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"LO SPECCHIO DI LEONARDO"

Lo specchio di Leonardo - capitolo 1

13 min di lettura

LO SPECCHIO DI LEONARDO

romanzo

Ivano MUGNAINI

Lo Specchio di Leonardo

© 2016 Eiffel Edizioni

E-mail: info@edizionieiffel.com

Website: www.edizionieiffel.com




Non fu un'invenzione a cambiare la mia vita, non fu una scoperta: fu un gioco della sorte. Un pomeriggio di marzo del millequattrocentonovantotto, mentre viaggiavo da Firenze a Milano, verso il castello del Duca Sforza, il mio padrone, un possente temporale mi costrinse a sostare in un paese sperduto del Mugello. La lotta tra il cielo e la terra era feroce, l'acqua penetrava l'aria come una lama aprendo ferite di fango che scorrevano a fiotti densi e turbinosi. La violenza della natura mi apparve cieca, e mi fece sentire nitida la debolezza, la precarietà, ma anche una forza perfino superiore a quella che squarciava il cielo di fuoco e il petto degli uomini e delle bestie di paura. "Qui bisogna fermarsi, Maestro, sennò s'affoga", sbraitò Uberto, il mio cocchiere. Bolso e lento, rideva con le guance ispide e gli occhi ottusi, bovini. Pregustava già il vino e le natiche generose di qualche locandiera di campagna. Lo invidiavo e lo detestavo. Era un uomo come me, ma era diverso: semplice, adatto alla miseria becera e rocciosa del mondo. Seduto al tavolo della bettola di quel villaggio in cui ci eravamo rifugiati per sfuggire alla tempesta e mangiare un boccone, ripiegato su me stesso, quasi nascosto dalle mie stesse spalle, improvvisamente lo vidi. Lo guardai a lungo, di sottecchi. Era incredibile, eppure evidente, reale. Nell'angolo opposto dello stanzone, intento a bere e a scrutare la finestra sferzata dalla pioggia, c'era un uomo del posto, un villano, un montanaro dall'aspetto identico al mio. Un altro me, stesso corpo, stessa faccia ed espressione, una replica perfetta. Mi vennero in mente in fulminea successione decine di sogni di fuga, e concepii finalmente, in quel preciso momento, un progetto, un piano, un folle volo. Se avesse funzionato sarei stato libero, avrei potuto finalmente darmi alla crapula, alla bestialità, al gusto della scemenza, ed avrei potuto dedicarmi con foga agli studi davvero eretici da sempre sognati. Grazie a quell'uomo mi si sarebbero aperte le porte dell'amore e del sesso vero, sincero, assoluto, e si sarebbero serrate quelle della mia cattiveria, il senso di piacere che mi coglie mentre lacero con le lame e con le dita corpi ancora caldi e vivi di rospi e lucertole, con un'identica voglia di farlo anche con i cristiani. Intanto, come per miracolo, mentre pensavo tutto questo concepivo finalmente una bontà, o forse, per beffa ulteriore, la cattiveria più grande della mia vita: dare ad uno sconosciuto inadeguato e forse felice nella sua landa selvaggia la possibilità di tramutarsi in Leonardo da Vinci, artista, uomo di scienza e di mondo, considerato un genio.

Mi avvicinai a lui a passi lenti, come un felino che avanza verso la preda facendo attenzione a non farla fuggire troppo presto. Mi sedetti al suo tavolo, di fianco a lui. Mi guardò impaurito, estasiato, incredulo quanto me. Ci facemmo forza con due bicchieri di vino bevuti all'unisono, in silenzio. Gli spiegai chi ero, in seguito, e gli proposi, appena vidi i tratti della sua faccia rilassarsi e farsi placidi, di sostituirsi a me per un determinato periodo di tempo, beneficiando di tutti i vantaggi e tutti gli onori che gliene sarebbero derivati.

