Ombra di Lupo
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Alzati.
Ancora?
Alzati.
Lo sto facendo.
Il vecchio lupo rise, sporgendo appena la punta dei lunghi denti dorati. Sedeva vicino al letto del piccolo umano, questi intento ad alzarsi con riluttanza. I due occhi umani non mostravano né odio né impazienza nei confronti del lupo, anzi lo ignoravano con l’ingenuità di chi ignora una presenza costante.
Quand’è che te ne andrai?
Quand’è che mi lascerai andare?
Ogni giorno la stessa battuta, non ti stanchi mai?
Per tutta risposta il lupo ricominciò a ridere, fiero nella sua arroganza. Il ragazzo scosse la testa, insensibile ai ghigni che gli lanciava ogni mattina. C’era stato un tempo in cui gli dava attenzione, in cui non pensava ad altro se non levarselo di torno, ma quei tempi erano scivolati via e, senza che se ne accorgesse, eccolo che trattava il lupo come il suo compagno di giochi. Dopotutto era lì, sempre, mai persona in vita era stata più costante di quel singolo animale. Perché allora non permettergli di farne parte?
Uscì di casa, camminò fino alla fermata dell’autobus, restò in piedi nell’attesa, il lupo accanto ad osservarlo. Alla bestia non interessava nulla della reazione dei passanti, nonostante questa fosse abbastanza inusuale da attirare l’attenzione anche di quell’animale tanto orgoglioso. Difatti, nessuno gli prestava uno sguardo di più, né era allarmata dalla sua presenza. Lo guardavano e tornavano presto alle loro faccende; non gli avrebbero dedicato un altro prezioso momento del loro tempo, non sarebbero stati tratti in inganno con eguale facilità. Di questo il ragazzo non poteva che esser loro grato: non riusciva ancora a sopportare la pressione degli sguardi. Gli era difficile capire infatti come fosse possibile che, ogni qualvolta qualcuno si girasse verso il lupo, lo sguardo cadeva con disprezzo anche su di lui. Non poteva biasimarli, era un vero lupo, eppure voleva gridare che, solo perché portava con sé una bestia, lui non poteva considerarsi identico ad essa. Ma come chiarire il disguido tra lui e la gente?
Tornò a sedersi, neanche i compagni di sempre riuscivano a risparmiarlo da quello sguardo diffidente che considerava ormai la norma di ogni suo interlocutore. Voltava le spalle, ed eccoli di nuovo ad osservarlo per ciò che era sul serio: un portatore di lupo. Guardando l’animale anziano accucciato ai suoi piedi ricordò per quanto tempo aveva tentato di nasconderlo, di mostrarlo il meno possibile, senza alcun successo. Erano tempi il cui ricordo era annebbiato, come quasi tutti nella sua mente; a volte gli sembrava di camminare in un’enorme distesa di sabbia, dove ogni passo diventava più pesante del precedente. Inesorabile, era finito con il perire su quella distesa, accasciandosi su quel deserto, in attesa di qualcosa che neanche lui conosceva.
Mangiò, così gli parve, e diede da mangiare a chi meritava qualche boccone. Non era tanto male essere l’affidamento di una creatura, dava un senso di responsabilità che quasi lo convinceva di una presunta utilità. Fu durante l’ennesima pausa pranzo che notò qualcosa di diverso: il lupo non mangiava. Era la prima volta che non degnava di uno sguardo il pezzo di pane a lui riservato, e quando il ragazzo glielo spinse più vicino per invogliarlo, il lupo rispose con naturalezza.
Abbiamo già mangiato.
Restò sorpreso, prima per l’utilizzo del plurale, che mai aveva usato prima, e poi per l’affermazione tutt’altro che vera. Non aveva toccato nulla, e già le formiche si impossessavano del cibo buttato a terra. Le sue convinzioni sulla responsabilità gli vennero ritorte contro, e provò qualcosa che riuscì ad identificare come delusione. Un’estrema e profonda delusione per ciò che doveva essere e non era stato, che gli impedì di continuare il suo pranzo. Si alzò in piedi, il lupo parve non volerlo seguire e restò ad osservarlo mentre si allontanava.
Fa come credi, pensò il ragazzo, alla fine è solo questione di tempo prima che qualcuno se ne vada.
Continuò la giornata, non notò gli sguardi di sottecchi che gli spedivano i suoi compagni, non fece caso a quanto torvi erano. L’assenza della bestia aveva portato gli sguardi a concentrarsi su ciò che di lei restava, ovvero il ragazzo che si portava dietro. Di contro, lui non faceva altro che pensare al solito scambio di battute mattutino, ricordando amaramente l’arroganza di entrambi. Non avrebbe ritrattato le sue parole, non voleva tornare indietro, le responsabilità consistevano anche in questo.
Finì le lezioni, iniziò a camminare, questa volta non attese l’autobus e proseguì a piedi, senza nessuno a seguirlo e a giudicarlo. Solo, guardando i piedi muoversi senza alcun comando, preferiva pensare ai ricordi di un passato recente piuttosto che muoversi intenzionalmente. Dopo ore, con sudore, arrivò a casa. Mangiò, e tornò a letto. Un’altra giornata, un’altra notte.
Un nuovo sole, il ragazzo aprì gli occhi e si alzò.