi ho un mio ritratto con la mela sulla faccia”: l'ho montata per il biglietto di auguri di Natale dell'anno scorso. In un angolo ho scritto in piccolo "Made by R. Magritte, P. McCartney e GFA". La Roby ha commentato: “Hai fatto bene a precisare, specie se l'hai mandata a qualche collega”.
Paul se l'è cavata con un "idem a tutti voi" e Andrea con "Chi c..z è R. Magritte" e gli auguri.
“Bella! A Natale fai sempre qualcosa del genere?”.
“Sì. L'anno scorso il Modulor di Le Corbusier, ribaltato e colorato di tutte le sfumature tra rosso ed il verde. Poi il planisfero pieno di nuvole. Un anno ho fatto anche gli auguri al contrario”.
“Cioè?”.
“Dovevo fare gli auguri a due clienti che mi hanno fatto impazzire e ad un collega che mi ha rubato un incarico e allora gli ho mandato un biglietto con una foto che ritraeva un gruppo di bambini africani con la scritta: "È Natale anche per loro, auguri”.
“Sei un bastardo! Mi devi far vedere tutti i biglietti natalizi che hai fatto, sono curiosa. Faccio queste due cose e andiamo a casa. Abbiamo un conto in sospeso”.
Andiamo da me e si siede al mio posto davanti ai monitor. Il tempo di trovare due rilegature da 25 fogli e due cartoncini per il fondo che Barbara annuncia di aver finito e che le due copie sono in stampa. Mentre va prendere i fogli, cerco nell'archivio tutti i file disegnati per Natale: nove. Ne stampo una copia mentre Barbara torna con le stampe e le rilega nella rilegatrice.
“Farni, non ci crederai: a Como c'è una mostra su Magritte e ho prenotato un hotel per domani sera, sul lago!”.
Uccidere l'organizzatore potrei, solo per la tempestività. Barbara non potrei. Non ne troverei un'altra. La Roby ha ragione.
“Magritte: e chi è 'sto Magritte?”.
“Scemo, ti voglio bene”.
Controllate le ultime cose, andiamo a casa.
Facciamo la doccia e ceniamo sul terrazzo con insaccati e formaggi, vestiti da spiaggia, calzoncini corti e, io, addirittura, in canottiera, Barbara con un pareo e nient'altro, scalza. Dopo cena, Barbara mette un cd nel lettore. Parte una canzone dei Procol Harum, Homburg.
Barbara abbassa il pareo intorno alla vita.
“Balliamo?”.
2 giugno
Passiamo dallo studio per lasciare alcune indicazioni ai ragazzi e do i biglietti a Barbara. Mi metto a ridere: biglietti natalizi a giugno. Barbara li mette nella borsa di studio, insieme alle carte per l'hotel.
“Stasera li guardo”.
Siamo partiti alle 9.30, con l'auto di Barbara. Non dovendo percorrere le tangenziali non dovremmo trovare traffico, l'appuntamento è alle 11.30. E arriviamo in anticipo, con una sosta tecnica e per un caffè a Bettole.
La sede italiana della catena alberghiera ha un parcheggio privato; l'incontro è all'undicesimo piano, in una sala con tavolo ovale in radica di aerable.
Non ti devo dire quale sia la vista che si gode dalla vetrata: Duomo e Torre Velasca.
Alle 11.32 arrivano tre signori, vestiti di scuro con la cravatta, ed una donna, bella, meno giovane di Barbara, alta come lei, con un tailleur giacca e pantaloni nocciola, con una catena d'oro al collo. Per fortuna Barbara è vestita elegante, con una gonna nera, a balze con piccoli pois rosa, camicia e giacca senza baveri, avorio. I miei jeans blu e la giacca di canapa con la polo a righe orizzontali blu e beige sono la nota più sportiva della combriccola.
Fatte le presentazioni, abbiamo di fronte la signora Amandine Laurent, presidente della catena, il direttore generale per l'Italia e quello per la Francia, e il responsabile per le costruzioni, un tedesco. Il DG per l'Italia, Marciano, prende un telefono e in francese chiede di portare acqua e bicchieri. Si materializza un cameriere con i guanti che deve sudare come un matto, vassoi con otto bicchieri e otto cilindri vuoti, poi un altro forzato dei guanti porta otto bottiglie di acqua minerale francese, quella nelle bottiglie verdi. Otto?
“Mentre aspettiamo il Signor Repetto, il promoter che ci ha presentato l'architetto Greco, vi invito ad usare l'italiano in questa riunione. Siamo in Italia, è giusto così!”: Amandine Laurent è simpatica, mi piace questa scelta. Il suo italiano soffre un pò dell'accento francese, ma sempre meno del mio accento italiano quando parlo francese.
“Il nostro gruppo ha acquisito un terreno in Corsica, vicino Solenzara. Le trattative coi governi locale e regionale sono a buon punto sul piano politico. Ora bisogna passare alla fase operativa, architettonica ed edilizia. Abbiamo voluto un professionista italiano, giovane, invece dei soliti archistars, ma soprattutto per due motivi. Primo il tempo. Vogliamo aprire in due anni. Repetto ci ha parlato molto bene della Signora Greco e del suo staff, siamo qua per definire il tutto con voi”.
Barbara, al suono di "Signora", si è alzata dal metro e sessantasei a un metro e settantacinque.
“Volevamo un gruppo giovane ma con una solida esperienza professionale, anche non specifica. Il curriculum che ci avete mandato ci ha convinto”.
“Ringrazio il Presidente”.
“Mi chiami Amandine, architetto”.
“Allora lei mi chiami Barbara, grazie. L'architetto Farni, titolare di uno studio a Genova, ed io abbiamo accolto con piacere la proposta di”: squilla il cellulare di Marciano, che si scusa e si allontana. Barbara mi guarda: "Tu non sei il mio staff" e strizza gli occhi.
“Era Repetto: si scusa, un incidente non gli consente di essere qua in orario. Ci raggiunge nel pomeriggio”. Marciano torna al suo posto e Amandine si tocca la fronte.
“Se partiva prima! Vada avanti, Barbara”.
“Si, grazie. E siamo pronti a valutare le vostre esigenze in funzione dei vostri obbiettivi e delle sinergie dei nostri due studi, combinate con le attività professionali che mettiamo a vostra, a sua disposizione”. Parla guardando tutti negli occhi e non per ascoltarsi.
“L'architetto Farni, che è anche il mio compagno, è, inoltre, socio di una società d'ingegneria con la quale può mettere a disposizione ingenti risorse professionali. Qui, per voi, un'analisi del mercato delle attività turistico ricettive, con alcune idee che Farni ed io abbiamo buttato giù per iniziare a discutere con voi. Prego” e passa le brochures ad Amandine. I quattro scorrono le pagine a coppie, con brevi e frequenti cenni d'intesa. Poi Amandine prende una cartella e tira fuori due fascicoli. Uno lo passa a Barbara. Il titolo è "Disciplinare d'incarico": me lo passa e vado a vedere l'onorario. Cinque zeri.
“Ovviamente, questo vale per la prima fase. Unica condizione, progetto preliminare per la delibera a Parigi, il primo luglio, sabato”. Meglio, Andrea il 6, Eric il 7!
Leggo: tra cento e centocinquanta stanze, altezza massima, standards ricettivi della catena. Della parte burocratica si occupano loro con le conoscenze locali. Sono tra 25 e 30.000 metri cubi fuori terra, più gli interrati, le aree commerciali e le sistemazioni esterne, circa 8/10 milioni di euro. Per 100.000 €, di cui il trenta per cento subito, si può fare. Barbara mi guarda.
“Fai tu”.
“Va bene”.
“Allora. Firmiamo” e il presidente firma il suo contratto e poi quello firmato da Barbara. Marciano e il tedesco si allontanano e Amandine chiude il contratto in una busta di pelle.
“Bene: andiamo a pranzo? Poi vi fermate da noi per il weekend?”.
“Veramente dobbiamo andare a Como a vedere una mostra di pittura”.
“Magritte a Villa Olmo? Magnifico! Quando andate?”.
“Domattina”.
“Avete già i biglietti? Domani è sabato, ci sarà molta gente. Aspettate” e alza un telefono, non compone nessun numero ma mi sembra che dall'altra parte del cavo scattino sull'attenti. Il presidente parla con Valeria e le dice di prenotare due biglietti per la Mostra e una camera nel tale albergo, a nome Greco.
“No, Amandine, grazie ma avevamo già provveduto al Grand Hotel Lario!”.
Il presidente riprende la cornetta in mano e compone un numero.
“A che nome: Greco o Farni?”.
“Greco”.
“Buongiorno, sono Laurent, il direttore”.
...
“Direttore, buongiorno”.
...
“Bene, grazie. Senta: ci sono due prenotazioni a nome Greco”.
...
“Esatto, due minuti fa. Tenga quella della stanza che ha chiesto Valeria”.
...
“No, nessuna omonimia: sono la stessa persona, è qui con me, mia ospite”.
...
“Si, vengo a trovarvi. A presto”.
Poggia la cornetta.
“L'Hotel Lario è il nostro, non si preoccupi, Barbara”.
Tornano Marciano e il tedesco.
Marciano da una cartella in pelle al presidente e il tedesco ci passa due cd.
“Li ci sono il rilievo dell'area e le indagini geologiche e geognostiche del terreno. Se manca qualcosa, fatecelo sapere”. Amandine compila un assegno e lo dà a Marciano che lo dà a Barbara.
“Se non c'è altro andiamo a pranzo? Architetto Farni, silenzioso. Lei cosa dice?”.
“Mi chiami Graziano. Cosa dico? Che ci dobbiamo muovere. C'è il progetto di un hotel che ci aspetta”: Amandine ride, mi prende sottobraccio e si avvia.
“Su, Graziano. Ora andiamo a mangiare, si rilassi”. Barbara si appoggia all'altro braccio. Di Ameri ce n'è una, tutte le altre son nessuno.
Mentre passiamo davanti alla consolle della segretaria, con auricolare/microfono incorporato, la presunta Valeria ci viene incontro e da un foglio ad Amandine. Il presidente lo guarda e si rivolge a Barbara.
“Ecco, i biglietti per domani, sono intestati a lei”.
“Grazie, Presidente”.
“Amandine, Barbara, Amandine!”.
Davanti all'ascensore, Barbara mi spara uno dei suoi sorrisi con strizzata d'occhi. Abbasso la testa e sorrido. Non sa cosa la aspetta: non ha mai lavorato con me.
3 giugno
Ieri, dopo aver pranzato in un ristorante alla milanese, nella veranda dentro un giardino, siamo andati a Como: in albergo mancava solo la guardia sull'attenti, poi l'accoglienza era superiore a quella per un capo di stato. Ma siamo ospiti del presidente europeo della catena alberghiera o no? Dimenticavo: Repetto non si è visto.
Barbara, svuotate le borse, si è affacciata sul balcone e ha visto la piscina, sulla sponda del lago. Ha chiamato la reception e dopo cinque minuti eravamo fuori dall'hotel per andare a comprare i costumi. L'architetto Greco non ci ha pensato e si cruccia. Non tanto: ne prova quattro, per poi scegliere il secondo: bello, un azzurro molto intenso. Io mi accontento del primo. E la convinco che un ricambio "se torniamo in camera coi costumi bagnati" non serve! Le ciabatte si, quelle le prendiamo: “Quelle di casa, poi, le buttiamo via”.
Il concierge ci ha dato due teli da mare che potevano, ognuno, fare da copriletto. Io non ho fatto il bagno, Barbara sì.
Alla sera siamo stato ospiti del presidente che ci ha raggiunto col consorte, un francese che di italiano conosce poche parole. Barbara aveva uno di quei vestiti che sembra siano stati cuciti con poca stoffa: corto davanti e lungo dietro, con le spalline sottili, color ocra. Io ho vinto la battaglia "mettiti la cravatta" con una lotta strenua, finita in un abbraccio che per poco ci faceva scendere in ritardo.
Abbiamo mangiato un antipasto di formaggi lombardi con vari tipi di marmellata e miele, riso al pesce persico di lago, un magnifico arrosto di maiale al pepe rosa, con un vino bianco di quelli che dovrebbe sempre lasciarne un pò nel bicchiere per creanza. Ieri sera mi divertivo a contare il tempo che passava tra l'appoggiare il bicchiere vuoto sulla tovaglia e l'arrivo di un cameriere per riempirlo.
A fine serata, accompagnati i francesi alla loro auto, siamo andati a fare una passeggiata sul lungolago. Barbara si è tolta i sandali e ha camminato a piedi nudi.
Anche in un letto enorme, con baldacchino, Barbara si sveglia e riesce ad occupare tutta la superficie visibile nello stiracchiamento del risveglio. Siamo stati in giro fino a dopo mezzanotte, ma non eravamo mai stati così bene e non siamo dei nottambuli.
“Sveglia? Ti serve qualcosa?”.
“Non riesco ad aprire gli occhi. Mi serve qualcosa di dolce”.
“Vuoi fare colazione qua?”.
“No, voglio qualcosa di dolce, ma non puoi usare il telefono e non ti puoi allontanare da qui”.
In effetti ha gli occhi chiusi: sembra di parlare con qualcosa di strano. La prima cosa che mi viene in mente è baciarle le palpebre. L'azzurro degli occhi non si appalesa, ma dal movimento delle mani, credo che il tipo di dolce sia uno di quelli indicati.
È improbabile che la mostra sia fatta con copie dei dipinti di Magritte: camminare tra opere di così grande valore senza una vigilanza tangibile fa impressione. Aggiungi che nella lucida presa per i fondelli di Magritte riesco a capire tutto, anche sarcasmo ed ironia, e il gioco è fatto. Niente a che vedere con Amedeo Modigliani, due mondi diversi, due galassie diverse, addirittura.
Tutto, per Magritte, sembra un gioco: quello che è finto è reale, quello che è reale può trarre in inganno. Anche un suo quadro. Sarà la storia della Apple dei Beatles, sarà che questo modo di prendere il giro la realtà come con la pipa e il panorama col sole e le luci della notte, ma decido di studiare quest'uomo e di comprare il catalogo della mostra. Il cavallo sugli alberi, gli amanti col cappuccio: quest'uomo era incredibile.
“Farni, mi preoccupi! Tutto bene?”.
“Barbara, dov'era 'sta roba, perché non la conoscevo?”.
“Farni, sereno, hai tempo, puoi recuperare. Non eri un cultore di Ingmar Bergman? Ora potrebbe essere il momento della pittura”.
Di Bergman sapevo tutto: a 18 anni ero un esperto. Poi il regista ha girato "Sussurri e grida" e ho capito che era il momento di lasciar perdere.
Unica cosa, avevo deciso che più o meno a questa età mi sarei dedicato a jazz e musica classica, ma potrei trattare.
“Hai ragione: Magritte, Modigliani, Dalì e Van Gogh. Inizierò con questi”
“Qualcosa di più facile no, eh?”.
“Conosco questi: Dalì dai tempi dell'università, Van Gogh per un lavoro di Junior al liceo, Modigliani per una mostra, Magritte, beh: che te lo dico a fare?”.
“Spiritoso! Dai che quando usciamo prendiamo il catalogo”.
Il percorso è una continua scoperta. Ma finisce. All'uscita, insieme al catalogo prendo due riproduzioni: “La grande guerra” (un uomo con la bombetta) e “L’impero della luce” (il giorno e la notte). Domattina, a costo di andare all'Ikea devo trovare le cornici e appenderli in studio.
5 giugno
Non siamo andati all'Ikea, è bastato un negozio a San Martino: ho preso due cornici delle stesse misure delle riproduzioni e le ho montate subito, per non lasciarne arrotolate troppo a lungo.
Dopo la spesa e questo exploit di bricolage, per il resto della domenica siamo stati sul terrazzo di casa, anche per pranzo. Insieme alle cornici abbiamo preso un ombrellone enorme che abbiamo inaugurato mangiando prosciutto e melone, pasta col sugo di pomodoro crudo e vino bianco, prosecco che ha fatto venire gli occhi piccini piccini a Barbara: ghiacciato, bollicine, l'euforia per l'incarico, alle due dormiva sotto l'ombrellone, su un lettino pieghevole che aveva in uno dei sottotetti. Io ho tolto tutto da tavola senza svegliarla, ho messo l'altro lettino in modo che vi fosse più ombra e poi mi sono messo a leggere il catalogo di Magritte. E non capisco perché le note siano spesso in fondo ai libri, invece che a fine pagina o a fine capitolo!
Quando Barbara si è svegliata avevo finito di leggere e, dopo un the freddo e una coca cola, ci siamo distesi al sole. Dopo cinque minuti l'architetto Greco si è tolta il pezzo più grande del bikini.
Ora le due riproduzioni sono appese nel mio ufficio. Si è complimentato anche Luigi. Ha ragione. Sono proprio soddisfatto.
Verso le dieci, Barbara mi chiama sulla chat: dobbiamo vederci per l'hotel. Le mando l'emoticon che abbraccia e scrivo "arrivo”.
L'architetto Greco, con la pelle arrossata dal sole di ieri, è seduta al tavolo di appoggio con un disegno, due fascicoli e un gruppo di foto davanti. Polo avorio, gonna avorio e sandali neri, con quelle cinghiette così sottili che ti chiedi come fanno a tenere.
“Si accomodi”.
Prima le do un bacio sulla fronte rossa.
“Eccomi, pronta?”.
“Si, non vedevo l'ora di lavorare insieme”.
“Scusa, ma non eri quella che "mai più con un collega"?”.
“Certo, ma tu non sei un collega: primo sei il mio uomo, poi hai la stessa laurea, ma nella vita c'è di peggio”.
Vuoi vedere che il cretino era suo collega di studi e poi lo ha sposato?
“Credi?”.
“Si, puoi sempre sposare il primo che ti aiuta al primo esame e col quale studi fino alla tesi, ma non puoi sbagliare due volte”.
“Credi?”.
“Di nuovo? Si, no su questo non puoi. Sul resto, si può sempre sbagliare. E non dire Credi?”.
“Barbara, solo chi non fa nulla non sbaglia, perciò è impossibile non sbagliare”.
“Vero, per quello mi sono messa con te. Se non l'avessi fatto, non mi sarei mai perdonata lo sbaglio” e mi carezza il viso con lo sguardo tipo "e ora cosa hai da dire?". Mi viene in mente una frase di un telefilm.
“Nessuna buona azione resta impunita”, più o meno.
“Farni, grande! Mi piace!”.
“Non è la mia, attenzione!”.
“E chi se ne frega, detta al momento giusto può essere anche, chennesó, una frase presa in televisione”.
Non glielo dirò mai.
“Lavoriamo?”.
Mi stringe una mano, poi prende due fascicoli da una busta trasparente: l'originale del contratto e una copia. Prima regola per iniziare bene un lavoro: leggere il contratto.
Barbara legge e sottolinea i passaggi interessanti per noi: consistenza della documentazione e scadenze. Definiamo chi fa cosa e decidiamo di chiamare qualcuno per le strutture e di non coinvolgere altri colleghi in questa fase: è pur sempre un preliminare da discutere con tecnici e politici corsi, non è il caso di chiamare in causa altre professionalità. Spesso, tra il preliminare e l'esecutivo le differenze si notano. Decidiamo di proporre ad Amandine una verifica intermedia prima della consegna di luglio. Il problema è quello del tempo. Io tra pochi giorni porterò tutta la testa a Nassiriyah e la consegna è il 19, a Roma.
“Potremmo proporre la settimana prima della scadenza, così abbiamo una settimana per le modifiche”.
Facendo due calcoli, 19 a Roma, 20 o 21 qua in studio. Si può fare.
“Sì, va bene, chiedi un incontro alla tua amica Amandine, poi decidiamo cosa fare”.
Mentre Barbara chiama Marcella per telefonare al presidente, guardo il disegno sul tavolo. È il rilievo dell'area, coi confini del lotto, le strade e gli edifici vicini. Ci sono le distanze tra confine e case limitrofe, cosa che mi fa pensare ad un regolamento locale sulle distanze, come in Italia. C'è anche un cimitero, ma è a più di duecento metri dal lotto. I due fascicoli sono due copie delle relazioni sul terreno, in francese. Vado a cercare qualcosa che assomigli al carico di rottura o alla portata del terreno. Tutto il resto riguarda lo strutturista. Trovo una portata pari a 1,2 kg per centimetro quadrato, in zona sismica di primo livello, il più basso. Fantastico: dovrei anche saper leggere e capire il resto! Primo, è in francese; secondo, di Geologia e Geologia Applicata ho preso "solo" 28/30; terzo, se mi mancavano 9 esami alla seconda laurea, in ingegneria civile, ci sarà uno motivo?
Barbara parla in francese e sorride. Credo di afferrare che la sua amica Amandine apprezzi l'idea di una revisione prima della consegna.
“Au revoir, Amandine”.
“Quindi?”.
“Ha apprezzato che fossimo così corretti da non arrivare a Parigi col preliminare finito”.
“Barbara, 'sta roba deve essere tradotta, non possiamo mandarla in giro in francese!”.
“Sono d'accordo: visto il tuo francese fluente e che lì c'è il miglior dizionario francese/italiano in commercio, oggi deve essere tutto tradotto”.
Una colomba atterra davanti alle relazioni e mi strizza un occhietto. È uno di quei momenti in cui vorrei mangiarmi la lingua, ma ormai è fatta.
Definiamo le dimensioni di massima dell'albergo, partendo da 120 stanze, da cui Barbara può partire per le superfici accessorie e complementari. Io, dopo la maledetta traduzione, mi occuperò della viabilità, che farò studiare, inizialmente, da Luigi. Concordiamo di rivedere il lavoro domani pomeriggio.
“La traduzione prima di cena, però”.
“Una dilazione?”.
“E con quale causale?”.
“Vado”: la colomba mi fa segno, con un'ala, di seguirla, secondo me sta ridendo. Prendo il dizionario dei dizionari e vado da me.
“Au revoir”: per fortuna non parla il francese come lo spagnolo. Un cliente anglosassone no, vero?
Non imparerò certo il francese traducendo una relazione geologica, ma ti garantisco che è una menata. Sarebbe stato più facile il contrario. Quel niente di francese che so è men che scolastico, sono veramente a livello di nomi di auto, di giocatori di calcio, sigarette, qualche artista, poche città e un solo viaggio a Parigi nell'estate del 1978.
Alle sei e mezza ho finito e avverto Barbara, via chat. Metto il lavoro nella cartella del server e, prima di andare da lei, mando una mail ad Arnaldo, e gli ricordo che la settimana prossima dobbiamo chiudere i documenti di gara, faccio lo stesso col professore: non si sa mai.
“Waw! E ora a chi la mandiamo?”. Non ne ho la più pallida idea. Per gli impianti so già nome e cognome, per il verde anche. Ma per la struttura no, anche perché non lo posso far passare per la società, dovrei fare un contratto con Barbara, ma temo che Alessandro cerchi di accentrare tutto..
“A che punto sei?”.
“Stavo studiando la relazione di fattibilità, guardando il rilievo per capire cosa fare. Una cosa è certa: la viabilità di connessione è un problema”. Che tradotto per noi comuni mortali vuol dire che le strade sono insufficienti. Non è vero, è che il terreno non è collegato con la strada litoranea e quindi qualcosa si deve fare. Primo, dare per scontato che il committente lo sappia.
“Poi bisogna decidere la forma, il meccanismo distributivo, ho due simulazioni, ma ho dato da modellare il terreno a Marco e non ha ancora finito. Senti, Graziano, basta. Andiamo a casa, passiamo a prendere un pò di carne e facciamo una grigliata?”.
Alex De Large ha ragione: le persone normali ragionano, i geni improvvisano. Barbara è un genio.
6 giugno
Abbiamo lavorato tutto il giorno a due ipotesi di volume per l'albergo, entrambe con le camere ad est, vista mare; una torre alta 12 piani, l'altra un edificio di 6 piani, tutti e due con 120 stanze. Io preferirei due torri da 8 piani, con un piano intermedio per spazi comuni e un solarium attrezzato in copertura. Barbara accetta e le ipotesi diventano 3.
“Greco, ora basta: sviluppiamo queste tre ipotesi e non inventare altre amenità, va bene? Possiamo studiare i dettagli di due, tre stanze tipo. C'è anche Nassiriyah!”.
“Uffa, sei sempre il solito: con te non si può inventare nulla! Sempre a bloccare il volo!”.
“Bloccare il volo?”: Barbara sta ridendo col viso nascosto tra le mani.
“Ah, ecco”.
“Farni, Farni: non mi sentivo così bene da 10 anni, dopo l'ultima storia con un dirigente di una multinazionale farmaceutica. In circa quattro mesi ho imparato cose e fatto cose che non avrei nemmeno immaginato prima. Sei incredibile: da ragazzo casinista a professionista serio ed impegnato il passaggio è velocissimo, ma il limite non si vede quasi. Mi piace!”. E strizza gli occhi.
“Non so cosa dire: io cerco di essere sempre me stesso, mi adeguo ai momenti, non voglio che i momenti si adeguino al mio modo di pensare. Poi sbaglio come tutti: c'è chi fa sempre le cose giuste, come te, Paul, Roby ed Andrea. A me basta farle bene”.
“Avevo visto giusto, quella sera, dopo averti perso, per quanti anni? Mmh, dal '79, 20 anni? Ti vedevo girare da laureando, te la tiravi un pò”.
“Io?”.
“Oh sì, come tutti voi prossimi alla laurea e quelle come me, io specialmente, vi vedevamo come se foste di un altro pianeta”.
“Mi stai dicendo che a quell'epoca ti interessavo?”.
“No, forse sì. Capelli lunghi, occhi azzurri, so che quando ci siamo rivisti alla festa dell'ordine, ho pensato a cosa mi ero persa”.
“Quindi, la mattina del matitone?”.
“Perciò il 14 febbraio ho pensato che il tuo invito a cena fosse l'occasione migliore”.
“E io mi sono addormentato!”.
“Già, che meraviglia! A cena da una donna e lui cosa fa? Si addormenta. Farni, se non eri tu, a parte che non saresti stato a casa mia, ti avrei svegliato e accompagnato alla porta. Invece sono stata a guardarti fino a che ho deciso che se non avessi avuto una storia con te avrei commesso un errore imperdonabile, il più grande della mia vita! E invece, una volta tanto, ho seguito a ragione il mio istinto e non sono scappata dalla mia idea”.
“Io dormivo e tu tramavi alle mie spalle?”.
“No, no! Ero di fronte a te, seduta davanti al divano. Ho messo uno dei DVD. Poi avevo le gambe rattrappite, mi sono lavata, spogliata e sono andata a leggere a letto, sperando che ti svegliassi prima che io mi addormentassi”.
“E così andiede”.
“Andiede?”, ride.
“Andiede, sì”.
Anche se qui non sta improvvisando, Barbara merita di più. I geni improvvisano? I grandi geni non hanno bisogno.
La giornata termina con un accordo per finire venerdì la fase istruttoria, per passare le carte ai ragazzi lunedì, poi sabato e domenica a collaudare bene il nuovo ombrellone. Poi, da martedì penserò al monumento: l'accordo prevede che fino al mio ritorno da Roma, salve le limitazioni sulle amenità inventive, l'architetto Greco ha carta bianca, anche sulla collaborazione di Luigi, a cui affidiamo la viabilità, sulla quale ci accordiamo. E fino al mio ritorno non si parla di cose francesi.
“Dobbiamo parlare di soldi, tra noi, collega”.
Ecco una cosa che non so fare: parlare di soldi.
“Domani. Ora andiamo a casa”.
“Che intenzioni hai?”.
“Tu chiudi e andiamo a casa, poi ti dico”.
Cena fredda in terrazza, a lume di candela, in mezzo a quelle candele che tengono lontani gli insetti.
Non sempre tra dire e fare c'è di mezzo il mare, non sempre, nemmeno stasera.
12 giugno
È stato un fine settimana coi fiocchi. Barbara ha voluto spostare la revisione interna a sabato mattina per controllare se quelli delle pulizie lavavano i vetri come aveva chiesto, cioè anche dall'esterno. Poi, secondo lei, da soli era più facile parlare di divisione dell'onorario. Partita da metà per ognuno, dopo aspra lotta ha accettato 60 e 40, che ritengo equilibrato ed equo. Alla fine della revisione, abbiamo scritto un documento per quelli che avrebbero lavorato al progetto, tre persone per ora: Barbara si occupa del coordinamento e del 3D. Chissà se quando torno da Roma ci sarà qualcosa per me. Abbiamo messo tutto nella cartella 001 2006, seguito dal nome della catena. Lì finiscono tutti i files del cliente, tutto quanto fatto finora da chiunque abbia fatto qualcosa. Il file README spiega dove sono i files vecchi e dove mettere i nuovi.
La cartella GEORGE CLAPTON finisce sul disco GRERNI del server, protetto dalla password 20060214.
Ieri sera la pelle di Barbara era rossastra, nonostante creme e pomate pre, durante e post esposizione al sole. E se la prende con me perché io sono colorito e non arrossato come lei. Barbara non ha 24 estati a Castellaneta per tre mesi, tutti i giorni al mare, per cui, per me, questo giorno e mezzo di sole genovese è un aperitivo analcolico. E se la prende, minaccia ritorsioni terribili, ma alla fine ride. Solo il confronto tra il colore delle braccia la rabbuia, ma non posso farci nulla. Questo weekend sarà solo suo, potrà rifarsi. Io sarò a Roma. E non ne abbiamo più parlato.
L'Italia esordisce ai mondiali di calcio, battendo il Ghana: non è il Real Madrid, ma almeno tutti sono più tranquilli.
Quando arrivo in ufficio, apro la posta e trovo i documenti di Arnaldo per i cementi armati della fondazione e per i sistemi di ancoraggio dei menhir. Questi non mi convincono: debbo controllare se la normativa mi consente di glissare su questo dettaglio. L'articolo 31 del regolamento della Merloni lo consente, quindi, d'ufficio e di imperio stralcio la tavola dall'elenco dei disegni.
Non gli ho chiesto la struttura per la scalea, la faccio io: è sul terreno, non ci vuole una scienza.
Dal professore non è arrivato nulla, né il costo, né la relazione schematica dell'impianto. Forse ha gli esami anche lui, forse, sapendo come deve fare, se la prende comoda, forse.
Abbiamo fatto una riunione con i ragazzi che lavorano per la Corsica (due collaboratori di Barbara e Luigi), per spiegare scopi e finalità del lavoro. Hanno chiesto il livelli di dettaglio e ho suggerito di leggere il regolamento della Merloni e le note che abbiamo preparato ieri, che sono in una cartella sul server, con un numero e il nome della catena di hotel.
Dopo aver verificato che tutto sia chiaro, ognuno va al suo posto. Barbara passa da me per un bacio e mi dice che domani pensiamo a Roma. Domani, oggi devo pensare a tutto quello che serve, tipo come dirle che starò via almeno sette giorni. E sarà dura: se solo mi vuol bene come mi ha detto, la vedo dura. Se 5/6 giorni erano tanti, quando dirò a Barbara che starò via da mercoledì a martedì dovrò prepararmi al peggio.
Arriva una mail da Arnaldo: sta provando a realizzare un rendering del progetto e mi chiede una foto dove montarlo e se ho delle immagini del travertino. In effetti ho le foto di molti materiali che uso nei montaggi, ma al travertino non avevo mai pensato. Ad Arnaldo serve per mappare le superfici dei solidi con il materiale col quale sono realizzati.
Nelle schede dei materiali trovo il jpg del travertino e scelgo una foto con una prospettiva centrale, con l'inquadratura spalle alla basilica, dove si vede il cartellone pubblicitario, quello che deve sparire. Dovrebbe andar bene, la luce è uniforme. Chiedo ad Arnaldo di mandare, da domani, tutto a Mauro, alla sua posta elettronica, perché vado su a finire.
Inizio subito a disegnare i cementi armati che ho ricevuto, in modo da farli verificare da Arnaldo. Quando sarò su, devo fare il computo metrico e su queste tavole mancherà solo il cartiglio.
Chiamo Mauro, sulla chat, col bando in mano.
“Mauro, dobbiamo fare un plastico del progetto. Di dimensioni massimo cm 100x70”.
“Va bene. Sai cosa facciamo? Facciamo tutto coi materiali veri. Chiamo il maestro per chiedergli dei menhir in argilla alti 10/12 centimetri. Quando arrivi?”.
“Mercoledì, prima Barbara mi ucciderebbe. Porto un pò di cose fatte, faccio un elenco delle tavole, dei documenti ed il cartiglio”.
“L'elenco delle tavole e il cartiglio ci sono, mancano solo i c.a.”.
“Li mettiamo per ultimi. Bisogna pensare a qualcuno per i lavori”.
“Ne parliamo dopodomani. Ciao, ho un appuntamento”.
“Ciao”.
Bene, un lavoro in meno. Non per pigrizia, do per scontato che debba essere completato, ma è una cosa che è lì, qualcuno ha iniziato a pensarci. Qualcuno lo finirà, poi finisce in cima ai documenti e dentro la relazione. Stavolta non sono 3.000 caratteri. E ho già qualche idea.
Appena finito, dopo aver controllato la presenza di Arnaldo sulla chat, stampo in PDF le due tavole e gliele giro. Sono quasi le otto: in generale è tardi, ma tutto tace, George Harrison a parte. Luigi è andato via, i ragazzi di Barbara sono andati: siamo soli.
Mentre aspetto la risposta di Arnaldo, imposto la tavola della scalea, prendo il rilievo che abbiamo fatto con Barbara ed imposto la sezione. Finisco la tavola e arriva la risposta di Arnaldo.
“E gli ancoraggi? Qui va bene tutto”.
“Gli ancoraggi nei prossimi giorni. Mi raccomando la relazione, grazie”.
“Te la mando da Mauro, ciao”.
Saluto e chiudo la sua chat. Due ritocchi alla tavola della scalea e chiamo Barbara.
“Andiamo?”.
“Finisco una cosa e arrivo”.
Continuo il disegno della scalea. Apro un file di Excel che uso per le verifiche di questo livello. Imposto i dati e arrivano i risultati. Stampo tutto e salvo.
Entra l'architetto Greco, con la sua gonna nera, leggerissima, semitrasparente e la sua camicia con le maniche arrotolate. Sempre elegante.
Barbara ha la forza di farmi dimenticare tutto, più di quanto faccia io. Impeccabile durante il lavoro, impagabile nei ruoli istituzionali. Quando siamo soli, è un'altra, una ragazza, una persona diversa. Non saprei dire quale sia meglio. Per fortuna non devo farlo.
“Guardi ancora questa gonna?”.
“Sì, non so perché mi fa venire in mente la Carmen” e per me la musica lirica è un mistero.
13 giugno
Barbara trova un albergo nel quartiere Prati, vicino a quello dove eravamo stati per la consegna perché “è vicino al Campidoglio” e perché ha un parcheggio privato.
“Così potete lasciare tutto in macchina”.
Verso le sei, congedato Luigi, inizio a fare la borsa di studio, con le carte per il cantiere di Tortona e il materiale per il monumento.
Faccio due copie di tutto su una pen drive e su un CD, non si sa mai. Da una delle porte USB tolgo la chiave per il programma di contabilità: senza quell’aggeggio, non stampa. Lo so: dovrei fare un elenco delle cose da portare via. So che poi non lo leggerei. Preparo l'elenco dei documenti per il bando, testi e disegni e mando ad Arnaldo ed al Professore la loro parte.
14 giugno
“Quando torni?”.
Barbara, dopo il consueto stiracchiamento globale, multilaterale, è sdraiata col mento appoggiato al mio petto, coi capelli in disordine.
“Allora: oggi vado a Tortona ad aprire un cantiere, poi vado a Bergamo. Partiamo sabato. Al più tardi domenica, per sicurezza”.
“Sono d'accordo: la prudenza non è mai troppa. Poi?”.
“Lunedì mattina consegniamo, poi torniamo a Bergamo; se non arriviamo tardi, in serata dovrei essere a casa”.
Roma-Bergamo sono 650 chilometri, circa sette ore e passa, soste comprese. Per poter partire da Bergamo per Genova intorno alle cinque, dovremmo andar via da Roma alle dieci, l'ufficio del bando apre alle nove.
“No, arriviamo a Bergamo in serata, martedì mattina torno a Genova”.
Barbara mi guarda, aggrotta le sopracciglia, poi si mette a contare con le dita della mano sinistra.
“..., cinque, sei ... Sei giorni? Assurdo, non si può! “.
Un paio di secondi e il mento non è più appoggiato su di me, tutto il resto sì. Tortona può aspettare.
Barbara ha schierato sul letto TUTTO quello che mi serve per dieci, quindici giorni. Poi mi prende per mano e mi porta davanti al suo armadio e prende un sacco di plastica.
“Questo è per te”.
E sfila il sacco: un abito beige, con la giacca con cinque bottoni sui polsi delle maniche, gilet, doppio spacco posteriore.
“Sei matta?”.
“Non lo avevi ancora capito? Prepariamo due borse: una la porti a Roma, l’altra la lasci a Bergamo. E il vestito lo appendi in auto, così non si stropiccia”. Silenzio, non faccio nessun commento.
Se un'impresa sa come lavorare, aprire un cantiere sotto l'aspetto della sicurezza è una formalità. Altrimenti non c'è niente da fare. Il cantiere di Tortona è iniziato così.
