Rapsodia Fiabesca Calabrese
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RAPSODIA FIABESCA CALABRESE
Nel riprendere il viaggio della mia giovinezza nel dolce tepore dei boschi dischiusi nell’alito del vento ramingo che passa impetuoso nel fluire delle mie rime come fossi preso dall’estasi di mille parole, danzanti, tutte vestite a festa per celebrare il santo patrono. Una statua lignea viene trasportata sopra le spalle per strade fiorite. Fatto danzare per le vie del paese nei sogni delle fanciulle nello scorrere del vivere che per molti immagini e mondi sconosciuti si aprono alla bellezza del creato. Qui ancora a cantare le mie memorie ed il mio coraggio di vivere oltre l’immaginario che plasma le forme del sapere, l’essere in diversi versi nello scrivere , tra le virgole tra i punti disseminati che si ricongiungono ad ogni passo andando verso casa.
Qui canto la mia vita , come fosse una vita qualsiasi, uguale a quella di molta gente di molte persone solitarie come me, perdute nell’amore al gusto di formaggio mangiato nella ragione dell’essere e del divenire. errante per mondi diversi a cavallo di un arcobaleno , apparso tra le nuvole chiare che galleggiano nel cielo della mia giovinezza. Mia bellezza, mia sofferenza, mia la strada che mi porta tanto lontano, scorre come il sangue nelle mie vene. E vedo la bella terra degli avi, triste, bagnarsi nell’amore di un mare greco, prego . Quanta ragione ho ancora da spendere da raccogliere da vendere al mercato tra villiche donne e mastri ferrai . Sono pinocchio, tornato a cantare la silvestre vita di un tempo immemorabile sulla scia degli elleni cantori. Odo ancora l’eco di mille battaglie ,odo risuonare l’armi invincibili vedo le spade lucenti ed il ferro infliggere la morte alla povera gente. tutti fuggono verso questo mio cuore, verso questa mia anima che accoglie ogni cosa in seno all’amore. in molte gioie io vivo nell’eternità dei boschi nel silenzio delle deserte pinete , nelle cose che si trasformano nel loro nome.
In ogni cosa vivo, in ogni cosa fluisco, rinascono nel fingere nel dire per rime e cosi rimango per molti anni ancora con l’ancora della mia nave gettata sull'immensa spiaggia di queste coste ed io scendo belligerante , mostrando i miei muscoli, le mie armi scintillanti. Odo l’upupa mugolare ed il coro delle cicale innamorate tra i fitti cespugli sempre verdi . Ed immagino trascendere l’infinto della storia attraverso la mia leggenda. E quando sarò morto il mio corpo, voglio , venga sepolto sotto un mucchio di terra straniera con tanti fiori selvatici , sotto una croce, sorriderò e ricorderò che lungo il mio viaggio e stato bello conoscerti sulla schiuma delle onde come il viaggiare per lidi lontani oltre quello che credo. La mia vittoria e vicina a questo cuore che batte nel silenzio ed io vivo ed emergo dal mare, emergo nel giorno del giudizio .
Il mio viaggio è un lungo immaginare un attraversare terre sconosciute, con la conoscenza ci vado a letto con la sapienza mi sono sposato giovinetto e mille esperienza metafisiche mi danzano ancora intorno a coronare il mio sogno come fossi anch’io un poeta d’altri tempi un vile uomo di questa terra. Canto, convinto di vivere e di credere, di amare , di essere per essere me steso ho ucciso il mio passato ed i miei ricordi i miei legami con mio padre e mia madre , ho spezzato le funi che mi tenevano legati ai miei fratelli ed ho voltato lo sguardo altrove verso altri porti ed altre meraviglie per questo creare . In ogni porto io sono giunto, sono rinato ed ho compreso il mio posto nella sorte avversa , sono divenuto me stesso ad un caro prezzo. oggi vorrei piangere, fuggire, tornare indietro , tornare in seno alla mia storia , tornare al mio paese sopra il carro con il santo patrono.