Con un sorriso che si aprì incerto, macchinoso, ma via via sempre più acceso e penetrante, accettò la mia offerta. Di sicuro presagì chiaro nella mente il salto nel vuoto, l'abisso che risucchia e divora. Ma capì che quell'occasione, quel carro luminoso nella pioggia, non sarebbe passato mai più sulla strada sassosa della sua vita. Comprese che, se vi fosse salito, l'avrebbe condotto via dal fango e dallo squallore dei suoi giorni, verso la città, la vita vera, qualunque essa fosse stata.


* * *




Il mio sosia accettò, ed io già intravidi in lui il pupazzo, la marionetta a cui avrei fornito le indicazioni e i disegni per una minima attività di ordinaria amministrazione, cose da geometra e da architetto, per tenere in vita per ogni evenienza il mio nome e la mia figura, mentre io, finalmente privo di catene, avrei viaggiato nel mondo, nella memoria, e dentro di me, applicandomi con cura alla dissezione della mia mente e dei miei desideri con i coltelli affilati del tempo e della sincerità. E, una buona volta, avrei potuto vedermi vivere, o, ancora meglio, osservare come gli altri mi vedevano o credevano di vedermi: le falsità, i commenti velenosi, le pugnalate appena voltata la schiena. Avrei finalmente scrutato con calma e con agio le facce e i cuori degli altri. Pensando anche, con enorme applicazione, ad una vendetta adeguata, prima di morire: un'invenzione decisiva, risolutiva, un micidiale cavallo di Troia per questo mondo malato.

Tornò il sole il mattino dopo sulla vallata dell'Appennino. Decisi di rientrare immediatamente a Firenze. Allo Sforza avrei scritto una lettera inventando una scusa per giustificare la mia assenza. Uberto ubbidì, con gli occhi ancora gonfi per i bagordi notturni, all'ordine di girare i cavalli e puntare di nuovo verso casa. Non disse nulla neppure quando il cencioso dall'aspetto identico al mio salì al mio fianco sul carro. Forse pensò di vedere doppio a causa del rosso corposo tracannato bottiglia dopo bottiglia, o forse applicò l'antica abitudine di guardare, pensare e tacere. O magari Uberto, in realtà, era molto più sveglio e acuto di me. Non lo so, di sicuro so soltanto che era troppo importante istruire subito il mio alter ego. Nel lento viaggio di ritorno avrei avuto tutto il tempo di catechizzarlo a dovere, plasmando la sua mente, i pensieri, le emozioni. Si chiamava Manrico di Cosma, ma era per tutti Manrico lo scrivano. Aveva lavorato per qualche tempo a Bologna, per poi tornare nella vallata natia. Nella città emiliana era stato un copista, redigeva atti, contratti e documenti. Non ne capiva un accidente, ma sapeva ripetere tutto alla perfezione, segno per segno, lettera per lettera. Era l'essere ideale per me: docile, malleabile, ottuso al punto giusto.

Ottuso abbastanza da addormentarsi al mio fianco sulla carrozza, con la testa penzoloni che sfiorava la mia spalla e con la faccia serafica, intangibile, ancora incisa dal taglio quieto del sorriso, morbido quanto le palpebre, lievi, poste a guardia degli occhi. L'istinto, abile sentinella a protezione della mente, aveva spento il suo corpo, proteggendolo dagli assalti delle emozioni, dei rimpianti e dei timori. Era molto meno ottuso di me, Manrico. Io vigilavo, sobbalzando ad ogni scossa, ogni avvallamento del terreno, ogni immagine di un futuro incerto, scommessa, trucco da ciarlatano che rischiava di essere scoperto e ritorcersi contro di me e contro quel povero diavolo addormentato. Lo guardavo, stando attento a non soffermarmi troppo a lungo sulla sua faccia, per timore che il suo sonno fosse leggero, o fosse esso stesso una finzione. Osservavo lui e vedevo me, le idee che erano prigione e sogno, gabbia e volo. Stavo per inoltrarmi sull'orlo di un crepaccio viscido e friabile, e, come aggravante della mia follia, trascinavo con me la mia ombra fattasi carne. Ma quel tragitto verso altri orizzonti mi era necessario. Avevo bisogno di provare a cambiare le carte e le regole del gioco serioso e cupo che improntava la mia vita. Dovevo tentare di confondere il destino che mi aveva avvinghiato nella sua spirale, dovevo ad ogni costo ritrovarmi, svanendo agli occhi della gente, all'immagine di me che mi ero lasciato cucire addosso.