Salgo sulla Ginevra alle due e mezza, dopo aver rinunciato a mangiare coi titolari dell'impresa e risuona Layla.
“Dove sei?”.
“Lascia perdere: sono a Tortona, sono appena partito. Se non c'è casino sulle tangenziali, alle quattro sono lì”.
“Dai, abbiamo da fare”.
“Ma va?”.
Mauro mi accoglie con un abbraccio e mi prende la borsa. Saluto la segretaria e i suoi collaboratori e lo raggiungo al suo pc. Chiamo Barbara e la informo che sono arrivato.
“Saluta tutti, Graziano, per favore. E non ti preoccupare, qua penso a tutto io”.
Per prima cosa, nel programma di posta elettronica di Mauro, creo una cartella "Monumento" e scrivo una regola per cui i messaggi di Arnaldo e del professore finiscano lì dentro. Mando un sms ad Arnaldo per fare una prova. Dopo 5 minuti compare l'icona "New Mail" e, affianco alla cartella Monumento, il numero "1". Funziona. Mauro mi fa aggiungere l'indirizzo di un fornitore di pietre e marmi, che lui conosce.
Passo successivo, installare il software per la contabilità. Mentre il programma di installazione fa il suo lavoro, iniziamo a parlare di chi potrebbe fare i lavori. L'impresa dovrebbe avere qualcosa a Roma, ma visto il tempo ristretto dobbiamo trovarla a Bergamo. Mauro ha un paio di nomi a cui chiedere e se ne va nello studio privato, nell'altra ala dell'ufficio. Apro la cartella del monumento sul server e copio il contenuto del cd. Mando un messaggio a Barbara: "perché non vieni su venerdì pomeriggio?". La risposta: "Hai ripreso a fumare, sicuro sia tabacco?”.
Mauro torna con lo sguardo fiero.
“George, che colpo! Vai su questo sito” e mi passa un post it.
“Chi sono?”.
“Un'impresa di Bergamo con cui ho progettato e costruito un parcheggio interrato tre anni fa”.
Grande sito, animazioni, foto che girano. Vado alla pagina dei lavori, divisi per categoria, pubblici e privati: una categoria è interessante, l'architettura ecclesiastica. Torno sulla homepage e vedo le certificazioni Vision 2000 e l'accreditamento presso una SOA. Tutti punti a favore: la qualificazione è un dato che, secondo me, è un vantaggio.
“Chiamali”.
“Li ho già chiamati: domattina vengono il titolare ed il figlio a vedere i disegni e cosa altro?”.
Cosa altro, quante ore vuoi dormire?
“A che ora arrivano?”
“Nove e mezzo”.
Guardo ostentatamente un orologio e poi l'altro.
“Considerato che non c'è molto di disegnato, che il compito metrico è all'inizio, che abbiamo circa tredici ore e mezza, gli possiamo dare un caffè e l'elenco prezzi. A meno di non metterci a disegnare fino a che sonno non ci assalga per fargli vedere qualcosa di credibile”.
“Diamoci da fare ”.
“Gli diamo l'elenco prezzi così controllano e mettono i loro. Prima finiamo il cartiglio”.
“Molto bene. Andiamo a cena, poi torniamo”.
Chiamo Barbara. Non è come a marzo, è come fosse un'altra storia, non ci sono spade di nessun Damocle sulla testa di nessuno, c'è solo che siamo lontani e facciamo a gara a chi lo fa pesare di meno. Non vince nessuno dei due, ovviamente.
Dopo cena, nel vortice del disegno, Mauro decide di mettere anche le sovrapposizioni, il confronto tra il progetto e lo stato attuale, per chiarire meglio quello che faremo. Una tavola in più: in questo modo si ha la sensazione che si operi davvero sull'esistente. Io finisco il cartiglio, concordiamo due correzioni, poi preparo le squadrature nelle scale dell'elenco disegni. Sono 12 disegni, tutto compreso. A mezzanotte passata parte Wonderful Tonight, prendo il telefono e vado fuori, mi siedo dov'ero quando Barbara ha dato sfogo alle sue ansie.
“Cosa fai ancora in giro?”.
“Ti controllo, fammi sentire il ticchetto di una tastiera”.
“Sono in giardino, al telefono con una matta, non davanti al pc!”.
“Scusa accettabile”.
Passa Raffaello con in mano un cartone con sei lattine di birra. Lo saluto e gli passo Barbara.
“Ciao, Barbara”.
...
“Si, stanno lavorando, io sono appena arrivato da Milano per dare una mano”.
...
“Io? No, papà, io non posso controllarlo!”.
...
“Ciao, buona notte”.
“Simpatica”.
“Pronto?”.
“Dica?”.
“Ma la smetti di farmi controllare? Raffaello è appena arrivato, non lo conosci e gli chiedi di fare cosa?”.
Sento la risata di Barbara nel telefonino.
“Dai. Farni, non fate tardi”.
“Ecco, meglio, un bacio”.
“Null'altro?”.
“Un bacio, amore”.
“Domani, anzi no, tra poco nevica! Ciao!”.
Guardo lo schermo del telefonino, dove da tre mesi la foto dei suoi occhi accompagna anche i momenti della giornata quando non sono con lei al telefono.
Raggiungo padre e figlio e brindiamo con le prime tre lattine. Le ultime tre le beviamo poco prima che spunti il sole, ma solo quando le tavole ed i testi per l'incontro sono finiti e andiamo a dormire.
15 giugno
Svegliarsi è stata dura. Io dormo poco, lo sai, ma inizio a dormire tra le 11 e mezzanotte. L'effetto Greco ha portato molti benefici, ma andare a letto alle cinque passate, svegliarsi alle sette e mezzo per alzarsi, nell'ottica che anche domattina sarà così, mi esalta. Se poi non faccio danni sul lavoro, non ce n'è per nessuno.
Gloria si ricorda i mie gusti dalla volta scorsa. Mi chiede se Barbara mi porta sempre la colazione a letto e io approfitto per chiamarla e farle parlare: così mangio e scappo in studio.
Mauro è dovuto andare da un cliente, su un cantiere, ma, secondo Raffaello, arriverà in orario.
Accendo il PC, apro la posta elettronica: nella cartella del monumento ci sono 4 messaggi. Arnaldo che manda alcune prove del 3D, il professore, che manda un testo, il marmista, Giovanni Tognelli, che chiede informazioni e Luigi che chiede come va.
Chiamo Luigi e lo ringrazio, mi dice un paio di cose su quello che deve fare con Barbara e gli spiego che deve fare quello che chiede lei, come farebbe con me.
Il testo del professore è una descrizione tecnica molto accurata, con temperature della luce, lux, colori delle lampade, tipo di corpi illuminanti. Gli rispondo che non si può mettere il nome del fornitore dei corpi illuminanti e che servono gli schemi dell'impianto, anche senza un dimensionamento, ed il costo. Faccio vedere il messaggio a Raffaello, che mi chiede di mandargliene una copia.
Il Signor Tognelli vuole lumi sui materiali e vuol sapere se c'è un disegno: rispondo che il disegno lo avrà entro l'una e che i materiali sono travertino e marmo nero Africa. Sulla prima parte della risposta vorrei mordermi la lingua: e se non ce la facciamo?
I rendering di Arnaldo sono fenomenali. Sembra che il monumento sia già lì, in fondo al parco: gli chiedo solo di provare ad armonizzare i colori con quelli della foto, ma preciso che se non riesce va bene così.
Dopo uno sbadiglio da leone della MGM, apro la chat e saluto Barbara, giusto in tempo per l'arrivo di Mauro con gli impresari.
Non poteva andare meglio. I signori Pedrini hanno accettato di far parte del gruppo e hanno suggerito il nome di un paesaggista di Bergamo per le sistemazioni che abbiamo previsto. Cioè, per ora, nulla, ma non glielo abbiamo detto. Hanno chiesto una copia dell'elenco prezzi per controllare quelli che sono valori di mercato correnti. Ho precisato che dobbiamo usare un listino aggiornato a quanto in vigore a Roma alla fine della prima fase e che possono agire solo sugli articoli che sono nel Capitolo Nuovi Prezzi, che contiene tutte le voci che non sono nel prezziario che gli stavo mostrando. Detto fatto, prendono l'elenco prezzi e restiamo d'accordo che ci sentiremo spesso.
Appena tornati in studio, dopo aver convocato il paesaggista per domattina alle 10, aggiorno Mauro, iniziando da Tognelli, che mi sembra più importante: del plastico non abbiamo niente.
“A proposito, stamattina in cantiere è arrivato un fabbro che conosco: gli ho parlato di un bozzetto per un menhir. Aspetta anche lui i disegni”.
Ci mettiamo subito al lavoro: Mauro prepara l'architettonico dell'esedra con le quote per Tognelli; io preparo uno schema di un menhir in scala 1:20, che è quella che hanno concordato.
“Mauro, il bando non prevede un bozzetto!”.
“Leggiamo”, che vuol dire "controlla”.
Finisco il mio disegno e rileggo il bando, sulle prescrizioni per la seconda fase. In effetti non dice di limitarsi a quanto richiesto e nemmeno di non aggiungere altri elementi.
Mandiamo i disegni ai destinatari, convocandoli per il tardo pomeriggio. Affrontiamo il problema del plastico: come base una tavola di legno multistrato 99x69, non si sa mai; per evitare porcate, il verde lo facciamo con del cartoncino con sopra le pietre di Tognelli e i menhir del maestro.
Quando affrontiamo il problema del professore, Mauro chiama Raffaello e gli chiede di andare da lui per chiarire. Raffaello telefona e si danno appuntamento per le sette a Milano, il tempo di tracciare l'impianto.
Chiedere a Gloria di non esagerare con il mangiare è come chiedermi di andare a vedere il derby nella Gradinata Nord, cosa che ho fatto ma che non rifarei mai più. Il sonno inizia a farsi sentire, rinunciare a questa cucina è dura.
Alla fine del pranzo, squilla il telefono di Mauro che saluta il maestro. Approfitto per salutare Gloria ed i ragazzi e vado sul patio a telefonare a Barbara.
“No, non iniziare coi colori, è un planivolumetrico, non un definitivo”.
“Dai. Son sicura che ti piace. Te lo mando?”.
“Mandamelo, ma non cambio idea: dovresti colorare le tre proposte e nessuno sa quante prove cromatiche faresti”.
“E tu che ne sai?”.
“Questa domanda è la risposta. Mandami 'sto capolavoro che poi ti dico un'idea che mi è venuta”.
“Dai, vai sulla chat, sta arrivando”.
Avverto Mauro, che sta prendendo il caffè, e vado in studio.
L'immagine che mi ha mandato Barbara è meravigliosa: l'albergo, nella versione a torre (quella che spero sia bocciata dal committente, con la speranza che, in ultima istanza, possa essere bocciata in Corsica) ha le facciate in pietra e cristallo. Faccio i complimenti all'architetto Greco e le chiedo di trattare allo stesso modo le altre proposte.
“Lo sapevo, va benissimo. Prova a pensare a qualcosa che differenzi ogni piano delle stanze dal precedente e dal successivo, tipo il nome o il colore”, non mi ricordo dove, ma una cosa del genere l'ho già vista. Questo perché non avrei voluto parlare dell'hotel.
“Waw, bello, provo. Quando torni?”.
“Ciao, vado”.
Arriva Mauro, vede la foto e si complimenta con me.
“Non l'ho fatto io, Barbara”.
“Si, d'accordo, ma tu l'avresti fatto così. Cos'è?”.
Gli spiego che è un incarico di Barbara, che la sto aiutando.
“Dimmi del maestro”.
“Si: i menhir sono pronti. Siamo d'accordo che quando Raffaello va dal professore li ritira e che viene qua sabato mattina per firmare”.
“Firmare la domanda e la delega di capogruppo”.
“E i disegni, no?”.
“Ma non credo proprio: con quale titolo? Non è committente, non ha un'iscrizione ad un albi professionale!”.
“Verissimo, quindi?”.
“Non si possono mandare in giro disegni senza la firma dei progettisti”.
“Giusto. Potrei firmare io e tu le tavole dei cementi armati. Secondo me è meglio chiedere a Roma”.
“Provo”.
Cerco il numero della segreteria del bando: non l’ho salvato per scaramanzia. Dopo venti squilli, rispondono.
“Salve, sono l’architetto Farni, Graziano Farni. La dottoressa Cruciani?”.
“A che proposito?”.
Certo, l’argomento è importante.
“Un quesito sul bando per il monumento
“Gliela chiamo”.
Attesa senza musiche: il peggio? Le Quattro Stagioni di Vivaldi in versione pc. Mauro va nel suo studio.
“Architetto, qual buon vento?”.
“Se sia buono non lo so” e le spiego il problema. Non se l'era mai chiesto: mi dice di aspettare, mentre chiama il Presidente della Commissione: l'amica di Barbara. La Dottoressa Cruciani si rivolge a Emanuela con il "tu", riesco a capire poco di cosa stiano tramando, salvo che "no, non se n'è accorto nessuno”.
“Architetto, il presidente, che è una sua collega, dice che è sufficiente la firma di un architetto, come previsto dal bando, mentre il capogruppo firma la domanda”.
“È necessario rimandare le deleghe al capogruppo?”.
“No, direi di no”.
“Grazie, Dottoressa e buon lavoro. Ci vediamo”.
“Buon lavoro a che a lei”.
Preparo subito la domanda, partendo dal file della prima e modificandolo. Aggiungo l'accettazione della delega a capogruppo del maestro.
Controllo con Raffaello la tavola dell'illuminazione, deve passare anche dallo studio del maestro per il plastico. Raffaello mi chiede se può occuparsi lui del plastico, visto che ne ha già fatto diversi per papà.
“Raffaello, per me va benissimo: ricorda il professore, che se, come immagino, non disegna, qualcuno deve sostituirlo”.
“Tranquillo, caso mai ci penso io alle tavole per l'illuminazione”.
“Grazie, non sembra ma ci sono ancora un milione di cose da fare e siamo solo in tre”.
“Non ci pensare. Fammi andare. Avvertite il maestro che vado da lui, ci vediamo dopo cena”.
“Vai piano, ciao”.
Raggiungo Mauro e gli riferisco della telefonata e della disponibilità di Raffaello.
“Tra poco arrivano il fabbro e Tognelli. Tu a che punto sei?”.
“Ascolta: facciamo le riunioni, prima di cena stampiamo tutto e quando rientriamo controlliamo tutto. Relazioni e il resto?”.
“La relazione generale l'ho già in mente, le altre le aspetto, il Capitolato è già nel pc, deve solo essere finito”.
“Facciamo una stampa del progetto per il paesaggista. Cià, dai, al lavoro”.
Nelle ore successive ognuno pensa alle sue tavole, io aggiorno il computo metrico e prendo appunti per la relazione. Prima o poi la devo fare. Verso le sei, Mauro mi dice di mandare in stampa una copia di tutto, come ha fatto lui. Mi passa un file e una foto arrivati da Arnaldo. Apro la foto. È lui, è il nostro monumento installato su una foto! Ci sono piccole discrasie, ma le faccio sparire dopo cena. Approfitto dell'anticipo per chiamare Barbara, che sta parlando con un ingegnere per la struttura, ma mi manda un bacio, mi dice che le manco e mi chiede quando torno. Immagina la faccia dell'ingegnere.
Poco prima delle sette arriva l’offerta della fonderia dove il mastro forgerà i menhir. Tutto finisce nel computo metrico.
Alle sei e mezza arriva il fabbro. Mani grandi, fisico da atleta, Mauro mi racconta che gioca a rugby come dilettante. Chissà perché pensavo fosse un campione di scacchi o burraco. Aldo apre una scatola e tira fuori un basamento in legno con sopra un menhir alto 20 centimetri, con alla base una piastra da 4 centimetri di lato con quattro piccoli bulloni negli angoli. Il menhir lo ha fatto con uno scatolato che ha modificato a caldo e coperto con limatura di ferro prima che si raffreddasse.
“Aldo: mi auguro che a Roma non lo prendano. Questa meraviglia finisce da me!”.
“Calmino! Ne parliamo”.
Mauro prende la scatola e ringrazia Aldo, che, ovviamente, non vuole denaro per il suo lavoro. Mauro deve passargli un sacco di lavori, la gratitudine è di questa vita. Mi stritola una mano e lo salutiamo.
“Scusa, mi è scappato!”.
“Vabbè, dai, niente! Che meraviglia!”.
“Visto? E con quelle mani. Tutta opera sua!”.
Luigi Tognelli è un tipo magro, alto come me, capelli lunghi, non diresti che si occupa di opere in pietra, ma, del resto, non è che ne conosca molti. Luigi ha portato tutto il materiale per il plastico: due curve di travertino per l'esedra, tre per le panche, il percorso mistico in un unico pezzo. Tutto elaborato come sul disegno: i pezzi dell'esedra sono segnati, i blocchi di marmo nero sono rifilati e Mauro li monta come un puzzle. I pezzi combaciano perfettamente. Mancano solo i menhir e poi potremmo consegnare il plastico: parla da solo!
“Luigi, ora abbiamo bisogno dei prezzi per fornitura e posa, a Roma”.
“Quando vi servono?”.
“Al massimo domani, ma lei ha tutto, cosa le serve?”.
“Niente, ho tutto, il posto so dov'è e anche dove prendere il travertino. Ho tutto, si, domani vi dico”.
Vado a prendere la macchina fotografica, prendo il modello del menhir e lo metto vicino al plastico: prima foto del futuro lavoro, non posso perderla.
Prima di cena, chiamo Barbara per raccontarle queste due novità. Devo rallentare il mio entusiasmo.
“È successo qualcosa? Problemi con l'Hotel?”.
“No, mi sembri contento”.
“Quindi?”.
“Nulla, mi fa piacere”.
Ci credo.
“La prima volta che lavoriamo insieme, non ci sei”.
Appunto.
“Bà, ehi, non puoi farmi sentire una merda perché sono via per un lavoro, ne avevamo già parlato”.
“Lo so, ma non ci sei, di questo puoi parlarne quanto vuoi, ma non ci sei”.
Capito: dalla prossima telefonata, poca cronaca, meteo, caso mai cucina e ricamo.
“Bene, ma dimmi che si dice in studio”.
“Che non c'è uno stereo acceso”.
“Vuoi sapere cosa mangio?”.
“Si”.
“Mi faccio portare pizza e birra. Qui, poi vado a casa”.
Non posso dirle nulla: dopo il primo divorzio ho fatto la stessa cosa: tornavo a casa solo per dormire, passare davanti alla camera vuota di Cristiana era devastante, l'assenza sua e di sua madre insopportabili. Poi mi è passata. Dopo un collasso cardiaco, mio padre mi ha riportato a casa: pesavo 60 chili ed ero alto come ora, che ne peso 85.
“Una sola?”.
“Si posso farcela. Voi?”.
“Noi mangeremo tra poco, dopo cena revisione” e mi mordo la lingua.
“Non fare tardi”.
“No, non dovremmo. Non credo. Dai, ci sentiamo. Non farmi stare in pensiero”.
“Tranquillo, quando sono a casa ti avverto”.
Prima no, niente telefonate?
Devo farcela.
“Ti voglio bene, Barbara”.
“Quando siamo occhi negli occhi mai, eh? Solo al telefono, Farni! Ma t'acchiappo sai, oh se ti acchiappo. Buona notte!”.
E i saluti?
“Buona notte”.
È il secondo giorno, nemmeno 48 ore!
16 giugno
Stanotte siamo usciti dallo studio poco prima delle quattro, ma almeno, stamattina, non abbiamo appuntamenti alle nove e mezzo.
Dopo aver rivisto tutti i disegni ed i testi, aver parlato con Raffaello ed aver saputo, come immaginavo, che per il docente la sua parte era finita, abbiamo cercato una soluzione al problema degli schemi dell'impianto di illuminazione. Alle nove e mezza abbiamo chiamato Flavio Pasta, un ingegnere socio della società d'ingegneria, che si occupa solo di impianti. Ha voluto vedere quello che avevamo, che gli abbiamo mandato in diretta per posta elettronica, mentre eravamo al telefono e poi ha detto che per lui era una cosa semplice, che non c'era alcun problema. Entro stasera ci manda lo schema ed il computo metrico. Poi ci siamo messi a fare tutte le correzioni e le modifiche che abbiamo evidenziato, segnando anche le relazioni tra i disegni ed i testi.
Ho modificato il rendering: sono riuscito a far sparire l'orribile cartellone che fa pubblicità e l'ho sostituito con la chioma non meglio definita di un albero. Ho tolto anche le ombre di due lampioni stradali fuori inquadratura. Per finire ho scelto la sagoma stilizzata di una ragazza coi capelli castani e l'ho messa davanti al monumento e poi ho creato un ombra nella direzione di quelle della foto. E due, modello e rendering, sono finiti: due cose non richieste dal bando.
Credo che la birra stia diventando la bevanda notturna per antonomasia. Mauro ha provato col rhum, ma senza ghiaccio non c'è storia. Birra, due lattine, niente sigarette, una cosa da non credere.
A mezzanotte è arrivato un sms da Barbara che diceva di essere a casa. Poteva essere falso, potevo chiamare a casa per controllare, ho chiamato sul nostro numero e non ha risposto.
Mi sveglio dopo una tirata unica di ben quattro ore e mezza: anche il mio cervello risente del fatto di stare sveglio. L'obbiettivo lo merita. Da quando Barbara è nella mia vita stare a poltrire non mi dispiace. Non mi sono mai sentito come mi sento con lei. Devono essere i 52 anni. E lei.
Non mi faccio la barba da mercoledì ma per telefono non si vede: sul numero privato di Barbara la videochiamata non c'è. Quando la chiamo, decido che faccio finta di niente, come se ieri sera ci fossimo sentiti al telefono.
“Farni, aspetta, sto cercando una cosa. Non la trovo”.
“Non puoi cercarla dopo?”.
“No, trovata! Stavo cercando una scusa per spiegare il mio comportamento di ieri sera e non l'ho trovata: non c'è una ragione valida per quello che ho fatto ieri sera”.
“E allora?”.
“Ho trovato che non ci sono motivi, ma solo che mi devo scusare, specie per aver spento il telefono dopo l'sms. Anche se potevi chiamare a casa!”.
“Sai perché non l'ho fatto?”.
“No e non lo voglio sapere. Veramente lo so: sei un gentiluomo ed è stata una prova di fiducia. Anche questo accresce il mio dispiacere per quello che ti ho detto”.
“Non so a che riguardo, ma accetto: se pensi così, qualcosa è successo, ma non ricordo nulla”.
“Farni, sposta il naso che sta uscendo dal mio telefonino!”.
Ridiamo.
“Dai: oggi?”.
“Oggi abbiamo le qualificazioni, al mattino il doppio e nel tardo pomeriggio il singolare”.
“Scemo!”.
“Non te l'ho detto: sono qua per il campionato italiano maschile di tennis per architetti over 50. Se passo le qualificazioni, è il mio miglior risultato di sempre”.
“Da quanto giochi a tennis?”.
“Dal 1968, con Paul, a Portici. Non gioco da sette anni”.
“Mi sembrava strano. Come giocavi?”.
“Ero un buon terza categoria”.
“E quante sono le categorie?”.
“Due”.
“FARNI”.
Il suo urlo è così forte che Mauro compare nel riquadro della porta, allarmato.
“A che ora viene il collega paesaggista?”.
“Non sei qui per l'urlo?”.
“Quale urlo?”.
“Lascia perdere: alle dieci, perché?”.
“Devo andare su un cantiere, te la puoi vedere tu?”.
“Certo, mi preparo e scendo”.
Ma che ore sono?
“Grà, sono le otto passate. Cosa ne dici di andare a lavorare che è venerdì e non mi hai detto a che punto siete?”.
“Allora vado, ciao”.
“Ciao”.
“Farni, non liquidarmi così, sai?”.
“Non dicevo a te!”.
“A chi?”.
“A Mauro”.
“Ma dove sei?”.
“In camera, ora sono in piedi, sto andando in bagno, a prepararmi, prima che qualcuno mi dica che sono in ritardo!”.
“Bravissimo. E sai dove sono io?”.
“Ci sono due possibilità: in studio o in cucina, per la colazione”.
“Sono in camera, nel nostro letto e non ho nessuna voglia di alzarmi”.
“Se avessi il teletrasporto mi farei portare lì per sculacciarti”.
“Non ce l'hai!”.
“Basta, Greco. Stia a poltrire quanto vuole, io vado a lavorare”.
“Perché non sei qua? Dai, scherzavo, Farni!”.
Sul fatto di poltrire non ci credo: immagino come si stia stiracchiando su tutto il letto.
“Ti saluto, Barbara. A dopo”.
“Beh, ora neanche al telefono?”.
“Mi manchi” e 'stavolta è vero. Greco si commuove, per un periodo lunghissimo non dice nulla, poi "anche tu, ciao".
Visto che per i disegni sono quasi finiti e aspettiamo solo l'impianto d'illuminazione e il progetto del verde, inizio il Capitolato speciale d'Appalto, uso un documento generico di circa 200 pagine, dove aggiungo e tolgo gli articoli: ogni voce si rimunera da sola; per il monumento, "l'accattivante semplicità dell'opera" riduce a poche categorie quelle dei materiali e dei componenti.
Finita la fase di pulizia ed integrazione, rileggo per un ulteriore controllo.
Negli oneri a carico del MIBAC aggiungo l'eliminazione del cartellone pubblicitario su via Ostiense, vicino all'albero. D'altra parte nel fotomontaggio non c'è.
Alla fine, aggiungo l'elenco prezzi, incompleto, mancano illuminazione e verde, ma intanto lo considero un passo avanti.
Alle dieci e pochi minuti, un collaboratore di Mauro mi dice che l'architetto Pollini è arrivato. Dopo aver chiesto di farlo accomodare in sala riunioni, chiamo Mauro e lo informo.
“Dai, George, fagli vedere il progetto”.
Olmo Pollini è un signore, un vero signore, elegante, dalla parlata pulita, con un leggero accento bergamasco, non mi fa pesare che non capisco nulla di architettura del paesaggio, che è un arte, che è la sua passione, che ha ereditato da suo padre, che suo figlio porterà avanti. Ha lavorato in tutto il mondo. E accetta di partecipare. Gli ho chiesto se vuole far parte del gruppo come esecutore e ha risposto con un entusiasmo eccezionale. Merito dell'oggetto del bando, sicuramente.
Quando mi ha chiesto a che ora chiudiamo, ho risposto sorridendo.
“Cosa, architetto?”.
“Stasera, qui, lo studio”.
“Penso che sospenderemo solo per cena, ma potremmo fare l'alba, o, comunque, molto tardi”.
“Bene, mi lasci un recapito telefonico, ci vediamo stasera, col progetto ed il computo”.
Che vorrebbe dire finire la parte più importante, anche per avere un'idea della somma che dovremo gestire. Gli do la tavola del progetto dove è segnata l'area di cui deve occuparsi e un CD con foto e punti di vista. Gli lascio un mio biglietto da visita col numero dello studio di Mauro e il mio portatile. La sua stretta di mano è vigorosa, di quelle che valgono più di un contratto.
Passo da Raffaello per il plastico. Questo giovine pazzo sta pulendo la tavola di multistrato con la carta vetro! Non posso dirgli nulla: avrei fatto anch'io così. Ha già scelto i 19 blocchetti di argilla. Ogni blocchetto ha una vite infilata in quella che sarà la base. Raffaello farà un foro, colerà della colla a due componenti nel foro e poi infilerà la vite del menhir. Vado via prima che il mio fegato esploda.
Mauro arriva a ora di pranzo. Chiede a che punto sono e si complimenta per Pollini.
Dopo mangiato chiamo Barbara, che mi tesse le lodi di Luigi: precisione, educazione, volontà, spirito di iniziativa e via esaltando.
“Credo sia la prova che ci sai fare con le persone”.
“Greco, basta, finiscila subito. Lascia perdere”.
“Ma perché, prenditi i tuoi meriti almeno una volta”.
Non lo sopporto. Io vivo la mia vita, chi passa prende, se voglio, se è capace: quello che ho è lì, pronto.
“Va bene, controllo e poi ti dico”.
Silenzio, se potesse mi manderebbe a quel paese.
“Graziano, ha chiamato Amandine. Le ho mandato le tre ipotesi. Non ti ho detto nulla, scusami”.
Io sono uno che non se la prende: poi mi passa. Specie ora, a due giorni e mezzo dalla scadenza del monumento e di un albergo in Corsica.
“Hai fatto bene. Cosa dice?”.
“Aspetto una risposta. Ti faccio sapere. Un bacio”.
Se la conosco abbastanza, sa già il seguito. E temo il peggio.
Mauro vuole finire tutti i disegni oggi, stamparli in modo che domani mattina sia tutto pronto. Il programma è di partire appena tutto è chiuso, qualunque ora sia per fare il viaggio in due tempi. Dovremmo farcela: mancano Pasta e Pollini. Il loro materiale è completo, sarà da completare col cartiglio, ma è roba di pochi minuti. Sono indietro la relazione generale ed il plastico. Ognuno ha il suo compito e ognuno lavora nel suo lavoro.
Verso le sette, Mauro mi dice che sono arrivati tre files da Pasta e che me li salva nella solita cartella. Tre files, giusto: relazione, computo metrico e disegno. Abbandono la relazione e metto a posto il disegno nella squadratura. Metto il numero di tavola e mando in stampa due copie.
Aggiungo la voce al computo metrico col prezzo: il programma aggiorna subito l'elenco prezzi.
Riprendo la relazione: prima di cena deve essere finita.
Parte Wonderful Tonight.
“Come vedresti la consegna a Parigi?”.
“Dipende, perché?”.
“Perché Amandine ha scelto le due torri e l'edificio basso, le mando una descrizione più approfondita. E vuole che portiamo a Parigi una delle due ipotesi, nella riunione preliminare decidiamo quale, a Parigi, però, ci dà il saldo”.
Questa può essere una notizia.
“Barbara, guarda il calendario, dobbiamo andare a Bari e a Lucca, fai tu”.
“Hai da fare?”.
“Si, ma non lo dicevo per segarti: sai che torno martedì, dobbiamo andare a Milano, il 5 a Bari. Decidi tu”.
“Va bene. Sai cosa faccio? Invito qui Amandine per il 24, a casa nostra, così non ci muoviamo. Non ti preoccupare”.
Questa è una frase che mi piace, rassicura le persone. Non me l'hanno detta in molti.
“Si, certo: e Amandine viene a casa tua, magari col generale De Gaulle, suo marito e si portano il costume”.
“Bravo, non ci avevo pensato! Lascia fare a me. A dopo”.
Come direbbe uno dei personaggi di Love Bugs: questa ragazza non sta bene. Guardo il monitor del telefono: mi arriva una strizzata di occhi anche da lì.
La relazione è quasi finita. Ho messo nel testo tutto quello che mi veniva in mente, per spiegare il rapporto tra scelte progettuali e significato del monumento. Ho scritto una cosa che mi picchiava nella mente dalla fine della prima fase: questo monumento deve essere l'unico del suo genere, non si può morire per la pace, in nessuna parte del mondo, sotto qualunque bandiera. Poi, tutto il resto resiste.
A cena, con Raffaello che ha quasi finito il plastico, siamo andati in pizzeria, ho avvertito l'architetto Pollini che poteva trovarmi sul portatile, non mi ha detto se e quando sarebbe arrivato. Il primo intoppo. Mauro non è preoccupato: il programma prevede tutto domani per finire gli ultimi ritocchi e quindi anche il completamento col materiale del verde. Io preferisco finire stasera, ma se non sarà possibile, pazienza.
Davanti al cancello di casa di Mauro c'è un Mercedes Classe A, grigio. Il tempo di chiedermi chi possa essere che squilla il telefonino, con un numero che non conosco.
“Architetto, sono Olmo, mi aprite?”.
“Mauro, è l'architetto Pollini, nella Mercedes!”.
“Bene” e pigia sul telecomando.
Andiamo in studio: Pollini mi dà un CD e mi dice che il suo progetto è sul disco. Lo ringrazio, mi scuso e vado al PC: l'ultima parte è arrivata. Prima completo il computo metrico e apro il quadro economico. Ci siamo: a fine quadro economico siamo sotto il budget di circa 120.000 €, spese di gara e onorario compresi. Mancherà qualcosa, ma il margine è talmente ampio che sono tranquillo. Stampo per andare a dire ai colleghi la grande notizia. Parte Wonderful Tonight.
“Barbara, siamo sotto di 120.000!”.
“Ed è un bene o un male?”.
E mi riporta sulla terra.
“In questo bando l'offerta economica non dà punteggio, ma è comunque un bel colpo. Immaginavo che con solo tre materiali il costo non fosse esagerato, ma sono contento”.
Mentre parlo, metto a posto le due tavole che sono nel CD: su una c'è il progetto dell'irrigazione con tanto di impianto elettrico, sull'altra il verde.
“Bene. Il presidente di una delle più grandi catene alberghiere sarà nostro ospite col consorte sabato 24 giugno. Non chiamare De Gaulle suo marito che mi scappa da ridere. Ergo, preparati“.
Nel progetto del verde, sopra la panca verso l'incrocio Lungotevere/Ostiense, Pollini ha previsto una quinta di cespugli dal nome impronunciabile: Callistaemon Laevis, con una foto della pianta in vaso e una della pianta in fiore.
“Come “preparati”? Devono prepararsi loro. Barbara, cos'è il Callistaemon Laevis?”.
“Un magnifico cespuglio dai grandi fiori rossi. Tu che ne sai?”.
Poteva non saperlo?
“È nel progetto del verde per il monumento. Solo una pianta, ma fondamentale!”.
“Arriva a quasi due metri di altezza. Ma perché devono prepararsi Amandine ed il marito?”.
Ho finito, anche l'ultima tavola è a posto: due copie e vado di là.
“Perché sono ospiti e cosa mi metto e cosa devo portare! Dai, le solite cose!”.
“Ma smettila! Io faccio passare quelli delle pulizie di studio da casa il giorno prima, col daffare che ci sarà almeno quello lo faccio fare. Beh, Farni, complimenti, mandami qualcosa e buona notte”.
“Ti mando un bacio. Buona notte”.
Vado da Mauro ed Olmo e mi complimento in tutta sincerità. Olmo si alza e mi abbraccia sotto lo sguardo attonito di Mauro. Te la do io l'operazione umanitaria.
Dopo che Olmo è andato via, Mauro aggiorna tutte le tavole dove si vedono i Callistaemon. Io completo la relazione ed il capitolato, preparo le relazioni specialistiche. Ogni relazione inizia col la copertina col logo del monumento della prima fase, i loghi dei quattro enti, una pagina bianca e poi la foto del gruppo scattata nello studio del maestro a marzo. Copertina che vince non si cambia!
A mezzanotte, Raffaello attiva l'ormai classica pausa birra che stasera è Guinness! Prendo un bicchiere: la Guinness non si può bere dalla lattina. Quando passa la lattina a Mauro, il padre gli chiede come sta andando. Raffaello sorride e risponde che ha quasi finito.
Verso le due, dallo studio dove lavora Raffaello si sente un frastuono agghiacciante seguito da un urlo disumano. Mauro ed io scattiamo in piedi, mentre Raffaello, sconvolto e di corsa, compare sulla porta.
“Volevo portarvi il plastico finito: mi è caduto“ e si porta le mani sul volto. Immagino la scena: travertino e marmo in pezzi, blocchetti di argilla frantumati. Chiamare Tognelli per rifare i pezzi, il maestro per i menhir, la corsa in macchina domenica pomeriggio o domenica notte! Raffaello è sconvolto. Non so cosa dirgli, Mauro lo abbraccia e io gli metto una mano su una spalla, poi, tristemente, andiamo di là. Il mio cuore vorrebbe restare qua, ma lo convinco che non è il caso: in cambio decide di battere di meno.
La scena è terrificante: pezzi di legno per terra, due menhir del maestro, cartone: mi viene male al pensiero che poco fa era tutto finito. Ora potrebbe essere finita. Chiedo a Raffaello se ha scattato delle foto: non ci ha nemmeno pensato.
Ma che cacchio voleva portare di là da solo un coso così grande! Mauro si gratta la testa: su un ripiano uno straccio copre qualcosa, potremmo raccogliere i pezzi lì dentro. Sono disperato.
Mauro prende lo straccio e scopre il plastico del monumento!
Raffaello scoppia a ridere, Mauro è piegato in ginocchio e si tiene la pancia.
“Siete due bastardi”.
Non smettono di ridere. Li guardo e sento che il cuore riprende a pompare ossigeno al cervello che mi suggerisce di dare ad entrambi un calcio nel culo! Mauro è violaceo, Raffaello è seduto per terra.
“Quando ho portato qui Olmo, ho deciso di farti uno scherzo e ho detto a Raffaello cosa fare”.
“E tu, giovane bastardo, immagino ti sarai opposto?”.
“Solo per un secondo, giuro! Era troppo bello! Ti saresti dovuto vedere!”.
Non c'è bisogno immagino!
Il plastico è una meraviglia. Sono convinto che Raffaello meriti un calcio nel culo, ma è stato veramente bravo. Calcio risparmiato. Fotografo il plastico da diverse angolazioni.
