Vai al contenuto

Anita. Storia di un viaggio

I

18 min di lettura

Quella mattina Anita era andata dal macellaio per acquistare una bella porzione di carne, che bastasse per tutti in casa sua: doveva preparare il roast beef, la sua specialità; era davvero tanto tempo che non lo faceva, perché con la miseria e la scarsità di alimenti di quegli ultimi anni, chi se lo sarebbe potuto permettere? Aveva messo insieme le tessere annonarie di tutta la famiglia e sperava che fossero su cienti e che soprattutto il macellaio fosse un poco fornito.

C’era il sole. L’estate era ormai alle porte ed era una splendida giornata, di quelle che ti riconciliano con la vita e ti viene voglia di uscire e di darti da fare; la città però la stancava ancora, non era più abituata, dopo aver passato tanto tempo in un piccolo borgo, dove conosci tutti e tutto è a misura d’uomo; l’imponenza e la forza di una città come Genova la sovrastava e lei si sentiva un po’ disorientata.

Le venne da sorridere a pensare che quando era giovane non vedeva l’ora di scappare da un piccolo centro come Busalla, dov’era cresciuta, e conoscere la vita della grande città. La città era impegnativa. Ma lei l’adorava, con i suoi palazzi imponenti, le strade tra cate, quella mattina poi era tutt’intorno un pullulare di persone.

Insieme a lei c’era Robertino, il suo secondo figlio, il più dolce a parer suo, e anche quello che amava di più uscire con la mamma; sentiva la sua manina sempre attaccata e stretta nella sua e non la lasciava per un momento, lei ogni tanto lo guardava con orgoglio: stava diventando grande, presto sarebbe andato a scuola e lei era grata al mondo che in quegli anni di guerra non fosse accaduto nulla ai suoi figli.

I loro occhi spesso si incontravano senza che avessero bisogno di dirsi nulla, lei aveva quasi la sensazione che lui, nonostante l’età, capisse tante cose e spesso, guardandolo, aveva trovato conforto alle molte di coltà che la vita le aveva messo di fronte. Lui la guardava con ammirazione e le sorrideva, e lei in quei momenti si sentiva come più leggera.

Camminavano con passo svelto attraverso i vicoli, perché voleva essere a casa in tempo per l’arrivo di Attilio; da quando erano tornati in città lui era così preso dal lavoro, che il tempo per stare un po’ insieme era davvero poco e anche lei era così assorbita dalle visite in ambulatorio, che spesso tornava a casa solo la sera.

Mentre camminavano si guardava intorno: da tempo non passava dai vicoli; la guerra aveva colpito con grande violenza quella zona della città: si camminava tra le macerie delle case e dei palazzi, solo alcune persone cercavano di pulire meglio che potevano e di spostare i calcinacci.

I genovesi erano gente era, la liberazione era avvenuta proprio grazie ai partigiani della zona e questo li aveva resi più forti di altri, nella consapevolezza che si sarebbero ripresi da quel tremendo periodo.

Lei e la sua famiglia erano tornati da poco in città; gli anni da sfollati erano stati duri, in un piccolo borgo fuori città, lontani dalla civiltà, stretti in due stanze, ma avevano fatto il possibile per convivere in armonia. L’avevano fatto per i bambini, per salvarli dai bombardamenti. Genova era troppo pericolosa, ma si erano trasferiti in un spazio piccolo anche con i due anziani della famiglia, il padre di Attilio e la vecchia zia malata. Una convivenza pacifica e in fondo Anita doveva ammettere che il nonno e la zia erano un aiuto valido per tenere i bimbi. Era comunque stato un periodo durissimo: ogni giorno si recavano in città per il lavoro e avevano avuto ben poco tempo per occuparsene. Lei tutte le mattine in bicicletta e in treno per arrivare all’ambulatorio e lui che tornava a casa di rado, a causa delle persecuzioni dei fascisti.

Tutto quello che vedeva intorno a sé in quel momento la faceva ripensare a quei tempi e a quello che avevano vissuto. I volti della gente non erano felici, naturalmente, aleggiava nell’aria ancora un’idea di morte e di perdita, molti cercavano con coraggio di capire cosa fosse rimasto delle loro attività, dei loro negozi e si domandavano se avrebbero potuto riprendersi, ma le sembrava che avessero tutti un profondo senso di rivalsa. La vittoria contro i fascisti e i nazisti aveva infuso una linfa positiva nei loro cuori e una voglia di rialzarsi che sembrava li animasse tutti.

