Capitolo 1 I/II
di Onsay
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Mi ero sempre immaginata che il mondo mi nascondesse qualcosa, ma non qualcosa di così grande.
Ad esempio, la morte di mia madre. Non ho mai capito cosa sia successo, perché è successo. Sono sempre stata all’oscuro di questa storia.
Sono pronta a cambiare vita, a cambiare me stessa, pronta a dimenticarmi degli anni precedenti.
Voglio iniziare tutto da capo, iniziare a vivere di nuovo, come se prima non fossi mai esistita.
Appena finite le scuole medie, m’iscrissi a The Girls College, una scuola privata solo per ragazze. Non perché mi dessero fastidio i maschi; anzi: erano gli unici amici che avevo. Era la stessa scuola a cui decise di iscriversi mia madre molti anni fa, alla mia stessa età. Voglio trovare gli indizi, le tracce che mi facciano capire perché e come è “scomparsa” da questo mondo senza lasciare traccia… senza salutarmi, senza dirmi addio. Voglio scoprire cosa è successo, e per farlo devo vivere la sua vita, vivere la sua storia, anche se mi costa rinunciare ai sogni che avevo in serbo per il mio futuro.
Per seguire le lezioni e iscriversi definitivamente, bisogna passare una prova e io devo assolutamente passarla. Non posso permettermi di fallire.
Ed eccomi qui: piccola, minuta, circondata da ragazze grandi, vestite con colori scuri e cupi, che parlano e ridono tra di loro. Indossano lunghi pantaloni, canottiere aderenti e sportive.
I loro capelli sono legati da un laccio quasi invisibile che li obbliga in una coda alta e severa. Mi sento a disagio: l’assenza dei miei vecchi amici rende tutto più difficile. Do uno sguardo timido all'edificio. La struttura è enorme a vederla dall’esterno, l’aspetto severo risalta le nobili e spigolose forme geometriche delle sue decorazioni poste all’altezza del tetto.
I colori sono chiari, sulle sfumature del bianco e del beige. L’edificio è circondato da un cancello grigio, il quale presenta curve morbide e accoglienti. Mi incuriosisce molto il netto distacco dello stile del cancello e dell’edificio. Lo spazio tra l’edificio e l’entrata è vasto, e viene occupato da un enorme giardino, ordinato, perfetto. Mi guardo intorno, ma non vedo nessuno della mia età.
Inizio a battere nervosa il piede a terra, secondo un ritmo casule. Sono preoccupata dei giudizi negativi, di fare brutta impressione. Ma perché preoccuparsi così tanto? Negli anni precedenti, non m’importava niente di quello che la gente dicesse o pensasse di me. Probabilmente nei giorni consecutivi prenderò maggiore confidenza con le compagne e l'edificio per essere davvero me stessa. I miei capelli rossi sono raccolti in una semplice e spettinata coda, le cui ciocche cadono sulle spalle coperte da una maglietta nera. Alle gambe indosso dei semplici pantaloni neri, per non farmi notare. Mi sono anche truccata per risaltare il colore verde oliva dei miei occhi: forse ho osato troppo. A casa avevo preparato lo zaino infilandoci frettolosamente quattro o cinque quaderni: due a righe e tre a quadretti, una penna rossa e una nera, una matita, la gomma e un diario. Più il tempo passa, più sono impaziente di entrare: l’ansia mi accompagna sempre quando devo sperimentare qualcosa di nuovo.
Mi sta quasi per scoppiare la testa. Due ragazze grandi si stanno girando in direzione dell’edificio, come se stanno aspettando qualcosa. Sono le 8:00. La campanella suona, respiro profondamente e mi incammino verso l’ingresso. Le ragazze formano una lunga fila ordinata, per fortuna non c’è nessun idiota che ti spinge, sorpassa o fruga nello zaino. Mi sento un po’ più tranquilla. Attraverso l’ampio giardino sulla grande ghiaia che forma una strada dritta e perpendicolare alla grande porta di vetro che rappresenta l’ingresso. Sarà alta in circa tre o quattro metri; anche questa è color beige ed è decorata ai vertici degli spigoli con doppie linee per calcare e dare maggiore volume alla forma rettangolare. Le due ragazze davanti alla fila aprono le ante e si mettono ai lati di esse, facendo passare le studentesse. Attraverso decisa la soglia, imponendomi di avere un’espressione abbastanza neutra sul viso. La prima cosa che noto sono i corridoi: mi sembra di essere in un labirinto immenso. Cammino lungo il corridoio principale che si divide in altri corridoi secondari dove si trovano diverse porte con nomi incisi su lamine d’oro. Spero soltanto di non perdermi in questo vasto ambiente. Sul lato destro della struttura una ragazza chiede nome e cognome alle studentesse che si fermano davanti a lei e, scorrendo il dito su un lunghissimo elenco, risponde qualcosa. Probabilmente indica l’aula dove si terranno le prove d’ammissione. Mi dirigo verso la ragazza e dopo aver aspettato il mio turno, rispondo alle domande.
“Mi chiamo Rebekah Johnson” riferisco.
Guarda il lungo elenco in cerca del mio nome sfogliando più pagine alla volta, ma sembra che non mi trovi.