Mettiamo in ordine le tavole, mando in stampa tutti i documenti su due stampanti. Alle tre, Mauro digita il codice dell'allarme e andiamo a dormire. Un calcio metaforico non glielo risparmio.
17 giugno
Manca poco, ma ce l’abbiamo fatta.
Mauro è andato da una cliente, in cantiere. Si è alzato presto e faccio colazione con Gloria e Raffaello.
Lo studio è un campo di battaglia. Preparo le pile di documenti e disegni da firmare, mentre Raffaello timbra i disegni e le relazioni. Poi prendiamo il plastico e lo portiamo nell’ingresso.
Manca la scatola. Non ci ha pensato nessuno. D’altra parte, abbiamo fatto in tre un lavoro da mezzo milione di euro. Possiamo esserci dimenticati qualcosa? Avremmo dovuto pensarci prima, oggi è sabato.
“Graziano, cosa facciamo?”.
“Raffaello, ci sono due possibilità: o portiamo il plastico così oppure troviamo il sistema di chiuderlo con qualcosa, anche perché deve fare 600 chilometri e non vorrei portare gli attrezzi del piccolo amante del bricolage per rimontarlo a Roma. La cosa migliore è un coperchio in plexiglas. Cerco qualcosa sul web”.
“Dai”.
Apro il PC dove ho lavorato e digito “plexiglass Bergamo” dentro un motore di ricerca. Compaiono 5 nomi.
“Prendi gli ultimi due e telefona, io inizio dal primo”.
Raffaello prende nota degli ultimi due a va a telefonare
Il primo numero squilla a vuoto. Anche il secondo.
“Graziano, il quarto niente”.
Faccio il terzo numero: dopo quattro squilli, rispondono.
“Buongiorno, sono l’architetto Graziano Farni” e spiego quello che mi serve. Faccio segno a Raffaello di cercare il posto. Ho in mente di riuscire a convincerli a fare qualcosa. Qualunque cosa.
“Guardi siamo qua per caso, per fare ordine, è sabato”.
“Ascolti: è per una causa importante”: gli parlo del monumento, del plastico, anche a rischio che la pensi politicamente in maniera diversa.
“Va bene, venga qua, vediamo quello che possiamo fare”.
Prendo nota dell’ultimo indirizzo e del telefono e chiudo il monitor.
“Cos'hai in mente?”.
“Una scatola da appoggiare sul plastico. Prendiamo un listello di legno spesso 4/5 millimetri, lo spessore del plexiglas dovrebbe essere quello e lo fissiamo con chiodini senza testa sul bordo del plastico. La scatola la appoggiamo sul listello”.
“Si, mi piace. So dove prendere tutto, anche se i chiodi dovrebbe averli papà”.
“Se compriamo 100 chiodi non succede niente. Siamo arrivati”.
L'interno della fabbrica è molto luminoso e c'è una musica di sottofondo. Si presenta un signore in cravatta.
“Salve, sono Farni, ho chiamato poco fa”.
“Piacere. Panzeri. Mi diceva che le serve?”.
Spiego cosa ci serve, con uno schizzo del plastico, un dettaglio del futuro bordo, le dimensioni interne. L'urgenza e le motivazioni.
“Per l'altezza, faccia lei”. Con l'augurio di essermi spiegato.
“Senta, oggi c'è solo un operaio, devo chiedere a lui, ma è qui per un'altra cosa”.
Prende un telefono e chiama un numero che squilla oltre una porta di fronte all'ingresso.
“Enrico, può venire in reception, per favore?”.
Dalla porta si materializza un ragazzo con un camice bianco e una mascherina sul collo. Panzeri gli spiega di cosa abbiamo bisogno. Enrico dice che per lo spessore da cinque millimetri, dall'incollaggio sono necessarie 24 ore di posa, dopo di che è possibile muovere quello che lui chiama coperchio.
“24 vuol dire venire a ritirare quando?”.
“Lunedì, oggi potrei tagliare, montare e incollare. Devo mettere delle morse a squadro”.
“Si fermi, lunedì dobbiamo essere a Roma”.
“Non si può fare più velocemente?”: Raffaello ha lo sguardo preoccupato. Io sono al limite della rabbia per non averci pensato prima.
“No. Per un coperchio così grande e col rischio che lati si imbarchino, no”.
Ecco, problema risolto. Siamo nei guai.
Parte Layla.
“Dove siete?”.
“A Longuelo”.
E gli spiego l’arcano.
“Cacchio, però Raffaello poteva pensarci prima”.
“Non dare la colpa a lui, sono io a non averci pensato”.
“Sei sempre il solito. Non è colpa di nessuno”.
“E se prendessimo una lastra da un centimetro e la fissiamo in qualche modo alla base del plastico?”.
Mauro pensa per qualche secondo.
“Beh, si potrebbero mettere delle colonnine in legno fissate con viti di ottone”.
“Chiedo”.
Il signor Panzeri ed Enrico dicono che si può fare. Allora esagero.
“E fare dei fori svasati per poter fissare la lastra”.
“Diametro?”.
“Mauro, diametro delle viti?”.
“4/5 millimetri”.
“Quattro millimetri”.
“Si può fare”.
“Mauro, quanti fori?”.
“Sei o otto”.
“Bene, sei fori, per favore” ed Enrico prende il foglio con le dimensioni e sparisce.
Quando torna ha in mano una lastra di plexiglass con sei fori: tre per lato lungo.
“Grazie, Signor Panzeri, Enrico: siamo salvi”.
“La lastra è protetta da una pellicola su ogni lato: ricordatevi di togliere almeno quello che finisce sotto, prima di fissarla”. Deve aver notato quanto siamo sconvolti dalle occhiaie.
“Sì, grazie. Ha fatto bene a dirlo, non si vedono nemmeno. Mi dica quant’è”.
“Non lo so. Lasciatemi un recapito, vi chiamo lunedì”.
“Chiami a questo numero, io sono Raffaello Borghi, Graziano sarà a Roma, ci penso io”.
“Grazie di cuore”: mai dire così uscendo da un reparto di cardiologia.
Quando arriviamo in studio, c'è il maestro. Ci salutiamo e chiede a che punto siamo.
“Dopo le firme sui documenti, mettiamo in ordine il plastico, poi partiamo”.
“Dovremmo partire nel pomeriggio, per arrivare a Roma domani, in sicurezza”.
“Poi?”.
“Lunedì consegniamo e poi aspetteremo il parere della commissione”.
“Devo fare qualcosa, ho degli amici a Roma”.
“No, assolutamente, non è il caso”.
“Sono d'accordo”.
“Come volete”.
“Firmiamo?”.
Raffaello ed io torniamo dal plastico per scattare altre foto e iniziare a preparare il coperchio: dopo la protoimmagine, le foto del modello della prima fase, ora un coperchio per una scatola senza bordi. Se l'avessimo pensato non ci daremmo riusciti.
“Barbara, hai detto ad Amandine di portarsi il costume?”.
“Certo: che mangeremo in terrazza, sotto l'ombrellone che hai comprato, che faremo solo piatti liguri e che non ti piace parlare di lavoro a tavola, a che per lei avresti fatto un'eccezione”.
“E se il generale”.
“Farni!”.
“Scusa, se il marito amasse il rugby, cosa di cui io conosco solo il numero dei giocatori?”.
“Oh, Farni, come dici tu: inventa qualcosa, fai qualcosa! Uffa!”.
“Va bene, va bene. Sei sicura che sabato Amandine scelga?”.
“Si, il presidente del CdA è lei”.
“Quanti sono in consiglio?”.
“Cinque, meglio no?”.
“Eccome, meno sono meglio è”.
“Lì come va?”.
Le racconto lo scherzo di stanotte: non la prende bene.
“Non mi piacciono queste cose. Sanno di leggerezza. No, non mi diverte”.
Io, al contrario, mi sono divertito.
“Mi sto ancora chiedendo perché l'ha fatto. Sai cosa mi ha detto quando gli ho raccontato della tua amica, la presidente della giuria, di come hai giostrato sul mio nome. Ricordi?”.
“Certo che mi ricordo. E cosa ti ha detto?”.
“Che sei così in gamba che non capisce l'operazione umanitaria che stai facendo con me”.
“Te lo sei inventato per sentirti dire che non sei un'operazione umanitaria”.
“Assolutamente”.
“Allora è scemo. L'operazione umanitaria serve per lui”.
“Non ho capito cosa volesse dire e perché l'ha detto, non mi è piaciuto”.
“Figurati a me. Io non faccio operazioni umanitarie e men che meno con te. Ma figuriamoci. Lascia finire quella storia, poi ci penso io”.
Temo, di nuovo, il peggio. A volte la verità, a costo di mentire, dovrebbe essere taciuta.
“Barbara!”.
“Tranquillo, se per te va bene, aspettiamo finisca 'sta storia”.
“Poi ci penso io”.
“Va bene, mi sembra giusto. Cosa fai?”.
E non parla più al plurale.
“Il maestro ha firmato, credo che dopo aver impacchettato tutto partiremo. Il programma è questo”.
“Quindi partite oggi?”.
“Si. Salvo imprevisti”.
“Meglio: viaggiate col fresco e dove vi fermate?”.
“Credo intorno a Firenze o appena passato Barberino, non lo so”.
“Ciao, fammi sapere quando parti. Un bacio”.
“Ciao. A più tardi”.
Forse era meglio se non le dicevo niente. Ma se non lo dicevo a lei, mi sarei incazzato di più. So che non volevo più parlare così, ma ci voleva!
Mauro e Raffaello hanno incartato il plastico con della carta marrone e del nastro adesivo trasparente. I disegni ed i testi sono finiti in un raccoglitore grigio scuro di cartone e la domanda in una busta intestata "Gruppo la foresta d'acciaio" e come destinatario il MIBAC.
Mauro ha una BMW X5. Decidiamo di mettere il plastico nel bagagliaio e i bagagli nell'abitacolo, coi documenti, in modo da non lasciarlo in vista stanotte. Parliamo di andare a dormire a Firenze e Raffaello propone di cercare un hotel da quelle parti. Mauro va a portare l'auto vicino alla scalinata che porta, da un lato, in studio, dall'altro in casa.
“C'è un albergo a Firenze Nord, Raffaello, sull'autostrada. Guarda lì, per favore”.
“Vado”.
Il plastico occupa quasi tutto il bagagliaio: Mauro mette delle risme di carta tra la carrozzeria ed il modello: tutto bloccato.
“Dai, doccia e andiamo?”.
“Dai, doccia e andiamo”.
Arriviamo a Firenze alle otto. Informo Barbara, porgendole i saluti di Mauro, ai quali risponde con un grugnito che traduco con "ti saluta anche lei", cui fa seguito "anche no". Ho generato un bel pasticcio.
Il tempo di cenare e rovinare tutto con Zaccardo che si fa espellere contro gli Stati Uniti. Propongo a Mauro che il secondo che si sveglia chiama l'altro: mi guarda perplesso, mi manda a quel paese, poi andiamo ognuno nella sua camera.
“Ciao. Vai a dormire?”.
“Si, dopo una partita così e dieci ore di sonno in tre notti, visto che nessuno mi tiene sveglio”.
“Se vuoi parliamo tutta la notte”.
Non intendevo questo.
“No, Barbara, mi addormenterei”.
“Anche se fossi lì?”.
Intendevo questo.
“No, in quel caso no. Barbara, ti devo chiedere una cosa. Fingi che non sia successo niente, per favore. Con Mauro c'è ancora da fare”.
“Si, ma lunedì finisce no? Va bene, martedì?”.
Sarà dura, molto dura
“No, Barbara, dimentica tutto, per favore. So che non lo farai, ma non infierire”.
“Va bene, come vuoi. Mi iscrivo ad un corso di diplomazia”.
“Beh, forse è troppo, va bene. Amore, buona notte”.
“La parolina magica! Tesoro, anche a Te”.
Non è che quando si inizia ad usare queste paroline magiche?
18 giugno
Quando dormo fuori casa, in hotel, prendo sempre un letto matrimoniale: mi sento meglio. Un metro e ottantotto, se permetti, su un letto matrimoniale è più facile da sistemare. A volte i letti degli alberghi sono corti.
Stanotte credo di aver dormito come non mi succedeva da tempo immemore. Dopo 10 ore in tre notti, con un minimo sindacale di 18/24, credo di aver acquisito un minimo di diritto. Metti la discussione con uno dei 35 milioni di commissari tecnici della nazionale dopo la partita, aggiungi quasi quattro ore di auto, metti che io avessi voglia di Barbara e Barbara non c'era, alle 11 ero sul letto e alle 10.45 dormivo. Ho anche piazzato una sveglia su un telefono alle sette.
Non l'ho nemmeno sentita: alle sei ero sveglio: ho subito pagato lo scotto di aver dormito sette ore filate. Mi sono svegliato con le gambe paralizzate da due crampi che non avevo mai provato! Le dita dei piedi storte, un dolore unico, terrificante, una cosa da non credere.
Mi sono realmente spaventato, non riuscivo a muovermi, nemmeno a toccare le dita dei piedi o a massaggiare i polpacci, duri come il legno. Poi, poco alla volta, muovendo pianissimo le gambe, i crampi si sono sciolti, il dolore si è affievolito e sono riuscito a toccare i polpacci.
Mi sono alzato lentamente e sono andato a farmi una doccia tiepida che sembra sia un buon viatico per i crampi. In effetti, mi è passato ogni residuo di dolore, al punto che sono tornato a letto, ho tolto la sveglia e mi sono riaddormentato: con la paura di svegliarmi coi crampi.
Quando parte Wonderful Tonight mi sveglio e guardo l'ora. Le 10.15! Incredibile: o chiedo la marca del materasso o che venga posta una targa dentro la stanza: "QUI DORMÌ FINO ALLE 10.00 GRAZIANO FARNI, AD 2006, IL 18 GIUGNO"!
“Dillo: non hai voluto svegliarmi?”.
“Vuoi la verità?”.
“No”.
“Come no?”.
“Si, dimmela”.
Ha la voce roca, impastata dal sonno, la sua voce mentre si spiattella sul letto.
“Non riesco a stiracchiarmi se non ci sei”.
Le racconto dei crampi e della successiva dormita e della sveglia con Mauro.
“Solo tu potevi pensare una cosa del genere! Ora come stai?”.
“Non mi sono ancora alzato, ma sto bene. Le gambe sono a posto. Cosa fai?”.
“Devo guardare l'agenda”.
E scoppia una risata meravigliosa.
“Va bene: se, poi, la smetti”.
“Sai, Farni, un mio amico dice spesso così, rischia di prendere botte poi si fa perdonare sempre!”.
“Va bene, sei perdonata. Ora mi dici cosa fai?”.
“UFFA! Vado a fare la spesa, la metto a posto, mi metto un bikini, apro l'ombrellone ed una poltrona, prendo un libro e mi piazzo al sole, fino al tramonto. Va bene?”.
“Attenta a non scottarti!”.
“Farni, pensa alla tua pelle che alla mia ci penso io”.
“Come vuoi, ora ti saluto. Faccio un'altra doccia, la barba e poi chiamo Mauro. Ormai la colazione è saltata, ma un caffè lo vado a prendere”.
“Vai, vai, ciao”.
“Cosa c'è?”.
“Niente, facevo l'appiccicosa. A dopo, fammi sapere”.
Guardo il monitor: gli occhi sono proprio l'anticamera di tutto il resto.
Mauro non chiama ed io scendo, vado al bar dell'hotel e prendo un'acqua tonica. Sono le 11 passate, se prendo un caffè a quest'ora lo digerisco quando il Genoa vince la stella. Mi siedo e do un'occhiata ai quotidiani nella hall. Mondiali di calcio, in Germania.
Alle 11.30 parte Layla.
“Buongiorno”.
“A te, dove sei?”.
“Nella hall. Da mezz'ora”.
“Potevi chiamarmi. Io mi sono svegliato adesso, il tempo di chiamare casa. Cosa facciamo?”.
“Sai cosa potremmo fare? Chiedo se qua intorno c'è un posto dove si mangi bene, mangiamo lì e poi andiamo a Roma, nel pomeriggio”.
“Dai: fai preparare i conti delle camere. Arrivo”.
Ho tempo: impiegherà almeno mezz'ora.
Con una ricerca su pc dell'hotel trovo una fattoria trasformata in ristorante, dove si parla di cucina tradizionale toscana. I commenti sono molto favorevoli, generalmente sono corretti, ci sono anche due giudizi negativi. Il tempo di scrivere l'indirizzo, avvertire Barbara, che era ancora al supermercato, che arriva Mauro, col viso stravolto dalla stanchezza. Paghiamo e ce ne andiamo.
Era tutto vero: la fattoria col cortile, la stalla, le selle sulle staccionate, non ho visto cowboys, ma forse era l'ora sbagliata. Abbiamo mangiato in una sala delle tavolate senza soluzione di continuità, vicino a commensali sconosciuti. Sembrava una festa di paese, quelle che non mi piacciono. Abbiamo mangiato antipasto con salumi e crostini, una fiorentina, con poco vino, versato da un fiasco con la paglia che non vedevo da una vita. Ho bevuto poco perché Mauro mi è sembrato stanco: mi ha chiesto se mi sentivo di guidare.
Al primo incrocio per poco si pianta nel cristallo anteriore: hai mai guidato un'automobile col cambio automatico? Devi dimenticare il piede sinistro, quello della frizione. All'incrocio, ovviamente, ho cercato la frizione e con la stessa forza ho schiacciato il pedale del freno: Mauro mi ha fatto togliere la scarpa sinistra. Poco prima di Bettolle dormiva.
Si sveglia a Settebagni.
“Vuoi che in città guidi io?”.
“Figurati! È uno spettacolo in autostrada, in città è senz'altro meglio”.
Arrivo fino all'hotel senza il minimo problema: si, lo so è domenica sera, giugno, ma non credere che le strade siano deserte e silenziose, Roma è sempre incasinata!
L'hotel che ha scelto Barbara è molto confortevole, la camera è bella, televisore, frigorifero, scrivania, letto grande con quattro cuscini, che serviranno a metà, ma non sempre si può avere tutto. Specie dopo cinque giorni che sei lontano da casa e non è finita. Barbara non è troppo contenta di aver scelto un bell'albergo, perché secondo lei non ci si ritorna, si cambia.
“Come stai”.
“Dipende”.
“Allora: sei stanco, i crampi? Poi come va, sei preoccupato?”.
“Sto bene, ho guidato da Firenze a qua, col cambio automatico”.
“E come ti sei trovato”.
“Molto bene, specialmente in città”.
Le racconto del primo incrocio e scoppia in una risata.
“Lo sapevo”.
“Dai: è dai tempi del cinema muto che gli incidenti fanno ridere!”.
È vero, sono le gags più antiche.
“Per il resto?”.
“Tutto a posto, mi faccio la doccia, poi andiamo a cena”.
“Com'è la doccia?”.
“Vuoi la verità?”.
“No” e sento un sorriso che si apre sotto i suoi occhi.
“Piccola”.
“Ti voglio bene”.
“Vado a dopo”.
“Ciao. Buon appetito”.
“Anche a te”.
Chiudo e vado sotto la doccia, una lunga doccia tiepida: prima o poi andrò a dormire e, al risveglio, non voglio sorprese
Andiamo a cena davanti all'hotel, in uno dei due ristoranti che ci sono, uno di fronte all'altro. perché questa scelta? Qui c'è un maxi schermo, sono in vacanza e vorrei vedere i mondiali di calcio. Stasera Brasile contro Australia. Non mi interessa, ma mi serve solo a non pensare a cosa sono venuto a fare qua.
Domani finirà anche la seconda fase del bando per la progettazione e la realizzazione del monumento ai caduti di Nassiriyah e io sarò tra i quindici partecipanti, col mio gruppo.
Mando un sms a Barbara.
“Buona notte, amore mio”.
19 giugno
Mi sveglio senza aspettare la sveglia del telefonino. Sono le sei e mezza. Vado a farmi la doccia e resto sotto l’acqua a pensare.
Dobbiamo consegnare nello stesso posto dove ho consegnato la prima fase. Sono preoccupato: portare il plastico per quella scala sarà un’impresa. Poi, la cartella coi documenti e il modello del menhir. E, problema dei problemi, il parcheggio. Per fortuna, siamo d’accordo di andare a consegnare appena aprono l’ufficio, alle nove. Nella convinzione che si possa trovare un parcheggio comodo.
Quando vibra il cellulare e parte Layla, sono ancora in bagno a litigare con un phon.
“Allora?”.
“Tutto bene. Come stai?”.
“Bene. Andiamo a fare colazione?”.
Guardo l’orologio: sette e dieci.
“Son pronto”.
“Sette e mezza?”.
“Mi vesto e scendo”.
“Ciao”.
Per avermi lasciato guidare la sua auto tutto il giorno, deve essere sconvolto.
Cacchio! Il vestito che mi ha comprato Barbara è rimasto appeso nella Ginevra. Per fortuna ho un paio di calzoni eleganti, di scorta, modello “Barbara-Non si sa mai”! Prendo una camicia e rinuncio alla cravatta.
Esco e vado verso l’ascensore. Sono in ritardo, ma è normale. Ho messo tutto nella borsa perché non abbiamo deciso nulla. Tutto è strano, il fatto di consegnare, la quinta volta a Roma in tre mesi.
Chiamo Barbara che ha la voce falsamente allegra perché “non ci sei, non ci vediamo da mercoledì, quando torni?”, ma non mi fa piacere. Non voglio mai creare problemi o aspettative, tanto meno a lei. Prendo la macchina fotografica e vado a fare colazione.
Il traffico non è molto, sarà perché le scuole sono chiuse, ma si viaggia bene. Il cambio automatico in città è fenomenale.
Concordiamo che io porto il plastico perché conosco la strada e che Mauro prenda la cartella ed il bozzetto del menhir e mi segua: così, se dovessi cadere, può salvare il plastico.
Il navigatore dell’auto di Mauro ci porta in Via Montanara dalla parte dalla Piazza del Milite Ignoto e poi giù per Via Teatro di Marcello. Troviamo posto appena entrati in via Montanara, di fronte alla chiesa sconsacrata dove dobbiamo consegnare. Il bagagliaio è da fotografare: Mauro si mette in posa e rimane immortalato col materiale per il bando.
Prendo il plastico e mi avvio, Mauro mi raggiunge sulla porta della chiesa. Nella guardiola c’è un guardiano che non ci saluta. Anche stavolta la bomba è passata.
L’ascensore ovviamente non c’è e appoggio il plastico su un piede, con immensa gioia. Per fortuna la cabina è grande abbastanza da poter fare un viaggio solo. Entro dopo Mauro, che manda la cabina al primo piano.
“Oh mamma”: siamo alla fine del corridoio e Mauro ha visto la scala.
“Ora capisco perché devi stare davanti. Stai attento”.
“Potremmo smontare il plastico”.
“Dai cammina, coraggio”.
Lo sforzo è terribile, specie nei gradini d’angolo, anche se tengo il plastico all’interno.
Quando arriviamo sul piano dell’ufficio, c’è la Dottoressa Cruciani, che si apre in un sorriso.
“Architetto! Ce l’ha fatta?”.
“Dottoressa, mi dica la verità: avete lasciato qui la consegna per scoraggiare i concorrenti!” e poso il plastico su un tavolo sotto una finestra.
“Ma no, che dice”, con un accento romanesco signorile, ”qui c’è la sede del concorso, abbiamo anche tutto il materiale della prima fase, la commissione si riunisce qui. Siete i primi, oggi”.
E domani anche: considerando che arriviamo da Bergamo!
La Dottoressa Cruciani prende un telefono.
“Alvaro, vieni un momento qui”.
“Dottoressa, le presento l’Architetto Mauro Borghi”.
Mauro si avvicina, posa cartella e menhir, cambia gli occhiali e abbozza il baciamano.
“Dottoressa, un piacere. Graziano mi ha parlato di lei”.
“Sì? E come mai”.
“Beh, mi ha raccontato della sua gentilezza quando ha consegnato il progetto preliminare”.
Sa benissimo che è la sorella di un membro della commissione: un ruffiano nato. Entra un ragazzo alto come me, con la barba, con un fisico da palestra.
“L’Architetto Mattei”.
“Buongiorno, piacere” e ci stringiamo la mano.
“Alvaro, prendi il plastico e portalo di là, Abbiamo svuotato una stanza apposta”.
“Ah, siete voi!”.
Mattei ha letto il nome del gruppo.
Ahia.
“Abbiamo fatto una classifica”.
Aiuto!
“Siete quelli che hanno rotto di meno, anzi siete i primi! Non avete mai telefonato”.
Non è verissimo, basta che Alvaro Mattei ci creda.
“Architetto, il bando è chiaro, progetto definitivo, non ci sono dubbi”.
“Ci sono gruppi che ci hanno tempestato di telefonate”.
Un dubbio ce l’ho: o i colleghi non hanno mai lavorato su opere pubbliche o la Merloni non è ancora arrivata a Roma. Un collega di Catania, l’anno scorso mi ha detto che in Sicilia non era ancora arrivata …
“Il numero di protocollo è lo stesso, 59”.
“Grazie, Dottoressa, ci ha portato fortuna”.
“Architetto, non basta la fortuna”.
Mauro mi guarda.
“Perché dice così?”, e guarda la dottoressa, mentre compila la ricevuta.
“E questo?”.
Ecco, ha visto il bozzetto del menhir. Mauro lo prende e glielo porge.
“È un bozzetto del menhir, in argilla, alluminio e legno. Il bando non diceva di non aggiungere nulla. Ma se lei ritiene, lo portiamo via”.
La dottoressa mi consegna la ricevuta, prende il bozzetto e lo guarda.
“No, è così caruccio. Lasciatelo, deciderà la commissione. Alvaro dammi un foglietto giallo”: Alvaro, solerte, glielo porge, lo timbra, scrive il numero e lo attacca al basamento. C’è una targhetta con la scritta Foresta d’acciaio, forse aveva paura che si perdesse. Scatto una foto a Mauro davanti al plastico e con cartella e bozzetto in mano. Salutiamo e riprendiamo la fantastica scala.
Quando l’ascensore arriva al piano terra, la porta esterna si apre: davanti ci sono due ragazzi che sostengono un pacco e la porta è tenuta da una ragazza.
“Troppo tardi, mi dispiace, hanno chiuso in anticipo, non sanno dove mettere i progetti”.
La risata è generale. Prendo la porta e la tengo per far entrare i colleghi: ci salutiamo. È fatta, siamo arrivati a consegnare per primi.
Salutiamo l’ineffabile guardiano che solleva lo sguardo dalla Gazzetta dello Sport e non risponde.
Davanti all’uscita è parcheggiata una station wagon, con le frecce accese e il bagagliaio aperto. Sbircio e vedo una scatola alta il doppio del nostro plastico e due ragazzi che armeggiano. Li immagino muoversi sulla scala maledetta. Mauro fa un’espressione tipo “Capperi!”.
“Graziano, prendiamo un caffè. È fatta, ce l’abbiamo fatta”.
“Dai, il bar è lì”.
Arriva un SUV, che si ferma dopo l’auto di Mauro. Scendono un uomo con la barba e un ragazzo che indica la porta della ex chiesa. Aprono il bagagliaio e vedo un’altra scatola. Perfetta, fasciata con carta bianca piegata bene, fissata con nastro adesivo e sigillata con ceralacca. Nemmeno questo era richiesto. Il nostro involto non regge il confronto. Di una cosa sono sicuro: il plastico è il nostro, l’abbiamo fatto noi. Quei tre non lo so.
“Con questi, siamo in quattro ne mancano undici”.
“Verranno tutti vedrai. Noi, che siamo i più lontani, siamo arrivati per primi”: che sia un segnale?
Prendo il telefono per chiamare Barbara.
Squilla il telefono di Mauro.
“Ciao!”.
…
“Dimmi”.
…
Ascolta a lungo, mentre prende una cartolina da un espositore di fronte al bar.
“Va bene. Grazie. Ci si vede”.
Guarda il telefono, poi alza lo sguardo al cielo.
“Era un mio amico di Roma, gli ho chiesto di informarsi sul bando”.
L’espressione non è tra le più belle.
“Quindi?” e si avvia verso la BMW.
“Quindi mi ha detto che ha parlato con qualcuno al Ministero che gli ha detto che il bando è già assegnato ad un architetto che ha perso un lavoro del Comune e che deve essere compensato con questo lavoro”.
Apre la portiera: Roma rischia di perdere in un attimo tutti i punti che ha preso finora. “Mauro, se questo tizio, chiunque sia, deve vincere, deve essere veramente bravo e meritarselo. E se vince non me frega niente, abbiamo consegnato, il monumento lo faranno. Va bene così”.
“Hai ragione” e guarda una cartolina che ha in mano.
“E questa?”.
“E questa l’hai presa da un espositore davanti al bar poco prima della telefonata. Vuoi tornare indietro?”.
“Certo!”.
“Ma scappa, siamo due ladri di cartoline!”.
Scoppia a ridere e mette in moto. La sua risata mi lascia indifferente.
Torniamo in albergo, senza dire una parola. Il traffico è aumentato, ma non è eccessivo. Almeno questo.
Paghiamo il conto e ci permettono di lasciare le valigie in albergo per prenderle più tardi; la BMW può stare in garage. Davanti all’albergo, la strada è deserta, con due file di auto che fanno da cornice agli edifici.
“Sai cosa facciamo? Andiamo in Via del Corso, facciamo un giro, poi decidiamo”.
“D’accordo”.
Prendo il telefono per chiamare Barbara quando parte Yesterday.
“Paul!”.
“Grazià: allora, avete vinto? Quando apre il cantiere? Quando inaugurate?”.
Come al solito. Non telefona mai a sproposito. In dodici anni di telefonino, non ho mai dovuto dire a Paul, Andrea o alla Roby “Non posso” oppure “Ti richiamo”. Anzi, a volte le loro telefonate sono arrivate in momenti tristi o quando avevo bisogno di parlare di qualunque cosa che non fosse la merda che mi stava cadendo addosso.
Gli racconto della telefonata.
“Grà, so’ cazzate! Ma ti sembra possibile? Io non ci credo. Andrea che dice?”.
“Non l’ho ancora sentito, siamo appena tornati dalla consegna”.
“Chiamalo, lui ne sa più di me. Quando torni a Genova? Vatt’a fa nu’ giro rilassante, ne hai bisogno. Tiene ‘na voce tremenda!”.
“Ci stavo pensando, Paul, buona idea”.
“Vai, John, rilassati e fate buon viaggio”.
“Ciao, Paul. Ti faccio sapere”.
Il punto di vista di Andrea è più obbiettivo: come capo di un ufficio tecnico gestisce gare e bandi. Lui non si farebbe mai corrompere, ma questo non me lo dice. Lo so e basta. La Roby si indigna.
Un’ora fa eravamo in macchina a consegnare. Non me frega niente. Abbiamo consegnato: vincere è un corollario.
“Che bastardi”.
Barbara la prende bene.
“Ma sei scemo? Devi fare casino, impugnare il parere della commissione!”.
“Bà, calma, ancora non è finita. In ogni caso, ci può stare”.
“Ma ‘sto tizio non poteva chiamarvi prima?”.
“Perché, pensi che non avremmo consegnato lo stesso?”.
“Non lo so, avresti consegnato lo stesso, magari lavorando il doppio. No: meglio così”.
“Ora non esagerare”.
“Non mi sono spiegata”.
“No, ho capito”.
“Cosa fate?”.
Le racconto il programma di oggi e che non so dove andremo stasera, ma mi punge vaghezza che non torneremo a Bergamo.
“Paura di Roma, eh?”.
“Ma dai, non so niente e non mi interessa”.
“Vorrei essere lì, sei triste”.
“Bà, se devo combattere, voglio farlo alla pari. Così non mi va. Ho sempre la convinzione che abbiamo fatto un grande lavoro. Enorme. Il resto non conta. Cosa fai?”.
“Vado in ufficio. Vuoi che ti passi Luigi? È di là”.
“Si, grazie. Un bacio”.
“Sì, sei stanco. Ciao, a dopo”.
Racconto il fattaccio a Luigi, che la prende bene, con rassegnazione, cosa che non sopporto, ma non glielo dico. Mi incoraggia e mi chiede quando torno che ci sono un paio di cose da finire.
“Mauro, chiama lo Scultore ed il Professore, io chiamo Arnaldo, poi siamo a posto”.
Facciamo le ultime telefonate, poi chiamiamo un taxi e ci facciamo portare in Piazza del Popolo. L’obelisco è sempre fasciato di ponteggi. Andiamo in Via del Corso, poi Via Condotti, e prendiamo l’aperitivo in Piazza di Spagna. Mauro propone di andare a mangiare in un ristorante a Piazza Vetra.
Ci sediamo in uno dei tavoli all’aperto, mezzogiorno è passato.
“Pronto?”.
“Buongiorno, Farni”.
“Architetto, ancora a Roma?”.
“Sì, dottoressa. Com’è finita?”.
“Hanno consegnato tutti. Dopo che siete andati via sono arrivati tre gruppi, praticamente insieme. L’ultimo è arrivato quasi a mezzogiorno”.
“Sa, per favore, quali sono i tempi della commissione?”.
“Si riunisce oggi, per validare i documenti per definire il calendario. Ma stia tranquillo: prima di 10/15 giorni, i lavori non saranno terminati”.
“Grazie, Dottoressa Cruciani, l’architetto Borghi la saluta. A presto, buona settimana ed in bocca al lupo”.
“A lei, altrettanto”.
“Cosa dice?”.
Prendo un telefono e guardo il calendario.
“Che impiegheranno 10/15 giorni per finire i lavori per l’aggiudicazione. Figurati, tra 10 giorni c’è il ponte di San Pietro e Paolo, che cade di giovedì, quindi ad maiora!”
“Quindi se ne parla a luglio, non prima”.
“Non scherzare!”.
Potremmo aver perso, ma lo voglio sapere subito.
Ordino tagliata con la rucola ed un calice di vino rosso, Mauro abbacchio e birra, poi ci facciamo portare ananas e caffè.
Dopo il caffè, Mauro chiede al cameriere se ha dei sigari. L’uomo torna con una magnifica scatola in legno e la porge a Mauro. Tira fuori un cilindro marrone con una fascetta rossa e verde che sembra uno zucchino. Il cameriere mi porge la scatola e non so cosa scegliere.
Prendo un cigarillo e sfioro la scatola che è fresca. La tengono in un frigorifero adatto: i sigari si rovinerebbero. Il cameriere ci fa accendere con un Zippo col lupo che ulula alla luna. Va bene: sono incazzato, ma va bene. Vorrei essere da Barbara. Ma non si può avere tutto.
Per finire, prendiamo due whisky, il mio col ghiaccio e l’acqua a parte.
Convinco Mauro a tornare con la metro e andiamo di nuovo in via del Corso. La fermata più vicina è in Via Cavour, a fianco del Vittoriano.
Mauro compra un vestito per Gloria, io prendo un girocollo per Barbara.
Sulla metropolitana, Mauro mi propone di andare ad Orvieto, dove conosce un buon albergo. Appena scendiamo, telefona e prenota.
Quando siamo in macchina, chiamo Barbara e le dico che passeremo la notte ad Orvieto. Il suo “va bene” non è dei migliori. È combattuta dal fatto che vorrebbe tornassi a casa e dalla certezza che in ogni caso stasera, stanotte non sarei a Genova. Manco da Orvieto dal 1969 e se escludi lo studio del Duomo per l’esame di Storia dell’Architettura II, di quella città non so niente. Tranne che si mangia bene: ricordo dei crostini in un ristorante, quelli sì. Stasera li cerco. Mauro mi dà le chiavi della macchina ed imposta il navigatore sull’indirizzo dell’Hotel. Ciao, Roma, non tornerò più. Abbiamo caricato le borse nel bagagliaio, all’andata era pieno del plastico, della cartella e del bozzetto. Ora mette tristezza. Allo svincolo di Settebagni, Mauro dorme.
21 giugno
A Orvieto conoscevo il Pozzo di San Patrizio. Una cosa impressionante. Ci sono due scale a spirale sovrapposte con oltre duecento scalini: ho provato a contarli, ma ho perso il conto. La vista dal fondo verso l’alto è unica: ci sono le finestre lungo le rampe e il foro dell’apertura è una luce piccolina. Tornando la temperatura torna piano piano a quella della superficie, che, oggi, è veramente alta.
Ieri sera siamo andati a cena nel Ristorante Maurizio, che è il nome del personaggio che batte le ore su una campana del Duomo. Ho preso i crostini, carne e verdure alla brace e formaggi locali. Mauro non aveva fame, antipasto e carne.
Oggi, dopo la visita al pozzo, siamo andati un ristorante dove Mauro ha prenotato ieri sera. Ci hanno rimbalzato dicendo che il locale era pieno per il pranzo sociale di una banca, Nemmeno fargli vedere il registro delle telefonate con l’ora e il numero li ha convinti che erano in errore, che qualcuno aveva preso la prenotazione. Mauro ha anche fatto partire la telefonata per far vedere che il numero era giusto e, infatti, il telefono del ristorante ha squillato. Niente, niente scuse e ce ne siamo andati in un altro posto, che ci hanno consigliato quelli dell’albergo, dove è rimasta la BMW.