* * *

Non avevano capito niente di me, anche per colpa mia. Non comprendevano che io dissezionavo uomini e animali morti, e ideavo macchine di legno e di ferro, ma non avevo mai compreso nulla in fondo delle menti, dei cervelli, delle anime, come le chiama la gente di chiesa. Osservavo da sempre ciò che è statico, regolato da leggi fisiche, sicure, neutre, impersonali. Mi vedevano, gli altri, come un semidio, eccelso, capace di prodigi, quasi onnipotente, senza sapere quanto mi fossero oscuri ed alieni i gesti profondi, i moti interiori, le voglie e le necessità degli uomini che vivevano attorno e dentro di me. Non comprendevo loro in me e me in loro, perché non c'è regola né schema in questo campo, ed ho fallito quando ho provato ad indagarli, sempre, immancabilmente.

Così come ho fallito quando ho guardato al sacro, al cielo. Ho solo pensato che se c'è un Creatore di tutto deve possedere tesori enormi di ironia, altrimenti non avrebbe sopportato millenni di violenze e assurdità, e tutti i morti, quelli che ho visto con i miei occhi nelle battaglie, fatti a pezzi, squartati in un urlo che strappa la pelle anche al cielo, agli alberi, ai monti, a quei prati verdi, puri in apparenza, ancora immacolati, di sicuro imperturbabili. Li ho visti senza orrore quei morti di venti, trenta, quarant'anni, poco più giovani o più vecchi di me, gli stessi occhi atterriti, le stesse speranze e paure. Li ho guardati con animo quasi sereno, mentre giacevano a terra in posizione grottesca, con le braccia ripiegate sotto il corpo, coperti di un sangue non mio. Li ho guardati senza orrore, ed anche per questo abisso della mia mente non so trovare uno sbocco, una soluzione.

Vorrebbero, i miei padroni, i ricchi committenti e i generosi mecenati, che io trovassi per loro il Santo Graal o l'Arca dell'Alleanza, ipotizzando con esattezza dove si trovano e cosa significano. Ed io non so neppure cosa pensare quando immagino la mia minuscola anima, il divino nascosto da qualche parte, forse, perfino dentro di me.

Se c'è un Creatore, questi dovrebbe essere analizzato, scrutato nel profondo, mi sono detto innumerevoli volte. Per poi ridere, immaginandomi mentre apro la pelle di un rospo squamoso. La sola cosa che so fare, lo ribadisco. Se invece non c'è una divinità che osserva e regola il mondo e l'universo, se sussiste solo un immenso e imperante Caos, deve esserci comunque una traccia rilevabile. Come accade con le serie di numeri casuali, che in realtà, ad un'analisi più accurata, risultano seguire schemi ricorrenti riconducibili ad una logica, fosse pura la logica del caso, della follia. Come le foglie che crescono sugli alberi a seconda della luce, dell'aria, dello spazio vitale.

Forse la soluzione, l'unica possibile, è in un riso di pietà, quello che mi sono sempre negato. Forse nell'ironia aspra e lieve dell'accettazione dello stato delle cose c'è una strada, ovunque essa conduca. Dev'esserci stato lasciato un segno: seppure arduo, intricato, perfino bizzarro, per giustificare l'esistenza, il piacere, il dolore, il tempo che scava come un aratro rugginoso.


