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IL PIANETA DEI FICHI D’INDIA

IL PIANETA DEI FICHI D'INDIA

12 min di lettura

IL PIANETA DEI FICHI D’INDIA

 

Spesso , senza accorgersene il tempo scorre all’ incontrario quando  non vuole farsi capire , quando getta l’ amo nel mare aperto e cerca di prendere un bel pesce da cucinare. L’ ansia mi assale sul treno , mentre attraverso la trinacria , terra ove pascolano le vacche magre , inseguite dai  tori di apollo , ove i sauri alati  vengono cavalcati dalle muse del parnaso.  Nella  mia corsa contro il tempo nella parte rassegnata nella mia  maschera , il mio  soggetto, l’ oggetto  della mia esistenza , affonda  le sue radici , nella  ricerca etimologica . La quale ,  nulla vale , simile al  volo delle farfalle sui prati in fiori , macchiati di sangue  innocente , un volo che mi costringe ad essere me stesso , nello sfarfallio  musicale che si contorce nei concetti elementari di un vivere enigmatico. Effettivamente provo , un certo smarrimento,  ritrovarmi solo,  con me stesso , nelle mie mutande,  sul  principio di un viaggio che è un interrogativo linguistico    che tira il  suo carretto di dialetti e  prova a vendere le sue  espressioni  surreali Lungi dal pensare  che un giorno ,  sarei ritornato sui passi  della mia originaria fonologia linguale . Sulla scia di migranti e dei re magi nel silenzio di un sistema chiuso,  nella sua scurrile esistenza mezzo fatto con l’aspetto  d’acheo ottuso ,  perciò tanto folle  da  portare  davanti ad una  chiesa un satiro e  farlo confessare del male commesso . Effettivamente la pedanteria  era inusuale nella sua immagine lasciva di cagna in calore . Lasciando  da parte , ogni altro interrogativo , questo mio viaggio  era gustoso come  una fetta di anguria o peggio un sistema metrico di rime senza senso. Così proseguo nel mio idioma volgare , lo segue nella lasciva sorte come se fossi una vongola innamorata di una cozza e nella raffigurazioni di una ragione senza senso che presume il buon senso.  M’invento la  storia dell’ intolleranza che  rincorre la bellezza in  un genere generante   una certo sbigottimento.

Così il senso della mia  bellezza è quasi dimenticato nella sua aporia metrica che striscia , scivola,  balla con  Turiddu dai baffi neri corvino . Balla con tutti ,  divenendo a volte   rosso,  verde , giallo  nello  splendido sole del mattino. Ed   in  ogni cosa , ella scorre come il veleno nelle vene  del   serpente  proveniente dal pianeta dei serpenti alieni , striscianti , molto ricchi che amano mutare  pelle al sole caldo della  Trinacria  . Serpenti educati sibilanti, sibillini,   impettiti , camminano a testa alta per le strade delle città , tentando i loro vicini , passandogli sotto le gambe arrovellandosi nelle storie più assurde , capaci di suonare batterie gran cassa , trombette e di fare un concerto scatenante ,  risuonante per tutte le contrade che attraversano strisciando , scampanellando   si muovono  nella polvere  contro il tempo. E l’ordine delle parole  rettile , segue il  sistema  grammaticale come  una forma racchiusa nella sua speranza di essere.

Diverse , volte ho provato a volare ad andare contro quello che credevo , ma sono giunto sempre al termine di un concetto che presumeva  l’amore come soggetto . Dopo tanti tentativi , l’amore era sempre li ad aprirmi la porta per farmi entrare in un altra dimensione. La prima volta che giunsi sul pianeta Trinacria ,  era un pianeta arido con tanti fiori di cactus,  fioriti al sole di giugno , immagine di  un sogno di un Dio nudo sugli scogli ,  seduto in disparte a  prendere il sole.   Sciolte ,  erano le  tante membra  dei morti che si sollevavano  nel vento ,  passavano alla velocità del suono  , portandoti oltre quello che sentivi nel petto .  Ed era un pianeta arido  ai suoi tempi ,  solitario , incompreso, con un grande cuore che batteva nel ventre della madre terra . Non c’erano  a quei tempi cammelli  parlanti, ma cavalli alati e qualche puparo con la coppola che raccoglieva polvere di stelle sopra i tetti delle case affacciate sulle sponde delle coste . Una lunga fila di case , costruite dalla pubblica amministrazione comunale  gestite dal consorzio del circolo equestre , governato  da Michele Ferro.