Quel giorno il roast beef fu una festa, il profumo che emanava per tutte le stanze portava con sé molti signi cati: che erano tornati a casa loro, che erano di nuovo liberi e che la vita stava ricominciando. I bambini sorridevano felici e mangiavano di gusto, Anita li guardava con soddisfazione, anche il nonno aveva appetito e Attilio aveva accolto con gratitudine sincera quel pranzo festoso.

Solo una nota dolente non permetteva loro di gioire davvero quel giorno: Anita sapeva che in quel sorriso mesto del marito vi era tutta la preoccupazione per il fratello disperso.

«Egregio avvocato...» cominciava così la nuova lettera che Attilio quella sera stava scrivendo per avere notizie di suo fratello, era l’ennesima.

Ormai da tempo non aveva più avuto notizie di Mario; la guerra era finita e, sebbene le comunicazioni fossero ancora difficoltose e lui fosse lontano, non era arrivata alcuna lettera che li tranquillizzasse e dicesse loro che stava bene.

Attilio si sentiva in dovere, anche nei confronti della cognata Lea, la moglie di Mario, di cercare di sapere presso le sue più in uenti conoscenze, quale fosse stata la sorte del fratello. Grazie al suo lavoro di industriale e al suo impegno politico infatti, nel corso degli anni, aveva avvicinato diverse persone del Partito Socialista o in qualche modo informate, e sperava che queste conoscenze potessero servire almeno in parte.

Anita entrò in camera in quel momento, guardò distrattamente il marito che stava scrivendo e già sapeva per quale motivo; tutte le sere ormai si attardava a scrivere con impegno, e anche con una certa apprensione, a chi potesse dargli qualche notizia del fratello scomparso, personaggi di spicco del partito o persone che potevano avere avuto contatti con Mario negli ultimi tempi. Oppure scriveva all’altro fratello, Giovanni, anche lui lontano da Genova, con cui teneva una tta corrispondenza da sempre, per scambiare notizie ed aggiornamenti non solo sulla sorte di Mario.

Anita sapeva quanta so erenza desse al marito quella situazione di assoluto silenzio e se ne preoccupava anche lei, lo guardava a annarsi con quelle continue lettere, vedeva sul suo volto disegnarsi espressioni di tensione e di sconforto. Avrebbe voluto sostenerlo di più e nelle sere in cui lo vedeva troppo stanco, cercava di aiutarlo, leggendo per lui le risposte o scrivendo a Giovannino, come chiamava lei il cognato, per informarlo su eventuali sviluppi.

Non avevano notizie di Mario da quando era ripartito per Gorizia, un posto terribile, sentenziava Anita quando ne parlavano, un luogo di frontiera, che a lei faceva una brutta impressione solo al pensiero. Arrivavano notizie sempre gravi su quelle zone al con ne con l’Istria e la Slovenia e le pressioni dei partigiani di Tito, dall’altra parte, sembravano aver messo la città in uno stato di allarme continuo.

Anita e Attilio sapevano da tempo che non era una zona sicura, e vedendo Mario partire quell’ultima volta, lei sapeva in cuor suo che probabilmente lo avrebbe atteso la sorte peggiore.

Sia Attilio che Giovanni lo avevano scongiurato di non partire: «Sta nendo la guerra, lo dicono tutti, laggiù non si sa come andranno le cose, tu sei una gura del regime, sei un poliziotto, non ti lasceranno tranquillo».

Mario, a quelle parole, si era adirato: «Io non sono una gura del regime, io non sono come loro, lo sai!».

«Mario, non puoi pretendere che facciano facilmente delle distinzioni, nella situazione in cui siamo, sei un commissario e come tale...» aveva ribattuto Attilio con severità.

«E come tale mi comporterò!» lo aveva interrotto il fratello.

Giovanni gli aveva anche offerto un nascondiglio sicuro, una botola sotto il pavimento, dove nessuno avrebbe potuto trovarlo, lassù tra le montagne dove viveva lui, ma inutilmente.

Mario era un uomo serio, un integerrimo, un leale, totalmente avverso al regime sì, ma non avrebbe mai disonorato il suo Corpo. Era commissario di polizia aggiunto a Gorizia, l’avevano mandato lassù per punirlo, perché la sua avversione alla Repub- blica Sociale era cosa risaputa e la posizione di suo fratello Attilio, convinto antifascista, non migliorava l’opinione che i suoi capi avevano di lui.

