Volere è potere. O potare?
di Deva
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Non sono un giardiniere ma non ho mai visto nessuno prendersi così poca cura delle piante del proprio terrazzo.
Voglio dire, se metti delle piante sul terrazzo è perché vuoi vederle sempre verdi e fiorite, no? Eppure Andrea non ne aveva la minima cura. Mi aveva invitata a casa sua a Borgo Sant’Angelo insieme ad un’altra trentina di persone per il suo compleanno.
Era la prima volta che guardavo Roma da quella prospettiva e mi sembrava di essere in tutt’altro posto, mi sentivo quasi una straniera. Ma Roma in fondo fa ogni giorno quest’effetto, non ti senti mai davvero a casa.
Andrea aveva un appartamento all’ultimo piano di un vecchio palazzo. L’aveva arredato con una cura maniacale: tutto era al suo posto, tutto era pulito, tutto profumava di sandalo e arancio amaro. Diceva che erano aromi perfetti per il relax e la convivialità. I toni erano quelli del beige e del marrone. Un po’ come la sua vita da impiegata. Un po’ come il suo noiosissimo abbigliamento.
In effetti era tutto troppo beige. O troppo marrone. C’era del maniacale anche in quello.
Tranne che sul terrazzo, che era un accozzaglia di vasi con piante secche o al più deperite. Sembravano quasi implorarmi di esser portate via da lì.
“Sai che ieri sera mi ha scritto un paio di messaggi?” mi disse con uno sguardo malizioso, mentre sorseggiava il suo mohito, sicura che avrei capito di chi stava parlando.
Sorrisi. “Beh?”.
“Domani ci vediamo, andiamo a bere una cosa insieme”. Era chiaro che era contenta.
Mi vergognai un po’ quando le chiesi “E non hai paura che tutto torni come prima?” – cioè un qualcosa di indefinito e spossante. Non volevo che pensasse che la stavo giudicando.
Fece spallucce: “Beh, in tal caso vuol dire che doveva andare così”.
…doveva andare così.
In Italia in effetti c’è un certo culto del destino – affianco a quello contemplato nel Cupolone. Se ti cade un vaso in testa doveva andare così; se muore tragicamente qualcuno doveva andare così; se
lui ti ha lasciato senza motivo e poi ti richiama e le cose continuano a non funzionare… doveva andare così.
Dopo quattro cocktail analcolici al retrogusto di fragola lasciai la festa. E non potei fare a meno di riflettere sul destino.
Davvero è tutto scritto? Oppure scegliamo noi che le cose vadano in una certa direzione?
La mattina dopo incontrai Daniel al nostro solito bar.
“Tu credi al destino?” gli chiesi all’improvviso.
“Tesoro, io mi sono appena svegliato, non ho ancora preso uno straccio di caffè e mi chiedi se credo al destino? Certo! Credo che se ti mollo un ceffone adesso è perché era scritto!”. Scoppiammo a ridere. Daniel era così: gay e gaiamente spudorato.
“A casa di Andrea è tutto perfetto. Ma – dannazione – quelle piante! Implorano aiuto!”.
“Non tutti hanno il pollice verde, cara”.
“Neanch’ io sono un giardiniere. Ma poteva comprarle finte: stesso risultato con un minimo sforzo economico”, obiettai.
“Dovrebbe spolverarle. Ce la vedi, con i suoi abitini beige stirati alla perfezione??”.
Mi guardai intorno, come se stessi cercando una conferma nel grassone che divorava il suo cornetto seduto accanto a me.
“Seriamente: pensi che quel che ci accade sia frutto di un disegno divino o cosa?”.
“Secondo me se cerchi un paio di scarpe in tempo di saldi è facile che tu non trova il tuo numero”. Lo fissai con gli occhi spalancati.
“Sciocchina, intendo dire che in determinate circostanze è quasi matematico che succedano determinate cose. Non puoi controllare tutto. Anzi, credo che noi non possiamo controllare proprio niente. Se trovi la tua taglia è perché doveva andare così”. Iniziavo a non poterne più di tanta arrendevolezza.
Sorseggiò il suo caffè macchiato e mi guardò sornione. “Non ne sei la prova anche tu?”.
Io.
Dimenticavo di dirvi di me. Sono un avvocato e, nonostante la cruda realtà del codice civile e di quello penale, credo ancora alle favole e ai baci. Tempo fa ho conosciuto un uomo che mi ha
stravolto con un semplice caffè. Come se avessi riconosciuto in lui un’anima affine. Da qualche parte ho letto, però, che non sempre le anime si riconoscono.
Forse è la cosa più triste che mi è capitato leggere, altro che Cime Tempestose.
Sbuffai, afferrai la borsa e gli puntai un dito contro: “La prossima volta che ti invito a colazione fammi la cortesia di rifiutare: sei perfido appena sveglio”.
“Prova a invitarmi a pranzo. Sono più simpatico, giuro!”, disse correndomi dietro con lo sguardo mentre andavo via, ridendo.
Quella sera, a casa, ripensai ad Andrea e alla sua storia. Sapevamo tutti che non sarebbe andata bene, nemmeno questa volta. Era stoica o stupida?
Ma forse la nostra vita non è il risultato delle nostre scelte quotidiane?
Ne ero convinta. In fondo le piante del suo terrazzo erano la dimostrazione che si può scegliere: Andrea aveva scelto di comprare delle piante vere e di lasciarle morire in un posto meraviglioso. Una specie di eutanasia vegetale. La sua storia d’amore sarebbe naufragata ancora perché lo aveva scelto lei.
Ed io avevo assorbito la botta di aver riconosciuto un brivido diverso in quell’uomo, un qualcosa di antico. Era un pensiero costante e indisturbato. Non pressante, semplicemente presente. Sempre. E il più delle volte mi faceva sorridere sapere che lui viveva sotto il mio stesso cielo.
Perciò, nonostante il destino e nonostante le nostre scelte, nonostante la maestosa presenza del Cupolone e delle sue promesse, la domanda è: esiste davvero il perfetto giardiniere della propria vita?