Andiamo a Sirmione. Barbara è furibonda. Volevo farla parlare con Mauro, ma non c’ è stato verso. Se non mi ha sbattuto il telefono in faccia è per un miracolo. Non son riuscito a dirle che anche se partivamo oggi per Bergamo, sarei rimasto lì a dormire.
22 giugno
Sirmione, terra di Catullo, poeta latino. Cosa ci facesse qui, non lo so. perché siamo qua nemmeno.
Sono stato a Sirmione nel 1974, con i miei e la mia futura ex prima moglie, l’anno che mi sono iscritto all’università. Era l’anno del colera a Taranto.
Siamo andati in giro per il paese, abbiamo preso un aperitivo sul lungolago e poi siamo andati a cena in un ristorante vicino all’albergo devo Mauro ha prenotato. Conosce decine di posti, ristoranti, alberghi, una Guida Michelin umana. Ho una mezza idea che ci siamo ubriacati. Abbiamo cenato a base di pesce del lago con due bottiglie di vino bianco del Garda. So che ridevamo come matti. Sono indeciso solo perché non ho il mal di testa tipico del post sbornia. Mi alzo con cautela, ma non succede nulla.
Dopo la doccia chiamo Mauro e ci mettiamo d’accordo di scendere per la colazione.
Convinco Mauro ad andare a Bergamo per pranzo, in modo da poter tornare a Genova prima che Barbara cambi al serratura di studio e di casa. Manco da Genova da una settimana: la mancanza della vista del mare e di Barbara non può essere compensata da un surrogato di mare, anche se è il lago di Garda.
Partiamo dopo aver pagato e Mauro si siede al volante, deve avvicinare il sedile al volante. Mi scappa da ridere. Chiamo Barbara: questa volta la voce è serena, allegra.
L’accoglienza della famiglia di Mauro è eccezionale, sembra che stiamo stati via un mese. Mi rendo conto di stare bene, come se non fosse successo nulla. Nessuno ha parlato del monumento da lunedì sera ad Orvieto. Gloria mi convince a restare a pranzo e le chiedo di convincere Barbara, che non si fa pregare. Gloria mi dice che è contenta, perché secondo lei non avrei nemmeno mangiato. È vero.
“Ora cosa facciamo?”.
Siamo nel patio, seduti sui divani, con una sigaretta in mano: i sigari di Piazza Vetra sono stati tremendi.
“Niente: tra dieci giorni chiamiamo la dottoressa per sapere a che punto sono. Ricordati che c’è il ponte di San Pietro e Paolo. Secondo me andranno per le lunghe, sarà meglio aspettare la prima settimana di luglio”.
“D’accordo, due giorni sono già passati”.
Non sa che non me frega niente, non mi interessa che manchino, per la decisone, venti giorni, venti settimane e o vent’anni.
Ammesso che bastino venti giorni. Noi abbiamo consegnato.
“Bene. Vado: Barbara m aspetta”.
Quando finisco un progetto resta sempre un vuoto. Durante le ultime fasi della progettazione, che generalmente sono sempre concentrate nei momenti che precedono la scadenza, c’è sempre un grande casino: l’ansia di finire in tempo, il collegare tutte le modifiche in tutti i documenti, la paura di sbagliare, le invenzioni dell’ultimo momento, tutto genera una tensione che cresce a dismisura, fino a quando si chiudono i giochi. Cioè quando tutti i documenti partono. Poi, la quiete dopo la tempesta, in un girone dantesco, dove i tavoli sono coperti di fogli, di prove di stampa, di portacenere che chiedono di essere svuotati. Poi, il nulla dopo l’uragano, e qualcuno che dice “dai, iniziamo quest’altra cosa” e lo vorresti impiccare, ma il neon non lo reggerebbe. In questo caso, la sensazione è ancora più forte. Abbiamo lasciato tutto in disordine sabato, per poter arrivare a Firenze per dormire e qualcuno ha messo a posto. Siamo andati a consegnare, poi abbiamo fatto il nostro Easy Ryder, come per dimenticare, ma questa volta non sarà facile dimenticare. Non ho mai fatto un lavoro a tema. Certo, la casa, il grattacielo, il risanamento di un appartamento, la fognatura, persino i biglietti da visita, la Gonzatti. Questo progetto rappresenta un sentimento, e sono convinto che monumenti come questo non se ne debbano più costruire, perché non si deve morire per la pace. Un senso di riconoscenza per quei ragazzi per i loro parenti. E di questo monumento non se ne sentiva il bisogno, te lo garantisco.
Vado nello studio di Mauro a prendere la mia copia di tutto il materiale, poi prendo il vestito dalla Ginevra, mollo la borsa di studio e vado in casa.
“Hai preso tutto?”.
“In studio si, due borse sono in macchina. Mi cambio e vado a Genova”.
Nella stanza dove ho dormito per tre notti mi cambio e metto via i vestiti del viaggio. Prendo una cravatta: faticoso, ma per Barbara ne vale la pena, stasera potrebbe voler uscire. Mauro entra mentre risponde al telefono.
“C’è un cliente, vado in studio”.
Sono cose tristi: due rampe di scale, trenta metri. Lo capisco.
“Andiamo”.
Carico l’ultima borsa, poi ci abbracciamo.
“Mauro, non è successo niente, vero?”.
“Non è vero, ma per te è meglio così. Grazie”.
“Di cosa? Smettila!”.
Mi apre la portiera e mi siedo.
“Ma tu non eri quello che “arriveremo primi”?”.
“Lascia perdere. Ciao”.
“Chiama quando arrivi. Vai piano”.
Mi apre il cancello. Metto l’auricolare e parto.
“Ciaooooo“.
“Non sei più arrabbiata?”.
“No, dai. Questa storia tipo Easy Ryder deve essere stata bella”.
“In effetti, le strade americane sono più o meno come le nostre autostrade e la BMW sembra un chopper”.
“Scemo, mi riferivo a voi due in viaggio. Dove sei?”.
“Sono appena uscito dal cancello di casa di Mauro. Dovrei arrivare tra due ore: i navigatore non sa se c’è traffico sulle tangenziali”.
“Saluta Mauro e Gloria”.
“Si, la prossima volta”.
“Vai piano, ti voglio intero”.
“Ti richiamo da Assago. Ciao”.
Il lettore dell’autoradio sta riempiendo l’abitacolo delle note di un album dal vivo di Paul McCartney. Quando passo sotto l’autostazione di Dorno, chiamo Barbara e le dico che sono ad Assago: 33 chilometri fa.
Mi fermo alla stazione di servizio di Bettole per una sosta idraulica e per una sigaretta, l’ultima: il pacchetto finisce nella borsa di studio, con lo Zippo, nel bagagliaio. Quando sono ad Arquata Scrivia, prima di entrare nel Triangolo dell’Appennino, dove si riceve solo Radio Maria, metto in folle e dico a Barbara che sono a Bettole e mi fermo cinque minuti.
“Fai bene. Sei stanco?”.
“No, tutto bene”.
Chissà come sarà vestita, i capelli, boh.
A Sampierdarena, prima del casello dopo le galleria, c’è un po’ di coda. La vista del mare, anche se semicoperto dalle attrezzature portuali e dai traghetti, mi rallegra. Dopo una settimana è sempre un bel vedere. Quando sono alla Foce parte Wonderful Tonight.
“Sono a Bolzaneto”.
“Hai fatto presto?”.
“Si, non ho trovato traffico, mancano Sampierdarena e la sopraelevata”.
“Siamo sotto lo stesso cielo?”.
“Se lì è sereno, sì”.
“È sereno, tra poco sarà meglio. Non vedo l’ora”.
La voce si illumina di un sorriso.
“Dai, girandolone. Quando sei a Nervi, chiama”.
“Arrivo”.
Il mio posto auto è libero. Prendo la borsa di studio col regalo per Barbara. Appena entro nell’edificio, la chiamo e le dico che sono vicino all’Ospedale di Nervi.
Apro la porta: vicino a Marcella c’è Barbara con dei fogli in mano: calzoni bianchi, sotto il ginocchio, stretti, capelli raccolti a coda di cavallo e una camicia con le maniche arrotolate, rossa. Il ciondolo della collana che le ho regalato è fatto con un granato rosso.
“Cosa ci fai qua? “ e sembra paralizzata dallo stupore.
“Salve, Graziano”.
“Ciao, Marcella”.
“Ciaoooooooooooo! Ma mi hai preso in giro? Tre minuti fa non eri dall’ospedale?”.
“Nessuna presa in giro, è da Assago che ti dico che sono indietro, così non ti preoccupi e ti ho fatto una sorpresa. Sono arrivato” e mi abbraccia, davanti a Marcella che non si scompone minimamente.
“Come devo fare con te? Le studi tutte! Bello l’abito, stai benissimo! Hai anche la cravatta!”.
Non sa che l’ho dimenticato a Bergamo.
Le prendo la mano e vado nel mio studio: Luigi non c’è. Chiudo la porta e finalmente ci baciamo.
“Bentornato”.
“Grazie. Era ora”.
“Come stai?”.
“Come vuoi che stia, così. Non me frega niente, non abbiamo quasi parlato del monumento dopo la consegna. Solo oggi per decidere quando chiamare la commissione”.
“Dai, non pensarci. Stasera ceniamo fuori? Vuoi?”.
“Certo, non vorrai mica cucinare dopo una settimana che non ci vediamo?”.
“No: prenota da qualche parte. Sono le sei. Alle sette e mezza, chiudiamo tutto”.
Prendo la scatola col regalo dalla borsa.
“E questo? Lo apro a casa”.
Mi dà un bacio e va via salutando con una strizzata d’occhi memorabile. Svuoto la borsa e apro il PC. Poi prendo il raccoglitore di Nassiriyah: guardo le carte che ho messo via martedì scorso. Potrei cacciare tutto in un cestino, ma il pensiero vola via in un lampo. Prendo una cartelletta metto tutto il materiale all’interno: fuori scrivo “Prima fase”. A chi vuoi interessi?
Scarico la posta elettronica. 286 messaggi. Per fortuna il programma mette nel cestino la posta di quelli che non sono nei contatti. I messaggi dei contatti sono “solo” 64.
Tutte menate, salvo la Roby, che chiede com’è andata, che sua figlia ha vinto l’ennesima gara di danza classica, qualche elenco di bandi, che rigorosamente cestino, e un paio di appuntamenti in cantiere.
Mando in stampa la tavola 0 della prima fase, in formato più comodo. Finirà anche lei incorniciata sul muro. La metterò in mezzo ai due Magritte.
Fingo di fregarmene, ma, sotto sotto, sono proprio incazzato. Per fortuna sono a Genova.
Alle otto siamo a cena in un ristorante brasiliano, alla Foce. L’ho scelto perché posso bere la caipirinha mangiando, senza problemi, più o meno come Eric che non si è suicidato perché sapeva che non più poteva ubriacarsi. Nel salone è accesso un maxischermo TV: stasera gioca l'Italia con la Repubblica Ceca. Partita difficile, ovvio.
La cena è eccezionale, magari la carne non è brasiliana, ma il servizio è divertente: lunghe spade che portano la carne e il cameriere che la taglia con un machete e fa cadere i pezzi nei piatti. Contorni di funghi bianchi, fagioli neri, insalata, patate bollite, banane fritte. E due bicchieri di caipirinha, che sembra acqua col lime e il ghiaccio. Se avessi lo stomaco vuoto, morirei. Barbara ha accettato una bottiglia di vino bianco: le ho preso quello di Bolzano, col nome impronunciabile prima della caipirinha, figurati dopo. Non sono ubriaco, quando decidiamo di andare a casa do le chiavi della Ginevra a Barbara. Arriviamo a casa e mi aiuta a entrare, esagerando tutto, “e sei alticcio, attento ai gradini, non fare lo spiritoso”.
Vado in bagno e mi lavo, finalmente, mi sembra di togliermi dalla pelle una settimana inutile. Un accappatoio mi convince che sono a casa di Barbara e tutto ritorna sereno.
Barbara si è spogliata e ha indosso una vestaglia leggera, toglie gli orecchini e prende la scatola dalla borsa.
“Questa la apro adesso”.
Pochi secondi dopo che ha chiuso la porta, Barbara lancia un urlo.
“FARNI!!!”, con la voce dolce, stupita. Poi parte lo scroscio della doccia.
Quando Barbara torna dal bagno, ha indosso solo una collana d’oro con un ciondolo rosso.
23 giugno
Dopo una settimana di lontananza, aspetto con ansia che Barbara si svegli e si spiattelli sul letto. La guardo e penso che anche lei abbia avuto una parte nel lavoro del progetto di Nassiriyah. Le telefonate notturne, l'ira per il ritorno più lungo dell'andata e immotivato, il suo stupore per l'arrivo anticipato, la sua solidarietà prima professionale che umana. La sua pelle ha un magnifico colore ambrato, non scuro: probabilmente sabato domenica e in settimana ha sfruttato il terrazzo il più possibile. C'è ancora qualcosa che non va.
Barbara si sveglia, mi guarda e si porta una mano sul collo.
“Aiuto!“ e scatta seduta, si tocca la nuca “meno male” e gira la collana, portando il ciondolo sul petto.
“Farni”.
“Scusa, prima che tu dica qualunque frase, non puoi dire due cose: non dovevi e non era il caso”.
Il viso si abbroncia, sento il cervello di Barbara che cerca una frase simile alle due che ho appena vietato.
“Hai fatto bene, è stata una bella cosa, due gioie in una, ma che bello: sei tornato e mi hai regalato un gioiello”: pensa che ho capito il gioco di parole. Barbara ride.
“Ad ogni buon conto, direi che non devi star via più per così tanto tempo, ma visto che sai quali sono i migliori amici delle ragazze, così potrei anche sopportare”.
“Tu non stai bene: citare Marylin a me, in queste condizioni, potrebbe essere rischioso”.
“Buongiorno, Farni, sono il tuo rischio”.
Oggi è la vigilia di San Giovanni Battista, patrono di Genova: in città, tranne che a Sestri Ponente, domani è festa. Barbara; in auto verso l'ufficio, mi mette al corrente del lavoro dell'albergo, mi dice che ha dato mezza giornata a tutti, anche a Luigi, che si è preso anche la mattinata per organizzare al meglio il solito campo degli scout.
I ragazzi di Barbara mi salutano con affetto.
Sulla mia scrivania c'è il promemoria di Luigi, la cui telefonata arriva mentre finisco di leggere. Si informa di nuovo su come è andato il viaggio e mi racconta com'è andata con Barbara. Il suo tono è fiero, pieno di entusiasmo per la nuova esperienza. Mi fa piacere, ma non glielo dico. Ci diamo appuntamento a lunedì.
Non mi va di fare nulla, niente, nemmeno vedere a che punto siano le cose per l'albergo. Barbara mi ha detto di non pensarci che deve solo stampare. Una cosa la devo e la voglio fare.
Vado nello studio di Barbara, la abbraccio.
“Bà, vado da mia madre, ci vediamo a pranzo “.
È ora che vada da lei. Ecco cosa mancava. Prima di andare al cimitero, passo a prendere la cornice, il negozio è di strada.
Quando torno lo studio è vuoto, Barbara mi è viene incontro e mi prende il volto tra le mani, riportando le lacrime dentro i miei occhi.
“Sempre uguale?”.
“Sì, sempre uguale”: un dito ferma una lacrima e Barbara mi abbraccia.
“Dai, se vuoi la prossima volta andiamo insieme”.
“Non credo cambi nulla. Ogni volta è così, dopo quattro anni”.
“Ti conosco, andrà avanti così per un pò”.
“Bà, va tutto bene, non preoccuparti, appendo Nassiriyah, poi mi fai vedere il materiale per domani”.
Mangiamo e poi guardiamo i disegni per domani, le relazioni architettonica e strutturale. Barbara prende un PC portatile e io metto il materiale cartaceo nella borsa di studio, con due blocchi per appunti, matite e gomme.
Arriviamo a casa prima delle quattro.
“Fa ancora caldo, troppo caldo per andare sul terrazzo a prendere un po’ di sole, tu hai bisogno di rilassarti e di un pò di coccole”. Mi prende per mano e andiamo a letto. Il terrazzo ci aspetterà.
24 giugno
Ci siamo svegliati alle sette e mezzo, al suono della sveglia. Dopo la doccia e la colazione a letto, ci siamo alzati con uno sforzo inumano: c'è da fare. Barbara si mette un bikini nero e un caffetano ocra, io trovo un paio di bermuda bianchi e una polo beige.
Barbara ha ordinato il pasto ad un famoso servizio catering genovese: abbiamo rinunciato a cucinare perché avremmo dovuto trascurare il lavoro e non ha voluto che facessi, almeno una parte, da solo. Quelli del catering arrivano alle dieci con una decina di scatole e teglie coperte di alluminio. Alcune cose vanno in frigorifero, altre finiscono sulla penisola.
Amandine e Gilbert arrivano alle dodici in punto, sfidando tutte le leggi del parcheggio in Via Chighizola: sono venuti con l'autista. Sono vestiti sportivi: Amandine polo e gonna azzurre, il marito vestito nocciola e camicia bianca.
Dopo una breve chiacchierata sul terrazzo, Barbara e la signora tornano in casa, dove abbiamo preparato sul tavolo del soggiorno tutto il materiale per presentare le due ipotesi.
Gilbert ed io restiamo in terrazza, protetti dall'ombrellone e da una caraffa piena di the freddo e due bicchieri modello Farni. Da 40 cc. Fa caldo: un termometro recita 28 gradi.
Parliamo di calcio e dell'Olimpic Lione, che vince il campionato da diversi anni, ma in Europa ha sempre faticato. Gli faccio un paragone con un politico italiano che raccoglie centinaia di migliaia di firme per i referendum, poi il suo partito non raccoglie molti voti alle politiche. Gilbert ride e mi dice che ha capito di chi sto parlando.
“Gilbert, mi scuso per il mio francese, la prossima volta sarò più preparato”.
“Le credo, ma per sabato dovrà fare uno sforzo”.
“Sabato?”.
“Si, sabato a Parigi. Abbiamo il CdA per approvare il vostro disegno”.
“Ci sarà anche lei?”.
“Architetto, io ho il pacchetto di maggioranza, Amandine è il secondo maggior azionista e presidente. Gli altri tre componenti sono uno studio di avvocati, un fondo d'investimento e una banca, di cui sono azionista. Il 25 per cento del capitale è in borsa. Siamo qui oggi perché ad Amandine piace conoscere la gente con la quale lavora e anche a me”.
Penso che il the sia alcolico oppure che Gilbert mi stia prendendo in giro.
“Ho conosciuto Amandine ad un'assemblea in un nostro albergo a Cannes. Ha fatto un intervento a nome dei piccoli azionisti da grande manager. Il succo? "Le cose vanno bene, ma per andare meglio dobbiamo eccetera". Quel "dobbiamo" mi colpì. Non potevo lasciare che una come lei andasse alla concorrenza, così l'ho sposata e come regalo di nozze le ho dato un pacchetto di azioni”.
Chissà chi ha contratto un matrimonio d'interesse dei due.
“Vado a prendere dell'altro the o gradisce qualcos'altro?”: è quasi l’una, non si hanno notizie delle donne e devo accendere un paio di fuochi. In frigo c'è uno shaker di Farniquiri, come lo chiama Barbara.
“Quello che vuole, architetto, non si preoccupi”: e certo, con due miliardari in casa, di cosa potrei preoccuparmi?
Arrivano Barbara e Amandine che votano per l'aperitivo che Greco esalta non poco. Accendo il fuoco sotto due pentole, in una navigano degli scampi, nell'altra pezzi di carne, e il forno.
Non ho preso il gin per aggiungerlo al cocktail. Visto che si tratta, comunque, di un incontro di lavoro, va bene così.
“Volete una aggiunta di gin?”.
Appunto.
Amandine, che ha gli occhi colore del cielo, guarda De Gaulle.
“No, Barbara. È buonissimo così”.
“È di Graziano, una sua ricetta”.
“Come?”.
Barbara spiega la genesi del Farniquiri e gli ospiti mostrano un interesse immotivato.
“Graziano, ma tanta abilità deve essere sfruttata!”. Ringrazio Madame con un inchino.
“Madame, lei non conosce il pesce alla boscaiola”.
“Barbara, per favore!”.
“E no, amore! Amandine, Farni merita molto. Buona parte di quello che ha visto poco fa è merito suo. Forse costruirà il monumento ai caduti di Nassiriyah. A Roma”.
“Gilbert, visto: una grande coppia, faremo grandi cose insieme! I due progetti sono eccezionali; in Corsica proponiamo il secondo, le due torri, ha più impatto sul piano occupazionale”.
Guardo Barbara: è uno spettacolo, fiera della sua vita, della mia, più bella di ieri, meno di domani. Che Roby abbia ragione?
Su Nassiriyah poteva lasciar perdere, ma non glielo dico ora e non glielo dirò più: moralmente ho vinto, il mio nome è tra quelli dei partecipanti.
Ci sono due possibilità: o il catering ha sbagliato o sono abituato a porzioni più contenute. In un momento di cambio desinare, ho chiesto a Barbara se aspettavamo altri ospiti: dopo le prime cinque portate, di cui è rimasta circa metà dei piatti, i due miliardari davano segni di sazietà. Barbara ha scelto un menù da tre stelle e il catering ha esagerato nelle quantità: ne avremo per tre giorni, anche se lunedì dovremo rendere i piatti al servizio! Fatico a non chiedere ai due miliardari se vogliono portarsi qualcosa a Milano.
Il resto del pomeriggio trascorre prendendo in giro il mio francese. Lotta impari: due dei tre avversari parlano anche inglese. Barbara, per fortuna, poco. E non ho difese. Cerco di spiegare che la mia cultura musicale francese si limita a Sacha Distel, Gerard Le Normanne e Michele Polnareff, mentre quella di altre lingue (inglese e italiano) riguarda oltre 3000 MP3 e 600 CD, nessuno di artisti francesi, che se Churchill aveva ragione la Manica non esisteva e Platini al primo anno alla Juve è stato un comprimario, mentre Laigle e Karambeau erano due mediani, quindi non hanno lasciato, se non come uomini, un segno indelebile alla Samp. Parlo mescolando francese ed italiano, quasi come Peter Seller nell'ispettore Clouseau, suscitando l'ilarità dei presenti. Niente, il primato della grandeur francese per i due coniugi sembra insormontabile.
Alle cinque, la giornata finisce, Gilbert chiama l'autista e accompagniamo i due simpatici coniugi alla loro auto: tutta Vernazzola è ferma. Una Mercedes così grande non è nemmeno nel catalogo della casa della stella a tre punte. Ci vediamo venerdì a Parigi per la riunione di sabato, ci mandano le coordinate per posta elettronica.
Mettiamo in ordine cucina e terrazzo, poi Barbara mi abbraccia.
“Graziano, dobbiamo festeggiare. È stata una giornata fantastica. Il tuo monologo del pomeriggio avrebbe divertito un sordo. Grazie”.
Mi abbasso, la prendo in braccio e lei si aggrappa al mio collo. Sono quasi le sei: la cena può aspettare. Anzi, avvertila, faremo tardi.
30 giugno
Abbiamo lavorato all'albergo in quattro: Barbara, progetto e 3D, Marco modellazione del terreno e rendering, Luigi, disegni 2D e contabilità ed io il resto: controlli delle specifiche della catena per il livello dell'hotel, verifiche degli impianti rispetto alle normative locali, relazione, ho completato lo studio di inserimento con la viabilità (sono venute fuori due proposte, la mia e quella dei ragazzi) e preparato, soggetto con Barbara, sceneggiatura, montaggio e regia del sottoscritto, una presentazione di PowerPoint, con musica e transizioni tra una diapositiva e l'altra, comandate da pulsanti col logo della catena. Tutto rigorosamente in francese. Era dai tempi di Guidi per le tavole finali dell'Algeria che non disegnavo in francese: anche Luigi è più bravo di me. Ho studiato francese tutta la settimana, cercando di parlarlo almeno con Barbara. Mi sono impegnato, ho cercato di mandare a memoria i vocaboli, arroto la "erre". È quasi inutile, mi sembra di prendere in giro un popolo.
Ieri mi sono ricordato il morphing: Barbara mi ha subito sgridato perché era tardi, ma all'una ha riesumato un software e nel pomeriggio c'era già un primo filmato. All'ora di cena, il video del passaggio tra il panorama e il progetto è perfetto. Quando ho proposto “Also spracth Zaratustra” come musica di fondo, mi hanno aggredito tutti e tre. Nemmeno il concerto 17 di Mozart. Ultima, ”We Will rock You”. Niente: morphing di effetto senza colonna sonora. Cena però di effetto: pomodoro, mozzarella, capperi, origano, cuore di sedano, pane di grano duro, anguria e Müller Thurgau.
Stamattina sveglia alle sei e mezza: dobbiamo essere a Parigi per cena e andiamo con l'Audi, è più grande, per i bagagli ovviamente è meglio.
Torniamo domenica: due trolley, il beauty case, la sacca per le scarpe, come se a Parigi ci fosse un altro clima "e se poi sabato fa freddo!", "e se questo è poi troppo sportivo?". Io imbrago un vestito nel porta-abiti, al resto pensa Barbara: potrei già mettere via quello che non indosserò.
Alle otto siamo in macchina: abbiamo concordato che Barbara guida fino al tunnel del Monte Bianco ed io fino a Parigi. Non ho mai guidato in una città così grande, ma è venerdì, non ci dovrebbe essere traffico.
Verso Asti, il lettore cd si ferma e le notizie del traffico zittiscono i Procol Harum. Nei consigli per chi viaggia, suggeriscono di tenere l'aria condizionata 5, massimo 6 gradi sotto la temperatura esterna per evitare effetti sgradevoli. Guardo il termometro e leggo "31,5", la temperatura del condizionamento è 20 gradi.
“Proviamo?”.
“Certo”.
L'impianto dell'Audi è a zone: imposto tutto su 26 gradi e mezzo.
Dopo dieci minuti inizio a sudare. Guardo Barbara, che ha qualche perlina di sudore sulla fronte. Quando si volta verso di me, imperlata di sudore, in un attimo mando a quel paese il millantatore e porto i termostati a 20 gradi e mezzo! Non voglio neanche sapete chi ha inventato questa teoria.
Passata Aosta, dopo aver fatto rifornimento e preso qualcosa da mangiare, passo alla guida. Percorriamo il tunnel del Monte Bianco a 70 all'ora e arriviamo in Francia. Parigi è ancora lontana. Cinque mesi fa lo era anche Roma.
Arriviamo a Parigi, dopo una seconda sosta per carburante ed idrico-sanitaria, verso le sei e mezza: c'è traffico per entrare e per uscire da Parigi! Fantastico: ma dove vanno i Parigini? Va bene quelli che escono, tornano a casa o vanno in vacanza, ma quelli che entrano, da dove arrivano? Viaggiamo a passo d'uomo per una decina di chilometri, così per avere un parametro delle dimensioni di Parigi! Siamo in città, ma la Tour Eiffel, che dovremmo vedere alla nostra destra, ancora non è comparsa.
“Eccola”: quando il simbolo parigino compare Barbara è felice. Dopo Roma, Parigi, la cosa esalta anche me, più del CdA di domani, ma vuoi mettere?
Il tempo di entrare nella suite di un hotel del 2° Arrondissement che trilla il telefono. Barbara risponde. Io oltre "hello" non andrei.
...
“Bon soirée” e il seguito è in francese. Tolgo alcune cose dalle borse e le appendo, poi vado in bagno, dove, col GPS, trovo la doccia. Dopo undici ore di automobile, non vedo l'ora.
Dopo alcuni minuti, si apre la porta del bagno.
“Era Amandine, tra un'ora una macchina ci viene a prendere per andare a cena”.
Su "cena" la porta della doccia si apre per chiudersi alle spalle di un sorriso pieno di gioia di vivere.
Cena in terrazza sulla Senna. Non ho mai apprezzato la cucina non italiana (e anche in quella, i testicoli di ovino fritti della Sardegna non sono poi un vanto): anzi, ho avuti problemi prima del mio primo viaggio in Spagna. Credo che con lo spettacolo di stasera, con Notre Dame da una parte, Sacre Coeur in mezzo, la Tour Eiffel a sinistra e Parigi ovunque, Barbara con un vestito ad una spallina lungo fin sotto il ginocchio, di colore sfumato dal blu all'azzurro verso i suoi occhi, potrei mangiare anche gli zucchini, anche sapendo che mia madre se la prenderebbe. Amandine ha un abito lungo nero, accollato davanti e scollato dietro. Noi uomini, giacca e camicia senza cravatta. Gilbert ha un fazzoletto nel taschino. Avverto i nostri ospiti dei miei progressi, ma li invito, s'il vous plait, ad essere comprensivi.
La cena è stata eccezionale: insalata, fois gran, carne cotta perfettamente, patate al forno, vino bianco che colpisce subito l'architetto Greco, gelato.
Alla fine della cena, ci trasferiamo in un salottino in vimini con le sedie con le spalliere altissime e molto accoglienti. La vista è su Montparnasse e la Spianata degli Invalides: Gilbert prende una bottiglia di cognac francese e lo vuota in tre coppe, con del ghiaccio.
“Amandine non beve”, in francese.
“Credo che anche Barbara” che è facile da tradurre: prende uno dei bicchieri e ne distribuisce il contenuto negli altri due. Brindiamo al CdA di domani. Arrivano Amandine e Barbara, a braccetto: sono uno schianto, ma una è più bella.
“Abbiamo deciso di fare un giro per la città di notte! Barbara è entusiasta”.
Io sarei andato a dormire, ma ubi Greco.
Ne valeva la pena, manco da Parigi dal 2004 e, ovviamente, con Barbara è diverso. Sono diverso anch'io, Parigi non è cambiata. L'aria che ci colpisce sull'auto scoperta mi tiene sveglio, mentre Barbara è appoggiata alla mia spalla destra. Gilbert fa da Cicerone e Amandine lo aiuta. Sono così infervorati che sto sveglio per rispettare la loro gentilezza. Ma non hanno un CdA anche loro domani?
Quando torniamo in camera, mi sono svegliato completamente: nel riquadro della finestra si staglia in uno splendore di luci la figura del Sacro Cuore di Montmartre, come sospesa sul nulla, sulle poche luci della collina. Anche Barbara apprezza: prende l'astronave ed immortala quel meraviglioso quadro.
Accendo il televisore e lo sintonizzo su RAI 1, poi su Televideo, canale 201: l'Italia ha superato l'incognita Ucraina 2 a 0.
1 luglio
Inutile dire che il CdA è stato un trionfo. Barbara deve aver sofferto, tra emozione e caldo, nel suo tailleur giacca e pantaloni grigio, con camicia di seta bianca, ma è stata una presentazione coi fiocchi: forse ha fatto un patto col sudore, perché questo uscisse dopo la riunione. Nonostante l'aria condizionata. Io, con le scuse per il mio francese, ho fatto la mia parte, ottenendo i complimenti del rappresentante dello studio legale per la mia pronuncia: come arroto la "erre" io!
Al momento della delibera siamo usciti ed Amandine ci ha portato nel suo ufficio. Dopo pochi minuti è entrata una ragazza che si è presentata come Odette e ci ha chiesto i documenti contabili. Barbara le ha consegnato una busta e Odette, dopo averci chiesto se volevamo qualcosa, è uscita. È arrivato un cameriere con una bottiglia di Perrier su un vassoio enorme, ha riempito due bicchieri ed è uscito. Odette è tornata con due fogli e li ha dati a Barbara: il bonifico internazionale.
Amandine era raggiante, al tavolo erano tutti soddisfatti. Gilbert ha dato l'annuncio della delibera per la costruzione e per l'incarico a Greco e Farni, incarico da formalizzare entro luglio per consegnare quanto prima e, comunque, entro l'anno. E tutto in francese. Barbara ha ringraziato a nome di entrambi e dei due studi ed io mi sono associato, in inglese.
A pranzo siamo andati coi coniugi Laurent, che avrebbero voluto li accompagnassimo a casa loro per il weekend. Barbara ha trovato mille motivi (mancava solo "non so cosa mettermi"), ma di fronte al fatto di voler essere in studio lunedì nessun essere umano poteva insistere. Dopo gli accordi per l'incarico e i saluti, i Laurent sono partiti per il loro fine settimana. Noi siamo tornati in hotel e abbiamo riposato tutto il resto del pomeriggio.
Quando mi sono svegliato il Sacro Cuore era illuminato dalla luce del pomeriggio. Una meraviglia. L'unica chiesa posizionata così che conosco è San Miniato al Monte, che si vede dal lungarno a Firenze, su una collina lungo la sponda sinistra.
Cerco, su una guida che mi sono portato, un ristorante per la cena. È sabato, a Parigi, vorrei prenotare. La scelta cade su due locali: uno a Montmartre e uno vicino ai giardini del Palais Royal, sopra il Louvre, in Rue Vivienne. Tutte cose da vedere di sera. Chiamo la reception e chiedo di riservare due posti nel ristorante di Rue Vivienne. Poi andiamo a Montmartre.
Quando torno dalla doccia, Barbara è sveglia e ha il muso lungo e triste.
“Bà, cosa succede?”.
“Dov'eri? Mi sono svegliata e non c'eri, sola in una immensa città straniera! “ e si prende il volto tra le mani, singhiozzando. Indosso un asciugamano tipo pareo.
“Hai fatto un brutto sogno, Amore?”.
“No, ti prendo in giro”: si scopre il volto e ha gli occhi e il viso allegri e contagiosi. Una cuscinata non gliela toglie nessuno, nemmeno i suoi riflessi: si sposta ma la centro in pieno. Barbara ride come un bambino cui sia riuscito un dispetto. La abbraccio perché non è possibile fare altro. Lei si diverte, io sono felice.
“Ti amo!”.
E vedo nei suoi occhi il colore di queste parole: azzurro, rosa, il bianco della serenità ed il resto dell'arcobaleno.
“Cosa facciamo?”.
“Non so tu, egoista, ma io mi vado a fare una doccia e mi lavo i capelli”.
“Bene: sappi che la serata prevede cena vicino al Louvre e giro a Montmartre”.
“E mi hai chiesto cosa facciamo? Vado”.
Prende il lenzuolo, si drappeggia altera e con uno strascico si avvia verso il bagno: quando è davanti alla porta, prendo un estremità del lenzuolo e la tiro verso di me. L'architetto nudo si volta verso di me.
“Ma insomma!”: alza la testa, chiude la porta e si mette a cantate Wonderful Tonight. Chissà Eric se sapesse che qualcuno canta Wonderful Tonight sotto la doccia.
Raggiungiamo il ristorante a piedi, c'è ancora la luce del giorno. Il maitre ci porta ad un tavolo posto alla fine di un divano, vicino ad una colonna in legno. Tutto il locale è rivestito in legno, che Barbara chiama boiseriè, e cristallo, lampade antiche col vetro opalino.
“Guarda sul muretto dietro di te!”.
Mi giro e vedo un ciak cinematografico! Ci sono il nome del regista, degli attori "D. Keaton-J. Nicholson-K. Reeves" e il titolo del film "Something's gonna happen"': sono seduto nel posto di Diane Keaton, nella scena del suo compleanno, qui, nel film "Qualcosa può succedere". Mai stato così vicino a Diane Keaton. Lei e Julie Andrews sono due miti per me. Marylin, oltre che di un'altra epoca, era di un altro pianeta.
“L'hai fatto apposta”.
“Assolutamente, non sapevo che la scena fosse stata girata qui, ho scelto a caso. Potevo scegliere Montmartre, è solo una coincidenza”.
“Va bene, Farni, prendi 'sto coso così che ti scatto una foto”.
Non ho mai apprezzato l'astronave di Barbara come adesso: scatta alcune foto, le guarda e poi le manda, per posta elettronica, al mio indirizzo.
“Contento? “ e mi passa l'ordigno col monitor su una foto dove guardo il ciak.
“Perfetta”: arriva un cameriere coi menù e gli chiedo se ci scatta un paio di foto, s'il vous plait.
Dopo cena andiamo verso il Louvre, passando per i giardini di Palais Royal. Appena usciamo su Rue de Rivolì, intercetto un taxi e gli chiedo di portarci a Montmartre.
Durante il tragitto decido di chiedere una cosa al taxista.
Ci sono due "cose francesi" di cui non so il significato; una è il soprannome di Jean Claude Jeanneret, detto Le Corbusier, anche sulla carta d'identità. Ho chiesto in Francia ed in Svizzera: niente. Mancano solo i belgi francofoni.
L'altra, insieme a "mamma 'ra saletta", di cui mi ha spiegato il significato, è di Paul.
Chiedo cosa vuol dire per un francese "Cochon de la misoire". Il tassista guarda lo specchietto e mi risponde che non lo ha mai sentito. Mi viene il dubbio che non sia francese.
“Come, mai sentito?”.
“Monsieur, sono nato a Parigi, ma non ho mai sentito nulla del genere!”.
Barbara mi guarda e le spiego che si tratta di una frase di Paul.
“E non lo puoi chiedere a lui? Nemmeno io l'ho mai sentita!”.
Arriviamo a Montmartre e scendiamo dal taxi. L'autista mi fa cenno di aspettare un momento e chiama un certo Henry. Confabulano alcuni secondi, poi torna da noi.
“Sono, desolato, ho chiesto a quel mio amico di Tolone, nemmeno lui ha mai sentito "Cochon" come?”.