* * *


Già, l'accettazione. Ma ancora una volta mi capita di contraddirmi. E' proprio il rifiuto di ciò che mi è stato dato che fa correre questa carrozza in direzione opposta a quella prestabilita, così come il sangue nel mio cuore, che freme, ora, pungolato da una pazzia nuova ansiosa di correre e scalciare.

Sarà come rinascere, o come nascere, finalmente, per la prima volta. Sono stato generato da un atto d'amore e di sopraffazione che si sono avvinghiati e stretti in un amplesso vorace fino ad annullarsi a vicenda. Non mi hanno lasciato in tal modo neppure il lusso misero di una sensazione univoca, un odio puro, incondizionato. Mia madre mi ha dato alla luce e poi mi ha abbandonato. Per viltà, o per bisogno, mi ha lasciato ad un padre che mi ha accettato per onore più che per amore. Sono un'opera incompiuta, interrotta a metà, priva di colori caldi, corposi. Sono un quadro che non riesce a staccarsi dall'intonaco per prendere forma concreta. Sospeso tra ghigni di rabbia e volontà di rivalsa, gloria, vanità, e un senso di vuoto vasto, risucchiante. Per anni, mentre sorridevo al potere e gonfiavo a mia volta il petto di orgoglio, ho cercato una vendetta contro la vita. Contro l'odio e l'amore che non riesco a separare, come lo sguardo di una ragazza incinta che non so liberare dagli artigli di un rapace che le dilania le carni, senza essere in grado di capire da quale lato stia la violenza, nell'assalto feroce o nell'accettazione passiva. Mi è capitato infinite volte, mentre riflettevo sulla mia venuta al mondo, di sognare un nibbio che con il becco aguzzo deflora una vergine. Nello studio del Verrocchio, sospeso tra l'eccelso e l'infimo, tra la ricerca dell'arte e dell'eterno, e, dal canto opposto, gli scherzi insulsi e le sconcezze dei compagni, ho cercato la chiave del rebus, la formula che potesse permettermi di abbinare e conciliare la repulsione e l'attrazione per quel rapace che genera l'esistenza nell'atto di farla a pezzi. Ridevo e dicevo scemenze come tutti gli altri, e dipingevo testi di putti e femmine che ridono. Forse per una ricerca mai sazia di serenità, o piuttosto per scrutare tra le pieghe, per cogliere la sfumatura esile, quell'inclinazione minima delle labbra che distingue l'indifferenza dall'affetto, la morte dalla vita.

Ho sempre provato un'immensa attrazione per la bellezza, ed una paura altrettanto grande. Perché uno sguardo sublime che ti avvolge ti pone davanti all'eterno, strappandoti alle sicurezze della contingenza. Ti fa vedere i secoli passati, e la primavera che torna, anno dopo anno, a dispetto di ogni gelo e di ogni distruzione, facendoti sognare il futuro. Troppo grande per un uomo è tale visione, soprattutto per un uomo come me, incompleto, sospeso tra due estremi. E' così che, allora, mi sono rifugiato nello studio, nell'osservazione delle cose statiche, caduche, imperfette. Mi è piaciuto infinitamente osservare e dipingere le teste degli impiccati. Quelle facce che, di colpo, si fermano, smettono di fremere oscillanti tra progetti e desideri. Si spezza il collo e con esso il fiato, e il viso trova pace, tregua, stabilità, in una smorfia eterna di dolore. Io stesso sono un impiccato, ondeggio tra voglie contraddittorie, tra nuvole e fango. Sono un verme di lusso, con la possibilità e la condanna di poter guardare anche il cielo. Quando ero poco più che un ragazzo, ho dipinto il Battesimo di Cristo, l'Annunciazione, la Madonna con il Bambino e i Santi, ma sono riuscito ad identificarmi solo con il Viaggio dei Magi, orientato da una stella che non sapevo e non so vedere, e mi perdo, smarrito in un deserto gelido, senza mai smettere di cercare, senza abbandonare la tensione verso una meta.

