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Pensieri in libertà

Vita

3 min di lettura

Vita la chiamano, questi spazi, intermezzi tra solitudine, dolore, pietà. Pietà non per il cielo, non per l'uccello ferito, non per il cervo implorante e non per il proprio vicino in difficoltà. Pietà di se stessi, pietà per ciò che chiamiamo gioco, ricerca, cammino, realtà.


Ma può davvero essere così?


Perché mai la vita dovrebbe essere cammino, gioco per alcuni, ricerca per qualcun altro? Se davvero fosse così, la vita avrebbe tutti questi nomi e mai il proprio. Ma non è così. Non lo è mai stato. Vita è vita. Morte è morte. E la vita fa parte della morte e la morte fa parte della vita. Una interconnessione inscindibile che ci fa essere. Che ci fa esistere. Adesso e nel ricordo. Adesso e nel passato. Adesso e mai.


Mai.


Mai più per lo meno. La vita è una sola, questo dicono. Dicono che la vita è preziosa, il dono più grande che da sempre viene fatto agli esseri viventi. Ma come può un gioco così beffardo, una ricerca tanto infinita, un cammino mai concluso essere un dono?

Sembra come ricevere tutto fuorché ciò che si poteva per lo meno accettare per il proprio compleanno.


Basta il pensiero.


Così dicono, basta il pensiero. Ma il pensiero non basta mai. Non è così? il pensiero non è mai sufficiente a realizzare anche una briciola di ciò che si desidera. Non per vivere una vita fuori dell'ordinario, ma per essere semplicemente capaci di sopravvivere. Sopravvivere in una realtà che non ci ospita, una realtà che non ci accoglie, una realtà che non ci desidera. No, niente di tutto questo. Questa realtà ci circuisce, ci inghiotte, ci divora, ci consuma dall'interno.


E non può essere combattuta.


Nemmeno la morte si ritiene lotta contro la realtà, poiché la morte fa parte della vita e persino la morte possiede le sue conseguenze. No, non sussiste fuga, nè scampo da una balena tanto gigante per il quale è inutile darsi pena. Si verrà inghiottiti ugualmente. La nostra fine è segnata sin dal principio. E non c'è scampo dai segni. I segni, come i simboli, ci costituiscono, poichè siamo esseri simbolici e di quello ci nutriamo e con quello vivifichiamo la nostra anima. La vivifichiamo senza sapere che in realtà stiamo partecipando ad un gioco ed il gioco si chiama acchiappa la talpa. E la talpa siamo noi, ciechi dinanzi al mondo ed alle cose, al modo in cui vanno, al modo in cui vengono ed al modo in cui vanno via. Ci auto distruggiamo fingendo di vivificare la nostra essenza, i nostri sensi.


Siamo noi la nostra malattia.


Risiede nella nostra mente, proprio tra l'ironia, il senso civico, i principi etici e tutte quelle basi che rispettano il principio di non contraddizione. E proprio lì vanno ad intaccare non la superficie, in profondità, sino alle viscere. E noi conosciamo la contraddizione come conosciamo il sole che ogni giorno si solleva nel cielo e come conosciamo la luna, che prende il suo posto quando, stanco, si congeda dall'umanità per permettere al buio di penetrare.


Il buio.


ll buio dell'uomo, il buio del mondo. Noi non brancoliamo, noi viviamo beatamente nel buio. Viviamo nel buio perché... Perché la luce è troppo per noi, è troppo in alto, è troppo forte, è troppo bella, è troppo lunga, è troppo irraggiungibile. Ma il buio è a volte talmente denso da poter essere toccato, ci nascondiamo nel suo grembo e lì coviamo i nostri sogni. Sogni di luce, è ovvio, ma nati dal buio. Lì dimorano, lì sono nati e lì moriranno. 


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