Non chiedetemi come riuscì a salvarmi dalle lupare  o  crisi mistiche che mi perseguitavano  nella loro genealogia.   Michele Ferro governava tutto il pianeta trinacria  e non aveva timore di essere incarcerato poiché l’amore trionfa sempre prima o poi . E le coltivazioni dei  fichi d’india erano  un buon introito,   fatto a spese dei contadini , educati al rispetto , pagati in natura con due o tre botte nel deretano o dietro la schiena , sulla testa , sul cappello con pannocchie e grappoli di uva matura , con baci , abbracci dati con quell’ ardore  pagano , di continuare a vivere una vita aldilà del bene e del male.  Cespugli ,  interminabili di fichi d’ India dai vari colori dalle strane forme,  germogliati dalla terra , grigia ed aspra.   Il vento ,  passa   portandomi   oltre quello che si crede,  verso una giusta causa , nella  speranza di milioni , di malcapitati trascinati dalle  loro terre verso un isola che sarebbe dovuto galleggiare nel vuoto della storia.

Purtroppo la storia di Michele Ferro era di pubblico dominio , era una storia sinusale,  truce come le cimici , sporca come l’acqua del rubinetto che scorre giallognola,  acidula un po’ ferrosa dall’ aspetto inquietante.

Egli ,  tirava  i fili dei pupi , sordi , ciechi , storpi, cattivi e buone marionette , lusinghiere maschere di un tempo arcaico che metteva timore nell’evocarlo .

 Stiamo per arrivare a Catania.

 Il capotreno è andato in bagno.

La signora si gratta l’ ascella  , mentre il signore nessuno avanza

di un passo  avanti e dietro

Il treno ritorna ,  sempre alla sua stazione d’origine.

Siamo a Messina

E qui che nato  il  messia ?

Cosi dicono.

Mi sapete dire quando ci manca per Termine Imerese ?

Io non lo so, sono di Padova

Io di Brescia

La biscia e sua amica

C’è sempre qualcuno che piscia contro vento.

Io sono di striscia la notizia

Lei non scende ?

Ma ,  sono chiuso in bagno

Lei conosce la storia della Trinacria ?

Certo sono un professore

Lei uno   scienziato?

Non mi faccia ridere

Lei è  cosciente di quello che dice ?

Certo che lo sono.

Stiamo tornando indietro

Mancano due ore per Messina

Povero  messia

Si metta comodo

Mi sembra un  pallone gonfiato

Non stiamo in una  mongolfiera

Potremmo evitare sotterfugi

Ma , ora  io chiamo il capotreno

Ma questa non è  stazione spaziale

Mi creda simo tutti extraterrestri

Cosa da non credere

Madonna pure il capostazione è un alieno.

Sopra tutto lui , poiché sa    guidare  la locomotiva.  

Mio Dio voi mi fate piangere

E piangete tanto , ci manca poco per Messina

Il messia , voi lo avete conosciuto ?

Io , una volta sono stato a casa sua

Come era simpatico , aveva i baffi all’insù.

Che bello un messia con i baffi

Una  signora di Modena se ne innamorò , dopo due anni  ebbe due figli . Uno usci bianco , l’altro nero .

Ma siete certo che il  messia fosse proprio  di Messina.

Non avevo alcun dubbio ,   era cresciuto a Taormina.

Che dite , signore ,  vi volete togliere davanti al finestrino

La mascherina

Questo c’ è la con me

Faccio finta di essere di Mantova

Se va  bene , tra due ore  al massimo saremo a Termini Imerese.  

Hai mangiato ?

Ho bevuto

Hai fatto bene

Che simpatico

Ma questi fichi d’india a quanto li vendete ?

Con le spine o senza

Con tutta la buccia

Con la buccia sono gratis

Un buon prezzo.  

Questa è la terza volta che me lo fate pesare.

Se non vi garba chiamo il  capotreno.

Per carità basta che arriviamo in orario , fate come volete.

Il pianeta  trinacria era popolato da strani esseri alcuni venivano dai Tropici  ,  chi dal polo nord , chi dal polo sud. E poiché  non cera molto da capire molto da creare , perché la giornalista piemontese  era decisa ad incontrare il proprietario dell’isola , il signor Michele Ferro di provata fede antifascista . Figlio di Achille Ferro , pretore a trapani , discendente diretto del bandito Giuliano. Il quale  sapeva andare in groppa  allo ciuccio con  la lupara sulle spalle per le montagne della Madonia , tenendo testa a plotoni di valorosi carabinieri  provenienti da Torino. E le strade a quei tempi,  erano disseminati di   cadaveri , trucidati  dall’ ignoranza  , estensione  linguistica  tipicamente nordica chi voleva dire,  siete tutti avvertiti. La giornalista  , voleva  incontrare Michele Ferro nelle vesti del  bandito Giuliano in qualità di luogotenente , addetto alla pubblica sicurezza. Essere  atipico nel diverso sentire l’ennesima predica antipartitica.