Molte parole racchiuse nel silenzio ed io che cresco come fossi una pianta magica na piana sulagna nu poco capricciosa nu poca stracca che pazzea con la speranza radicata vicina allo sciummo, scaricata nello cesso , nello scrivere vano senza recchia , senza giacchetta .
Tale e quale a tuo nonno, tale quale alla sorte che hai voluto fregare.
Non sono stato io chiedere di essere tale
si ma c’è pazziate assai attorno
tengo o core scuro
te io mi chiamo sempre Tonino
io volesse vasà Caterina
mo mi faccio nu bagno
fai appresse l’acqua e fresca
quante belle stare con le pacche nell’acqua
Che educazione
la signora sta senza costume
Ò nonno si fuma la pipa sotto l’ombrellone
chi è stato a rubarsi le palette della creatura
chiamate le guardie
cà simme persone oneste
ma faciteme o piacere, appicciate questa luce
voi seguitemi
maresciallo io non ho fatto niente e male
ne parliamo in caserma
chesta so cose e pazze
Ò caffè e pronto Maria
mo chiamo a zia tunetta
ma r’accumane accateteme le calzette
come si bella senza trucco
io piango e fotto
la vita scorre
io mi getto tra l’onde e canto.
II
Nel caldo pomeriggio esalto il bello della mia vita , vado per altri dire nell’andare per altre rime, verso i mari aperti del vivere nel calore della fiamma lavica che trabocca dalla bocca del vulcano come un cono gelato sormontato di panna e tanto pistacchio.
Il mio viaggio incomincio in un batter d'occhio per andare e venire attraverso mille esperienze acquisite nel silenzio e nella forma viva che riempi il vuoto della mia incertezza, della mia bellezza. Ogni cosa si disperse nei versi trascritti, intendimenti diversi come strumenti uniti per suonare arie melodiche e la musica esprime la mia libertà, la forma di una nuova realtà che si plasma nella sua fenomenologia nel cerchio delle rinascite, nella sorte che crea e distrugge come lo sperma viscido dal sapore di speranze, fatto di sofferenze, migranti, sparse sulla terra ferita. La mia sorte e come quel colore di rare aurore nate nella parola che odorano di vero.
Cosi la danza prese inizio e in tanti parteciparono pieni di malizia e pigrizie mezzi fatti, tutti avanti, tutti indietro, tutti ritti sopra la linea della decenza. La danza inizio per scherzo poi scherzando, schizzo sopra una guancia ,sopra le labbra della bella ferita nell’onore e nel colore delle ore unite , ballerine mite , svestite tutte dolci come l’onda che scorre verso la riva.
Qualcuno grido di dare inizio al ballo.
Cosa potremmo dire in nostra discolpa
io non lo so sto per andare a cacare
io mi nascondo dietro i cespugli
sono perplesso mi sembri una lepre
sono al bar aspetto che passi
Sono stato in Norvegia
Io sono un geranio
facciamo un giro
dove mi porti sono senza scarpe
senza nulla e meglio
facciamo un prezzo equo
come sei avara
sono quella che sono
sei stata di certo influenzata da tua madre
Ho passato tutto il giorno con Gino in barca
come bello sognare in estate
Gino me lo dice sempre
sei fatta di plastica
come dici
come dico scusa non ti chiamami alice
indù e mattu
Io volevo portare due sciori allo campusanto
Lo fai o lo sei
Hai ragione sono di plastica e poesia.
Facciamo come se non ci conosciamo
Mo piglia a mazza
Que chesta è una cosa seria
Sto buono come sto
Pigliatella nu sursillo di rosolio
Un poco se no mi gira la capa
Sia benedetto sant'Antonio
Sempre sia lodato
Guaglio vulisse sfottere
Per l ammore della Madonna
Arapite le porte
Entra la Corte
Io sono corta e mala capata
La verità viene sempre a galla
Come tante paparelle
Come si bella
La mia incredulità svanì nel recitare la mia parte in ciò che m’aspettava andando avanti , mi sentivo come una lucertola al sole verde, romita con la lingua da fuori in attesa il gatto passasse per poi nascondermi tra le foglie dell’albero .Ed il sole risplendeva , sulle mille mie disgrazie le quali avevano sollevati i mie passi in angusti passaggi in leggi inverse nei miei versi concentrici , dialettiche espressioni , lascive, intrise d'immagini come momenti di una verità unica nel suo divenire.