E' arrivato il successo per me, prima di quanto sperassi, nell'arte e nella scienza. Sono diventato appetibile, e, regolarmente, sono stato divorato. Con sgomento e contentezza mi sono lasciato masticare ed inglobare dal lusso e dal denaro, come uno strano agnello che percorre sorridente i sentieri dei lupi. Ma forse lupo ero anch'io, magari ho solo abbassato la testa per essere accettato dal branco e potere a poco a poco rialzarla e iniziare a mia volta a sbranare. Di sicuro so che il gioco mi ha chiamato a sé, e se mai c'è stato un attimo utile per potermi sottrarre, non l'ho saputo cogliere oppure l'ho perduto. La verità probabilmente è che mi è piaciuto vestirmi di seta e broccato e sentirmi chiamare Maestro, dopo averlo dovuto fare io per anni con gli altri. Ho accettato le regole sedendo ai tavoli dei potenti, disegnando mentalmente con immensa cura l'immagine di me, vedendola costantemente al mio fianco, docile, brillante, seria quanto basta, convinta, del tutto adatta alla parte. Fino al punto in cui l'immagine è diventata me, ricoprendo con una mano di bianco il passato, il mio modo autentico di vedere e sentire, gli istinti, le passioni più autentiche.

Mi è piaciuto, alla fine, piacere ai miei padroni. Mi sono nutrito come un cane da compagnia delle loro moine e delle loro smancerie. Per averne sempre di più, sempre più convinte e sdolcinate, ho assunto come un camaleonte la pelle del colore che andava bene ai loro occhi. A Ludovico Sforza mi sono presentato come uomo di scienza, ingegnere ed ideatore di macchine belliche. Gli ho promesso, più o meno esplicitamente, di fornirgli le armi in grado di far prevalere i suoi eserciti in ogni battaglia. Era questo che voleva. Desiderava un creatore di forme di distruzione. Io mi sono proposto in quella veste, nascondendo e annientando metà della mia anima, l'arte e la bellezza, soffocando in me l'amore per l'umanità. Un ottimo esordio, non c'è che dire. Ma è stato immensamente apprezzato: lo Sforza mi ha accolto come un suo simile, un fratello di sangue. Quello stesso sangue che ancora mi sento addosso, sulle mani e sulla faccia.

Tutto ciò mi dava la possibilità di abitare a Milano, però, a Porta Ticinese, rispettato e ammirato, in compagnia dei fratelli De Predis, nel nome un segno, avidi, viscidi, predaci. Io, nato in un borgo di poche case, con ancora dentro di me, sulla pelle e nel cuore, l'odore di campagna magra di stoppie, sole agro e mattine gelide, vivevo a Milano. Me ne rallegravo, con colleghi e mecenati. Intanto, mentre lavoravo come schiavo di lusso, immaginavo un "controgioco", quadri che osservati allo specchio rivelassero salti mortali di simboli e parole, sciarade e indovinelli, tracce di rivolta visibili ad un occhio attento come i gesti di un prigioniero che lancia al di là delle sbarre indicazioni cifrate per la propria fuga e quella degli altri.

La mia vendetta, lo scherzo al destino, al potere becero sempre diverso e sempre uguale a se stesso, sarebbe stata, nel progetto e nel sogno, una beffa estrema: una burla serissima e feroce che forse qualcuno nei secoli avrebbe saputo cogliere e godere. Avrebbe riso, ad anni di distanza, nel trionfo muto e immenso dell'intelligenza che non si arrende, e quella sarebbe stata l'arma micidiale che i potenti del mondo mi hanno commissionato. Solo che sarebbe stata un'arma di creazione, non di distruzione, rivolta contro di loro, non a loro favore.

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