La confusione,  avrebbe  potuto degenerare in molte fasi , arrivare a false questione estetiche,  giungere a desumere che meglio scappare o trascinare in tribunale Michele Ferro e le sue cattive compagnie  che in parte sono come le tante frottole fatte in parlamento che non si possono chiamare tali , poiché ogni comma contiene una legge,  fatta a regola d’arte per chi governa . Il discorso , sostanzialmente,  divenne,  ipocondriaco,  incentrato sulla facilità dei costumi per quanto la società dei manigoldi perdurò per molto tempo a spese di chi vendeva  salsicce o facesse capriole per vivere  perché  come si dice : nu cicero nu tenne costume e non si fa ò  bagno a mare , perché tiene  paura dell’ acqua calda. E quando furono  chiamati  al processo  contro cosa nostra, le tante vittime reali o irreali mostrarono un regolare contratto firmato e controfirmato da Michele Ferro alias il bandito giuliano .

Voi lo conoscete a Michele Ferro

Come no un padrone d’oro 

Non è  cattivo  

Per carità una brava persona

In mezzo  alla piazza  vedete ci sta Gigino

Chillo sta sempre là

Ma che fa dalla mattina  alla sera

Si conta li pili

Come è  strano

Siamo tutti figli di una storia

Tenete a mente a Pasquale  

Come no , l’innamorato di Margherita

Proprio lui , quello si vendette mezzo palazzo paterno per averla

Bontà sua

Cosa ci vuoi fare , siamo nati per soffrire

Io faccio  la tratta Palermo , Torino ogni giorno

Io Messina , Termine imerese una volta al mese.

Questa storia va cambiata

Se lo sa don Michele non ci da la più  la sua benedizione

 Mo’ pure prete è  diventato

A volte si , a volte no

Comunque il paese dei fichi d’india è  un paese che si mantiene sull’ illusione  comune della storia che sostanzialmente potrebbe essere polvere di stelle o un immagine  di quella fanciullezza che anima in genere  gli esseri umani. E si possono distinguere diversi delitti in base all’ insufficienza dei casi . Il  nostro eroe non voleva proprio sapere di diventare carne in  scatola o peggio una réclame di calzini. Il fico d’india era una parte di sé stessi , spinoso , dolce un frutto che a rigore di logica ,  detiene un primato  oserei  direi quasi deleterio,  troppo spinoso , capace di pungere,  di far male. Il fico d’ india della trinacria  non è indiano , neppure giapponese qualcuno dice fosse  originario della Mesopotamia chi dell’ Egitto.  E non c’è ragione per chiamare un uomo,  fico d’india ma l’invidia fa  parte della nostra vita spirituale , si manifesta come un  soggetto evolutivo dell’ esistenza di  fatto che racchiude la sua storia. Un idea  matura  ,dolce , creativa che   cinge  il capo ad un fico d’ india , la sua corona di spine.

Tutto il pianeta  Trinacria era una proprietà di Michele Ferro che non era cattivo e non era neppure un fico d’india , forse veniva dalla Russia ed era stato da ragazzo  dolce come una ciliegia con la buccia rosa che diceva la gente che era più buona delle ciliegie rosse . Ma lui Michele Ferro , era un dittatore , nato anche un  po’ misantropo,  un topo che abitava sotto un nido di fichi d india.  La si nascondeva ,  faceva il padrone , qualche volta cucinava fichi d’india alla brace . Molta   gente veniva  da tutte le parti dell’ universo a gustare i suoi piatti . Perfino ,  un gatto una volta  venne e divenne  tanto furbo che si mise un turbante in testa e divenne così un famoso fachiro.

Il sogno di Michele  era di diventare padrone dell’universo conosciuto  . Una tentazione molto simile ad   una coda di serpente che si muove frenetica , indisponente  nella sua potenza  , simile ad  un urlo disumano  con il quale conquistare la scena  ove  Michele Ferro con tutta la banda interpreta la parte di vecchi farabutti.   

Che vulvite fare , statevi accorto al  Talamone

La gente sbigottita,  incominciò a gridare a  credere che Giunone fosse un gommone , dove tutti gli immigrati si buttavano dentro si tuffavano dal gommone per giungere tra le braccia di  Giunone.

Mio Dio chi è  stato ad uccidere il  Talamone

Io niente viddù  

Come dite  oh che tragica scena

Mi riducete ad uno straccio

Non voglio buttarmi  a mare,  ne saltare la corsa , sono  prigioniero dei mie disturbi psichici,  sono venuto in compagnia del satiro.

 Hai portato il cane a fare la spesa

 Il cane non è mio

Io sono di passaggio.  

Giunone è  una vecchia signora  che si concede  a Zeus in mezzo al prato.