“Lasci perdere, grazie e buona notte”.
Passiamo davanti ad un busto di Dalidà e chiamo Paul.
“Paul, com'è la storia di "Cochon de la misoire"?”.
“Perché, Graziá, che è successo?”.
Gli racconto che su tre persone, a Parigi, nessuno conosce "Cochon de la misoire”.
“Scusa, John, ma stai a Parigi?”.
“Si”.
“Con Barbara?”.
“Si”.
“E non hai altro da fare che pensare a una frase inventata?”.
“Come inventata?”.
“Si, John, non esiste, come tante cose che abbiamo detto da ragazzi!”.
“Paul, sai dove devi andare?”.
Si mette a ridere.
“Ho un'idea precisa, ma non ti dico quale: ciao, John, saluta Barbara”.
Chiudo e guardo Barbara.
“Io lo sapevo, me lo sentivo che era una roba sua!”.
Rido, mentre arriviamo a Place du Tertre, una meraviglia urbana, una piazza piccola, ma bellissima. Mi fermo a guardare questo gioiello e penso agli artisti che hanno vissuto qui, in questo quartiere, non dovevano stare malissimo. In questo momento c'è un sacco di gente, i tavoli sono occupati, i pittori di strada impegnati: Barbara è sparita.
Mi giro e non c'è. Guardo verso la strada da cui siamo arrivati ma la marea di persone è enorme. Salgo sul marciapiede, trascurando le offerte di una pittrice. Non so se muovermi e andare a cercarla. Guardo verso la piazza affianco, in direzione della basilica, stesso risultato. Non ho nemmeno un telefonino e non vedo una cabina: per fortuna so il numero a memoria, ma non so dove farlo.
La cosa più ovvia è che Barbara abbia proseguito quando mi sono fermato a guardare questa piazza, che inizia a starmi stretta.
Vado verso la piazza adiacente, che confina con Tertre, cercando di guardare sopra il mare di teste. La luce fioca del tramonto non aiuta, è suggestiva, ma ho altro per la testa. Sbuco in questa piazza a sinistra della basilica, dove ci sono un pò meno turisti, parigini, tutti questi uomini, donne, bambini che al sabato invadono Montmartre. Arrivo in mezzo alla piazza e non sento nemmeno un rumore: guardo a 360 gradi tutti gli angoli delle facciate, dei bar, dei negozi. Niente. Silenzio. Mi vedo già in un commissariato francese, fumoso, dove nessuno parla italiano o capisce l'inglese per dirgli che a Bologna non si perde un bambino, ma a Montmartre si perde un architetto.
Che è su una panchina, alla mia destra, che si tiene la testa con una mano e nell'altra ha un telefono.
“Barbara!”.
“Graziano, sono qui!”. Si alza e mi viene incontro: non mi muovo di un millimetro, la piazza si ravviva, il brusio dei turisti, dei parigini, di uomini, donne, bambini torna nelle orecchie, mentre Barbara mi stritola in un abbraccio formidabile.
“Scusa, non mi sono accorta di niente, guardavo una vetrina e non ti sei fermato. Non t'ho più visto, stavo chiamando l'albergo perché non sapevo come fare”. Da oggi in poi, porterò sempre con me tutti e tre i telefonini: a costo di far ridere il quarto gestore.
“Da questo momento è vietato mollare le braccia di Farni camminando, salvo dietro specifica richiesta e specie in città ostili e straniere”.
“Ora, Parigi ostile mi sembra esagerato!”.
“Ostile: non mi capiscono? Sono ostili!”.
“Ma sono oltre dieci milioni!”. Mi butta le braccia al collo.
“Peggio! E se finivo in un commissariato francese, fumoso, dove nessuno parla italiano o capisce l'inglese e non riuscivo a farmi capire?”.
“Dai, sei melodrammatico!”.
“Va bene, sarò meno drammatico, ma tu non ti allontanare più senza preavviso!”. Barbara ride ed io con lei. Rinunciamo a bere qualcosa "c'è il frigo bar in camera", prendiamo la funicolare e in Boulevard Rochechouart troviamo un taxi per tornare all'hotel.
Nel frigo bar ci sono due mignon di champagne.
3 luglio
Siamo arrivati ieri pomeriggio, dopo dodici ore di viaggio, sosta a Belgirate, sul Lago Maggiore per il pranzo. Abbiamo deciso, per programmare i prossimi viaggi a Parigi, che l'automobile sarà l'ultima via. Oltre duemila chilometri, in tre giorni, per una sosta così breve, sono molti.
Ieri sera, partita dei mondiali di calcio, la Francia, battuto il Portogallo, giocherà la finale domenica.
Il ritorno in ufficio è una festa per tutti: chiamiamo Marco e Luigi per informarli sul risultato e complimentarci con loro che ricambiano orgogliosi. Gli affidiamo l'incarico di preparare il piano di lavoro per il progetto definitivo, sul quale definiremo le scadenze (e l'onorario, ma questo non glielo diciamo) con il committente. Dobbiamo trovare anche i colleghi per le altre parti del progetto: impianti e sistemazioni del verde. Ormai, dopo Nassiriyah, è diventato per me una priorità. Diamo appuntamento su questo tema ai ragazzi per lunedì: dopodomani ce ne andiamo di nuovo.
Luigi mi dice che venerdì ha chiamato Fogli per sapere a che punto è il progetto e lui ha risposto che domani c'è il ricevimento e che saremmo andati a chiedere.
“Domani vai e chiedi, telefono a Rosanna, e le chiedo se può riceverti domani. Poi fai il giro delle quattro chiese”. Che vuol dire andare a stuzzicare gli uffici che devono emettere il parere.
Chiamo Rosanna: mi saluta con grande affetto, anche perché ha una grande notizia. Il progetto dei miei amici bergamaschi va in conferenza dei servizi entro fine mese, dev'essere solo messo in calendario. L'abbraccerei.
“E io cosa c'entro?”.
“Beh, almeno come "latore della presente" o nemmeno questo?”.
“Sei sempre gentile, Graziano”. E non mi costa nulla, Rosanna.
“Tu ci sarai?”.
“Sarò la relatrice”.
“Questo può costarti un invito a pranzo o a cena”.
“Dopo, Farni, dopo la conferenza”, che non mi sembra un no.
“Va bene, quando arriva la convocazione ti chiamo”.
“Si, ciao”.
Luigi non salta di gioia, ma manca poco. Gli dico che chiamo Fogli e di cercare qualcosa sulle norme impiantistiche in Corsica. E che ci vediamo appena ha qualcosa.
Fogli è entusiasta. Non mi molla ed io vedo Mauro sulla chat. Gli chiedo di aspettare una mia telefonata, mentre Fogli parla di cantiere, di programmazione, di forniture. Ad un certo punto metto il vivavoce, abbasso il volume e chiamo Mauro.
“Uheilà: dove sei stato?”.
Ma saranno leggermente fatti miei?
“A Genova. Senti chiamo la Dott.sa Cruciani?”.
“Si. Ti avrei chiamato io per questo”.
“Ti richiamo”.
Riprendo il telefono del signor Fogli, che mi chiede cosa ne penso, se sono d'accordo con lui, ma aspetterei la conferenza.
Accendo ITunes e apro la playlist di Eric Clapton. Metto i brani in ordine alfabetico e faccio partire il primo. Barbara mi scrive sulla chat "è tornato lo stereo: puoi venire un momento da me?”.
Sul monitor è aperta la pagina di un giornale francese che annuncia un nuovo investimento della catena di Amandine e Gilbert, in Corsica, col progetto affidato ad architetti italiani, con nomi e cognomi.
La prima notizia è che leggo tutto l'articolo senza problemi; la seconda è che Barbara, con un tempismo eccezionale, quando finisco si lancia in un abbraccio.
“Come l'hai saputo?”.
“Una mail di Amandine, poco fa. Se fossimo andati nella loro casa in campagna, avrebbero intervistato anche noi: ti rendi conto? Devo chiamare una mia amica giornalista per pubblicare qualcosa a Genova”.
Queste cose mi fanno sballare. A Genova la stampa non si occupa di queste cose.
“Prepara una cartella, massimo due, di testo e qualche rendering: vedrai che ti chiede qualche notizia scritta e, tu, zac, ce la dai pronta e confezionata”.
“Ma figurati: io voglio un'intervista qua con te”.
“Perché, da sola non puoi?”.
“Ma smettila! O in due o niente”.
“Fai tu. Chiamo Roma e Andrea”.
“Roma?”.
“Sì, la Dottoressa Cruciani, del Comune”.
“Com'è?”: non ride. Io sì.
“La conosci! Abbiamo consegnato insieme la prima fase”.
“Figuraccia?”.
“Non credi?”.
“Si, scusa”.
“Vado, Otello!”: Barbara ora ride.
Il telefono dell'ufficio della Dottoressa Cruciani squilla a lungo, prima che qualcuno risponda. Chiedo di parlare con la dottoressa per il bando del monumento ai caduti di Nassiriyah. E aspetto.
“Architetto! Come va?”.
“Bene, lei?”.
“Non c'è male. Fa caldo. Mi dica”.
“Vorrei sapere se la commissione ha finito”.
“Si, ha finito, ma l'esito non è stato ancora comunicato al ministero”.
“Quindi?”.
“Quindi, quando il ministero avrà il verbale lo renderà pubblico”.
“Si tratta di una questione di verbali o di conclusione reale dei lavori?”.
“Architetto, si tratta di verbali da rendere esecutivi. Ma lei stia tranquillo”.
Se io devo stare tranquillo, quello che ha vinto?
“Tranquilla, non si preoccupi. Quando la chiamo?”.
“La settimana prossima sono in vacanza, quella dopo”: oggi è il 3, non prima e non certo il 17 luglio.
“Tra una quindicina di giorni, d'accordo. La saluto, grazie”.
“A lei, architetto, buon lavoro”.
“Stia tranquillo”: non voglio pensarci.
Sto pensando che suo fratello potrebbe averle detto qualcosa, che l'amica di Barbara sa sicuramente quando consegneranno i verbali, e sa anche tutto il resto. Avverto Mauro che suggerisce di aspettare il ritorno della Dottoressa Cruciani: a lui "lei stia tranquillo" non fa alcun effetto.
“Andrea, ciao, ti disturbo?”.
“Ciao, Vecio, non disturbi, dimmi”.
“Ascolta, per mercoledì non ho ancora prenotato da nessuna parte, e non abbiamo molto tempo: mi sai dire dove posso trovare da dormire?”.
“Già fatto, tutto sistemato, tutto a posto. Voi arrivate?”.
“Alle 11.00”.
“Chiama quando sei a Roma”.
“Tranquillo, un abbraccio”.
“Un abbraccio, ciao”.
Barbara ha preso insalata capricciosa e roast-beef, pesche e albicocche.
La informo di Andrea.
“Non vedo l'ora di conoscerlo. Oggi viene la mia amica giornalista”.
“Bene, prepariamo, almeno, qualche foto e un disegno. Un articolo senza foto non attira il lettore. Ho chiamato la tua amica Dottoressa Cruciani” e la metto al corrente delle novità. Anche Barbara si sofferma sul fratello della dottoressa che non può non averle detto nulla.
“Quando l'ho chiamata per un problema tecnico, ha parlato con Emanuela, la tua amica e si danno del tu”.
“Quindi avrebbe due fonti di informazione”.
“E se si deve solo rendere esecutivo un verbale, vuol dire che è già stato scritto, quindi qualcuno l'ha letto”. E può averle detto "ha vinto Frank Lloyd Wright”!.
“Emanuela di sicuro, come presidente, lo avrà dettato”.
Forse è presto.
“Quando torniamo, potresti annunciare a Emanuela, che il collega, col quale hai iniziato una storia, nel suo studio ha il disegno di un progetto per il bando del monumento. Lo faresti?”.
“Quando torniamo va bene, Cruciani è in vacanza, quindi è difficile che si parlino”.
Lo sguardo di Barbara è quello di un detective: vorrebbe fare qualcosa, ma la fretta, spesso, è una pessima consigliera.
“Dai, non parliamone più, dobbiamo andare a cercare il regalo per Andrea”.
“Si, dai!!!!”.
Avrei dovuto andare da solo.
MAESTOSO
5 luglio
Alba tragica, alle cinque meno un quarto.
Barbara, poiché stiamo fuori solo tre giorni, ha preparato un bagaglio unico, in una valigia che non potremo portare in cabina. Fare due bagagli sarebbe stata la stessa cosa, il suo in cabina non poteva entrare lo stesso. E siamo a luglio.
Arriviamo all’aeroporto alle sei e mezzo, con un anticipo colossale. Per fortuna l’aereo parte in orario, con appena dieci minuti di ritardo e a Roma, tutto funziona bene. Durante il viaggio, parlo di Andrea, così Barbara, che ascolta attentamente, sa a cosa va incontro.
Telefono ad Andrea da Roma. Sta per andare all’aeroporto.
“Bà, ti dispiace aspettare il bagaglio, vorrei andare da Andrea!”.
“Figurati, vai pure”.
Un bacio e vado. Lo rivedo, dopo tanto tempo. Là in fondo, vedo l’uscita e mi si stringe il cuore: vedo un finalmente vecchio amico subito fuori della porta scorrevole che grida “Graziano!”, che corre insieme a me e ci abbracciamo, gridando cose senza senso in mezzo all’aeroporto, con tutta la gente che ci guarda.
“Come va?”.
“Tutto bene?”.
Ci abbracciamo di nuovo.
Mi tremano le gambe. Il cuore batte a centinaia di colpi al minuto, mi tasto il polso e mollo la presa come se scottasse.
“Ma sei da solo?”.
Ha impiegato dieci minuti ad accorgersene, i dieci minuti che comunque ci saremmo dedicati, anche se fossi stato in compagnia del Papa.
Gli parlo di Barbara, della nostra storia, di come stiamo insieme, del lavoro, del nuovo studio.
“Tutto bene?”
Chiamo Barbara e andiamo al bar e prendiamo una granita al latte di mandorla!
Barbara arriva dopo una ventina di minuti: la guardano tutti. Vestito azzurro, spalline sottili, capelli raccolti a coda di cavallo, sandali col tacco, borsa a tracolla e valigione trascinato con disinvoltura.
“È lei?”.
“Sì”.
“Ah, però”.
“Scemo”.
Ci alziamo e andiamo incontro a Barbara.
“Ciao, finalmente!”.
“Ciao, Barbara. Come, finalmente?”.
“Graziano in due ore di volo ha parlato solo di te. So tutto di te, proprio tutto”.
Andrea mi guarda spaventato ed io abbasso lo sguardo.
“Sì, anche di Topo Gigio!”.
Era il suo soprannome al liceo.
“Quello non dovevi”.
E mi mette una mano su una spalla.
“Beh, Barbara, devi sapere che in classe, in prima e seconda, l’elezione di Mister Classe l’ha vinta il sottoscritto”.
Si sta vendicando.
“Non mi stupisce” e mi guarda.
“Bene, in terza, questo signore mi ha battuto per un voto”.
“E non me lo avevi mai detto?”.
Mi stringo nelle spalle e lancio un’occhiataccia ad Andrea.
“L’anno dopo, di nuovo. In quinta non c’è stata elezione”.
“Meno male. Andiamo?”.
Andrea prende Barbara sottobraccio, io agguanto il valigione, che, puntualmente, si ribalta ogni due metri e andiamo. La temperatura è soffocante, meglio che a Genova.
Raggiungiamo la macchina nel piazzale e Andrea propone di andare a fare un giro. Barbara è entusiasta e il giovane virgulto fa il cicerone. Bari è cambiata: ai miei tempi questa tangenziale non c’era.
Andrea passa dalla Fiera del Levante e poi verso Punta Perotti, un ecomostro che ha generato un sacco di polemiche, fino a quando è stato demolito: e anche dopo.
Per fare un paragone, Andrea ci porta, prima, al Teatro Margherita, la cui posizione di tappo sulla vista del mare è la stessa degli edifici di Punta Perotti. Questi li hanno demoliti. Il teatro lo stanno ristrutturando.
Barbara è dietro, e ascolta in silenzio.
Parliamo dei figli, dell’università, dello stato dell’università, della preparazione che offre l’università agli studenti. E, ovviamente di Calciopoli. Non volendoci fare del male, parliamo poco di Inter, più della Sampdoria.
Barbara è dietro, guarda il panorama.
“Non sono mai stata a Bari”.
“Oggi la vedrai, tranquilla. Come mai vi fermate così poco, ora me lo dici?”.
“Prima portaci in albergo”.
“Sì, stai qua due giorni e ti porto in albergo!”.
Barbara si affaccia in mezzo ai sedili.
“Quindi?”.
“Dormite da noi, tranquilla”.
“Farni, tu non dici nulla?”.
“Farni non deve dire nulla!”.
Mi volto per guardarlo e il volto di Andrea è un sorriso con strizzata d’occhi.
“Che dire, me lo aspettavo!”.
Andrea torna sul lungomare e si dirige verso casa.
“Allora?”.
“Dopodomani andiamo a Lucca”.
“Quindi?”.
“Barbara ha comprato due biglietti per un concerto di Eric Clapton”.
“Ma dai? Spettacolo! L’hai già visto?”.
“Solo in televisione, dal vivo mai” e gli racconto dei concerti a Taranto, al Teatro Alfieri.
“Fate bene. Sono cose indimenticabili. E te lo dice uno che apprezza la musica di Eric Clapton. Ti perdono”.
Barbara scoppia a ridere.
“Un grande!”.
“Avevi dei dubbi?”.
“No! Ma “ti perdono”: è da grande! Quant’è che non vi vedete?”.
C’era ancora mia madre e sono uscito da casa sua per andare a cena con lui e la sua famiglia.
“Dal 2001, c’era ancora mia madre. Era aprile, Andrea era a Rapallo e ha lasciato un messaggio nella segreteria telefonica che avevo in ufficio”.
“Tu, la segreteria telefonica?”.
“Sì, poi l’ho tolta. Non la sopporto”.
“E mi ha chiamato in albergo spacciandosi per un poliziotto. Mi è venuto un colpo. Mi ha detto che mi avevano rubato l’auto e ci sono quasi cascato! Solo che si è messo a ridere e l’ho riconosciuto dalla risata”.
Andrea e Barbara si fermano a parlare e a prendere la valigia, mentre vado verso casa di Andrea. Mi tremano le gambe.
Arrivato sul terrazzo della cucina:
“C’è nessuno qua, che ho fatto mille chilometri e nessuno mi accoglie?”.
“Ciaooooo, Graziano!”
“Ciao, Angela!”.
Mi abbraccia forte e non faccio fatica a fare altrettanto.
Poi compare Giorgia, la prima figlia di Andrea e Angela che ha vent’anni, e mi abbraccia anche lei.
Mi gira la testa e mi siedo, allo stesso tavolo dove avevamo passato il pomeriggio, con Cristiana, Andrea, Paul e Angela, quel sabato. Se devo stare due giorni così, mi sparo.
Barbara e Angela si stringono la mano e si abbracciano. Io abbraccio Andrea: parlano che sembra si conoscano da sempre.
La tavola viene riempita di qualunque cosa: mozzarelle, Andrea sa che mi piacciono molto, peperoni sott’olio, ricotta, la pizza barese, olive, melanzane sott’olio, insalata di riso, acqua. Barbara, come sempre, fa onore alla cucina e si fa spiegare due o tre cose da Angela.
Durante il pranzo, parliamo tutti di tutto e del contrario di tutto.
Andrea va a prendere un’anguria enorme, che lui porta a tavola già pulita e tagliata, ma ancora “in forma”.
Dopo pranzo (le due e mezza), Barbara dice che è stanca. Si è svegliata prestissimo, io sono così felice che il sonno è l’ultimo pensiero. Andrea mi guarda.
“Che problema c’è?”.
Angela si alza e inizia a sparecchiare.
“Nessuno, ti riposi, quando ti svegli andiamo in piscina”.
“Ti aiuto a sbarazzare. Voi cosa fate?”.
“Andiamo a fare un giro con la moto”.
“No, con la moto, no”.
Andrea e io, all’unisono.
“Perché?”.
“Ho paura delle moto. Sono caduta e ho paura”.
Non lo sapevo.
“E quando, di grazia?”
“Non puoi sapere tutto. Avevo diciotto anni, dopo la maturità, e mi sono rotta il femore, ho passato l’estate tra gesso e rieducazione. Il ragazzo che guidava è rimasto paralizzato: non si è più ripreso e poi è morto”.
Gli occhi di Barbara sono piantati nei miei. Nel mio cervello risuona una frase; “SE SALI SU UNA MOTO TI AMMAZZO!”.
Il giovane virgulto mi guarda, allibito.
“Prendiamo la macchina, che problema c’è?”.
“Preferisco, scusate”.
Finiamo di sparecchiare tutti insieme.
Andrea e Angela ci accompagnano a portare la valigia nella nostra stanza, al secondo piano.
“Disfo la valigia, poi mi riposo”.
“Ti aiuto!”.
“Ci penso io, voi andate”.
Abbraccio Barbara.
“Riposa bene, Sarà una grande giornata”, un bacio e vado.
Andrea va in un paese dopo Bari. Torre a Mare. Quel paese dove il 30 giugno del 1999 sono stato tutto il giorno con mia figlia. E non poteva saperlo. Rivedo il molo sul quale abbiamo parlato ed il ristorante dove ho scoperto che Cristiana non mangia il pesce.
E parliamo, prima seduti su una panchina sul lungomare, poi in un bar, con la veranda sul porto, davanti alla mia birra ed al suo succo di frutta. Dico a Andrea che se il giorno che della disperazione di non poter aiutare Barbara, Mauro avesse avuto tra le mani una bottiglia di whisky era peggio. Invece aveva un pacchetto di sigarette e ne ho acceso una, poi, dopo il risultato di Nassiriyah, ho smesso.
Andrea parla e lo ascolto. Abbiamo una marea di cose da dirci. E parliamo serenamente del nostro più e del nostro meno.
Torniamo a casa.
Barbara e Angela sono in piscina. Barbara ha un bikini nero, i capelli bagnati.
“Ciao, dove siete andati?”.
“Torre a Mare, dove non andavo da giugno del 1999”.
Andrea sbuffa.
“Ma come fai?”.
“Le date? Non faccio altro che ricordarle”: e gli strizzo un occhio.
“Va là, la sai lunga. Facciamo un bagno, poi andiamo a cena?”: e si rivolge a Barbara.
“Dai, non ho mai visto Farni nuotare!”.
Andrea mi guarda.
“Salame! Non andiamo al mare a Genova, è quasi impossibile, prendiamo il sole su un terrazzo”.
“Andate a cambiarvi. André, gli asciugamani per loro sono nel terzo tiretto in camera”.
“Angela, li ho portati, figurati!”.
Bari Vecchia è uno spettacolo. Mi aspetto di vedere Cassano da un momento all’altro.
Andrea ha progettato tutta l’illuminazione del centro storico e chiedo a Barbara cosa ne pensa.
“Bella, molto efficace”.
“Guarda che l’ha progettata Andrea!”.
“Meno male che non mi sono sbilanciata, potevi dirmelo prima!”.
Andiamo a cena in un ristorante che ha i tavoli all’aperto. In un espositore ci sono pesci e frutti di mare. Passiamo la serata a ridere, a raccontare le nostre storie di studenti, come di quando piangevo per una ragazza, che non mi voleva più e che, secondo Andrea, aveva le gambe pelose e delle partite di pallacanestro.
Dopo cena, andiamo a fare un giro in auto, nella Bari di notte, quella dell’Avvocato Guerrieri, quello convinto che l’amicizia sia un lusso.
Il caldo è soffocante, ma a Genova è peggio.
A casa, decidiamo di bere qualcosa: Andrea prende un whisky d’annata, stravecchio. Andrea non beve, non fuma, ma ogni tanto un bicchiere non lo disdegna. Barbara e Angela vanno a prendere il ghiaccio in cucina.
“Com’è? “.
“Mi mancano questi posti. Sono convinto che se fossi rimasto qua, le cose sarebbero state diverse. Non meglio o peggio. Come se fossi rimasto a Napoli.”.
“Paul, come sta?”.
“Bene, come sempre”.
“Lo chiamiamo?”.
Prendo il portatile, premo il due, apro il vivavoce e glielo passo.
“Pronto?”.
“John? A ‘che st’ora!”.
“Sono Andrea”.
“Ehi, André, come stai? E Angela, Tua mamma? Tutto bene?”.
“Tutto a posto. Quando ci vediamo?”.
“Dice Graziano che se vince ci invita tutti a Roma”.
“Vincerà, vedrai”.
“Lo so: come lui molti, meglio di lui nessuno”.
“Sei un grande. Te lo passo”.
Mi allunga il telefono.
“Paul”.
“John, che ci fai a Bari, è un po’ che non ci vai?”.
“Domani Ti dico. Serena e i ragazzi?”.
“Sono al mare, venerdì li raggiungo”.
“Ci sentiamo domani”.
“Credo di capire perché!”.
“Va bene, Paul. Un abbraccio”.
“Ciaciao”.
“È sempre uguale!”.
“Senti chi parla”.
Il ghiaccio finisce nei bicchieri. Angela e Barbara Coca Cola, nemmeno corretta. Brindiamo a Nassiriyah. Parliamo fino a tarda notte, finché il numero degli sbadigli supera quello delle parole.
6 Luglio
Barbara è fuori dal lenzuolo, nuda. La guardo, sperando che il mio sguardo non la svegli. In effetti, non smetterei mai di guardare il suo corpo, i suoi occhi, il suo viso, le mani giunte sotto la faccia, le gambe piegate. Ha il volto disteso.
Il sole filtra attraverso le tapparelle, che disegnano delle strisce sul pavimento e sul letto. La casa è circondata da un silenzio meraviglioso, non si sente alcun rumore, si percepisce solo il profumo del trafficare di Angela in cucina. Appena arriva il profumo del caffè, Barbara apre gli occhi e sorride.
“Ssssh, non facciamo rumore!”.
Per colazione siamo tutti pronti per andare al mare. Faccio gli auguri ad Andrea, che ha un paio di shorts che gli arrivano al ginocchio, blu come la canottiera. Angela un pareo arancione a fiori, legato intorno al collo. Barbara si è messa un bikini giallo e un vestito verde, abbottonato davanti. Si, verde, non sa che odio il verde. Barbara conferma gli auguri con un bacio.
Andrea ed io ci abbracciamo, come facciamo sempre, da sempre.
“Come va vecio, dormito?”.
“Sì, bene”.
“E il caldo?”.
“Quale caldo? Vieni a Genova, vedrai che ridere!”.
“Dai mangiamo, così andiamo via presto.”.
Ci sediamo a tavola. Le figlie di Andrea e Angela sono ad uno stage di pallavolo, la piccola, e il futuro ingegnere a casa di un’amica.
“Farni, ho dimenticato una cosa”.
“Non ci credo, hai controllato bene? Sai, Andrea, stiamo via tre giorni e abbiamo vestiti per un mese”.
“Ho dimenticato le ciabatte da spiaggia”.
Sospiro. Andrea mi viene in aiuto.
“Tranquilla, troveremo un negozio o un mercatino per comprarle”.
Andiamo al mare a Monopoli: dove lasciamo la macchina c’è un mercatino e Barbara compra due paia di ciabatte. Rido.
La spiaggia è bellissima, mi ricorda Castellaneta, non fosse per la marea di ombrelloni. Il mare è calmo, non c’è una bava di vento.
Andiamo a nuotare tutti insieme, in un turbinio di spruzzi. Poi, sole sui lettini. So che Barbara resista alla tentazione di togliere il reggiseno per rispetto per Angela. Andrea è estasiato dalla giornata che sta trascorrendo per il giorno del suo compleanno. E non fa che ripeterlo. Parliamo ancora, facciamo, addirittura, una camminata sulla spiaggia.
Pranzo al bar dello stabilimento balneare, pizza, panini, birra, succhi di frutta e Coca Cola, caffè.
Torniamo all’ombrellone, Barbara e Angela si mettono a chiacchierare. Io e Andrea ci mettiamo su due lettini, prendo la Gazzetta dello Sport. A un certo punto, Andrea si addormenta. Sono commosso da tanta serenità, dalla facilità con la quale si sente a suo agio. E dorme. Barbara Lo vede e mi fa un cenno.
“Visto?”.
“Meraviglioso”.
Poco prima dell’imbrunire lasciamo quella meraviglia e andiamo a Polignano, tra Bari e Monopoli. Le ragazze guardano le vetrine. Polignano è meravigliosa. Andrea mi fa vedere la scogliera; gli dico, senza dubbio, che Barbara sa meglio di me il bene che le voglio. Prendiamo un gelato nella piazza del paese e poi torniamo all’automobile. Stasera festa.
Mi preparo bene. Mi faccio la barba, due volte, tanto che il rasoio lo devo mettere sottocarica. So cosa mi aspetta. Una festa alla quale tengo molto, con uno dei miei tre migliori, unici amici. Barbara si veste con un abito rosa, senza spalline e un paio di sandali bianchi con un tacco vertiginoso. Nella borsa di paglia ha i regali per il giovine virgulto.
Saliamo in macchina, uomini davanti e ragazze dietro. Andiamo in una pizzeria. D’accordo con Barbara ordino, di nascosto, una bottiglia di brut per il festeggiato.
Andrea apre i nostri regali che ovviamente non si aspettava. Ha fatto sapere a tutti di versare soldi in beneficenza, anziché spenderli per lui. Ed io e Barbara lo abbiamo fatto.
Chiamo Paul e Andrea parla con lui per mezz’ora. E non si vedono quasi mai. Andrea lo ringrazia per gli auguri
Poi la festa finisce e torniamo a casa. Parliamo fino a notte fonda, del concerto, della prossima volta.
Ci vedremo ogni anno almeno per compleanno e onomastico di Andrea.
Andrea vuole per forza portarci all’aeroporto, per salutarci, anche se il decollo è alle otto.
7 Luglio
L’aeroporto di Genova non è Malpensa, non sono le dieci di sera, ma aspettare il bagaglio è un delirio.
Ci mettiamo d’accordo di andare a prendere la macchina, mentre io aspetto, nella speranza che quando Barbara arriva al terminal, io sia già fuori.
Quando arrivo davanti al terminal Barbara è lì, scende, calzoni e blusa azzurri: le borse finiscono nel bagagliaio ed io al volante.
A Siena arriviamo prima dell’una, lasciamo la Peugeot al parcheggio dello stadio Artemio Franchi. Andiamo verso Piazza del Campo, in un delirio di negozi da guardare. Per fortuna ho avvertito Paolo, il ristoratore, che saremmo arrivati verso l’una e mezza, ma non prima. Il ristorante è in una traversa di Via di Città, subito sulla destra. Paolo è di origini senesi/siciliane e la sua cucina, con sua moglie Alessia che è fantastica, unisce le due culture.
Quando arriviamo è fuori che sta servendo uno dei tavoli che sono all’esterno.
“Grazianino!”
Il solito.
“Quello è il vostro tavolo, è pronto da quando hai telefonato”.
“Sei sempre il solito”.
“Dai, non ci si lamenta. E la tua amica?”.
“Sì, scusa, l’architetto Barbara Greco, Paolo”.
“Architetto, potevi lasciar perdere, piacere”.
“Se lo sei perché non deve dirlo?”.
“Non ci tengo, poi siete amici, che senso ha?”.
“Paolo, sai dove andiamo stasera?”.
“Certo, vuoi che non lo sappia? No, non lo so”.
“A Lucca, ad un concerto. Eric Clapton”.
“Ma va? Che meraviglia e dove lo fanno?”.
“In una piazza in centro, Piazza Napoleone”.
“La conosco, bella. Dai sedetevi. Vi porto i pici col sugo di cinghiale?”.
Barbara lo guarda stupita.
“Certo, ma dopo vorrei la fiorentina. In macchina Graziano mi ha detto che hai le più buone del mondo”.
“Graziano esagera sempre. Però prendo la carne da un allevamento della Forestale, razza limousine, sentirai”.
“Bà, quanta ne mangi? Qui le misure sono notevoli”.
“Si, Barbara, da setto/otto etti in su, tutto quello che vuoi”.
“Ascolta, va bene 7/8 etti, in due, poi andiamo a Lucca e dobbiamo guidare”.
“Ma fermatevi dopo pranzo, si fa du’ chiacchiere e andate, saranno du’ore”.
Barbara strizza gli occhi e si lancia in un applauso di apprezzamento.
Paolo va all’interno del ristorante.
“Bel posto”.
“Vai a vedere l’interno, è molto bello”.
“Si, approfitto anche di una cosa”.
Paolo torna con due piatti di pici col sugo per il tavolo dei vicini che ringraziano in tedesco. Guardano il contenuto del piatto, prendono le posate ed iniziano a tagliare i pici a pezzi. Mi viene da vomitare.
Barbara torna e tutti la guardano: si è pettinata, ha raccolto i capelli a coda di cavallo e si è rinfrescata. Le faccio vedere il lavoro dei nostri vicini e fa un’espressione di orrore.
“Vuoi cambiare tavolo?”.
“No, basta non pensarci”.
Paolo arriva coi nostri piatti, coi pici fumanti e coperti di sugo: pensando a quelli dei due tedeschi mi sembra che la quantità maggiore e di molto. Poi prende la bottiglia e riempie e i bicchieri d’acqua.
“Graziano, con la fiorentina, ti posso offrire un calice di vino rosso?”.
“Il tuo?”. Barbara non sopporta nemmeno l’odore del vino rosso e una bottiglia sarebbe sprecata: devo guidare.
“Se vuoi, altrimenti scegli tu”.
“Il tuo”.
“D’accordo, vado”.
Arrivano le fiorentine, che Paolo taglia e mette nei piatti.
“Buon appetito; ti porto il Brunello”.
“Ah, pero!”.
“Mi porta sempre quello: è una riserva che sceglie lui, che apre solo per pochi amici” e le racconto quando siamo capitati qui, dopo il matrimonio di Paul, nell'aprile 1980.
“Non cominciare con le date!”.
“Faccio presto: Paul e Serena si sono sposati il 12, noi eravamo qui il 26, il giorno prima a Firenze”.
“Sai dove devi andare, Caffaro?”.
“A Lucca, ma sono le due e mezza, c'è tempo”: Barbara ride, solleva il bicchiere e lo tiene sospeso per un secondo. Lo so, non si fa: ma per lei, faccio un brindisi acqua e Brunello.
Siamo arrivati a Lucca alle sei: da Paolo c'era un clima fresco e abbiamo aspettato che passasse la controra per partire. L'hotel è molto bello, di una catena spagnola, ci regalano una mappa di Lucca. Mentre l'architetto Greco disfa i trolley cerco piazza Napoleone e le indicazioni dei parcheggi pubblici. Ne trovo uno vicino alla piazza. Chiedo a Barbara di uscire alle sette massimo.
“Sono le sei e mezza, andiamo subito. Vorrai mica far aspettare Eric!”.
Prima di andare al concerto, facciamo un giro per Lucca, compresa la meravigliosa piazza ellittica che è l'icona della città. Sulla via di piazza Napoleone ci fermiamo in un bar per un aperitivo: non mangeremo prima del concerto.
All'interno del bar, una targa ne ricorda le origini storiche e antiche. L'aperitivo, ancorché analcolico, è moderno e all'altezza della fama. Robert Cray inizia alle otto e mezza, è ora di andare.
Il pubblico affolla l'unico ingresso che conduce al concerto. Siamo in molti coetanei, vicino a noi ci sono un signore e due ragazzi, il figlio ed un amico del figlio; una signora coi capelli lunghi lisci, una fascia intorno alla testa, un vestito fino al polpaccio: hai presente Candice Bergen? Uguale, una figlia dei fiori. La faccio notare a Barbara che mi sussurra che "questa ragazza ne ha visto di concerti, anche dietro le quinte”.
Il tempo di comprare una bottiglia d'acqua e alle sette e mezzo aprono il cancello. La piazza è chiusa dal palcoscenico, con la strumentazione, l'impianto luci, l'amplificazione; dall'altra parte una tribuna, larga come la piazza, con tre file di poltroncine. In piazza siamo tutti seduti per terra. Mi viene alla mente John Lennon, prima di un concerto alla Royal Albert Hall. Rivolto al pubblico delle poltrone disse che loro potevano far suonare i loro braccialetti, mentre il resto del pubblico poteva applaudire.
Robert Craig attacca alle otto e mezza e ci alziamo tutti in piedi. Chissà se in tribuna vedono il palco.
Robert Craig è un chitarrista blues, che non conoscevo: negli Stati Uniti c'è un quantità tale di bravi musicisti che da noi è impensabile. Il set di Craig dura 25 minuti, con un buon riscontro da parte del pubblico.
Appena saluta, entrano in scena i tecnici di Eric Clapton, che portano alcuni strumenti, eseguono dei collegamenti, controllano tastiere e batteria; un tecnico porta in scena un microfono ad asta, prende dalla tasca in metro da carpentiere e misura l'altezza da terra del microfono, poi fissa lo snodo. Che strano. Tre uomini salgono con tre liane sulla parete coperta di impianti luminosi e ognuno prova un occhio di bue.
Alle nove e un minuto, entra in scena la band di Eric: basso e batteria, due tastieristi, tre fiati, due coriste e due chitarristi, uno dei è mancino; l'altro ha dei lunghissimi capelli biondi, raccolti in una coda. Ultimo entra Eric Clapton con la sua Fender nera, saluta con un inchino il pubblico e si mette davanti a quel microfono.
