L'incontro
di Roy Romanov
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Scalino dopo scalino, la cima era sempre più vicina, e al fianco dello scalone le aquile avevano preso il posto delle foglie e dei rami. Le gambe tremavano alla vista della selva sottostante, perciò Ricard concentrò lo sguardo sulla propria meta, la quale stava divenendo visibile.
Il panorama e i volatili furono sostituiti a loro volta dalle candide nuvole, così il passo deciso da quello pesante e il respiro regolare dall’affanno. Ricard si voltò e si sedette con un tonfo, obbligandosi a respirare profondamente. Evitò di guardare in basso controllando di non aver perduto parti dell’equipaggiamento: il gladio era nel fodero, le frecce nella faretra e l’arco sulla spalla. Il suo sguardo cadde sul fazzoletto rosso legato stretto intorno al braccio, e con gli occhi lucidi lo slacciò e se lo legò alla fronte. Si rialzò e riprese la scalata.
Raggiunta la cima della montagna era il tramonto, una luce rossastra illuminava il pavimento di mattoni e un guerriero in armatura dorata, che ammirava un edificio in legno incompleto. Ricard osservò in silenzio l’uomo davanti a lui, che si voltò lentamente.
“Ricard, che piacere vederti qui. Presto sarei venuto io a cercarti” disse lui. La voce era resa metallica dall’elmo, ma Ricard la riconobbe subito. “Finalmente la notte è finita per me e per la mia gente, massacrata e ridotta in schiavitù. Su questa montagna, potremo finalmente riabbracciare la dea e scaldarci con il suo amore. Stiamo ricostruendo il tempio in suo onore come puoi vedere, anche se sicuramente i tuoi precettori non ti hanno insegnato il suo valore: nessuno al di fuori di noi lo riconosce. Gli anziani filtrano la vista degli infanti, mostrandogli solo quello che per loro è giusto o conveniente che vedano. Tu sei cresciuto come figlio di un lord, ti hanno insegnato come servire il tuo re e amministrare l’economia della tua regione, tralasciando i valori più importanti: la libertà e i sentimenti dell’essere umano, perché sì, anche gli schiavi e i disgraziati sono esseri umani. Leggo nei tuoi occhi che pensi stia delirando, eppure ho vissuto nel tuo palazzo, ho servito il lord e obbedito docilmente agli ordini del vecchio Sidow, il liberamente schiavo. Non siete serviti da golem senza cervello, la vostra servitù era al corrente della sua liberazione, per anni non fu mai punito per i suoi errori, errori per cui altri sono stati abbandonati o imprigionati. Credevate che, se gli schiavi avessero saputo che egli era un uomo libero, sarebbe stato in pericolo, invece vi siete solo fatti odiare.”
Tom fece una pausa, durante la quale Ricard si sentì scrutare nelle profondità della sua anima, nonostante gli occhi del guerriero fossero coperti dall’elmo dorato.
“Anche tu hai sofferto. Tuo padre è morto, Sidow è morto, la tua amata è dispersa e hai perso ogni eredità. Non sarai mai chi ti hanno preparato a diventare e dovrai adattarti ad una nuova realtà, vivere da reietto. Non hai dèi a cui votarti, non c’è legge che tuteli il figlio di un lord rivoluzionario, puoi contare solo sulle tue forze per sopravvivere al giorno e arrivare al successivo. Però sei fortunato, quel giorno al mercato mi hai ascoltato senza offendermi, e qualche giorno dopo hai spinto perché il lord tuo padre mi comprasse. Mi hai sempre trattato bene e hai conversato con me come con un amico, mi hai insegnato che non è l’anima di tutti i nobili ad essere corrotta, è la loro visione ad esserlo, per questo arrancano verso le loro ambizioni spesso inciampando nella morte. La mia dea predica la riconoscenza e la pietà verso i più sfortunati, per cui ti offro la salvezza. Starai con me e gli altri fedeli, imparerai le nostre usanze e ti insegneremo a vivere secondo la legge divina, così anche alla tua anima l’oblio sarà lieve. Su, vieni dentro.”
Tom allungò la mano aperta verso di lui, ma Ricard non si mosse. Rimase nella posizione in cui aveva ascoltato quello che una volta era suo schiavo, nonostante gli sembrasse di stare per esplodere. Le sue mani fremevano, la sua mascella era rigida e il respiro pesante.
“Tom,” esordì con voce alterata “sai perché sono qui.”
L’uomo in armatura ritirò lentamente la mano e rimase a guardarlo in silenzio, poi abbassò leggermente il capo. Dopo una pausa, entrambi portarono mano alle armi.