Mario aveva rifiutato di nascondersi e di non assolvere ai suoi doveri. Con i suoi occhi dolci e scanzonati, che aveva sempre avuto fin da ragazzo, e che Anita aveva imparato a conoscere, aveva chiesto al fratello maggiore Attilio di capire la sua posizione e di non insistere, ma sapendo bene a cosa andava incontro, gli aveva a dato la sua famiglia, la moglie Lea e la piccola Maria Silvia, ancora una bambina.

Era stato un momento tristissimo quello in cui li aveva lasciati; era successo ormai da mesi, ma Anita aveva ancora davanti a sé l’immagine della sua partenza, alla stazione, con la valigia, che salutava con trasporto la glia, quasi come fosse stato l’ultimo abbraccio. Nei giorni successivi lei aveva passato momenti d’angoscia quasi incontenibile, nel vedere il marito, sempre forte e di sostegno per gli altri, ripiegarsi su se stesso per il dolore. Non era mai stata un’ottimista e questa partenza riusciva a vederla solo come una perdita quasi preannunciata.

A peggiorare la situazione vi era il senso di responsabilità che Attilio sentiva dentro di sé ogni volta che si trattava dei fratelli: da quando erano rimasti orfani della madre, molti anni prima, lui, da fratello maggiore, aveva sentito su di sé un ruolo importante per la loro vita, come se la madre glieli avesse a dati. Aveva lavorato duramente fin da ragazzo, per permettere ai due fratellini di proseguire con gli studi e potersi laureare entrambi. Egli sentiva il peso di questa responsabilità da sempre, come avesse fatto loro un po’ da padre.

Anita in questa circostanza cercava di consolarlo, ma non c’erano parole che potessero farlo, non ne trovava; aveva solo abbracci, ma poco valevano anche quelli, in tale situazione, e poi era come se da un po’ di tempo non fossero più abituati alla vicinanza l’uno dell’altra. La guerra e le preoccupazioni li aveva, senza che lo volessero, allontanati: erano spesso di corsa, si vedevano poco e anche quando la sera si ritrovavano in camera da soli, erano talmente stanchi e presi da mille pensieri, che non avevano nemmeno il tempo e la voglia di guardarsi.

Tutto appariva fermo, congelato, freddo e Attilio diventava sempre più chiuso nei suoi pensieri, sempre più assorto e distante. Le parlava in realtà, si con dava, come aveva sempre fatto, ma lei aveva l’impressione che non riuscisse ad esprimere realmente quello che lo angosciava e che anche parlarne non gli servisse a nulla.

Dopo la ne della guerra, la corrispondenza con Giovanni era stata continua: Giovanni era medico condotto in un piccolo paese dell’Alto Adige, Campo Tures, si trovava più vicino a Gorizia e cercava di prendere informazioni dalle persone che arrivavano da quelle parti, magari scappando dalla frontiera ad est.

Giovanni nelle sue lettere raccontava che lassù molti dicevano che la guerra non fosse ancora nita del tutto: era nita ufficialmente, ma tra le montagne, nascosti, c’erano ancora soldati tedeschi e italiani fascisti, che cercavano di scappare in Svizzera o di trovare rifugio presso famiglie amiche.

I partigiani si aggiravano nella boscaglia in cerca dei fuggitivi ed anche coloro che erano cittadini ‘normali’ adesso avevano preso coraggio e cercavano di vendicarsi delle angherie subite durante la guerra. Quelli che fuggivano erano terrorizzati all’idea di essere trovati e uccisi o trattati senza pietà; si nascondevano dappertutto, alcuni pregando gli abitanti del luogo, a nché dessero loro asilo, alcuni minacciando con le armi per non essere denunciati. Invano comunque, perché tra le montagne del nord si sentivano ancora colpi di pistole e fucili e tutti sapevano cosa volesse dire.

Giovanni cercava di avere più notizie possibili dai partigiani; era un noto antifascista e, in quanto tale, rispettato dai nuovi pic- coli governanti che si erano messi a capo di quell’Italia ancora confusa.

Inoltre, essendo il medico di tutti quei paesi spersi nel verde e nella neve, aveva curato molti di loro o dei loro gli, quindi poteva chiedere favori o informazioni.