Barbara si volta ed il suo sguardo è il più luminoso che mai.
“Barbara, è vero: non è solo nei dischi e in televisione!”.
Il suo bacio è quello che riceve un bambino che ringrazia, mentre apre un giocattolo nuovo.
Eric attacca con “Pretending” e “So Tired” e il pubblico intorno a me ogni tanto si volta a guardarmi.
“Mettetevi il cuore in pace, le sa tutte”.
Nessuno canta, solo io: possibile che nessuno sappia i testi? Per certi artisti si potrebbe chiedere il rimborso di parte del biglietto perché per buona parte dei concerti canta il pubblico, qui con uno che nel 1968 era paragonato a Dio su un muro a Londra nessuno sa niente? Smetto, anche se potrei dire qualunque cosa: nessuno capirebbe nulla. Davanti a noi, c'è una ragazza giovane che balla: se capisco che non si canti, che si balli è una cosa incomprensibile ed imperdonabile. Dopo il terzo pezzo, Eric saluta il pubblico con un "buona sera, Lucca, è una magnifica serata", poi riprende e non di ferma più. Suona Motherless Children, After Midnight, molti pezzi che non conosco e non so nemmeno se li ho. Meraviglioso: Layla dal vivo è entusiasmante. Eric, in certi brani suona l'accompagnamento per i due giovani chitarristi, con un'umiltà incredibile. Di solito, la scena è dell'artista principale: qui no, Eric in disparte ed i due agli assoli. Sembrano due cani di marmo, specie il biondo, ma sono in gamba.
Conosco Eric Clapton dal 1969, quando suonava nei Cream, con Jack Bruce al basso e Ginger Baker alla batteria, quando con Paul abbiamo sentito Wheels of Fire, uno dei primi album doppi della storia del rock, con otto brani in studio e quattro dal vivo, tra questi “Toad”, assolo di batteria di 14 minuti, e “Traintime” con Jack Bruce che suona l'armonica per 10 minuti. Conosco benino la sua storia musicale, ma non tutta e non a memoria. Non ancora.
I tecnici portano alcune sedie: Eric, i due chitarristi (il biondo suona con la tecnica di Mark Knopfler, senza plettro) e il bassista si siedono e inizia il set unplugged, cioè acustico, moda lanciata da MTV con Paul McCartney nel 1991. Lunedì cercherò la tracklist del concerto, poi compro i CD che non ho.
Quando attacca Wonderful Tonight, Barbara mi guarda e mi si stringe al braccio, forse resiste al desiderio di ballare.
Dopo due ore, Eric attacca “Cocaine”. Il livello del suono è fantastico. Al primo “Cocaine” del ritornello si sente dal pubblico una sola voce che urla "Cocaine" e molti si voltano a guardarmi. I successivi sono cantati da tutti e persino la band mi pare sia stupita. Alle undici e venti, dopo un concerto senza pause o chiacchiere o altre menate, Eric saluta e se ne vanno. Barbara da fondo alla bottiglia d'acqua e mi bacia il naso.
“Contento?”. Deve essere sconvolta: siamo in piedi, praticamente fermi, dalle otto e mezza: mica come questa scalmanata qua davanti!
“Come un matto, ma non è finita”.
In quel momento, la band torna in scena, con Robert Craig così le chitarre in scena sono quattro! La band attacca “Crossroads”, un cavallo di battaglia dei tempi dei Cream. Qualunque cosa dica la gente, Eric è più legato a “Crossroads” che a “Cocaine”. Lo so, è facile, la sua storia, la sua vita, ma “Crossroads” è più vicina di quanto non sia “Cocaine”: questa la puoi abbandonare, un incrocio, una scelta li avrai sempre davanti.
Finita “Crossroads”, i musicisti si affacciano al bordo del palcoscenico, abbracciati e con un unico inchino salutano il pubblico.
“Fantastico. E quando lo rivedo, e poi in Italia?”.
L'uscita dalla piazza è agevole e rapida. Chiamo Paul e Andrea e faccio il mio commento al concerto, promettendo maggior precisione lunedì. E Mauro: curioso, vuol sapere tutto.
Fino al parcheggio non troviamo un ristorante o una pizzeria aperti. Quando siamo dalla Ginevra, mentre pago il parcheggio, do un telefono a Barbara che chiama uno di quei numeri "che te lo troviamo noi": la pizzeria che ci trovano è a venti chilometri da qui.
“Fatteli passare”, un altro servizio di questi geni della geografia: chiedi una pizzeria a Lucca, sì, è mezzanotte, ma a venti chilometri con tariffa a pagamento di chi chiama?
“Mi hanno detto che stanno per chiudere”.
“Non mi stupisce, è mezzanotte. E in questa città con cinquemila persone ad un concerto non c'è una pizzeria o un ristorante aperto!”.
Torniamo in hotel e all'incrocio prima di arrivare, troviamo un locale aperto. Quale miglior finale potresti pensare per una serata così se non a un cena in un McDonald?
Barbara accende l'astronave che usa come telefono e fa partire Wonderful Tonight. Senza offesa per Beethoven o Chopin, un grande preludio.
10 luglio
L'Italia ha vinto i mondiali di calcio. Non credo ci credesse nessuno. Eppure ieri sera la nazionale ha battuto la Francia. E la vittoria è ancora più bella: chissà come gli girano le balle, vero, Paolo Conte? Dopo l'interminabile post partita, festeggiato con un brindisi all'altezza, siamo andati sul terrazzo per sentire i festeggiamenti. Come abbiamo festeggiato? Aprendo e bevendo due lattine di coca cola, poi con il calore di un lungo dolce abbraccio.
Credo che questi 5 giorni siano stati quei giorni che possono fare invidia a chi ne ascolta il racconto. Andrea, Eric, Barbara e tutto il resto, McDonald. Poi, Barbara che interpreta la gioia di vivere in coppia come un modo di stare insieme senza perdere una occasione oppure inventandola. E che sul lavoro applica una scelta di vita: mai più con un collega. La mia professione è un corollario. Nemmeno Barbara ed Eric, però, mi fanno dimenticare Nassiriyah e che la commissione non ha ancora finito o non so cosa abbiano combinato. Dopo la fine della prima fase, in 55 giorni hanno esaminato e giudicato 156 concorrenti. Si, va bene: una tavola e una relazione lunga una cartella: ma ora? Per 15 progetti sono già passati 20 giorni. Non mi torna, nemmeno considerando i giorni festivi.
Dopo tutto ho partecipato, abbiamo consegnato e mi basta. Forse.
Andiamo in studio e in macchina Barbara mi chiede come mai non parlo: "niente, tranquilla niente", ma non la convinco.
Appena arrivo in studio, saluto Luigi, controllo la posta elettronica, poi vado da Barbara. Dobbiamo preparare l'albergo.
“Bisogna trovare chi fa gli impianti e il verde, fissare i tempi, l'onorario”.
“Impianti e verde ci penso io, se sei d'accordo”.
“Si, certo: hai già qualcuno in mente?”.
“Sì, per il verde, l'architetto Olmo Pollini, il paesaggista che ha partecipato al bando, e per gli impianti un mio socio, Giancarlo Grandi, di Lecco”.
“Ma perfetto!!! Pollini va benissimo. Grandi anche”.
“Facciamo il calcolo dell'importo definitivo delle opere e degli importi di strutture, impianti e verde, poi lo mandiamo ad Amandine perché lo approvi con un alea del dieci per cento. Intanto calcoliamo gli onorari”.
Barbara chiama Marco e Luigi. Gli spieghiamo come fare e cosa serve e che serve per il pomeriggio, perché stasera deve andare a Milano.
“Vado a chiamare Giancarlo e Pollini, questo fascicolo è nella cartella?”.
“No, non l'ho ancora messo lì, quando l'ho preparato ho lavorato sul mio disco fisso. Lo sposto”.
“Salva una copia, non l'originale. A dopo”.
“Farni: io capisco, Nassiriyah, la commissione. Ma puoi non essere un Farni diverso dal mio?”.
“Si vede così tanto?”.
“Senti, libro aperto, se ti sposti di un millimetro da Graziano Farni si vede eccome. Vuoi che chiami Emanuela?”.
“Assolutamente no. Non c'è motivo, per ora. Vado”.
“Graziano, torni?”.
“Torno, in tutti i sensi, tranquilla”.
Pollini e Grandi accettano senza problemi; dopo aver visto il fascicolo di Barbara mi mandano le offerte.
Nel pomeriggio, Luigi mi chiama e torniamo da Barbara, dove c'è anche Marco. Ci spiegano cosa hanno fatto e come, che han dovuto deviare dalle indicazioni ricevute, perché il metodo li portava fuori strada. Li guardo mentre controllo calcoli e risultati. Quello che mandiamo in giro lo firma l'architetto Greco e mi sono autonominato responsabile del progetto, e di tutti gli atti relativi.
“Farni?”.
“Mi dispiace, ma vi devo chiedere una cosa. Non so, ma devo farlo”.
Mi guardano tutti, Barbara mi mette una mano su un braccio.
“Andate a prendere da bere: è perfetto!”.
Marco e Luigi si mettono a ridere, Barbara mi dà uno scappellotto. Lo sguardo dei ragazzi dice che sono evidentemente d'accordo.
Dopo aver chiamato Amandine, mandiamo la lettera di consegna via mail e via fax: la mail con il file del calcolo del costo dell'hotel, così il tedesco controlla, la bozza di parcella, la bozza d’incarico con le scadenze; il fax con la richiesta di ricevuta.
Congedati i ragazzi, Barbara chiude la porta del suo studio.
“Sei tornato, sono felice”.
“Barbara, non me n'ero mai andato. Posso avere anch'io qualcosa a cui pensare, oltre a te”.
“Non ti ho mai visto così e mi è dispiaciuto. Hai parlato con Andrea e Paul?”.
“No, non è il caso”.
“Come vuoi”.
“Se credi, possiamo andare a casa”.
“Si, ne ho voglia anch'io. Faccio una cosa e andiamo”.
Il nostro non è un lavoro faticoso, ma riposare con Barbara tra le braccia, chiedendosi cosa avrà in mente, è meraviglioso.
18 luglio
Mercoledì il progetto Fogli è stato approvato nella conferenza dei servizi. Sabato siamo andati a cena con Rosanna e suo marito Marco, che non conoscevo. Barbara e Rosanna non si erano mai viste, ma Barbara aveva incontrato Marco per motivi di lavoro, quindi più o meno eravamo pari: tutti architetti, Marco è un boss dell'urbanistica in regione. Un tavolo allegro, in un ristorante sulle colline, cucina tipica genovese.
Arriva la risposta da Parigi: l’incarico ci viene affidato sulla base di importi e scadenze fissati nel fax che abbiamo mandato ad Amandine: consegna a Parigi il 22 dicembre.
Ieri non ho chiamato la Dottoressa Cruciani, era appena rientrata dalle vacanze, ma oggi non scappa.
Il numero è occupato.
Tra una telefonata e l'altra, sempre inutile, parlo con Luigi e Barbara dell'hotel.
Poco prima di mezzogiorno, finalmente il telefono dà il segnale di libero. Chiedo di poter parlare con la dottoressa Cruciani.
“Pronto?”.
Sono un pò agitato.
“Dottoressa, buon giorno, sono Graziani Farni”.
“Architetto, buon giorno, tutto bene?”.
“Si, bentornata, lei, si è divertita?”.
Non che mi interessi molto, ma non so come iniziare.
“Ci sono novità sull'esito del bando?”.
“Si, è stato formalizzato il verbale della commissione, ma non mi è ancora arrivato”.
“Scusi, ma il Comune è tra i promotori del bando e non ha il verbale?”.
“Esatto. Ci hanno comunicato che il verbale è esecutivo, ma non ce lo mandano. Architetto, lei, però non si preoccupi”.
“Cosa facciamo, la richiamo?”.
“Si, mi richiami tra una settimana. Ma gliel'ho detto, lei non si preoccupi”.
Mi era sfuggito: e due, bisorrebbe vedere se lo dice anche a quell'altro.
“No, grazie. La saluto, ci sentiamo”.
Vado da Barbara.
“Non credo che lo dica a tutti per stare tranquilla. Non potrebbe”.
Guardo Barbara: ha un vestito intero, beige, con la scollatura sbottonata in maniera seria, è seduta alla scrivania e si dondola mentre ha tra le mani una matita.
“Avverto Mauro. Pensaci, ma non dirmi nulla”.
La reazione di Mauro stavolta c'è stata.
“Oh mamma!”.
Che conferma il mio dubbio che, da buon scaramantico, non ti dico.
24 luglio
Oggi richiamo Anna Cruciani. Non posso più aspettare. Non voglio condizionare la mia vita e quella di Barbara per il bando. Posso fingere, ma Barbara se ne accorge. Voglio che stia con me perché sono Farni, non solo perché sono l'uomo di cui ha bisogno. Tutto il resto, poi, resiste lo stesso, non ha bisogno e non ho bisogno.
Barbara ha chiuso con la catena degli alberghi; consegniamo il 22 dicembre. Agosto non ci siamo, l'accordo è stato delicato per questo e per l'onorario, anche se su questo i francesi non hanno chiesto molti sconti, sono molto rispettosi della professionalità. Consegnare prima è obiettivamente impossibile, noi dobbiamo fare gli architettonici e consegnarli ai colleghi entro settembre, poi prima revisione. Anzi, il progetto deve andare dall'ingegner Fabio Lastrico entro la fine del mese: per lui va bene un progetto impostato al 50 per 100 per le prime analisi. Entro metà Novembre è prevista la consegna della prima stesura a Parigi. La catena vuol portare il progetto al comune di Solenzara a gennaio, per poter iniziare i lavori a settembre dell'anno prossimo; le attività edilizie, ad agosto, in Corsica, sono ferme. Con l'intenzione di aprire al primo ospite per l'estate 2009. Secondo i loro programmi la prima torre dovrebbe essere completa per consentire verifiche, adeguamenti e per la preparazione del personale. E, secondo me, iniziare a ospitare qualche cliente.
È lunedì, potrei rovinare la settimana a qualcuno, no? O potrei rovinarla a me. Chiamo la dottoressa Cruciani.
“Architetto!”.
“Dottoressa. Come sta?”.
“Bene, ma lei mi chiamerà ogni settimana anche quando questa storia finirà?”.
“Dottoressa, quando questa storia finirà potremo essere amici”.
“E allora diamoci del tu, vuole?”.
Il tuo unico problema è il nome: Anna. Devo aggiornare il mio elenco.
“Per me non c'è problema, dottoressa”.
“Bene, Graziano. Allora, vuoi l'aggiornamento del bando?”.
No, voglio organizzare un concerto al Circo Massimo o davanti al Colosseo.
“Se hai delle novità, volentieri”.
“Ne ho due. La prima è non ho novità sull'esito del bando: è stato aggiudicato, ma non ci hanno detto nulla. La seconda è che il Ministro non vuole il monumento”.
Conosco la storia politica del Ministro, nipote di politici e di un artista, uno scultore. Non un voltagabbana, ma uno che ha mollato il politico dei referendum per una carriera politica più concreta. Questa novità però è forse la causa del ritardo e non mi piace.
“E perché non lo vuole?”.
“Ha detto che è un monumento alla guerra e quindi non vuole che sia costruito”.
Questa è una pazzia: ci sono un sacco di monumenti alla guerra, a condottieri, questo non è un monumento alla guerra. La guerra è uno strumento del quale gli uomini non hanno ma capito la gravità e l’inutilità. E questo non è un monumento alla guerra, questo è un monumento a 19 uomini per l'attacco ad una missione di pace. Entra Barbara, camicia azzurra e bianchi calzoni corti, collana con ciondolo rosso.
“Anna, tu conosci il Ministro?”.
“È stato il sindaco per otto anni, certo!”.
“Come fa a dire una cosa del genere?”.
Barbara mi fa cenni di stare calmo.
“Direi che è un fatto politico”.
La sua coalizione, quando era all'opposizione, era contraria alla missione in Iraq. È uno che quando è andato a comprare la correttezza ha trovato chiuso.
“ Ma questo non è più un fatto politico, bisogna onorare quei ragazzi!”.
“Cosa vuoi che ti dica?”.
“Dimmi che mi fissi un appuntamento con il Ministro, devo parlargli”.
“È il caso? Cosa gli vuoi dire”.
“Che se questo lo ritiene un monumento alla guerra, perché era contrario alla missione, vorrei chiedergli di demolire il Monumento al Milite Ignoto, che tra l'altro è brutto, perché quello è un monumento alla guerra! Il Milite ignoto non era in missione di pace!”.
Barbara scuote la testa per dire di no, con gli occhi spalancati, come se fosse spaventata.
“Stai scherzando?”.
“Ti sembro uno che scherza? C'è in ballo di ricordare dei morti per la pace in una terra lontana, è stato finanziato un milione di euro e il Ministro fa il filosofo? E i parenti delle vittime? E il simbolo che è stata una cosa terribile? Fissami un appuntamento, Anna!”.
“Grazià, non mi sembra il caso, non mi sembra percorribile”.
“Tu non preoccuparti, il percorso ce l'ho io, su queste basi, che la macchina da scrivere è un monumento di rara bruttezza, anacronistico, che rappresenta la guerra e ne ingigantisce la memoria; mica gli dico che lo faccio per la gara, che lui tra due anni potrebbe non essere più Ministro e che una targa potrebbe ricordare il mio nome sul monumento, con tutti i componenti del gruppo. Questo no, sul giudizio estetico e politico sul cassone in marmo ho diritto”.
“Non sei mica normale. Senti, scrivi questo numero”.
Mi dà numero e nome di un collega, architetto Fausto Cordini. Il numero è del MIBAC, direzione del Lazio.
“Sentilo, lui è segretario della commissione del bando. Prova”.
“Nessun collegamento col sottile politico”.
“No, Fausto lavora a Porta Portese, la sede Lazio del MIBAC è li. La gestione del bando l'hanno affidata a loro. Fammi sapere, d'accordo?”.
“Va bene, ti chiamo appena gli parlo. Grazie, Anna, ciao”.
“Graziano, un ultima cosa: lascia perdere il Ministro”.
“Ma se deve decidere lui!”.
“Ma non ti far prendere dalla polemica. È importante l'esito del concorso?”.
“Certo!”.
“E allora, porta pazienza!”.
“Si, pazienza, Anna. Dopo un mese e passa”.
“Lascia fare: pensa all'esito”.
“Quindi?”.
“Allora sei de' coccio! A buon intenditor poche parole!”.
“E allora?”.
“Grazià! E si nun voi capí: a buon intenditor poche parole! Ciao!”.
“Ciao”.
Resto col telefono in mano e lo guardo.
“Graziano, cosa ti ha detto?”.
Il telefono non mi dice niente e decido di posarlo.
“A buon intenditor poche parole! Mi ha detto: a buon intenditor poche parole!.
Barbara si siede davanti a me e mi guarda spaventata.
“Quindi?”.
Le racconto il resto della telefonata.
“Tu sei matto, la storia di demolire il Vittoriano potevi pensarla solo tu. Quando chiami il tizio del MIBAC Lazio?”.
Guardo l'orologio.
“Nel pomeriggio, a quest'ora starà mangiando”.
“Tra poco anche noi, vieni da me”.
“Cerco una cosa e arrivo”.
Possibile che a quattro mesi dall'inizio di 'sta storia, io abbia saputo oggi che il bando è stato affidato alla Direzione Regionale del Lazio del MIBAC? Vado sul sito del Ministero per i Beni e le Attività Culturali a cercare l'organigramma e trovo Fausto Cordini. Mauro lo chiamo dopo aver parlato con lui.
E che io sia un buon intenditore, ti sembra possibile?
26 luglio
Se non risponde oggi, mando un telegramma al ministero.
Non ho nemmeno provato a chiamare attraverso il centralino per non creare problemi a Cordini. Chiamo Barbara e accendo per la trecentesima volta il vivavoce.
“Architetto Cordini, salve mi chiamo Graziano Farni”.
“Mi dica, architetto Farni”.
Gli spiego chi sono e perché gli telefono.
“Si, la commissione ha deliberato il risultato e abbiamo finito l’1 luglio”.
Barbara mi fa cenno di calmarmi. Ma come 1 luglio?
“E quando si saprà il risultato, architetto?”.
“Non lo so”.
“Scusi, architetto, avrete una scadenza o no?”.
“No, dovevamo finire entro il 1. E abbiamo consegnato il giorno stesso”.
“Quindi?”.
“Quindi abbiamo finito”.
Mi sembra di parlare con me quando non capisco qualcosa.
“Architetto, mi scusi l’esito, il verbale, dov’è? A chi lo avete consegnato?”.
“All’ufficio competente”.
“Che è, il MIBAC?”.
“Si, la sede di via del Collegio Romano”.
“Non al Ministro?”.
“Non direttamente, ma il verbale è stato inviato al Ministero”.
“Mi scusi, e gli altri Enti?”.
“La titolarità del procedimento è MIBAC, che ha affidato alla Direzione Lazio il seguito della procedura”.
“Allora, per sapere l’esito del bando, devo chiamare il MIBAC e di chi devo chiedere?”.
Per alcuni secondi l’architetto una risposta.
“Non credo sia il caso, architetto. Non le direbbero nulla”.
Barbara mi guarda, stralunata.
“Il Ministro ci ha imposto la consegna del silenzio”.
Ora il silenzio è sceso, a Genova, in via del Commercio.
“Scusi?”.
“Si, il Ministro ha chiesto ai membri della commissione di non diffondere il risultato del bando”.
Perché potrebbe incorrere in una causa per mancato affidamento d’incarico, il grande politico!
“Non so nemmeno se potevo dirglielo”.
“Beh, ormai è tardi, architetto Cordini, la frittata è fatta”.
“Grazie”.
Stavo per dipingere un Ministro e quando mi ricapita?
“No, dicevo, il Ministro quando scioglierà tale consegna?”.
“Non lo so, da un giorno all’altro, credo”.
“Architetto, tra colleghi, lei cosa pensa”.
“Architetto, tra colleghi, non ne ho la più pallida idea. Io ho finito e non so cosa dirle”.
Che tradotto al popolo vuol dire “ora basta, mi sono rotto”. Saluto il collega e guardo Barbara.
“Chiama la dottoressa Cruciani e Mauro. Poi parliamo noi”: bacio sulla fronte e se ne va.
Guardo la porta chiusa.
Il Ministro. Voglio sapere cosa sarà mai combattere le idee di un Ministro, cosa sarà una battaglia dialettica con lui. Voglio sapere chi si crede di essere, voglio che me lo dica in faccia che per lui il sacrificio di quei ragazzi, la loro morte, il loro sacrificio per la pace non devono essere ricordati per sempre con un monumento.
Anna Cruciani mi dice che sapeva tutto, ma voleva che Cordini mi confermasse che per ora non si poteva rendere pubblico il risultato.
“Tu, comunque, se hai capito, devi stare tranquillo. Non è detto che il Ministro non convochi al conferenza stampa nei prossimi giorni per comunicare il vincitore”.
“Convinta?”.
“Si, lo conosco, ragiona, potrebbe farlo”.
“Allora aspetterò. Anna, auguri, per il tuo onomastico”.
“Grazie, che caro. Nemmeno mio marito si è ricordato! Grazià, ciao!”.
“Ciao”.
Chiamo Mauro, gli racconto tutto dalla fine e decidiamo di andare in vacanza, oggi è il 26 luglio, “chi vuoi che ci chiami prima della partenza”, ma considerata la posizione del signor Ministro, è capace di organizzare la conferenza stampa a ferragosto o in un giorno che ci sia sciopero della stampa il giorno dopo.
“Inoltre, la dottoressa Cruciani mi ha detto “Grazià! E si nun voi capí. A buon intenditor poche parole!.
“O mamma!”.
“Mauro, silenzio, non fare commenti, sono già agitato per conto mio”.
“Ma...”.
“Allora: piantala. Metti una cravatta in borsa prima di partire e ora smettila”.
“Va bene. Ci sentiamo”.
31 Agosto
È stata una bella vacanza, di quelle che partono bene e finiscono meglio.
Il residence è formato da sei appartamenti posti a semicerchio, ma senza che i vicini ti guardino in casa. Gli appartamenti hanno un giardino chiuso da siepi di pitosfori e da muri alti due metri che delimitano un terrazzo pavimentato che separa casa e giardino. La tranquillità è tale che Barbara non ha disdegnato di togliere il reggiseno, quando al pomeriggio, dopo una salutare dormita, andavamo in giardino per completare il lavoro dell'abbronzatura. Ci sono un ingresso soggiorno cucina enorme, con tavolo con panca, mobili in muratura, coperti da piastrelle decorate in ceramica marrone chiaro, la camera, e poi, grandi francesi, sala dell’acqua ed il bagno. La prima è un cubicolo un metro per uno e cinquanta, col wc, il secondo presenta lavandino e doccia: senza bidè. Quelli della grandeur!
Non c’è televisore, né la padrona di casa ce l’ha offerto: non c’è nemmeno l’antenna. Venti giorni senza televisione. E sai cosa ho fatto? Ho iniziato a prendere appunti sui fatti del monumento, chissà che non ci sia bisogno di rinfacciare tutto a qualcuno.
Fuori casa c’è un barbecue, comune per tutti gli appartamenti, con un tiraggio fantastico, lo abbiamo utilizzato per pesce, crostacei e carne, che qui non sanno tagliare o tagliano in maniera diversa che da noi.
Il mare è fantastico: spiagge di sabbia, acqua pulita, poca gente in spiaggia e monokini rari e mai all'altezza di Barbara. La cosa curiosa è che anche sabato e domenica le spiagge non sono mai strapiene.
Non ci sono lidi attrezzati con cabine, le spiagge sono libere, anche per i cani. Noi andavamo alla spiaggia tra le otto e mezza e le nove e restavamo fino all’una, l’una e mezza. Un paio di volte ci siamo fermati a mangiare.
La sera siamo usciti solo tre o quattro volte per andare a bere qualcosa o prendere un gelato. Il fatto di avere terrazzo e giardino ci ha fatto impigrire: non è che ci fossero molte cose da vedere intorno a Tarco, o posti da frequentare la sera, ma la casa è veramente accogliente. Passavamo le serate e a leggere, a parlare, a ridere e poi andavamo a dormire. Non sempre subito.
Per tutta la vacanza, a parte una breve visita, durante il viaggio da Bastia a Tarco, al terreno per l’hotel, non abbiamo mai parlato di lavoro.
Nemmeno in Corsica conoscono "Cochon de la misoire", ma l'ho deciso io. Non ho osato chiedere.
GRAN FINALE
4 settembre
Abbiamo passato il resto della settimana a casa: Barbara ha voluto mettere a posto i vestiti delle vacanze e pulire la casa prima di tornare a lavorare. Mercoledì la decisione è stata presa: avremmo aperto oggi, con tutti i ragazzi. Sembrava che volessimo continuare le vacanze a casa: a me andava bene, qui non si parla francese.
Abbiamo parlato di lavoro, per organizzare i ragazzi per Solenzara: Barbara tiene uno dei suoi per le cose di routine e io lascio Luigi sull'hotel. Abbiamo deciso di fissare le date per le revisioni a Milano e per l'ultima a Parigi, viaggio che, con la questione di Nassiriyah aperta, non mi entusiasma.
Riapriamo lo studio, entriamo per primi, non c'è nessuno.
Il programma per la posta elettronica impiega un quarto d'ora a scaricare l'elenco dei messaggi; 686 messaggi! Più di metà finiscono nel cestino: devo togliere l'iscrizione a qualche mailing list di informazioni. Si apre la chat di Barbara con l'emoticon che manda bacini e ricambio con quella degli abbracci. Quando arriva Luigi, ho tolto l'iscrizione a otto siti: otto messaggi al giorno in meno.
Luigi è in forma, parliamo delle vacanze fin quando non squilla il telefono e si illumina il numero di Barbara. L'architetto Greco ci convoca da lei.
La sala riunioni accoglie tutti i ragazzi. Barbara dà a tutti una relazione su chi fa cosa, compreso quelle che sono le scadenze: il 22 dicembre è in rosso, grassetto e circondato da un ellisse rosso. La scelta di chi resta fuori tra i ragazzi dello studio Greco è facile: sorteggiano.
Spiego cosa si deve fare, chi sono i referenti per strutture, impianti e verde, chiarendo che chiunque può informare tutti delle modifiche.
“Per questo, ogni lunedì ci sarà una riunione per fare il punto e per controllare il lavoro di tutti. Già so che gli ultimi giorni ci sarà il solito casino e che partiamo tre mesi prima, ma le cose da fare sono tante. Noi siamo i referenti e abbiamo la responsabilità su tutto: quindi, quando gli altri colleghi manderanno i loro progetti dovremo controllare che non ci siano interferenze. Non ci dovrebbero essere: le revisioni intermedie servono a questo, ma non si sa mai”.
Nessuno ha domande. Barbara apre i disegni consegnati a Parigi e distribuisce i compiti a ognuno. Marco e Luigi saranno i coordinatori di tutti.
“Barbara, il cartiglio lo studio io”.
“Parti da uno dei miei”.
“No, parto dal via come a Monopoli”.
“Scemo, prendi quello di Volterra”.
Meno male che non ha nominato Rieti? Che cacchio è Rieti?
Dopo pranzo Barbara viene a vedere il risultato.
“Farni, lavoriamo insieme, ma dai. Ci sei?”.
“Certo, tu?”.
“Ci sono, amore, ci sono” e sta per prendermi un braccio, poi solleva il busto e si siede vicina a me.
“Apri ‘sto file, Farni”.
Dai disegni aperti scelgo il cartiglio di Solenzara.
“Farni: cosa vuol dire “RENDERINGAPPENAGRECOLOFINISCE”?”.
“Vuol che quando l’architetto Greco finisce il render del progetto, l’immagine opportunamente ridotta da un architetto, genovese e sampdoriano, viene inserita in quel riquadro”.
“Quindi devo finirlo. Quanto tempo ho? Ma scusa, tu e Luigi dove siete?”.
“Bà, son qua mi vedi? Luigi è di là!”.
“Smettila: nel cartiglio non ci siete”.
“Ma figurati, cosa c’entra”.
“Graziano, l’idea delle due torri è tua, Luigi ci ha lavorato. Mettiamo lui e i collaboratori, anzi. E te come responsabile del coordinamento e dei servizi di ingegneria, tiè! Scusa, ti occupi della Merloni, che poi ai francesi non interessa, ma come metodo, fornisci tutti gli elementi grafici di base, metti il naso nella progettazione e non vuoi il nome sul cartiglio?”.
No, non mi interessa.
“Non fare lo scemo: faccio io, sciolla!”.
Non dire sentivo ‘sciolla’ da quando frequentavo un gruppo di ragazzi a Teglia, che avevano un circolo dove passavamo i pomeriggi ad ascoltare musica, nel 1972. Mi sposta letteralmente, tirandomi per un braccio e sradicandomi dalla mia poltrona. Se la alza e si mette a smanettare sul disegno.
“Ecco fatto, Graziano Farni, sampdoriano architetto”: guardo il monitor. Sul cartiglio il mio nome è il secondo, stessa altezza del suo.
Stavolta, gli occhi li strizzo io.
Greco ride.
“Lo salvo, vado a finire il rendering, così lo mandi via”.
11 settembre
Oggi è il quinto anniversario della strage del World Trade Center a New York. Quella disgrazia e Nassiriyah sono legate da un filo che le unisce. Un filo sottile, se vuoi intricato. Non devo trovare io il responsabile, ma l'11 settembre ha cambiato il mondo. Il mondo forse non avrebbe invaso l'Iraq alla ricerca di armi di distruzione di massa mai trovate, se fossero morte 2998 persone.
12 settembre
Mi sono stufato.
“Ciao, Mauro”.
“Come va?”.
“Bene, senti”.
E gli racconto il mio piano: incontrare Anna Cruciani e il presidente della commissione, per capire cosa sta accadendo e per sapere qualcosa.
“Non saprei, non vorrei che, sai potresti, che ne sai, innervosire qualcuno”.
“Mauro, hanno già deciso, è il Ministro che blocca tutto e la presidente potrebbe, dico potrebbe, dirmi qualcosa di più”.
“Non lo so. Ti accompagno, però. Quando andiamo?”.
“Appena ci ricevono”.
“La settimana prossima. Questa, per me, è già presa”.
“Il tempo di sentirle e ti chiamo”.
“A dopo”.
Strano, mi sembra strano. Chiamo Barbara dalla chat.
“Vuoi che parli con Emanuela?”.
“Non c'è motivo. Forse un giorno saprà chi è il tuo misterioso uomo. Ma non devi essere coinvolta”.
“Stai facendo come me che ti estraniavo”.
Una vita fa.
“Ti ricordi, a Roma? Quando non ti avevo detto del ritardo delle mestruazioni e te la sei presa e mi hai chiesto di non lasciarti più fuori della nostra vita?”.
“Sì, me lo ricordo, ma, questo, è diverso. Ti sto informando. Emanuela è tua amica: questa cosa dovete starne fuori”.
Non mi sembra convinta.
“Capito. Quando chiami?”.
“Quando andiamo a Milano?”.
“Venerdì prossimo, il 22”.
Apro il calendario del PC.
“E allora rimando alla settimana dopo. Mauro questa non può. Lo avverto, poi chiamo”.
Prima il lavoro, anzi dico a Mauro che prima della fine del mese non posso io: intanto rifletto.
18 settembre
L'estate non è finita. ma il sole è ancora caldo e il cielo senza nuvole. Mi piace, mi sento bene.
Ho riflettuto una settimana. Vado a Roma con Mauro.
Dopo la video conferenza per Solenzara, telefono.
La conferenza finisce dopo le undici: chiusa la connessione, avverto Barbara delle telefonate e vado da me.
Chiamo prima lo studio di Emanuela Montani e poi Anna Cruciani.
La segretaria di Emanuela mi propone un appuntamento venerdì 29 alle 15.30, nello studio vicino Piazza del Popolo. Le dico che va bene e che venerdì sarò li.
“Anna, possiamo vederci? Vorrei parlarti di un paio di idee che ho in testa”.
“Sono felice di sentirti, certo che possiamo vederci, questa settimana?”.
“La prossima, ho un appuntamento nel pomeriggio a Roma, venerdì 29 mattina puoi?”.
“Va bene alle 11,00”.
“Perfetto, il treno arriva alle 10.00: per me va bene”.
“Dai, Graziano, Ti aspetto”.
“Un abbraccio, Anna”.
Non c'è niente da fare: Anna non può essere il nome di una donna stronza.
Nel pomeriggio, dopo pranzo, facciamo una riunione su Solenzara, per definire gli obbiettivi per venerdì: significa chiudere giovedì a mezzogiorno tutte le attività e stampare, fare una relazione dello stato di avanzamento del progetto. Per impianti e verde è ancora presto, ma stamane Giancarlo Grandi e Olmo Pollini hanno detto che saranno a Milano, ognuno con le linee guida del proprio lavoro. La struttura è all'inizio, l'ingegner Fabio Lastrico porta le prime analisi per il dimensionamento; tutto il gruppo sarà fisicamente insieme e nel pomeriggio resteremo insieme per parlare de visu: nulla è meglio che parlare da vicino, alla faccia delle chat!
“Se non veniva l'angheso, ti accompagnavo io”.
“Barbara: non possiamo lasciare lo studio in due, con Solenzara all'inizio”.
“Sicuro, per un giorno? Vedi, hanno inventato questi apparecchietti. Si chiamano telefoni cellulari. Servono per chiamare e per rispondere. E fanno anche tante altre cosette: ricordi?”.
“Esatto, ma non possiamo: se andiamo insieme, ci fermiamo. Andare e tornare in un giorno in due è solo una sfacchinata inutile”.
L'architetto Greco monta, sotto gli occhi blu, un muso lungo due metri.
“Non mi vuoi portare a Roma, ecco”.
“Greco: non cominciare! Dovrei vedere Emanuela: quando sono da lei cosa fai?”.
“Shopping!”.
“Ma smettila, shopping! Non è il caso, credimi”.
Il muso si scioglie in un sorriso senza limiti.
“Mi stavi prendendo in giro”.
Strizza gli occhi.
“Siiii!”. E ci abbracciamo.
“Farni, questa storia del monumento ti sconvolge”.
“Non ricominciare, ne abbiamo già parlato”.
“Si, si vede, e mi fa rabbia”.
“Non devi, poi mi passa”.
“Lo hai già detto a luglio e sei ancora là”.
Devo smettere, ha ragione.
“D’accordo, parola mia. Dopo venerdì smetto”.
“Va bene, ti credo”.
Non può fare altro.
27 settembre
Appena entro in studio, parte Layla.
“Mauro, buon giorno! Sei pronto?”.
“Ciao, Graziano. Ti ho chiamato per questo”.
Se mi chiama per nome, qualcosa non va.
“Puoi andare da solo, venerdì? Devo andare a Latisana per un lavoro”.
Io sarei già andato da solo e sarei già tornato e Barbara non sarebbe preoccupata per me, dannazione!
“Mauro, ci mancherebbe. Vai "nonhocapitodove" e non ti preoccupare, vado da solo”.
