LA TRISTE RIVELAZIONE
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Pino aveva dappoco scoperto che il mondo fosse molto diverso da come glielo avevano raccontato i suoi genitori prima della loro fredda morte, e nel corso del tempo imparò molte cose appassionandosi alla lettura e alla meditazione filosofica. Pino Raimondi era un uomo di quarantasette anni, triste se non depresso, dall’atteggiamento strambo e sensibile, dai vestimenti malconci e sempre uguali, dalle movenze ottuse e bislacche, dai tremolii improvvisi, dal carattere irascibile e calcolatore.
Era triste non solo per la morte dei genitori avvenuta ormai qualche tempo orsono, ma soprattutto dalla morte della fidanzata Susy, che amava più di ogni altra cosa al mondo.
Pur vivendo un’infanzia senza grosse complicazioni, egli non ebbe mai il tempo di sentirsi ascoltato, né di ascoltare sé stesso, anche perché non disponeva al tempo di strumenti consoni a tale scopo. Non riuscì realmente a sopportare la morte della fidanzata Susy, tanto da provare più di una volta il suicidio per ricongiungersi a lei.
Un giorno, il ventitré novembre 1804, il buon Raimondi si convinse a vivere senza alcun dubbio, soprattutto quando entrò in contatto con una filosofia alquanto nuova per il tempo e per l’intera indagine di tutta la storia umana!
Trovò nella cantina di suo zio Tony un libro ormai malconcio e rovinato non tanto dallo studio, ma dal tempo.
Questo vecchissimo volume riportava un’iscrizione latina sulla sommità della grande copertina di cuoio, rossa all’inizio non troppo visibile.
Il buon Pino, assetato di conoscenza, prese il libro e cominciò a sfogliarlo in men che non si dica, da scoprire al più presto delle cose che cambiarono definitivamente il suo modo di pensare.
Il libro, in generale, conteneva svariate riflessioni sulla vita e sulla morte all’apparenza difficili da interpretare, ma una lettura attenta poteva, come già accennato, salvare una vita.
“La vita è qualcosa di caro e inestimabile. Ma il gran prezzo è dato dal grande mistero che si cela intorno ad essa. Perché la vita, in quanto tale, non è qualcosa di strabiliante: ma la vita del singolo è la più cara che esista. Quando pensiamo alla parola “vita” siamo soliti pensare a delle forme, animali o vegetali, senzienti. Ma l’essere senziente accomuna, a mio parare, anche le cose che normalmente non sarebbero affatto tali. Si pensi alla roccia, al masso, sino alla più comune briciola di pietrisco. Tutto, dico tutto, è potenzialmente senziente e vivo.
Perché, in un mondo interminabilmente lontano, quelle cose sarebbero vissute secondo esseri viventi come siamo soliti pensare. E tutto, e dico tutto, è potenzialmente vivo, anche in diverse epoche. Quanta gloria si è data alla predicazione di cose che parevano escluderne altre: quanta falsità direi. Perché la vita è un connubio di energia e potenziale, che non prescinde nulla. Si pensi alla vita in sé: eravamo forse vivi tempi orsono?
Sia che no che sì, affermerei. Siamo soliti pensare di vivere in un istante limitato, ma potrebbe anche non essere vero. E poi, chi pensa che dopo la morte tutto il nostro corpo si smaterializzi completamente già per delineare nuove specie viventi? Nessuno, aggiungerei, nemmeno io lo penso alle volte.
Vedete, il fatto e questo: l’esistenza prevede che nel corso del tempo si imparino (e c’è chi riesce di più e chi meno) quelle che sono le cose proprie della vita stessa (si pensi al mangiare, al camminare e via dicendo). Ma la verità in sé, quella che va oltre il singolo individuo o il singolo concetto può mai essere capita?
Ebbene, dipende dal modo attraverso il quale si ragiona, perché nella vita tutto è conoscibile e/o permane tutto in un grosso mistero.
Mi spiego con alcuni semplici esempi.
1) In base e come la penso, ed ho motivazioni anche possibili, la reincarnazione può esistere o esiste realmente. Se fosse realmente vero ciò che ho supposto, credendo che la reincarnazione esista, posso in parte affermare che tutto è conoscibile: questo perché si vivono infinite vite, non troppo diverse o forse le stesse.