«Devo essere cauto però - diceva nelle sue lettere - chiedere delle sorti di un poliziotto della Repubblica Sociale di Mussolini non è cosa facile», non era chiaramente ben vista la richiesta e nessuno gli dava notizie volentieri, quindi preferiva cercare solo di sapere che cosa fosse successo a Gorizia con precisione, alla ne della guerra.

Le risposte che arrivavano non erano buone, si diceva che tutti i funzionari del regime fossero stati imprigionati e condannati per i loro crimini e perché rappresentavano il duce e il Fascismo e tutto quello per cui i partigiani italiani e sloveni si erano battuti.

Inoltre gli Slavi del nord, Sloveni ed Istriani, volevano vendi- carsi del regime fascista, che anni prima aveva invaso le loro terre senza rispetto ed aveva imposto le proprie regole e la propria lingua.

Giovanni teneva Attilio ed Anita costantemente informati di quel poco che riusciva a sapere; scriveva anche continuamente lettere ai responsabili della nuova Questura di Gorizia e ad altri personaggi che in qualche modo potessero aver avuto contatti con Mario.

Anita spesso la sera leggeva le lettere di Giovanni ad Attilio, che la pregava di farlo, mentre lui si stendeva sul letto, ormai s nito dalla giornata di lavoro e dai dolori alla schiena, che ultimamente lo affliggevano.

Anita sentiva, leggendo, tutta l’apprensione con cui il cognato scriveva e il fervore con cui si dava da fare, nonostante anche lui fosse così preso e occupato dal lavoro. Ogni tanto osservava il marito che ascoltava e le si stringeva il cuore, vedendolo sempre più avvilito e abbattuto.

Non l’aveva mai visto in quello stato, nemmeno in tempo di guerra, quando Genova veniva bombardata, nemmeno quando doveva nascondersi notti intere in fabbrica, per evitare i rastrellamenti dei fascisti; nemmeno quando quella sera i Tedeschi erano entrati in casa loro, pretendendo di essere accolti con tutti gli onori e che venisse offerta loro la cena.

In tutte quelle situazioni, lo aveva visto pieno di coraggio, fiero, a volte persino spavaldo, oppure teso no all’estremo, ma mai così abbattuto, così colpito nel profondo dell’anima.

Era come se tutta la sua forza interiore fosse andata perduta, fosse scomparsa insieme a Mario; come se si sentisse svuotato e non avesse le energie per superare quella situazione così di cile, tanto più grande di lui, così piena di incertezze.

Lei, che in qualche modo aveva sempre tratto coraggio dalla forza del marito, si sentiva persa. Il suo mondo, che no a quel momento aveva difeso con grande determinazione, sembrava ora sgretolarsi.

Eppure, pensava tra sé, ne avevano passate tante: il Fascismo, la guerra, il periodo da sfollati a Borgofornari, tutte le di coltà del lavoro, quella follia degli ebrei deportati e la paura che la sua migliore amica fosse portata via insieme alla sua famiglia.

Come poteva ora tutto il coraggio, dimostrato no ad allora, non avere improvvisamente più alcun valore, tutti gli sforzi fatti per resistere perdersi così?! Forse erano stanchi, la ne del conflitto avrebbe dovuto permettere loro di rilassarsi, di lasciarsi andare alle gioie quotidiane e di godersi quella pace tanto agognata. Le sembrava impensabile dover sostenere ancora sofferenza.

L’incertezza e l’assoluta mancanza di notizie, era quello forse che più li a aticava; nessuna risposta, nessuna traccia, nessuno sapeva niente, nessuno l’aveva visto, e al di là della frontiera, nessuno diceva nulla.

Ogni sera si sentivano sempre più spossati; lei non riusciva a seguire i gli come avrebbe voluto, cercava di ascoltare tutto quello che ognuno dei tre aveva da dirle appena tornava dal lavoro, ma i suoi pensieri erano sempre troppi e confusi.

Non riusciva a dare un ordine alle cose e sentiva che la questione di Mario li stava coinvolgendo a tal punto, da assorbire le loro energie e rovinare anche il loro quotidiano e la famiglia.

Non poteva permetterlo, doveva ritrovare la sua integrità e, se possibile, essere più forte lei di Attilio. Questa volta doveva aiutarlo a riemergere da quel mare di disperazione in cui si stavano perdendo.

Leggeva molto i giornali, per tenersi informata. La situazione reale della frontiera ad est non era chiara. Dai quotidiani purtroppo non si riusciva a sapere molto. Subito dopo la ne della guerra, Attilio aveva letto sull’Avanti che le truppe del generale Tito erano entrate a Trieste e Gorizia ed avevano spinto alla resa le rappresentanze tedesche e fasciste.