“Latisana, in provincia di Udine, vicino al confine col Veneto. Vado per l'incarico di una villa ottocentesca”.
“Capisco”.
Non è vero.
“Parto domattina e torno sabato mattina. Venerdì ti chiamo”.
29 settembre
Arrivo a Roma e non so veramente cosa posso ottenere. Anna e Emanuela mi ricevono, Mauro mi ha tirato un bidone e io sono qua. La cosa che mi dà più fastidio è aspettare la partenza del treno alle sei, dopo l'incontro con la presidente della commissione. Sempre ammesso che si ricordi di aver presieduto una commissione a giugno.
Il treno parte alle sei, sveglia 4.50, Barbara prepara il caffè e mi chiama il taxi: stasera mi viene a prendere, ci potrebbe essere da festeggiare "o potresti essere triste e io ci devo essere”.
Durante il viaggio dormo, incredibile, non mi svegliano nemmeno le fermate fino a Livorno. Dopo non dormo più. Quando arrivo a Termini chiamo Barbara, "potevi chiamare prima", "come dormivi? Devo comprare una poltrona di un’ETR da Trenitalia?”.
Esco dalla stazione Cavour della metropolitana in una strada immersa nel sole, a destra i Fori Imperiali e il Vittoriano. Cerco un taxi. Via Montanara non è lontana, ma non mi va di camminare. Il tassista si lamenta che il tragitto è breve: a me sembra che il passaggio davanti al Milite Ignoto non finisca mai. Chiamo Anna per informarla che sono davanti alla macchina da scrivere.
“Ma che stai a scrive 'n libro, nun dovevi venì a Roma?”.
Anna Cruciani è in forma splendida, come le altre volte. Ci siamo dati appuntamento in Via Teatro di Marcello e andiamo nel bar dove non siamo entrati con Mauro. Anna ordina un caffè, io un'acqua tonica.
“Graziano, come va?”.
“Bene, ti trovo bene!”.
“Grazie. Allora: quello che ti devo dire è che il Ministro ha ribadito la sua posizione. Tu fai quello che vuoi, ma lui ha ancora quella posizione”.
“Anna, dimmi cosa posso fare? Anche la mia posizione non è cambiata, ma su questo non vuoi che gli parli”.
“Andare dal Ministro per dirgli del Vittoriano è ‘na cavolata, credimi. Trova altre strade. Hai parlato con qualcuno dei concorrenti?”.
“No, non mi è nemmeno mai venuto in mente. Sai cosa posso fare? Ci sono due possibilità: la via politica, cercare chi ha fatto la proposta ed informarlo, ammesso che non sappia nulla di questo ritardo. L'altra è quella giornalistica: vado dai giornali contrari a questo governo e li informo di quello che sta accadendo”.
“Ne hai un'altra: i parenti delle vittime”.
“Vero, anche questa è una strada”.
Mi piace meno, ma Anna ha ragione. Potrei contattare qualcuno di loro. Non mi piace, ma una mano non si rifiuta.
“Faccio così: decido una data con Mauro, se entro quella data il signor Ministro resta sulla sue posizioni, basta. Percorro tutte e tre le strade: prima quella politica, poi chiamo qualcuno dei parenti delle vittime, in ultimo la stampa. La seconda è quella che mi piace meno, è emozionale, solo che non vorrei sapessero questa cosa dai giornali. A proposito, questo incontro non è mai avvenuto”.
Anna mi guarda.
“Grazie. Sei molto determinato”.
“Sì, ma quei ragazzi meritano un monumento, di chiunque”.
“Ma tu hai capito quello che ti ho detto?”.
“Forse, ma non è quello che mi interessa”.
“Va bene. Devo andare. Che fai adesso?”.
“Te lo dico se riesco a ottenere un risultato: per scaramanzia e per rispetto, ora preferisco glissare”.
“Come vuoi. Per la via politica, cerca il sottosegretario del MIBAC del precedente governo. L'iniziativa parlamentare fu la sua”.
“Grazie, Anna, lo cerco. A presto”.
Anche lei, chissà se la rivedrò, dopo questo abbraccio di commiato. In effetti a giugno non pensavo nemmeno di rimettere piede a Roma.
Quando arrivo in Piazza Venezia, chiamo Barbara, Andrea e Paul. Sono in anticipo: l'appuntamento con Emanuela Montani è alle tre e mezza.
Chiedo ad Andrea se può informarsi sulla disponibilità degli atti pubblici.
“Dovresti avere un ufficio che se ne occupa”.
“Vero, provo a chiedere”.
Paul è in giro: "l'utente non è raggiungibile”.
“Mi raccomando, non perdere il treno”: è la preoccupazione di Barbara. Le chiedo di cercare l'ex sottosegretario al MIBAC.
Vado verso il centro, verso Via del Corso e compagnia. Il Vittoriano è lì, sempre uguale. Riesco ad attraversare Piazza Venezia senza vederlo.
Sai cosa faccio? Pantheon e Piazza Navona: per Piazza del Popolo sono di strada.
Il Pantheon è fantastico: la dimensione del volume interno, paragonata all'età dell'edificio toglie il fiato. Pensa, non ci sono ponteggi!!!
Piazza Navona è un salotto un pò caciaroso, ma merita. Vado a visitare una chiesa, poi mi siedo al tavolo di un bar. Anche qui ci sono i ritrattisti come a Place du Tertre.
Chiamo lo studio di Emanuela per vedere se posso anticipare l'appuntamento.
“Non credo. L'architetto non è passata da studio. Mi lasci il numero. Appena arriva la chiamo”.
Cito il 347 mentre il cameriere mi porta la birra e qualcosa da mangiare. È quasi l'una. Prendo un quotidiano di Roma dal tavolo vicino. Cosa faccio in due ore? Bere ancora, leggere e guardare questa piazza. Ah, chiamare Barbara, ecco.
Alle due e mezza mi alzo e vado verso la fine della piazza. Squilla il telefono: il numero dello studio di Emanuela Montani.
“Architetto Farni? Buon giorno, è lo studio Montani”.
“Buon pomeriggio, sono io dica”.
“Ha appena chiamato l'architetto che non passa da studio”.
Guardo Piazza Navona, poi il cielo.
“Le ha detto che avevamo appuntamento?”.
“No”.
Vorrei sapere perché le nuvole sono sospese nel cielo, come fanno. E se una cadesse sulla testa di costei?
“La ringrazio. Buon weekend”.
Tra costei e il cervello ci dev'essere un pessimo rapporto. Tre ore alla partenza del treno. Vado a vedere la basilica di San Pietro, è qui vicino, oltre Tevere, che passa lento lento.
Mi avvio e chiamo Barbara.
“Vuoi che le telefoni?”.
“Ma figurati! Per fare?”.
“Per non perdere un pomeriggio, con quello che hai da fare!”.
“No, Barbara, no grazie”.
“Come vuoi”.
“Tranquilla. Potresti fare una cosa, per favore”.
“Dimmi”.
“Puoi guardare se c'è un treno prima delle sei?”.
“Aspetta”: sento smanettare sulla tastiera
“Parte fra tre quarti d'ora e arriva alle nove passate”.
“Vado, Bà”.
“Farei uguale, Graziano”.
“Poi, il treno è senz'altro migliore”.
“Ho trovato il nome dell'ex sottosegretario che ha presentato il bando al parlamento. Ho telefonato e mi han dato la mail. Dai, ci vediamo a Brignole”.
“Brava, grazie. A dopo. Ciao”.
“Dai. Un bacio”.
La basilica aspetta. Manco dal 1994.
Verso Termini, passo da via del Corso: mi ricordo la gioielleria dove ero stato a giugno. E siccome non porto anelli dal 2004 ne prendo due, unica scatoletta, con coperchio a scatto, blu.
“Dove sei?”.
“Sori”.
“Molto bene. Sono nel parcheggio a sinistra della stazione. Andiamo a cena dal mio amico pescatore. Ci aspetta”.
“Arrivo”.
Barbara, appena mi siedo sul sedile del passeggero, mi abbraccia con una stretta dolce ma forte.
“Come stai?”.
“Come vuoi che stia. Non ho concluso niente. Per fortuna Mauro non è venuto”.
“Cosa ha detto?”.
“Chi?”.
“Mauro”.
“Cosa?”.
“Ho capito. Andiamo”.
La cena è stata eccezionale: vista l'ora abbiamo preso solo antipasto e secondo. Ostriche e branzino al sale, Prosecco.
Dopo l'antipasto, Barbara va in toilette, prendo la scatoletta dalla borsa e la metto sotto il suo tovagliolo.
“Che buone le ostriche”.
Barbara dà l'impressione di essersi appena svegliata: fresca, serena, occhi vispi, capelli sciolti, vestito con giacca e gonna nocciola, polo, tutto carta da zucchero. Quando prende il tovagliolo non si accorge di nulla: stiamo parlando, dopo le ostriche, dell'albergo. Poi, appoggia le braccia al tavolo urta il piccolo cofanetto.
“E questa? Graziano!”.
Già meglio, l'altra volta mi ha chiamato Farni.
“Quella”.
Apre e spalanca occhi e labbra.
“Graziano!”.
“Occhio alle frasi di circostanza!”.
“Niente, appunto: dammi una mano e prendi il mio anello”.
Un gesto che ho fatto altre due volte: Barbara mi porge la mano curata e l'anello finisce alla base dell'anulare. Allunga il braccio e guarda la mano tesa. Poi mi prende la mano e mi infila l’anello.
“Non portavo un anello da otto anni, Graziano. Sai che Graziano è proprio un bel nome?”.
Mi strizza gli occhi e mi stringe la mano con l'anello bene in vista. Poi prende la bottiglia e riempie i bicchieri fino all'orlo.
“Graziano, brindiamo: a Nassiriyah e Solenzara”.
Alza il bicchiere e facciamo tintinnare il vetro.
“A te”.
Beviamo: Barbara svuota il bicchiere tutto d'un fiato.
Il branzino è favoloso: non aggiungo ne sale ne limone.
La cena finisce con due coppe di frutti di bosco. Alle mie aggiungo il prosecco, Barbara assaggia e lo versa anche nella sua coppa.
Stavolta prendo io le chiavi dell'Audi: Barbara ha gli occhi piccini. Quando arriviamo a casa quasi è mezzanotte: dalla porta di casa alla camera da letto, lasciamo una scia di vestiti.
3 Novembre
Ottobre è volato. Siamo stati due volte a Milano e una a Parigi per l'hotel, proprio la vita che sognavo.
A Parigi, questa volta, abbiamo passato un weekend, da venerdì a domenica pomeriggio: la presentazione del progetto, venerdì pomeriggio, ha avuto il dovuto successo, le richieste di modifiche sono state poche.
Sabato e domenica mattina siamo stati in giro per la città; sabato abbiamo trascorso un mezzo pomeriggio su una panchina nei giardini delle Tuilleries a parlare delle nostre vite, il secondo tempo dei discorsi del viaggio a Roma. Barbara mi ha aggiornato su fatti che l'hanno toccata; ha riso delle mie storie. Davanti a noi un gruppo di uomini giocava a petanque con le bocce che venivano raccolte con una calamita.
Per l’albergo, avevo paura che ci chiedessero di accelerare, ma non l’hanno fatto: Barbara mi ha spiegato che per il nostro ritardo c’era una penale giornaliera, ma per le consegne anticipate su richiesta, la penale per la catena alberghiera è il doppio della nostra.
Ho parlato ancora con Anna Cruciani, senza ricavare nulla. Devo inventare qualcosa. Sono un po’ stufo: sono passati oltre cinque mesi.
7 Novembre
Dal telefono suona il rombo di una moto.
“Vecio?”.
“Andrea, come stai?”.
“Si tira avanti”.
“Casa?”.
“Tutto bene. Voi?”.
“Anche noi, siamo impegnati con un albergo in Corsica, consegniamo il progetto esecutivo il 22 dicembre”.
“Grande! Graziano, ti ho chiamato perché stamattina ero con l'avvocato dell'ente, il quale mi ha detto che esiste una legge sulla trasparenza degli atti pubblici, come dicevi tu, la 241, che devono essere divulgati appena diventano esecutivi. Non è il tuo caso?”.
“Credo di sì. Se la commissione ha finito, deve aver trasmesso il parere agli Enti, che, secondo il tuo avvocato, devono renderlo pubblico”.
“Esatto, anche perché la commissione, pena la decadenza, deve completare i lavori entro una certa data, salvo poi inviare i verbali con calma”.
Lo metto al corrente delle telefonate con la Dottoressa Cruciani.
“Dammi retta: fai una richiesta informale al Ministero, poi ne presenti una scritta. Se vuoi la facciamo insieme. E dimmi quando e dove c'è la proclamazione che mi organizzo”.
Ecco fatto. Uno viene da Portici, uno da Bari, devo sentire Roby.
Chiamo Mauro sulla chat e gli riferisco, per sommi capi la conversazione con Andrea. Ha l'impressione di mettere a rischio tutto. Cerco di fargli capire che non è un problema di aggiudicazione, ma di comunicazione. Sa benissimo della consegna del silenzio, che vuol dire che chi ha vinto o perso non deve sapere per il capriccio di un politico. Poi crede che sia giusto e concordiamo di telefonare al ministero.
Nel pomeriggio abbiamo la riunione per Solenzara. Facciamo la video conferenza con i colleghi di Bergamo. Ognuno ha la sua stampa dei disegni, Barbara illustra le interferenza e le modifiche relative. Io ho la testa altrove, ma cerco di non farlo notare: o non si vede, oppure Barbara non mi ha detto più nulla. O finge di non vedere come mi sento.
9 Novembre
Trovo la Legge 241 sulla trasparenza degli atti amministrativi. Le leggi devono essere scritte, lette, interpretate, applicate e disattese. Poi devi aggiungere che a me ora interessa questo testo, specie nella parte che parla di accesso agli atti, con le limitazioni di merito, sicurezza nazionale, politica monetaria, ordine pubblico e criminalità. Il mio, nostro caso non rientra in nessuno di questi. Certo, poi trovi il leguleio che conosce il comma tale dell’articolo tale del paragrafo tale della sezione tale del capitolo talaltro per cui tu non hai alcun diritto di accedere agli atti. Non mi piace leggere il testo delle leggi per intero, stavolta faccio un’eccezione.
12 Novembre
Ce l'hanno fatta. Oggi è l'anniversario della strage: ne parleranno giornali, radio e televisioni e il signor Ministro sfugge. Il grande comunicatore. E nessuno dice niente.
Anche il Capo dello Stato ha fatto sentire la sua voce sui ragazzi di Nassiriyah. Una dichiarazione alla stampa. D’altronde, non esiste un luogo per commemorare quei caduti
16 Novembre
Dopo una settimana di riflessioni e di pensieri, decido di cambiare tattica, forse di abbandonare la diplomazia, cosa che, peraltro, pratico poco, seppur con gran rammarico di mia madre. Barbara è d’accordo, Mauro non tanto: io sono perfettamente d’accordo.
Chiamo il MIBAC, faccio finta di niente e chiedo al centralinista di parlare con qualcuno dell'ufficio che si occupa dei concorsi di idee e mi passa il primo interno, che non sa nulla, che mi passa un altro ufficio, che non è competente e mi consiglia di chiedere al centralino. Ad una cortese donzella chiedo di parlare con la segreteria del signor Ministro. Parte una musica inumana che non metterebbero nemmeno come tortura in un remake di "Arancia meccanica”.
“No, guardi non ce ne occupiamo noi, provi a chiedere all'Ufficio di Gabinetto del Ministro. Le do il numero”.
E mi spara un numero con lo stesso centralino.
“Ufficio di Gabinetto MIBAC, dica”.
Dico nome e cognome, spiego che faccio parte del tale gruppo per il talaltro concorso e volevo sapere, per favore, l'esito della gara. Segue un silenzio fragoroso.
“Guardi, non so, le passo la segreteria del Capo Ufficio di Gabinetto”.
Se ti fossi perso qualcosa, l'ufficio di Gabinetto ha la segreteria del Capo dell'ufficio di Gabinetto da un'altra parte.
Ripeto la solfa di prima a un'altra voce anonima, fredda e asociale.
“Le passo il Capo dell'ufficio di Gabinetto”.
“Buon giorno, sono l'avvocato Irene Borrelli, mi diceva la segretaria della sua richiesta, architetto Farni. il Ministro non c'è al momento. Al suo rientro riferirò e le farò sapere”.
E io suonerò Layla al basso con Paul, Junior, Eric e Carlos Santana alle chitarre e Keith Emerson alle tastiere: trovare uno in gamba per la batteria è sempre difficile!
“Avvocato, mi dia un numero di fax, caso mai le mando un promemoria ai sensi della legge 241”.
“Lo mandi, architetto, ma non c'è bisogno, mi creda”.
Ho trovato il batterista! Richard Starkey.
Prendo nota del numero, segno nome e cognome del Capo dell'ufficio di Gabinetto, giorno e ora della telefonata. Riferisco a Mauro sulla chat, mentre compare la scritta "Mauro è offline": leggerà quando torna.
Preparo il fax e lo mando al Capo Ufficio di Gabinetto. Il peggio deve ancora venire. E se entro la fine del mese non arriva una risposta, faccio a modo mio. Lo so: due settimane sono un tempo che non mi appartiene, ma non sono solo, ci sono gli altri del gruppo. Se riguardava solo me era un’altra musica.
1 dicembre
Oggi è il giorno. Il Capo dell’Ufficio di Gabinetto del MIBAC doveva solo leggere al Ministro la 241 e rispondere. Dopo 15 giorni, se il politico non la conosceva, può averla letta. Ma il Capo dell'Ufficio di Gabinetto può non conoscere una legge sulla trasparenza degli atti pubblici? Rispondo di no e decido. Se non chiamano entro oggi potrei fare una porcata. Ma no, la preparo subito: è venerdì, forse oggi non lavorano e se non glielo mando subito, non gli rovino il weekend. Scrivo la richiesta.
Rileggo due volte. Controllo i riferimenti normativi. Cerco dei commenti alla legge su un sito giuridico, ma non trovo nulla che mi fermi. Sto contrapponendo un giudizio politico a un diritto di metodo e di merito. Sto cercando di dare il giusto alle famiglie di diciannove ragazzi morti lontano da casa, per garantire la pace.
Vado al fax, compongo il numero, richiamo quello di Mauro in memoria e premo invio. Di sicuro, se qualcuno si incazza, Mauro potrà sempre dire che si tratta di un'iniziativa personale non condivisa cogli altri. Non è verissimo, ma, mentre prendo fax e ricevuta, scopro che non me ne frega niente.
Dopo un'ora, passata a controllare il programma per Solenzara, chiamo la segreteria del Capo dell'ufficio di Gabinetto del Ministero.
Risponde un'altra volta la voce anonima, fredda e asociale.
“Buongiorno, Farni”.
“Si, architetto, buon giorno. Il suo fax è già sul tavolo del direttore Borrelli. Appena arriva la faccio chiamare”.
“Le lascio anche un numero di portatile, per ogni evenienza”.
E recito il 333.
“Grazie, architetto, buon weekend”.
Il mio lo sarà, quello del tuo capo mi auguro di no.
“Grazie, anche a lei. Mi saluti il Direttore ed il Ministro”.
Che forse non vedrà nemmeno.
Mi sento bene. Mi piace fare una cosa così; premeditata, elaborata, preparata e servita. Da vero gran bastardo, per avere il riconoscimento di un diritto. Alla faccia del pensiero del Ministro.
Vado da Barbara e le faccio leggere il fax.
“Quindi?”.
“Quindi, martedì o mercoledì vado in tribunale per presentare un esposto contro il Ministro; se mi dicono che è competente Roma, come immagino o che, comunque, Genova deve trasferire l'atto a Roma, vado ed espongo anche là: il pittore Graziano Farni. Cosa te ne sembra?”.
“Se ti chiamano lunedì o martedì?”.
“Ci sono tre possibilità: uno, chiamano e mi dicono entro quando comunicheranno l'esito; due, che mi rispondano che se ne sbattono della legge; tre, non mi chiamano”.
“Avrebbero una possibilità su tre”.
“Esatto, ma mi sento buono: lunedì preparo l'esposto, come privato cittadino, facente parte di un gruppo interessato all'esito”.
“Così gli altri ne restano fuori”.
“Esatto, brava! Guarda, aspetto martedì sera per preparare bene l'esposto e per capire quale tribunale sia competente, mercoledì consegno, qui o a Roma”.
“Ed io ti aiuto e ti accompagno. Sono amica di una avvocato, la chiamo?”.
“Lunedì, la chiami lunedì, ora lavoriamo per Solenzara”.
4 dicembre
Piove. A me la pioggia piace. Non ho un ombrello mio, quando piove, un montgomery oppure un cappello, da sempre. Ieri la Samp ha vinto a Messina, non che fosse scontato, ma sempre meglio tornare da una trasferta vittoriosi. E te lo dice uno che il 20 maggio 1992 era a Wembley.
Barbara indossa ha un vestito giacca e pantaloni, un maglione girocollo color malva e un Burberry, con l’interno scozzese, stivali, e berrettaccio, quello di Roma.
Barbara ho chiamato la sua amica, l'avvocato Chiara Villa e l'ha convocata in studio.
Oggi è Santa Barbara: prima che arrivi l'avvocato, ordino un mazzo di fiori col PC, con un biglietto "Santa dopo nove mesi e venti giorni. G”.
L'avvocato Villa e Barbara erano compagne di banco al Doria, storico liceo classico genovese, hanno studiato insieme dal ginnasio fino alla maturità, poi l'avvocato ha seguito il padre a Firenze per il suo lavoro ed ha frequentato là l'università e iniziato la professione. Avrebbe voluto fare il magistrato, ma la politica l'ha dissuasa. Non si è mai sposata e ora vive a Genova. Secondo me, ai tempi del liceo, quando giravano insieme, hanno fatto più vittime dell'influenza. Chiara e Barbara si sono riviste quando un gruppo di compagni di classe ha organizzato una cena per i venticinque anni dalla maturità.
L'avvocato è alta come Barbara, capelli castano chiaro, lunghi da cinquantenne, occhi verdi, giacca, maglione a collo alto, gonna corta da ragazza di 50 anni, stivali: se di là avesse lasciato un poncho non ci sarebbe da stupirsi.
Le nomino una della due donne avvocato che conosco, oggi consigliere di Corte Costituzionale.
“È un mito, per me è un esempio. La stimo molto”.
Le racconto quando nel cortile del tribunale di Genova, l'ho vista in mezzo ad un gruppo di persone e non l'ho disturbata. Lei mi ha visto, mi ha chiamato per nome e ha mollato il gruppo di per venirmi a salutare.
“Avvocato, mi ha raccontato le storie di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, era amica di Francesca Morvillo; eravamo a cena insieme e l'ha chiamata uno del Pool Mani Pulite della Procura di Milano. Una sera è comparsa in televisione, parlava di giustizia e politica. Ho detto a mia madre, davanti alla mia ex moglie, che se fossi scomparso era perché ero scappato con lei”.
“Farni? Questa mi mancava!”.
“Non puoi sapere tutto, Barbara” e mi lancia una strizzata d'occhi che disturberebbe il traffico aereo.
“Bene: veniamo a noi. Però datevi del tu, per favore”.
“Si, per me va bene. Barbara mi ha spiegato quello che ti sta succedendo e l'esposto è un atto al quale si deve dare seguito. C'è l'obbligo di verificare gli atti dell'ente e poi il giudice deve procedere con i provvedimenti conseguenti”.
“Secondo te, allora prenoto il viaggio a Roma, mercoledì mattina, espongo in tribunale, piazza Cavour, Palazzaccio?”.
“Se vuoi un parere circostanziato, mi devi dare un giorno, ma è così”.
“Sai cosa mi serve? Solo la certezza dei contenuti dell'esposto. Che sia efficace. Che sbatta il giudice o il pubblico ministero davanti all'inevitabilità della sua azione”
Barbara mi guarda.
“Farni stai bene? Vuoi qualcosa?”.
“Lo capisco: non so bene per cosa combatte, ma è un modo di combattere leale”.
Barbara va al suo tavolo e smanetta sulla tastiera.
“Vieni, Chiara, ecco per cosa combatte Farni”. Chiara si alza e va davanti ai monitor. Barbara le racconta del monumento, della commissione, della consegna del silenzio, mentre Chiara guarda i monitors. Non so cosa abbia aperto l'architetto Greco: dopo alcuni minuti, Chiara deglutisce.
“Cazzo, l'esposto dov'è che lo correggiamo subito”.
“Da me, lo stampo e lo porto qua”.
“Vai, io faccio una ricerca di sentenze. Devo andare su un sito con una password. Posso, Babe?”.
BABE?
“Si, non salvarla, Clayr”.
CLAYR?
Vado in studio perplesso: queste due, al liceo, mah.
Entra Barbara e chiude la porta: ha un biglietto in mano.
“Graziano: e questo? Da quando in qua per dire una cosa così vi vuole un mazzo di iris?”: un bacio è il miglior ringraziamento.
Clayr, Barbara la chiama così, ha trovato alcune sentenze a supporto dell'esposto. Ha aggiunto i riferimenti all'introduzione. Ha modificato, integrato. Poi ho ristampato, rileggiamo insieme.
“Una cosa, se ci fosse bisogno, conosco un paio di colleghi a Roma”.
“Meglio, non si sa mai” e Chiara inizia a leggere.
“A Roma andrò anche nelle redazioni dei quotidiani, e lascio una copia dell'esposto e poi voglio vedere”.
“Nessun prigioniero?”.
“No, Chiara, nessun prigioniero”.
Squilla il telefono di studio di Barbara.
“Dimmi”.
...
“Si”.
“Grà, per te”.
“Grazie”.
“Pronto?”.
“Architetto Farni?”.
La voce anonima, fredda e asociale che oggi ha un filo di umanità.
“Buongiorno, le passo il Capo dell'ufficio di Gabinetto”.
Faccio segno di fare silenzio
“Buon giorno, sono l'avvocato Irene Borrelli. Come sta?”.
“Bene. Lei?”.
“Bene, grazie. Senta, architetto, il Direttore del MIBAC del Lazio, l'architetto Riccardo Rosato, mi ha detto che manderà ai partecipanti al bando una comunicazione nei prossimi giorni”.
“A che proposito?”.
“Una convocazione, entro un paio di giorni”.
Sento il cuore che picchia contro le costole: Barbara mi guarda preoccupata, Clayr continua a leggere.
“Grazie, avvocato, la ringrazio. Buon giorno”.
Le ragazze mi guardano: pausa, poi racconto quello che aspettavo da tempo.
“Cambia solo una cosa: non prenoto il treno” e fisso Barbara negli occhi.
“Non vado a Roma mercoledì, ma, per favore, l'esposto lo finiamo lo stesso”.
6 dicembre
Fa freddo, ma è normale, fra poco inizia l'inverno, soffia la tramontana, quella che piaceva a mia madre.
Ho informato Mauro della telefonata di lunedì, ma non gli ho detto che l'esposto è pronto. È un fatto personale? E allora me la vedo di persona. Stasera Clayr viene a cena per capire quello che succede domani, quello che devo fare. Il biglietto lo acquisto oggi: in giornata vado a Roma e ritorno. Chiamo Andrea per ringraziarlo ed aggiornarlo.
“Poiché ho da fare, velocemente: grazie per l'aggiornamento; per i ringraziamenti, già sai, no?”.
“So, tranquillo”.
Lavoro sul progetto di Solenzara, ma senza entusiasmo, dover fare una cosa come l'esposto mi dà fastidio, non mi va. Combattere la legge con la legge? Don Chisciotte, confrontato con questa storia, non è nessuno. Venerdì però mi devo guardare allo specchio come ho fatto stamattina. E lo farò.
Bussano. È Marcella.
“C'è un fax per te”.
“Grazie, Marcella”.
Leggo e chiamo Barbara.
“Quindi, ci sei riuscito?”. L’’espressione di Barbara è una via di messo tra lo stupito ed il soddisfatto. Occhioni sgranati.
“Non so, ma non mi sembra importante: aspettavo questa cosa da luglio e ora non mi interessa averli spaventati. Certo, lo sputtanamento sarebbe stato grande”.
Barbara mi porge la mano e io mi prendo tutto il braccio e la abbraccio col cuore che batte per quei ragazzi.
“So cosa stai pensando. Se non hai vinto, per me sarai sempre il mio ragazzo. Mi devi dire niente?”.
“Sì, ti dico che se non vinco non cambia niente”.
“Quante telefonate devi fare? Falle: stasera festeggiamo”.
“Barbara: non sapremo mai se il fax li ha smossi, se il Ministro ha cambiato idea e per quale motivo non mi interessa. Andiamo a Roma”.
Il fax è indirizzato a tutti coloro che hanno partecipato al bando, e li convoca per il 21 dicembre, nella sala delle Bandiere del Vittoriano per la proclamazione dell'esito del bando, per comunicare l’esito della gara. La sala delle Bandiere è quella dove avevano aperto la camera ardente per i Ragazzi di Nassiriyah.
Avverto Mauro, che mi chiede se c'entro con la decisione e gli rispondo con le telefonate al Ministero.
Convoco Paul, Andrea e la Roby. Vorrei convocare altre due persone.
Paul, Andrea e la Roby sono, ognuno a suo modo, contenti e ognuno si ferma solo il 21, è Natale, ci sono un sacco di cose da fare.
La cena con Chiara è stata divertente: avevo visto giusto. Al liceo queste due erano quello che pensavo: giravano per Genova e al loro passaggio si voltavano anche i semafori. Studentesse modello, giocavano a pallavolo, 60 alla maturità, poi 25 anni di lontananza che si sono raccontate in tre ore. Per il resto, capisco che io sono di impiccio.
Quando mi sveglio, Barbara dorme sul mio fianco e Chiara sulla poltrona. Sono le due e mezza. Accarezzo il capo di Barbara.
“Babe, Babe!”.
Barbara sbatte le palpebre, poi apre gli occhi.
“Ciao”, ha la voce impastata e inizia a stiracchiarsi. La prendo al volo prima che cada dal divano.
“Che ore sono?”.
“Le due e mezza. Come vi siete addormentate?”.
“Parlando, di cose che tu non potevi sentire”.
“Chissà che divertimento se vi siete addormentate”.
“L'ultima cosa che ricordo è che ho detto “Ora ti parlo di Graziano”, Chiara si è addormentata in quel momento”.
“Simpatica: non sa cosa si è risparmiata!”.
“’Tanto prima o poi glielo dico. Andiamo, la sveglio”.
“Non può dormire qua? Le prepariamo il divano, poi la metto qua”.
“Si, meglio, andare a casa appena sveglia non è il caso. Prendo delle lenzuola”.
18 dicembre
Non siamo indietro coll’albergo. La tabella di marcia era molto elastica, ma siamo oltre le previsioni. Mercoledì mattina andiamo via e quindi martedì sera il progetto deve essere finito in ogni sua parte. Oggi arrivano i progetti dei colleghi, fanno un’unica spedizione. Martedì sera dobbiamo aver preparato tutti i plichi con tutti i documenti in sei copie. Poi qualcuno li porterà a Milano, giovedì quando saremo di ritorno da Roma. Io avrei preferito che la catena alberghiera se li venisse a prendere, ma Barbara non ha voluto.
20 dicembre
Oggi, secondo la profezia Maya, mancano sei anni esatti alla fine del mondo o qualcosa del genere. 21 è 12 alla rovescia, 12 è due volte 6, dicembre è il mese numero 12 del calendario. E sei è uno dei tre numeri dell'apocalisse, siamo nel 2006!
I Maya possono aver profetizzato quello che vogliono: se abbiamo vinto, con Paul, Andrea, Roby e Barbara, mio padre camperò cent'anni di rendita. Non sui soldi, ma nel rispetto dei valori che il progetto rappresenta.
Il programma è di partire alle due, per sicurezza: l’aeroporto di Bergamo dista quattro chilometri da causa di Mauro, ma il dilemma Tangenziale di Milano, la spada di Damocle del traffico sui 35 chilometri tra la A7 e la Milano-Venezia mi ha sempre spaventato. Questa consegna dell’albergo che non abbiamo finito ieri mi infastidisce: dovevamo partire stamattina.
Ci siamo svegliati alle sei. Ieri sera abbiamo fatto così tardi che Barbara non ha avuto la forza di preparare le borse. Si, due: torniamo domani pomeriggio, ma sai com'è, non si sa mai! Barbara è più nervosa di quanto non lo sia io. Sa che se tutti i segnali che abbiamo ricevuto sono stati interpretati male, per me sarebbe una batosta memorabile. Non sarebbe la prima, ma senz’altro sarà l’ultima per un concorso di idee. È il terzo, Milano, Verona, Roma. Il proverbio è rispettato. A Milano, citato dalla commissione per una menzione speciale, per l’accattivante complessità, a Verona spersi nella quantità di idee messe nel progetto. Questa gara sarà l’ultima, anche perché se vinciamo, non ne farò più.
Quando Barbara esce dalla doccia, mentre prepara la colazione, mi vado a lavare: parte il profumo del caffè mentre mi sto infilando l'accappatoio.
“Farni!”.
“Eccomi”.
Barbara è seduta sul letto, lenzuola sulle gambe, busto eretto ed in splendida forma, come il suo sorriso, l’unica cosa che indossa. Oggi potrebbe essere un giorno speciale. Il tempo di bere il caffè e inizia ad esserlo.
Facciamo colazione in cucina. Oggi è un giorno speciale. Andare a Roma alla manifestazione per la proclamazione del vincitore del bando innervosisce entrambi.
Dopo aver preparato le borse, Barbara si prepara per andare in ufficio.
Barbara mi parla di domani. È nervosa, più di me, che sono rassegnato. Quindici minuti e alle 7.45 siamo in ufficio: Barbara sa che non deve inventarsi più nulla. Quando siamo in studio lei va nel suo ufficio a prendere la relazione e io nel mio per mandare in stampa i disegni, prima le correzioni. Sono poca cosa: inizio a stampare dopo mezz'ora le sei copie delle diciotto tavole: dico al plotter di usare la memoria del PC, quando la sua è piena. Entra Barbara, minacciosa.
“Farni, non te la prendere, ma ti devo assolutamente dire una cosa”.
“Ho già mandato in stampa tutti i disegni”.
“No, non è quello”.
Aiuto: piega la testa da un lato.
“Dimmi, dai”.
“Andiamo a prendere un caffè?”.
Mi guardo intorno per trovare qualcosa da tirarle: sta ridendo con le mani sul viso.
Quando torniamo, ovviamente la carta nel plotter è finita. Mentre metto il nuovo rotolo arrivano Luigi e i ragazzi di Barbara. Greco mette uno di loro a tagliare le tavole e uno a piegare; Luigi deve formare i plichi secondo l’elenco che è stato fatto ieri, deve timbrare, quando arriva Marcella le darà una mano coi testi. Poi dice di mettere l'elenco dei documenti su ognuno dei sei pacchi e di spuntare ogni documento finito o disegno piegato.
Andiamo da me a finire gli allegati alla relazione, fatti con Excel.
Ogni foglio viene stampato in sei copie e Barbara lo porta a Marcella per fascicolarlo. Verso l'una finiamo e Barbara va a firmare i disegni nel suo studio. Guardo il campo di battaglia che c'è sulla mia scrivania. Sempre la stessa storia. Quando ho finito vado in sala riunioni. Barbara è seduta in mezzo al lato lungo del tavolo verso la finestra, coi ragazzi attorno. In mezzo al tavolo ci sono i sei pacchi, sul primo Marcella mette una busta. Barbara controlla il contenuto, poi chiede un ultimo controllo di tutti i documenti e spiega dove consegnare. I ragazzi la guardano ammirati, anche Luigi: venerdì mi sente!
Barbara mi vede e mi strizza un occhio.
“Voglio ringraziare tutti voi, specie Farni e Luigi, per essere la prima volta, è andata bene”. L'applauso è sincero. Come gli auguri e i “buon viaggio!”. Me ne vado. Mi bastavano i nomi sui cartigli, ma lei deve sempre essere Barbara Greco.
Raccolgo le carte di Barbara in una scatola della carta da fotocopie e metto il resto nei cestini. Quando il mio tavolo ha una aspetto rassicurante, entrano Luigi e Barbara. Inizio a preparare la borsa.
“Barbara, Attenta, è scoppiata la santa pulizia”.
“Allora, Geometra Parodi, ha finito? O le devo rinfacciare l’ammirazione che lei cova, nemmeno tanto di nascosto, per l’Architetto Greco?”.
Ridono: meglio, ho il cuore che sta picchiando contro la tiroide. Non ce la faccio più.
“Farni, io vado via, vieni con me?”.
“Bella domanda. Coach, cosa rispondi?”.
Prendo la borsa. Li guardo.
“Tu ringrazia che resti, ci vediamo dopo le vacanze. Venerdì festa, è il 23 dicembre. Tu, Architetto Greco, in macchina le devo parlare”.
“Non vedo l’ora, taciturno del pianeta Farni”.
Saluta Luigi con un abbraccio e Luigi abbraccia anche me. In studio nessun altro sa nulla. Per lui deve essere stata dura, non poter parlare del monumento. La nostra consegna del silenzio era una forma di scaramanzia. Confronto a quella del Ministro, la sua è vera dabbenaggine. Infatti, domani, la sconfitta ideologica del grande pensatore avrà il suo epilogo. In ogni caso.