Cosi il viaggio continuo nel dolce mattino tra i raggi del sorgere del sole nell’aurora che era passata sopra il mare dei ricordi ed aveva condotto lo spirito della libertà verso altre ragioni. Ed io arravugliate in mille guai con la speranza attaccata alle coste mi chiedevo quando costa essere e divenire . Un gioco di parole infilate nel contesto poetico nel suo essere espressione cosi osservo la gente danzare tra le mie parole la seguo con animo lieto , per un attimo divento il signore dei boschi , l’amore della ragazza che legge il libro delle fiabe il quale lo sfoglia con animo inquieto tra morbidi cuscini nei giorni difficili della sua adolescenza . Ed io sarò il signore oscuro che si fuma la pipa vicino al mare , aspetta il ritorno delle barche per andare
poscia per lidi sconosciuti con l’animo ardito nell’ira degli dei . Confesso sarò il signor nessuno che mangia il gelato lungo le sponde del tirreno con mille risposte ancora da risolvere, senza alcuna certezza . Cristo o nessuno, ladrone in fuga sopra un gommone io approdo sull’isola del piacere , dove seguo la bella processione per le strade del paese, andare a migliaia , passo lento con le vesti colorate, con l’amore che parla la lingua dei padri.
La mia merenda sarà di pane e mortadella , gustato di nascosto, un pezzo di legno da scolpire , un albero tremante tra il fitto bosco ove danzano fauni e ninfe . Tutto sarò alla fine , sarò quello che ho perseguito con ardore nell’alba chiara come un uccello volerò nel cielo azzurro. Passeranno tanti anni ancora, passera questa processione , passera il santo ed il parroco con tutti i fedeli incontro alla morte , ed il canto del chierico salirà dolce come il canto della cicala , come l’onda che giunge a riva ed ogni cosa diventerà un gioco di parole chiummose, spiccicate che se scetano e fanno lo bordello . Le voci si perderanno nel chiasso della città , negli amori derisi , ed il corpo del giovinetto verra portato all’obitorio degli incubi li sara esaminato ed il dolore gronderà dalle ferite inflitte, la città una vecchia puttana, seduta ai margini di una strada senza ritorno.
Una donna , un amore usato, tante cose ancora da dire . Ed io, cosa narrerò ai miei figli , del mio viaggio verso la vecchia civiltà degli dei , perduto nella meraviglia del mare che avvolge la vita di ognuno e quando sarò vestito di me stesso sarò l’ultimo uomo di questa terra . Continuerò a camminare a decantare i miei versi come un vecchio aedo, sarò l’uomo della pioggia. Lungo spiagge argentee ed il mare non è la mia memoria . Le acque toccano il mio corpo, toccano i cespugli sotto la fitta pineta , fresche, lussureggianti, vergini folli danzanti nel ritmo di mille canti uditi all’improvviso, alzarsi dalla terra ferita . Non esiste un frutto del peccato , tutto e confuso, tutto chiede di essere una forma, forse sembianza di una confusa esistenza, mista di pace e speranza . E spezzata questa esperienza dove pende l’esistenza di molta gente. Attraverserò il bosco con il mio strano passo , girovagando sarò un pagliaccio un bimbo felice che tiene per la coda un gallo canterino che fa chicchirichì . Cosa c’è dietro questa strana storia mi domando , chi si nasconde dietro questa farsa . Forse un dio vendicativo, un dio antico , dalla lunga barba, signore dei boschi e amante delle ninfe nude sulla spiaggia della mia ragione immaginaria. Il viaggio è la mia ragione d' esistere è l’immagine del mio vivere per rime in diverse rapsodie.