Voi  che dite , avete chiamato le guardie qui c’è ercole può confermare i miei buoni propositi. Il mare di notte è illuminato dalle stelle  come i pensieri profondi di Poseidone su  una  barca senza remi che ritorna a riva  , nel senso di marcia nella direzione opposta.

Qui sul pianeta dei fichi d’inda in molti sono rimasti senza Dio , solo Michele Ferro conosce la vera  storia del Talamone                   che  a tavola   ama mangiare  il fegato dei suoi nemici .

Veramente io  sono a secco con la benzina

Siamo  in mezzo al caos

Io sono il caos

Noi siamo  l ‘essenza stessa della bellezza  

Cosa ha reso tale questa  storia

Sono stanco di viaggiare indietro nel tempo

Non preoccuparti prima o poi ripartiamo

Il pianeta dei fichi d’ india  è  un pianeta senza un Dio . Una terra senza solchi ,   capace di generare o  salvare il mondo  tramite la filosofia dei tragici  greci. Pertanto la chiarezza degli atti , implica una illusione certa che il pianeta dei fichi d’ india sia per meta governato da rossi e per meta neri  , qualche bianco vorrebbe avere la parte migliore ma ormai i neri non gli la danno per vinta. Cosi tutto scorre i fichi d ‘india riposano all’ombra ,  illuminati da mille raggi di sole che potrebbero bruciare la sorte di un popolo.

La terra è  fertile  ed il pianeta dei fichi d’ india aspetta qualcuno ritorni a zapparla  .  Dopo la morte di Michele Ferro in molti si sono proposti a divenire podestà,  padrone , barone,  marchese , magistrato. Ma la morale rimane illibata , un limbo ove le donne si rifuggono  dalla lussuria sfrenata e dalla caducità del vivere. La morte di un fico d’india è  determinante per capire l’ amore ed il risvolto della conclusione espressive . Poiché chi potrebbe  governare con giustizia un pianeta di fichi che non pungono ne piangono , ma si autogestisce   a seconda delle tasse prescritte.

L’ invasione  dei migranti , fu gestita pochi mesi prima della fine del dittatore Michele Ferro . Tutti i suoi gregari furono messi in prigione . Chi in pigiama lesse le sue memorie , chi in mutande recitò  le gesta  di  Michele Ferro  che a molti piacque  tanto perché gli ricordava  la loro  infausta  infanzia.

Il pianeta divenne dopo la sua morte,  un luogo ameno,  tutti erano liberi di fare quello che avrebbero sempre voluto fare,  niente dalla mattina alla sera , senza dar conto a chi ti spia dal buco della serratura o ti segue con occhio  languido dalla finestra.

L’ esistenza è breve ed il pianeta dei fichi d india è  una dimensione quasi fiabesca , simile alla  scoperta di se stesso. E  come essere votato per  essere qualcosa altro che un semplice personaggio di una banale commedia umoristica.

Le rane ed  i ciclopi in quella occasione funebre piansero  il mesto corpo  del defunto . L’ultimo atto ,  dava inizio ad un nuovo amore Rosso , rosa , azzurro,  grigio color topo che qualcuno scambiò  per fumo di Londra.

La figura  del fico d’ india , impose  una certezza che non esiste una volontà , capace di generare  la storia di ogni singolo individuo quando questo crede in sé stesso.

Ma voi siete certo

Certissimo

Non ridete  

Chi ride.  

Non mi volete pigliare per il sedere

Per carità

Come siete romantico

E che mi sono lavato stamattina

Con acqua di colonia

Con acqua di rose

Stasera facciamo  festa

Io ieri ho visto cadere una stella cadente

Ma era  sicuro che fosse una stella e non un fico d’ india

Non saprei dirle

A me sembrava una stella

Ed io le dico che era un fico d’India.

Dio segue il nostro cammino per dubbi e impressioni , pensieri nascosti che accendono stelle nel cielo, ci  segue pari passo nei nostri sogni , nel nostro soffrire per rime e mondi sconosciuti Attraverso dimensioni  plastiche ove immaginiamo di essere dei fichi d’india , degli indiani d’ America o di Calcutta a passeggio sulla nave che ci sta traghettando da un pianeta all’ altro,  da un continente ad un altro continente . Dove  in fine , troveremo un altro mondo ed altri fichi d’india , forse più spinosi , meno dolci . Fichi che  crescono  nella certezza di essere un giorno mangiati , poiché la vita vale quella che vale e cresce senza terra da arare,  senza rime ne amori pagati a caro prezzo. Poiché la libertà è  sempre il male minore difronte alla tirannia e all’ arroganza della razza padrone di cui appartengono i tanti Michele Ferro che vorrebbe dominare il pianeta trinacria senza creare qualcosa di buono , senza pagare  le tasse  dovute  ai lavoratori e ai picciotti della buona società.


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