Se ciò che suppongo fosse falso, ammettendo che la reincarnazione non esista, ho piena possibilità di dire che la vita è unica.
Ma la verità in sé la conosciamo?
Apparentemente no, ma se si vivessero infinite vite potrebbe anche essere interna a noi.
Con questo, però, voglio ammettere che ho tralasciato una cosa fondamentale: l’esistenza di una divinità. Perché la divinità potrebbe a suo piacimento modificare le sorti del singolo individuo oppure confermarle.
2) Tornando alla divinità, cercherò adesso di spiegare attraverso lo stesso meccanismo utilizzato pocanzi quel che si tratta della sua esistenza. Mille se non di più sono stati i modi propri di chi ha voluto confermare palesemente l’esistenza di una divinità, o di più divinità.
Ma la verità o il noumeno, così come è inteso alle volte, la posso conoscere fermamente, e dico fermamente?
No, ma la posso conoscere solamente se poste alcune idee o posti alcuni principi.”
Leggendo queste accattivanti parole Pino si sentì quasi di morire per vari motivi.
In primo luogo, perché sconsolato dalla mancanza di punti di riferimento in una vita alquanto strana e ignota.
In secondo luogo, perché meditando più volte il suicidio aveva paura di finire per soffrire ancora.
Dacché ebbe modo, nel corso del tempo, di cominciare a scrivere un diario personale, all’interno del quale soleva mettere tutte le ingenti insicurezze.
“Incontrai una volta o due un vecchio di tanta stima.
Adesso non ricordo il nome, forse mi verrà in mente nel proseguo della storia che ci apprestiamo a narrare. Ricordo solo che, un giorno, me ne stavo a bere vino alla bottega del Mastro Bottaio, un grande uomo dalle mille sfumature, quando si precipitò, forse per chiedere qualcosa, un vecchio del quale non sapevo il nome, e non lo ricordo neanche adesso.
Era nuovo il tizio, entrò con una giacca pesante che gli copriva il volto da farlo assomigliare a un tipo losco con cui non entrare in tanti affari.
Pur sembrando severo dalle movenze ottuse e bislacche, dall’atteggiamento intrapreso una volta entrato nella vecchia locanda, questi, dopo avere chiesto un goccio di vino rosso, si mise presto a lanciare occhiate di qua e di là, forse per guardarsi un po’ intorno, per familiarizzare un po’ con il posto.
Ogni tanto capitava che questo mi lanciasse delle occhiate talmente profonde che, al solo pensiero di stargli antipatico, mi tremavano le gambe a più non posso e impallidivo.
Nella mia vita non lo vidi più, almeno per tanto tempo, pressappoco una decina di anni.
Quei giorni furono molto diversi un po’ perché piovve un po’ perché era molto freddo né si poteva disponere delle migliori condizioni per prepararsi a un inverno gelido lungo e noioso.
Era sera, il tramonto era rosso; si prospettava, dunque, sereno anche il giorno a seguire.
Io me ne stavo seduto innanzi a un fuoco, con alcuni miei amici, a cantare canti di chissà quale epoca, io non capivo neanche il significato, alle volte.
Eravamo nella povertà più assoluta ed ogni giorno sembrava per me essere l’ultimo, e non mi aspettavo certamente che la situazione in cui mi ritrovavo migliorasse così, dalla sera alla mattina, ma continuavo a sperare che pian piano io e la mia famiglia ne uscissimo, ma sapevo che la mia preghiera sarebbe stata vana.
Non volevo che vivessi negli agi né nelle più desolate depressioni, volevo solo vivere una vita normale come in fondo spetta ad ogni uomo.
E invece me ne stavo lì, ad attendere che qualcosa cambiasse, senza accorgermi di dover dapprima cambiare io. La povertà è una brutta bestia, pensavo, contento di non essere ad ogni modo in una situazione economica per lo più devastante. Mi dispiaceva di coloro che vivevano nelle più profonde depressioni economiche nelle più impensabili condizioni di vita, volevo non arrivassi anche io a tanta miseria, a questa ampia ristrettezza economica. Eppure, via facendo la mia paga si restringeva gradualmente diminuendo così tanto da non avere neanche un soldo in tasca.