Quando si accende il quadro della Ginevra, l’orologio informa che sono le 13.51. L’aereo è alle 18.45, casa di Mauro è a quattro chilometri dall’aeroporto di Orio. Siamo in anticipo, poco, ma ci sono riuscito. Barbara ha fatto in tempo a cambiarsi: tailleur malva, camicia di seta idem, stivali beige e cappotto beige, cappelli raccolti e coda di cavallo: poi, chissà perché coda di cavallo. E quelli che fanno le trecce alle code di cavallo?
Chiamo Mauro e gli dico che dovremmo essere a casa sua tra le quattro e mezza e le cinque, per fare con calma ed andare all’aeroporto entro le cinque e mezza. Con congruo anticipo.
La giornata è grigia, ma non è prevista pioggia, almeno sull’astronave dell’architetto Greco che ha fame. Come non darle ragione: colazione all’alba o dintorni, mattinata con due caffè, siamo in anticipo, perché non fermarsi? A Castelnuovo Scrivia, “’tanto a te piace, no?”. Il McDonald è quasi deserto, solo una famiglia, ad uno dei tavoli, genitori e due figli.
Il vantaggio di questi posti è che si mangia velocemente, nel senso che è difficile fare la coda per molto tempo, il mangiare è quasi sempre fresco di cottura. Mi piace il bicchiere di Coca Cola pieno di ghiaccio, le patate fritte e lo sbrodolamento che cola dai panini. E, dimenticavo, il caffè americano. Unico difetto di questo posto è il percorso verso l’uscita, lungo, tortuoso, ma, per fortuna, con le toilettes vicino all’uscita.
Il quadro si illumina sulle 15.28. Chiamo Mauro, mancano 100 chilometri, un’ora e venti, un’ora e mezza e siamo da lui.
Alle 17.20 siamo a Cologno Monzese. Siamo in coda dallo svincolo con la tangenziale Ovest, 18 chilometri di coda senza spiegazione su uno dei pannelli elettronici. È iniziata prima dell’uscita per Segrate, dove sarei potuto andare a Treviglio, Romano e poi fino a Bergamo, evitando questo pasticcio. L‘importante è che i tabelloni elettronici trasmettano le statistiche sulla mortalità in funzione del modo col quale si sta in macchina. Il traffico? Non è sempre affar loro. E nemmeno una radio che interrompa il CD di Pino Daniele con notizie sul traffico.
Da Assago abbiamo impiegato più tempo che se fossimo andati a piedi. Barbara è preoccupata.
Di fronte alla preoccupazione diffusa, ho detto a Mauro di andare all’aeroporto e che ci vediamo là, è inutile attraversare due volte la città per andare insieme. Lui ha i suoi biglietti, noi i nostri.
Alle sei siamo ad Agrate e, dopo il casello, la coda delle auto è immobile. Lo svincolo è un delirio di luci di posizione e di frecce che lampeggiano.
Barbara ha la testa piegata in avanti.
“Scusami. È colpa mia. Se non perdevamo il tempo a mangiare saremmo arrivati e avremmo evitato questo casino”.
Mi stringe la spalla destra.
“Chiamo le autostrade per sentire cosa mi consigliano”.
Può guardare la tastiera del coso perché siamo fermi.
“Non è colpa di nessuno, smettila. Prova a chiamare, ma vedrai che ti diranno che è un troiaio ovunque”.
Il numero è su un cartello vicino all’automobile: sembra una presa in giro. Oramai, noi e quel cartello siamo di casa.
“Hai ragione. Anche la viabilità esterna è intasata perché molti automobilisti sono usciti dall’A4 e dalla tangenziale, a causa dei lavori e di un incidente”.
E stanno realizzando le quarte corsie fino a Bergamo, non sono ancora aperte ufficialmente, ma sono percorribili. Entriamo a fatica sull’autostrada e iniziamo la strada verso Bergamo, con una velocità pallida, ma un po’ più colorita. A Trezzo riesco ad innestare la quarta. A Dalmine la coda sparisce.
“Tieniti, abbiamo ancora una speranza. Chiama Mauro, che convinca il vettore ad aspettarci”. Accelero, dopo aver controllato che Greco abbia la cintura.
Traffica col telefono e parla con Mauro.
“Ci prova, ma stanno già chiudendo. Orio è a tre chilometri dal casello”.
Ovvio, i cancelli chiudono poco prima del decollo e mancano 20 minuti e vedo i primi cartelli: Bergamo, km 4,00. Dobbiamo solo andare al cancello, il check in è già fatto, i liquidi in sacchetti appositi. Manca poco. Ci provo.
All’uscita di Bergamo, nessun ragazzo vende libri.
Credo di aver sfiorato la barra del telepass per pochi centimetri, accelerando appena inizia ad alzarsi. L’aeroporto è lì, a poche centinaia di metri.
“Barbara, ti lascio ad un ingresso, prendi i bagagli, io appoggio la macchina ad un palo e arrivo”.
“Bene, dai”.
Barbara scende e abbranca i bagagli, lasciando il bagagliaio aperto, io vado verso il parcheggio: basta un posto al limite della decenza, domani sera siamo qua.
Incastro al Ginevra tra una Volvo ed una BMW e corro verso il terminal: sono le 18.35.
Parte Layla.
“Hanno chiuso il cancello d’imbarco. Ho provato a spiegargli, ma non mi hanno dato ascolto”.
“Fa niente”.
“Mi han detto che c’è un volo alle 21.30. Prendete quello”.
“Si può fare “.
“Ci sentiamo quando arrivo a Roma”.
“Ciao. Vai piano”.
Barbara è davanti all’aerostazione, distrutta.
“Lei ha chiesto un taxi?”.
Ha lo sguardo pieno di lacrime, ma regge.
“Dai, sembra che tu abbia perso l’aereo! Mamma mia, non sarà mica un dramma, c’è un altro volo!”.
“Ma come fai? Io farei fuoco e fiamme. Se non avessi voluto mangiare a Castelnuovo, saremmo in sala d’attesa con le nostre carte d’imbarco, seduti a guardare tutti quelli in piedi per prendere i posti migliori e noi che ci alziamo all’ultimo e non facciamo nessuna coda!”. Due lacrimoni scendono da due laghetti vicino al naso. Anch’io farei fuoco e fiamme, non mi sembra il momento.
“Ho provato a fare fuoco e fiamme coi due milioni di auto che abbiamo visto, ma avevo paura che l’incendio infastidisse e decolli a Linate e Orio”.
“Scusa”: Barbara mi abbraccia e quello è il perdono, ammesso che ce ne fosse bisogno.
“Dai, andiamo a vedere cosa dicono alla compagnia”.
Sono pazzi: con tutto il biglietto inutilizzato e, quindi, da rimborsare ci chiedono 90 euro a testa per un volo in partenza alle 21.30. “Scusi, ma non vogliamo solo cambiare volo, non tratta”.
“Infatti”: “infatti” è un avverbio? Lo odio.
“Infatti, cosa?”.
“Infatti 90 euro a persona è l’integrazione dei due biglietti non usufruiti per il nuovo volo”: non è che il verbo usufruire sia nelle parole simpatiche.
Faccio due calcoli: ci rimettiamo anche il volo di ritorno, che questa compagnia rimborsa solo per gravi motivi, cioè dalla morte in su, ma se andiamo a Roma con la Ginevra non stiamo quasi tre ore qua, poi c’è in ogni caso il taxi da Ciampino all’hotel.
“Dai, vieni con me. Buonasera”: 180 euro li lascio, senza contare le tre ore a Orio al Serio, mica Stansted o Francoforte!
Prendo il più grosso dei bagagli e Barbara per mano: mi dirigo verso lo Ginevra, giusto in tempo per vedere un poliziotto municipale che sta guardando la targa, e ha in mano il blocchetto delle multe.
“Eccomi, eccomi: secondo lei valeva la pena rischiare una multa per tornare con una ragazza così?”.
Il poliziotto guarda Barbara, mi guarda e sorride.
“Vada, vada, per stavolta vada. Si, ha fatto bene a rischiare”.
“Buona serata, grazie”: una bella ragazza con due bagagli. O non se n’è accorto o ci ha preso in giro. Oppure… Peraltro, ho risparmiato una multa, della serie “Chi vuoi che ci metta una multa in 24 ore!”: un quarto d’ora e era già lì.
“Non sei del tutto normale. Quanto hai impiegato a decidere?”: si deve essere sparsa la voce.
“Il minimo indispensabile: valutati pro e contro, preferisco questa cosa con te che tre ore in aeroporto e il resto. Se tutto va bene, a mezzanotte e mezza siamo a Roma”. Roncobilaccio e Barberino del Mugello permettendo. Carichiamo i trolleys nel bagaglio e saliamo. Imposto il navigatore sull’indirizzo dell’hotel. Risposta: orario previsto 00.05: si, credici. E una sosta idraulico/carburantico/mangiatoria?
Dopo che Ginevra ci dice che c’è pericolo di ghiaccio e che la temperatura esterna è di due gradi, il navigatore, all’ingresso della Milano – Roma, ci informa che il prossimo bivio è a 303 chilometri: il Grande Raccordo Anulare.
“Come stai?”.
Il volto di Barbara è illuminato dalla fioca luce arancione del cruscotto.
“Bene, sto pensando alla faccia di Mauro quando lo viene a sapere”.
Parliamo delle nostre vite. Ce ne saranno di argomenti? Barbara mi parla della sua vita di figlia, orfana a 21 anni, di moglie a 25, appena laureata, di amante, di single dopo la separazione ed il divorzio. Mi racconta queste cose senza un briciolo di rimpianto. Poi tocca a me.
Passiamo le forche tra Roncobilaccio e Barberino senza eccessiva fatica: solo una lunga serie di camion, che dopo Firenze spariscono, miracolosamente.
“Tra un chilometro e mezzo, sosta?”.
“Si, ma non troppo lunga”.
Una parte dei camion sono in questo autogrill, dove facciamo la sosta che il navigatore non ha considerato.
“A che ora è la manifestazione?”.
“Perché?”.
“Non vorrei facessimo tardi”: siamo dopo Arezzo, il più è fatto. I camion dovrebbero fermarsi.
“Dai, l’albergo mica deve decollare. Mauro si farà dare anche le nostre chiavi poi andiamo da lui a prenderle”.
“Hai pensato a tutto?”.
“No, mica mi chiamo Greco”: si aggrappa al mio braccio, mentre imbocchiamo la scala dell’autogrill. Farli raso terra no, eh?
Un monitor riporta i risultati del campionato: la Sampdoria ha vinto per 4-1 col Livorno.
Chiamo mio padre: la sua allegria è talmente palpabile che non gli dico nemmeno dove sono.
“Pà, devo presentarti un’amica”.
“Lo so, me lo hanno detto”.
“Come?”.
“Si, non mi ricordo chi ti ha visto, in Via Rimassa, con una ragazza castana, alta”.
“Potrebbe essere un’amica tra tante”.
“Veramente eravate abbracciati, comunque fai tu”.
“Alla cena di Natale, te la presento, il 23, va bene?”.
“Certo”.
“Focaccia o pesce?”.
“È lo stesso, basta non andare lontano”.
“D’accordo, a domani”.
“Ciao”.
La serata non è fredda. Abbiamo mangiato poco e leggero, ho anche preso un caffè con due bustine di zucchero. Barbara si è pettinata e rinfrescata. Serena, luminosa, solare no: c’è la luna.
Quando ripartiamo sono le 23.01. Parte Layla.
“Allora? Sei atterrato?”.
“No, siamo dopo Arezzo”.
“Come dopo Arezzo?”.
In un fiato gli spiego il perché ed il come, senza dargli il tempo di replicare.
“Siete matti, ma il primo sei tu”.
“Si è sparsa la voce, lo dicevano anche a Orio al Serio”.
“Metti il vivavoce”.
“Vai”.
“Andate piano. Barbara, mi raccomando a te”.
“Tranquillo, dove siete?”.
“In albergo, abbiamo fatto un giro per shopping, poi una doccia, ora andiamo a cena. Le vostre chiavi le ho io, i documenti domattina”.
“Grazie”.
“Ciao, Mauro”.
“Mi raccomando. Vi chiamo dopo”.
Spengo il telefono e accelero.
“Non ha il tuo numero?”.
“Perché?”.
“Perché sicuramente il viva voce di quell’arnese è meglio del mio”.
“Ma cosa ti ha fatto il mio telefono? Dovrei avere il suo numero. Non me lo hai dato a Roma?”.
“Ci vorrebbe proprio che mi facesse anche qualcosa” e la guardo mentre nasconde uno sbadiglio con la mano.
“Abbassare il sedile, no?”.
“E se ti addormenti?”.
“Appena arrivo in purgatorio, ti sveglio”.
“Ma sei scemo?”.
Le mando un bacio. Prima del casello di Chiusi, l’architetto Greco dorme. Non ha spento il lettore, abbasso il volume dal comando al volante e mi guardo intorno. Al di là del cono dei fari, si vede poco. La campagna è senza colore, mi hanno spiegato che il nero non è un colore. È una cazzata, ma qualcuno deve pensare a queste stupidaggini, mica ci possono avere i filosofi presocratici anche oggi.
Quando suona Layla, siamo dopo Settebagni e la musica sveglia Barbara. Rispondo e do il telefono a Barbara.
Si stiracchia e porta l’arnese all’orecchio.
“Ti sembra l’ora di telefonare?”.
…
“Sì, stavo dormendo”.
…
“No, Farni, no, non dorme, spero”.
Come spero?
“Chiedo”.
“Dopo Settebagni”.
“Sentito?”.
…
“Si, meno di mezz’ora, a quest’ora traffico zero”.
…
“Va bene. Quando siamo vicini all’albergo, ti telefoniamo”.
…
“Cià, Mauro, cià”.
Chiude il telefono.
“Se vinci, lo cambi?”.
“Barbara, non cambia niente. Vittoria o no, lo cambio. Prendo il porto d’armi e ne prendo uno come il tuo”.
“Bravo, è ora. Quanto manca, mi scappa”.
“Venti minuti, non c’è nessuno”.
A mezzanotte e tre quarti siamo davanti all’albergo e Mauro si sbraccia perché s’è liberato un posto per l’automobile. Gloria è con lui.
Quando scendiamo, mi abbraccia e mi dà una pacca memorabile su una spalla per punirmi del mio coraggio.
“Sei matto, ma se non fossi così, non saresti un grande. Prendiamo qualcosa, venite”.
Alle due siamo in camera. Apriamo la valigia solo per i beni di prima necessità: ciabatte e dentifrici. Poi, dopo, ci addormentiamo.
21 dicembre
Dovessimo vincere, non dovrò nemmeno decidere. Rimarrò sempre Graziano Farni. Dopo tutto, ho impiegato 52 anni a diventare quello che volevo, ho onorato quei ragazzi col nostro lavoro, e niente, mai, potrà rovinare quello che gli amici mi hanno concesso. La vita non sempre mi delude come penso.
E se non hai vinto?
Lo stesso: Farni è un perdente di successo. Lo vedo già: "la foresta d'acciaio, tra i finalisti, era il migliore, però, ....". La storia della mia vita professionale. Ma, ammesso che serva, e a me serve, io potrò dire che c'ero. Non mi ero nemmeno accorto che eri di nuovo qui.
Non avevi più bisogno, dopo la storia della questura, ti ho lasciato con Barbara, eri, sei più tranquillo. Solo che mi sei sembrato stanco e ho preferito farmi vedere.
Hai fatto bene. Ci sono cose che ad un amico si dicono, a Barbara no.
Sono tornato anche per questo, a Barbara hai detto tutto. Quasi.
A Barbara ho detto tutto quello che voleva sentire.
E hai fatto bene.
Barbara si rannicchia sotto il mio braccio destro: ha negli occhi la gioia di quello che abbiamo fatto ieri sera e la bellezza di quello che ci siamo dati stanotte. Due occhi blu, profondi: se non smetto di guardarli, facciamo tardi. Per Barbara non faremo tardi. E dopo lo spiattellamento unilaterale, decidiamo, in silenzio, che Mauro e Gloria possono aspettare, al punto che Barbara stacca il telefono dell'albergo. Ha ragione: la vita è prendere, tutti i giorni, ogni momento, un pezzo di esistenza, sperando che il prossimo sia migliore.
Abito nero, con cravatta Regimental su camicia azzurra coi bottoni nel colletto. Stetson blue scurissimo in testa. Barbara ha un vestito giacca e pantaloni blu con un maglioncino color carta da zucchero. Due loden, il mio blu, il suo verde, due cappelli e, Roma, non ci fermano nemmeno le quadrighe. Mauro e Gloria sono vestiti molto eleganti: pensa se dovessimo nasconderci per l'umiliazione di una sconfitta, dopo aver reso il giusto merito ai vincitori. Per fortuna abbiamo qui la Ginevra: scapperei subito.
Alle 10, parte Yesterday.
“Trovami un parcheggio, John, sto a un chilometro dal tuo albergo”.
“Ciao, Paul! Dai, esco in Via Cavour, verso i Fori”.
“Credo che sto arrivando dall'altra parte”.
Non vedo l'ora. Tra poco arriva Andrea. Arnaldo viene al Vittoriano, maestro e professore anche. La Roby non ha chiamato, ma dovrebbe essere arrivata a Fiumicino. Barbara è qua.
Manca nessuno?
A parte mia madre e mio padre?
A parte loro, si.
Lo so, hai ragione: mancano Junior e Cristiana.
Vedo un parcheggio e chiedo a Barbara di andare alla metro di Via Cavour: Andrea dovrebbe arrivare a momenti.
Devo difendere il parcheggio dall'attacco dei romani inferociti per la difesa del gratuito bastione. Non oso chiamare Paul, il traffico è già abbastanza per i miei gusti.
Bijou mi fa fare un salto.
“Ciao, rintronato, sono in taxi, dove sei?”.
Tiro un sospiro di sollievo: ci sono tutti.
“Roby, via Cavour, angolo Fori Imperiali”.
Ripete al tassista il posto.
“15 minuti e sono lì”.
Un colpo di clacson mi fa girare verso il lampeggio dei fari di una Golf. È Paul. Scimmiotto un tecnico aeroportuale e gli indico il parcheggio e le manovre. Scende dalla macchina con la sigaretta in mano. Non è un abbraccio: è il riassunto di quello che non ci siamo detti in quest'anno.
“Allora, John?”.
So che sforzo ha fatto per essere qua alle 10.
“Paul, grazie spero di non deludervi”.
“Mo' sai che faccio, John? Piglio un caffè e me ne vado!”.
“Dai, Paul. Vieni che ti presento Mauro e Gloria”.
Mauro lo saluta con "finalmente il mitico Paul” e una stretta di mano nella media: Paul è in forma e ricambia "e tu, Mauro il grande!”.
Gli occhi di Paul sono due fessure che si possono aprire solo a colpi di tazze di caffè. Non vedo ne taxi, ne Barbara.
“Ti chiama davvero John!”.
“Certo, tu non mi chiami George?”.
“John, ma coi nomi di due morti, possiamo anche cambiare”.
“Paul, va bene così, anche perché, con tutta la stima, rimarrebbe Ringo!”.
“Che si potrebbe confondere con RINCO!”.
“Roby!”: sta scendendo dal taxi e tutti si girano a guardarla. Stavolta l'espressione di Gloria non è come quella che ha avuto per Barbara: ora il suo sguardo è stupito. Paul e Mauro sono bloccati e farfugliano quando, abbracciato, presento loro l'architetto Marchi, di cui sapevano molte cose.
“Lo prendiamo un caffè? Ma manca Barbara!”.
“È davanti alla metro che aspetta Andrea”.
“Dov'è, vado io da lei. Il bar è quello. Ci vediamo lì” e Roby si avvia.
Mauro, Gloria e Paul la guardano e poi si voltano da me.
“Tutto normale. Se pensate che di Barbara ha solo una descrizione”.
“Sarà normale per te. Per me è eccezionale, o no, Mauro?”.
“Sono d'accordo” e ci avviamo.
Chiamo Barbara per dirle della Roby.
“Eccola, vista. Ciao, Roby!”.
E mette giù. Paul mi mette una mano su una spalla.
“John, ma comm'è ca succerene sule a 'te?”.
“Paul, non lo so”.
“Meglio va, tu sei un cittadino del mondo e oggi lo sapranno tutti” e con un gesto universale cerco di allontanare maligni spiriti avversi.
Mentre il cameriere porta quattro caffè, li vedo: Andrea in mezzo a Barbara e alla Roby, che lo tengono sottobraccio e ridono tutti e tre. Paul lo vede, si alza e gli va incontro, con le braccia tese e si abbracciano. Poi si rivolge a Barbara.
“Barbara, finalmente. Ora John smetterà di cercare di farmi capire come sei, gli occhi, il fisico! Però è stato prudente: sei molto meglio”.
“Grazie, Paul, per me vale lo stesso discorso. Vedendoti e conoscendovi capisco perché stravede per voi e la Roby” e secondo me frena prima di concludere "e non per questo elemento qua". Poi presento Andrea e la Roby a Mauro e Gloria e altro giro di complimenti.
Sto pensando che per Mauro non è venuto nessuno. Andrea prende in succo di frutta e la Roby un cappuccino. Paul deve andare in bagno. Lo conosco.
“Ti accompagno”.
“No, John”.
“Sì, Paul!” e si mette a ridere. In verità chiede alla cassa dove sia la toilette, ma prega la cassiera di non prendere denaro da me perché potrebbe essere falso. La cassiera si mette a ridere.
“Me lo ha appena dato lui” e Paul si allontana ridendo.
Ci avviamo: sono quasi le undici. Non so con chi stare, so che tutti sono intorno a me, Mauro e Gloria leggermente davanti, Andrea ha sottobraccio Roby, Barbara è tra Paul e me. E se non avessimo vinto?
La sala delle Bandiere è piena. A sinistra ci sono le sedie e la tribuna con dietro uno schermo che scende da una struttura sul soffitto: l'immagine che rimanda è quella della copertina del bando. A destra una serie di pannelli chiude il resto della sala. Vedo Anna Cruciani con due donne. Una alta, capelli rossastri, viso giovanile, tailleur pantalone marrone, foulard sulla spalla sinistra, sorriso. L'altra ha conosciuto momenti migliori, da giovane: ora il viso sereno è il vertice di un corpo largo e basso.
“Barbara” e la donna alta si stacca dal gruppo: potrebbe essere Emanuela Montani.
“Emanuela”.
“Come stai, che ci fai qua?”. Barbara mi presenta e dice che sono il motivo della sua presenza.
“Architetto, finalmente. Barbara mi ha parlato molto di lei” e non sai tutto.
Mi rendo conto che non averla incontrata prima sia stato un bel colpo. Il problema è se si ricorda del nostro appuntamento e lo associa a Barbara.
Niente di tutto questo: Barbara presenta gli altri alla sua amica e io faccio altrettanto con Anna che ci presenta la terza donna: il direttore generale del MIBAC, quando si dice physique du role.
Una ragazza si avvicina ad Anna e le dice qualcosa. Il brusio dovrebbe essere alto, ma io non sento nulla. All’ingresso della sala delle bandiere compaiono il maestro, il professore ed Arnaldo. Mauro li chiama e presenta tutti a tutti. Emanuela ed il maestro si abbracciano e si danno del tu, sovrastando ogni e qualunque presentazione. Vuoi vedere che ha informato lo scultore dell’esito?
“Prendiamo posto?” e Anna ci indica le sedie, “Iniziamo”.
Emanuela e il direttore generale salutano e vanno verso la tribuna. Barbara mi prende una mano, mi guarda negli occhi e si avvia. Occupiamo una fila, lasciando solo un posto, quello sul corridoio. Metto lo stetson sulla sedia vuota alla mia destra: se lo svolgimento del convegno non mi piace, posso andar via senza far alzare nessuno.
Le autorità salgono sul palco, ci sono tutti, MIBAC, Regione, Provincia e Comune, c'è anche il Ministro della Difesa. All'estremità sinistra della tribuna c'è un signore con barba e papillon. All'estremità opposta Emanuela. Barbara non mi ha ancora mollato la mano. Guardo Paul e Andrea: il giovane virgulto sorride con l'espressione che lo ha reso famoso; Paul allunga un mano e gliela stringo. Poi chiama la Roby, mi indica e lei mi guarda e sbuffa.
Il papillon si presenta come architetto Riccardo Rosato, il direttore del MIBAC Lazio, e introduce l'argomento della manifestazione, presenta le autorità, Emanuela e il direttore generale. Poi passa la parola al Ministro della difesa, che ringrazia i promotori del bando e ricorda il sacrificio di quei ragazzi e l'impegno dell'Italia nelle missioni di pace un diversi scenari nel mondo. Il direttore del MIBAC Lazio ringrazia e passa la parola al presidente della Provincia, poi al sindaco, poi al Ministro per i Beni e le Attività Culturali.
“Voglio salutare tutti i partecipanti e ringraziare la commissione tutta e chi ha lavorato per la riuscita di questa manifestazione. Un saluto particolare ai parenti dei ragazzi morti nella missione di pace in Iraq, nella base di Nassiriyah, ai quali questo monumento è dedicato. Questo monumento, da me fortemente voluto...”.
Credo di aver visto il mio cuore fermare la mano che non è tra quelle di Barbara. Paul mi mette una mano su una spalla. Mauro mi fa cenno di stare calmo. Le mani di Barbara stritolano la mia. Non capisco perché siano tutti preoccupati! Certo che al Ministro conviene avere un impegno tra poco: nemmeno Cruciani può impedirmi di parlargli.
Il sottile politico passa la parola ad Emanuela che ringrazia ed esordisce dicendosi grata dell'onore di un compito "che sarebbe toccato a lei, Ministro": si, anche questa!!!
Anna Cruciani mi dà lo stetson e si siede vicino a me.
“Ciao. Posso?”.
“Secondo te?”.
“A questo punto posso proclamare i vincitori del bando”: idea, me ne vado. Lo schermo si oscura e la diapositiva successiva non compare.
“Vince il bando per la progettazione e la realizzazione del monumento ai Caduti di Nassiriyah, il gruppo...” e sullo schermo compare il mio, il nostro logo “...la foresta d'acciaio!”.
Non mi chiedere se ci sono degli applausi, io sono con la testa fra le mani e piango. Barbara e Anna sono chine su di me e mi parlano. Mi tiro su e abbraccio Barbara, poi Anna che ringrazio e mi dice "hai visto?". Poi, mentre tutti sono in piedi, abbraccio Paul, Andrea, Mauro e la Roby. Questi due abbracci sono i più lunghi, Andrea ha gli occhi lucidi e Roby sorride.
“Posso chiamarti sempre rimbambito?”.
“Devi. Non è cambiato nulla”.
“Ma vai a cagare”: lei può.
Paul mi sorride e si tocca il naso.
“Visto, cittadino del mondo ad honorem! Non mi sono sbagliato! “ e ci sbattiamo le mani alte con la presa sui pollici.
Andrea mi abbraccia commosso.
“Rimbambito sì e vecio pure, posso? Complimenti”.
Barbara mi abbraccia di nuovo e mi asciuga due lacrime con due baci, poi, in mezzo a trecento o quattrocento persone, mi bacia, dolce e tenera.
“Tranquilla, ci sono, ci sono”.
“Ci sono anch'io, Amore, ci sono anch'io!”.
Ci sediamo per sentire Emanuela snocciolare i nomi dei componenti del gruppo di progettazione, mentre la foto in bianco e nero, che ho messo dovunque, si staglia sullo schermo. Mentre Emanuela parla del progetto, scorrono le immagini dei disegni e quando compare la tavola della prima fase, Emanuela conclude il suo intervento invitando tutti alla mostra dei plastici di tutti i partecipanti.
Qualcuno ha tolto i pannelli che ostruivano l'altra parte della sala delle Bandiere: sui lati ci sono due file di plastici; in fondo alla sala, il modello di un menhir e un plastico con 19 menhir, un'esedra in travertino con tre panche ed un percorso in granito nero. Tutti si dirigono verso la mostra: io rimango fermo, mentre i componenti del mio mondo si avviano. Mauro mi viene incontro e mi prende sottobraccio.
“Dai, è il nostro momento!”.
Anna mi presenta alcuni dei parenti delle vittime, che mi ringraziano, e non so di cosa. Mauro si intrattiene col presidente della Provincia ed il sindaco. Scopro che il governatore regionale ed il Ministro son dovuti andar via. Meglio. Nemmeno uno come il Ministro può rovinare questo momento: ora è sicuro. Io, noi avremo il nome su una targa a Roma, lui prima o poi non sarà più Ministro e nessuno si ricorderà di lui. Vado verso il plastico con Barbara e il resto della mia storia: non lo ha visto nessuno di loro tre. Camminiamo radenti la fila destra di plastici. Sai cosa manca: i giornalisti. Probabilmente il politico sottile ha scelto oggi perché domani c’è sciopero dei giornali! Ma che genio! Risalto zero: il profumo di questa vittoria oscura il puzzo del suo comportamento.
Tutti i plastici sono in scatole di plexiglas o lexan, non so. Solo il nostro è aperto sui quattro lati e lo han portato fino qui, come gli altri, indenne. Il bozzetto è sulla sinistra, su un supporto in legno grigio. Pensa se qualcuno dei concorrenti lo vede e si chiede se fa parte del materiale di gara e se è regolare?
Il nostro plastico si specchia sulla lastra di plexiglass. Dietro, come per tutti i modelli, c’è l’ormai mitica Tavola 0.
Mauro ed io ci facciamo fotografare davanti al plastico: faccio appena in tempo a dirgli “La pancia” che parte il flash. Poi ancora foto, con Emanuela e il direttore centrale del MIBAC, col gruppo, poi con Barbara e Gloria, Roby, Paul e Andrea, Anna Cruciani, che non voleva “ma io che c’entro?”. Mauro torna in giro e io cerco di spiegare ai miei amici il monumento. Non so se mi prendono in giro, ma lo fanno bene.
Emanuela si avvicina a fianco di un militare in alta uniforme con un centinaio di quelle decorazioni che nei film sembrano finte. Dai gradi è più che generale: ha quattro stelle e la greca. Le mie conoscenze militari si limitano a tre stellette.
“Architetto, le presento il Comandante Generale di Corpo d'Armata Mieli, la vuole conoscere” e presenta anche Barbara..
La stretta di mano è vigorosa, militare, come il saluto.
“Architetto, volevo ringraziarla, quest’opera mi ha commosso. La forza di quei ragazzi, il loro coraggio è tutto dentro il monumento che avete pensato per loro. Per me erano come dei figli, la loro morte è una dramma che ancora mi tormenta. Grazie, a nome dell’arma e di quei ragazzi”.
Dovrei essere io abbarbicato al braccio di Barbara. Mauro parla col sindaco. Paul e la Roby mi guardano con gli occhi spalancati.
“Generale, Comandante, come devo chiamarla. Non sono solo io, siamo un gruppo, ma la ringrazio. Le sue parole sono le prime che sento su quei ragazzi. Tutta questa menata sulla gara, non ha tolto nulla al fatto che saranno ricordati come meritano. E, poi, Comandante, quel monumento è di quei ragazzi e dei loro parenti, anche se sono lontani, non sarà mai di nessun’altro”: lo so, alcuni passaggi sono della relazione, ma non so cosa dire.
Paul mi guarda e Roby sorride. Barbara mi stringe il braccio come mai prima d’ora.
“Architetto, grazie, mi rispecchio nelle sue parole, grazie” e mi dà la mano, mentre mi saluta con la mano sotto il cappello, saluta Barbara, Paul e la Roby e se ne va.
“John, cittadino dell’UNIVERSO, quale munne? Dell’universo!”.
“Che soddisfazione, Graziano, non hai idea!”.
Ce l’ho: potrei anche accorgermene, se il mondo si fermasse, Andrea ci prova, mettendomi una mano sulla spalla. L’altra è su quella di Paul. Arriva Anna Cruciani.
“Allora, di questo ragazzo polemico e capellone, che ne vogliamo fare?”.
Si avvicinano Mauro ed il Sindaco.
“Anna, l'architetto Borghi mi ha detto che è stato consegnato un CD coi disegni. Mandiamo una copia del progetto ai parenti delle vittime”.
Lo ricordo: quando era al MIBAC come Ministro aveva risposto con una lettera autografa ad una mia richiesta come presidente del sindacato architetti della Liguria.
“Si, tranquillo”.
“Dottoressa, questo ragazzo ce lo teniamo, come lui molti, meglio di lui nessuno!”.
“Paul, e questa?”.
“Barbaré, da quanto lo conosci? Io da 38 anni!”.
“Ma lui parla così di voi tre!”.
“Se lo chiamo rimbambito ci sarà un perché!”.
Andrea mi prende sottobraccio.
“E vogliamo scoprirlo oggi?”.
Il sindaco sorride.
“Signori, vi saluto e complimenti. Anna, mi raccomando i disegni”.
Stringe le mani a tutti e va via.
Si avvicinano il professore, Arnaldo ed il maestro. Sono visibilmente indifferenti alla vittoria.
“Farni, allora, contento?”.
Paul, Roby e Andrea lo guardano. Finora lui ha fatto solo i pezzi del bozzetto e il plastico, se sono contento potrebbe scoprirlo prima di sera. Se abbiamo vinto non è per il suo lavoro.
“Maestro, sai quanto ci tenevo, tu cosa dici?”.
“Andiamo a pranzo?”: Mauro batte un colpo con le mani. Il round è finito, ognuno al suo posto.
“Mauro, appoggio l'iniziativa!”.
Tutti d'accordo. Il maestro ed il professore non vengono con noi: hanno un altro impegno. Dispiace. Arnaldo va a casa di un suo amico malato che non vede spesso.
“Mi dispiace, ci sentiamo dopo le vacanze, appena parliamo con qualcuno del MIBAC Lazio”.
I tre salutano la compagnia.
“Se non fai danni, vado a cercare Emanuela”.
Non trovando il Ministro, rassicuro Barbara, se n'è andato da un pò.
“Ci vediamo all'uscita?”: Paul ha le sigarette in mano, un segnale chiarissimo.
“Si, dai”.
“Ti accompagno, Barbara” e la Roby la prende a braccetto.
“Sai dove andare?”.
Mauro prende il telefono e scorre l'agenda.
Barbara non arriva, Paul fuma, Andrea e Roby stanno parlando.
Gloria è al telefono.
“Fatto, ho prenotato qua vicino, nel ghetto, Piazza Costaguti”.
Alle tre usciamo dal ristorante e torniamo in albergo. Paul saluta.
“John, mo' nun facimme fessarie, eh? Mi raccomando a Te, Barbaré!” e mi abbraccia.
“Mi piace Barbaré, Paul!”.
“Ciao, Barbara, mi raccomando Farni”.
Mauro e Gloria salutano e vanno a prendere le borse per andare a Ciampino. Noi portiamo Andrea a Termini e la Roby a Fiumicino. Poi prendiamo per Civitavecchia e l'Aurelia.
Sta finendo. Manca poco.
Barbara ha tenuto la mano sulla mia spalla tutto il viaggio, Ci fermiamo a cena a Viareggio. Poi do le chiavi a Barbara. Ho un inizio di mal di testa, ma non le ho detto nulla.
Arriviamo a casa dopo l'una. Andiamo a letto, dopo aver fatto la doccia insieme, ma non ho sonno. Sono sereno e Barbara è il coronamento della mia felicità.
Glielo dimostro in tutti i modi e lei anche.
OUTTRO
14 febbraio
Mi mancano molte cose. Molte le ho divise con te
Mi mancano molte persone, nessuna come Te.
Per fortuna ho molti ricordi.
Mi sveglio con la testa ammucchiata in un enorme batuffolo di cotone, sudato marcio. Mi alzo con una lentezza esasperante per non aver ripercussioni sulla testa. Spesso mi accade che se mi alzo senza pensarci, la testa mi esplode. Ed è una di quelle occasioni.
Ho fatto un sogno. Paul, Andrea, la Roby, una sala con mille bandiere. Maledetto mal di testa.
RINGRAZIAMENTI
Volevo raccontare un po’ di cose, ne ho raccontate molte.
Devo ringraziare tutti gli Amici che hanno accettato di essere parte di questo racconto. Non ho fatto altro che parlare di loro con la stima e l’affetto che hanno sempre avuto per me.
Devo ringraziare chi mi ha aiutato con consigli preziosi sulle cose da non dire, da non sbrodolare in sentimentalismi e in barocchismi.
Devo ringraziare chi mi ha preso in giro perché non credeva che uno come me avrebbe visto la fine di questa avventura.
Devo ringraziare chi mi ha spronato a finire, chi mi ha detto che non ho fatto letteratura, intendendo che non c’era alcun peso nel racconto: non volevo fare letteratura e se ci sono riuscito meglio.
Devo ringraziare chi mi ha ricordato alcuni episodi che non ricordavo più e che ho messo nel racconto.
Devo ringraziare tutti quelli, nel libro e nella vita di questi quattro anni, che mi hanno suggerito o ispirato con frasi sentite per strada e nella vita di tutti i giorni.
Devo ringraziare, come ha fatto Freddie Mercury per il suo primo album, chi non ha interferito in questo lavoro: il suo apporto è stato importante.
In ultimo, mia Madre.