Questa, al momento, era stata presa come una buona notizia da tutti, perché le truppe di Tito collaboravano con i partigiani italiani e la Jugoslavia comunista era amica, come la Russia di Stalin; ma Mario era un rappresentante dello stato fascista e certo non amato dai partigiani di Tito, che erano in cerca di vendetta.

Negli ultimi tempi, prima di ripartire, Mario aveva raccontato che Gorizia era una terra di cile, persino i Tedeschi facevano fatica ad averne il controllo, non era certo un buon posto per fare il commissario di polizia.

Si erano sentite notizie gravissime nel 1943: violenze e fatti tragici perpetrati con e eratezza dai partigiani di Tito sugli Italiani. Non era stato poi confermato nulla ed alcuni dicevano che Mussolini avesse creato appositamente le notizie sulle foibe per fare della propaganda contro gli Slavi; loro in famiglia si erano fatti molte domande sulla questione e ad Anita era sembrato più che probabile che i fascisti volessero mettere in cattiva luce gli Slavi con ogni mezzo, anche coinvolgendo persone innocenti.

La popolazione, raccontava Mario, non era collaborazionista nei confronti del regime, anzi: famiglie di origine italiana e famiglie di origine slovena convivevano nella stessa città e passavano nelle stesse strade, ma questo non era su ciente a farli sentire uguali.

Mario diceva che gli Italiani erano invisi agli Sloveni, perché considerati tutti fascisti e conniventi col regime. Invece di Italiani antifascisti e pronti ad a rontare la lotta armata ce n’erano, secondo lui, e l’avevano già dimostrato in passato, nel 1943, con la battaglia di Gorizia, un evento straordinario in cui la città aveva resistito eroicamente all’invasione dei nazifascisti.

Lui era conosciuto dai partigiani italiani e sapevano che era un possibile appoggio, uno che al momento del riscatto avrebbe preso le distanze dal comando ed aiutato i partigiani e i cittadini a scacciare i Tedeschi.

«Bisogna solo avere pazienza e presto qualcosa di buono accadrà...», queste erano state le sue parole poco prima della partenza.

Alla ne, quasi per darsi una motivazione valida per andare e non sottrarsi al suo dovere, si era convinto che doveva tornare per la patria, per i suoi ideali di uomo giusto, in cui credeva, per la libertà e per dare il suo contributo.

Anita l’aveva guardato con aria rattristata, mentre parlava così, una sera a cena a casa loro. Sapeva bene che, nonostante fosse un uomo coraggioso e mosso da ideali giusti, diceva quelle cose anche per confortare il fratello e convincerlo che il suo era un dovere morale, sperando così che Attilio lo approvasse.

Ma Attilio non riusciva a partecipare di questo suo entusiasmo forzato; era solo molto preoccupato, la frontiera era un luogo pericoloso per tanti motivi e i superiori di Mario lo avevano inviato là appositamente per punirlo.

Una sera, mentre tornava a casa, Anita ripensava a tutto quello che era successo prima di quella cena, forse anche troppo in fretta, perché se ne potessero rendere conto.

Mario infatti era stato più volte richiamato dai suoi superiori, aveva già commesso troppi sbagli nei loro confronti, perché volessero risparmiarlo.

Era da sempre un oppositore del Fascismo; una volta, quando si trovava in Alto Adige, aveva aiutato una donna ebrea a passare il con ne verso l’Austria e, proprio per questo motivo si era dato alla macchia per mesi sui monti della Liguria. Poi, stanco di scappare, si era fatto catturare e dopo tutte queste azioni di cui si era reso colpevole, i suoi superiori l’avevano chiaramente condannato, mandandolo a Gorizia. Lui sapeva di essere obbligato ad andarci, per evitare di essere incarcerato o peggio che se la prendessero con la sua famiglia.

Era inoltre convinto che sua moglie Lea e la piccola Maria Silvia non avrebbero potuto «...sopportare il disonore di un marito e padre disertore, che non si presenta di fronte ai suoi doveri...», ma, in questa sua frase, allora Anita aveva notato un tono meno spavaldo, non più così battagliero, solo profondamente triste.

Così, con la morte nel cuore, avevano lasciato che partisse.