“Non riesco a trovarti … probabilmente c’è stato un errore, anche se mi sembra molto strano … Guarda, fai così: vai nell’aula 22 b e chiedi a Shyla, in questo momento dovrebbe essere lì.”
Chi è Shyla? Come faccio a sapere dov’è l’aula? Apro la bocca per chiederle dove devo andare, ma ora è il turno di un’altra ragazza. Chiederò a qualcuno più grande di me le informazioni che mi servono. Giro sui tacchi, ma nel farlo mi scontro con una ragazza.
“Oh, scusami, mi dispiace tanto, non sono stata attenta.” Dico con le guance infiammate dall’imbarazzo.
“Tranquilla, non preoccuparti. Anche per te questo è il primo anno?”
“Sì. Sinceramente sono un po’ spaventata … senti, io non so dove andare per presentarmi alle prove, dato che il mio nome non è scritto su quell’elenco… non è che per caso potresti aiutarmi a trovare l’aula 22b?”
“Certo, spero solo di non perdermi in questo labirinto.”
“Grazie, sei davvero molto gentile … ah, io sono Rebekah.”
“Io sono Chantal.”
Le sorrido timidamente. Avevo pensato che sarebbe stato molto più difficile conoscere gente nuova, ma evidentemente mi sbagliavo. È una ragazzina graziosa, un po’ bassa a dire la verità. I capelli lunghi color nocciola le cadono sulle spalle, lisci come la seta. Gli occhi scuri e profondi sono illuminati dal sorriso che le increspa la labbra. Inizio a camminare leggendo le intestazioni e i titoli che che adornano le porte scure e il piccolo numerino accanto ad essi che indica l’aula. Siamo soltanto alla 5e, credo che ci impiegheremo un po’ per arrivare a quella giusta. Intanto cerco di conversare con la ragazza che si è offerta di accompagnarmi per trovare l’aula, rendendo più confortante quel momento di ricerca e meno fastidioso il silenzio che ci divide. Parliamo per la maggior parte del tempo degli anni precedenti, della nostra relazione con i vecchi compagni… ma durante questa conversazione ci siamo dimenticate di leggere i numerini delle aule. Ci siamo mosse secondo i nostri passi, senza capire dove stavamo andando. Mi guardo intorno e mi accorgo che probabilmente ci troviamo nella parte più vecchia dell’edificio, dato che le porte e i muri hanno uno stile completamente diverso rispetto agli altri. La fermo.
“Chantal… credo che abbiamo sbagliato strada, non ci siamo accorte di dove stavamo andando.”
“Scusami! Ero talmente presa dalla conversazione che non mi sono guardata intorno … il vero problema è dove ci troviamo?”
“Non saprei dirti… probabilmente questa è la parte più bella più vecchia del College, non vedi? I muri e le porte sono completamente diversi a quelli che si trovavano all’entrata.”
“Ma come facciamo a tornare indietro? Cavolo, dovevo stare più attenta …”
Mi guardo intorno e cerco di capire come tornare indietro, quando una figura scura attira la mia attenzione. È nascosta nell’ombra, solo una parte del corpo è visibile. Socchiudo gli occhi cercando di capire cosa fosse. Riconosco il viso: il colore della pelle chiara e gli occhi grigi mi fanno ricordare. Non è possibile. Il mio corpo si paralizza e un brivido mi corre lungo la schiena. I piedi sono pesanti, è come se indossassi delle scarpe di piombo che non mi permettono di muovermi.
“Ma-mamma?” Sussurro. Mi sorride. Un sorriso dolce di compassione. Un sorriso che avevo sempre amato, della quale non ero mai riuscita a dimenticarmi.
“Sei tu? Sei-sei davvero tu?” La voce mi trema, senza controllo. Fatico a pronunciare quelle semplici parole. Non risponde, mi guarda e mi sorride. Metà del corpo si trova ancora in ombra. Ci siamo solo io e lei, il resto del mondo svanisce.
“Mamma, rispondimi. Per favore. Dimmi che sei davvero tu, che tutto questo n-non è un sogno, che non è frutto della mia immaginazione. Ti prego.” La mia voce si spezza e una lacrima scivola lungo il viso, bagnandomi le labbra. Mi avvicino verso di lei, ma si nasconde. Come se avesse paura di toccarmi, di guardarmi da vicino. La mia mano trema, inizia a scottare. Brucia! La figura allarmata esce dall’oscurità, si mette davanti a me, mi prende per le spalle e mi fissa negli occhi. Mi scuote violentemente, pronunciando parole incomprensibili. Parole che vengono da lontano. Non capisco cosa succede. La mano comincia a bruciare sempre più, sposto lo sguardo allarmato su di essa. Inizia a dissolversi, come cenere.
“Mamma...mamma!” Urlo spaventata. Cosa succede, cosa sta succedendo?! I suoni che provengono dalle sue labbra iniziano a definirsi sempre più.
“Rebekah, svegliati. Per favore, svegliati. Apri gli occhi!” Mi urla. La scena si dissolve nel vuoto. Davanti a me Chantal mi scuote per le spalle, spaventata.