Prima che arrivassi alla convinzione di essere un uomo dimenticato dalla società, dalle amministrazioni pubbliche e qualsivoglia attività sociale, persisteva l’idea secondo la quale un giorno mi sarei via via riscattato.
Poi solevo pensare a quanto fossi solo in questo mondo e tutti i miei sogni, le mie aspirazioni, svanivano nel nulla come dematerializzate in un passato lontano, distante dalla realtà dei fatti.
Ai miei occhi si presentavano solo ed esclusivamente vicende negative, insomma, e capitava qualche volta che anche cose abitualmente rilassanti e piacevoli divenissero, ben presto, il contrario.
Ma cantavamo, eravamo spensierati e sereni pur essendo poveri, sciagurati e chi ne ha più ne metta.
La vita, o, almeno, la situazione in cui mi ritrovavo, era questa, né potevo farci nulla, perché il tempo era ormai passato.
Era la festa popolare, alla quale tutto il mio paese partecipava ogni anno anche per darsi la carica per poi dividersi ognuno in casa sua per l’inverno alle porte.
Quanto amavo le feste popolari perché, oltre a essere un periodo di festa e scioltezza, servivano anche come espediente per riunirsi e per convivere.
E noi nel mentre cantavamo, come se non ci fosse un domani.
Le feste del paese erano un modo per conversare, se non per innamorarsi di qualche giovine donna; non ero molto attraente esteriormente, ma potevo contare sul mio fascino.
Spesso, in prossimità delle feste di paese, portavo assieme e me un vecchio cagnolone di pelo grigio, a cui diedi il nome Calvo.
Calvo era un cane molto intelligente, nel quale riponevo tutta la mia fiducia. Dormiva spesso, questo è sicuro, ma era docile e non aggressivo, come altri cani sia piccoli che simili a lui.
Forse non era aggressivo poiché non lo ero nemmeno io, e poi fui un grado di fornirgli una eccellente educazione, almeno dal punto di vista di un cane.
Era per me una vera e propria guida e, a volte, io la ero per lui.
Nel mentre passarono quei sette giorni e, dopo la festa di paese, mi recai in chiesa ove vidi il bambino a cui ci rifacevamo all’inizio.
All’uscita, dopo la consueta messa di prima mattina, me ne stavo così andando a casa mia, quando la madre di un bambino, sapendo della mia grande qualità di contadino, si diresse avanti a me chiedendomi di aiutarla con la sua campagna, il che mi consentiva un piccolo guadagno, il quale mi permetteva di prendere, sempre in base al ricavato, qualche goccio di vino in più da Mastro Bottaio.
La situazione, dunque, era per me favorevole; il che mi conveniva anche per aiutare mio zio, da molti chiamato il Maniscalco, non solo per il suo ruolo nella società anche, e soprattutto, per il suo carattere così gentile e, come si suole dire, tosto e forte.
A me, francamente, piaceva molto lavorare tant’è che accettai pur anche non guadagnando alcun ricavo formalmente previsto.
Mentre prima di accettare vagavo un po’ tra i miei pensieri, la madre del giovane mi disse: — “Dunque, accetta l’incarico?”
— “Certamente, mia signora.”— risposi io.
Una volta aver accettato, mi diressi da questa signora e, dopo le consuete indicazioni, lavorai tutto il tempo in campagna senza sosta e con la massima dedizione. Ne ricavai qualche soldo spiccio, eppure con il passar del tempo riuscii a metter su una somma di denaro sempre più consistente, tale da migliorare drasticamente la mia esperienza di vita.
Tuttavia, con il passar del tempo, sperperai tutti quei soldi che m’ero di volta in volta guadagnato, e come penso sia abbastanza chiaro: bevendo incessantemente vino.
La situazione continuò a lungo, finché non mi ritrovai a vivere accadimenti a dir poco devastanti:
in primo luogo, iniziai a soffrire di problemi di salute alquanto seri e sempre più affermati; in secondo luogo, non ebbi più soldi; in terzo e ultimo luogo, mi ritrovai senza nessuno che potesse aiutarmi, anche perché non potevo contare neanche su me stesso, ormai.
La situazione sembrava peggiorare gradualmente ogni giorno, e col passare dei mesi m’arresi a questa vita per le mie condizioni sia economiche, che psicofisiche.”