Giovanni, in quel maggio dopo la ne della guerra, continuava a scrivere lettere e richiedere raccomandazioni a coloro che avrebbero potuto in qualche modo fornire un aiuto per la liberazione del fratello, ma si era convinto che bisognasse andare di persona a Gorizia, per cercare Mario, e che non avrebbero potuto presentarsi laggiù senza uno scritto di un rappresentante del partito, che potesse farlo accogliere in modo amichevole sia dagli Alleati che dagli Sloveni.

Non si avevano notizie così certe, ma sembrava che, dopo un periodo di confusione, a Gorizia avessero preso il comando le forze alleate e che i Titini fossero rimasti nel loro territorio di appartenenza.

Attilio si adoperò a lungo e riuscì, attraverso conoscenze all’interno del partito socialista di Genova, ad ottenere una lettera di presentazione per Mario da Palmiro Togliatti in persona, «... ti rendi conto Giovanni, il segretario del Partito Comunista, proprio lui! - scrisse in una sua lettera - quale strumento può essere migliore, per ottenere rispetto ed informazioni dai partigiani di Tito, non sei d’accordo?» scrisse una sera emozionato. Gli sem- brava che Mario fosse già un po’ più vicino.

Questa lettera fu determinante perché la decisione di partire diventasse e ettiva per i fratelli e fece loro ben sperare per il futuro. Anita decise di unirsi a loro e fu irremovibile.

In alcuni momenti l’idea di quel viaggio, le pareva quasi un’avventura; non ne aveva parlato ad Attilio, non voleva sminuire le sue angosce, né trasformare la ricerca di suo fratello in una caccia al tesoro. No, non era questo che lei intendeva, era un’altra cosa, era che l’idea di intraprendere un viaggio lungo, con diversi mezzi, in un’Italia ancora totalmente distrutta dalla guerra, le metteva certo un’ansia terribile, ma anche un’eccitazione non prevista. Si sentiva come curiosa.

In fondo, non si sapeva quasi nulla di quello che era successo nelle altre zone della penisola, se non quel poco che si riusciva a capire dalla radio e dai pochi giornali che circolavano.

Così invece avrebbe avuto l’occasione di rendersi conto un po’ più da vicino di quello che era avvenuto e di come gli altri Italiani avessero a rontato la fame e la devastazione.

Nei suoi pensieri non c’era cinismo, non aveva certo voglia di vedere ancora, dopo tutti quegli anni, la disperazione negli occhi degli altri. La cosa non la divertiva a atto, ma voleva conoscere, vedere con i propri occhi e capire: questo era ciò che la emozionava.

Inoltre pensava che questa ardente curiosità fosse anche un modo per scacciare la tensione del viaggio stesso e non pensare a quello che l’aspettava e a tutti i disagi che ne sarebbero derivati.

La prima preoccupazione era quella di lasciare i suoi gli senza sapere quando avrebbe potuto fare ritorno: sapeva di a darli a persone responsabili, ma erano ancora piccoli e tutto il trambusto del trasferimento in città forse li aveva un poco scombussolati, ma in quel momento le sembrava che fosse il marito ad avere più bisogno di lei e, seppure a malincuore, li avrebbe lasciati.

Sapeva che sarebbe stato meglio anche per loro, perché al suo ritorno, avrebbe potuto dedicarsi con maggiore attenzione ad ogni loro bisogno; la situazione di Mario si sarebbe appianata e lei avrebbe avuto più energie e serenità per seguirli.

Li adorava, non era mai stata una madre tanto affettuosa, lo sentiva, a volte persino se la prendeva con se stessa, perché non era in grado di esprimere tutto l’amore che aveva dentro per loro, ma lei sapeva di amarli più della sua vita. L’unico con cui forse riusciva ad esprimere tutta la sua tenerezza era Tino. Fin da quando era nato, avevano avuto una sorta di intesa più forte; aveva forse una preferenza per lui, non l’avrebbe ammesso mai con nessuno, perché non era giusto nei confronti degli altri due, ma nel profondo del suo cuore lo sapeva. Sapeva anche che era sbagliato per una mamma avere una predilezione per uno dei propri gli, ma non poteva essere altrimenti, lui era dolce, a ettuoso, gentile e di buoni modi, a volte n troppo accondiscendente, e spesso i suoi gesti di piccolo uomo la facevano commuovere.

Commenti

0 commenti

Accedi per commentare e dire a chi scrive che cosa ne pensi.

Ancora nessun commento. Inizia tu la conversazione.