Vai al contenuto

Le Géant et la Petite Fille (il gigante e la bambina)

Le Géant et la Petite Fille (il gigante e la bambina)

42 min di lettura

(il gigante e la bambina)

Le Géant et la Petite Fille








“Quando sei all' inferno

solo il diavolo

può difenderti...”








Alla vera Annette.....a tutte le Annette

che non possono più parlare

Perchè questa è anche una storia vera...











1970.

giugno



Patrice si sedette sul bordo del letto.

Prese una sigaretta sul comodino accanto, poi si diresse verso la grande finestra schermata solo da una porzione del pesante tendaggio di velluto rosso sangue.

Guardò l'alba , il parco e il bosco che circondava il castello.

Appoggiata su un fianco lo guardavo.

Guardavo il fisico muscoloso di un ragazzo di 20 anni, alto 1,90 , la pelle ambrata, i capelli biondissimi leggermente lunghi.

Lo chiamavano il “gigante”.

Ed era davvero un gigante col viso di un angelo.

Quando voltò la testa vidi anche i suoi occhi azzurri acciaio che trafiggevano da parte a parte.

“Tua madre è sotto ad aspettarti....”, disse buttando fuori dalla bocca una voluta di fumo.

Gli avevo parlato di quella donna che mi aveva messa al mondo, odiata, perchè mio padre l'aveva abbandonata dopo pochi mesi di matrimonio...e mi aveva consegnata da quando avevo 7 anni a un'elite di predatori sessuali.

“Non è affatto una brava madre...”, mi aveva detto ascoltandomi attentamente.

Bella frase da uno che aveva già ammazzato a sangue freddo 3 persone.

Patrice a 20 anni era un gangster.

Un gangster rispettato per la sua crudeltà e freddezza.

E in questo aveva avuto un buon aiuto da suo padre, che da bravo e amorevole genitore gli aveva rivelato che era nato per sbaglio, per una notte sfortunata di sesso.

Un padre che l'aveva accompagnato alla sua prima rapina, per poi addossargli tutta la colpa e fargli scontare un anno di galera.

Perchè quello era la maniera con cui Sebastian Amient educava i figli .

E non solo in quella come scoprii tempo dopo.

Patrice sembrava uscito da uno di quei film degli anni '70 che parlano di affascinanti e spietati criminali, film , spesso interpretati da Alain Delon e Jean Paul Belmondo.

E lui era bello come Delon e con la stessa faccia tosta di Belmondo.

Quando l'avevo visto camminare, parlare sicuro con i capi dell'organizzazione ai quali mia madre mi aveva consegnata, ero rimasta affascinata, rapita da quel magnifico ragazzo che non passava inosservato in mezzo a uomini di mezza età, spesso stempiati e con la pancia.

Disgustosi dentro e fuori.

Lui m'aveva guardata , aveva ripreso a parlare poi era venuto verso di me.

Sorridendo mi aveva chiesto come mi chiamavo.

“Nanà “, avevo risposto.

Tutti mi chiamavano Nanà, anche se il mio vero nome era Annette.

Come se ci trovassimo a una normale festa tra amici e non in una disgustosa orgia.

Io allora avevo appena compiuto 11 anni, lui ne aveva 20.



Patrice ritornò a sedersi sul letto protendendosi verso di me.

Mi accarezzò i capelli castano chiaro.

“Sembri più giovane dei tuoi 16 anni...”, osservò

“Se non te ne sei accorto ne ho 11....”, precisai.

“Non dire stupidaggini...ne hai 16....”.

“Vuoi che ti mostri la mia carta d'identità?”.

Lui rifiutava di vedere ciò che ero davvero perchè l'avrebbe reso uguale a quella mandria di maiali che stavano al piano di sotto.

“Hai ragione, ne hai 11.....”, mi prese il viso tra le mani e mi baciò appassionatamente.

Quando si scostò da me gli chiesi:

“Perchè uccidi le persone?”.

“Perchè fai la puttana?”.

Lo guardai allibita, poi dopo un attimo di esitazione dissi:

“Mi costringono”.

Era la pura sgradevole disgustosa verità.

Come avrebbe potuto ribellarsi una bambina?

“Anche io sono costretto ad uccidere chi mi tradisce o chi mi intralcia...”.

Semplice no?

La mia era stata una domanda stupida.

Aveva iniziato la sua carriera criminale a 17 anni per procurarsi i soldi per la droga. le donne, le auto sportive, le moto.

“Sei mai stato in prigione?”, gli chiesi un giorno.

Mi guardò spazientito mentre si infilava la camicia.

Non amava parlare del suo passato, della sua vita.

Irritarlo voleva dire spesso beccarsi un paio di ceffoni...o peggio, e io lo sapevo bene.

Il gigante col viso d'angelo non si faceva problemi a mettere le sue belle e pesanti mani addosso a una ragazzina di 11 anni.

Più di una volta tornai a casa riconoscendomi a stento nello specchio per i lividi che avevo sulla faccia.

E a casa mia pareva non ci fosse nulla di strano, perchè nessuno mi chiedeva preoccupato che diavolo mi era capitato.

Del resto i miei passati 4 anni con i loro fine settimana trascorsi tra le mani di un discreto numero di pervertiti mi avevano lasciato anche segni peggiori, e nemmeno questo aveva destato la minima curiosità, figuriamoci preoccupazione.

Io ero la fortunata che incontrava nobili, politici, industriali, ambasciatori in una cornice fatta di castelli del '600 e ville da favola.

Che poi lì accadessero le violenze più mostruose, le uccisioni più sadiche a danno di bambini, era un particolare di cui poco importava a casa mia.

Forse loro davvero pensavano che qualcuno mi infilasse in bocca cucchiaiate di caviale invece di qualcosa d'altro.

Patrice non disse nulla per qualche minuto poi:

“Si, un paio di volte...”.

“Per cosa?”.

La sua pazienza era al limite ormai e lo potevo leggere nei suoi occhi minacciosi.

“Rapina....Violenza carnale....adesso sei soddisfatta?”.

Non potevo crederci.

Come poteva essere che un ragazzo talmente bello e attraente avesse avuto bisogno di costringere una ragazza a fare sesso con lui?

Sembrò leggermi nella mente .

“Quell'idiota voleva preservarsi per il matrimonio....io ne avevo voglia subito...”, accese una sigaretta, “..ho vinto io....”.

Si allacciò l'orologio col cinturino d'oro.

“Se dovesse accadere di nuovo, o riesco ad uscire in tre giorni o m'ammazzo...

Stare in gabbia è per i cani e le scimmie....non per gli uccelli....”.

E ci sarebbe riuscito anni dopo a evadere dopo 3 giorni da un carcere di massima sicurezza con la sua banda , nel quale doveva scontare una condanna a 20 anni per varie rapine a mano armata in cui erano rimaste uccise persone innocenti, la cui unica colpa era stata trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato.

Mi alzai e iniziai a vestirmi.

Lui velocemente si era dileguato.

Andai alla finestra.

Lo vidi raggiungere mia madre appoggiata alla macchina che mi aspettava per rtiportarmi a casa e ricominciare la nostra tranquilla e rispettabile vita domestica.

Si parlarono , poi lei rise, e iniziò a fare la stupida, come una 16enne che incontra il ragazzo dei suoi sogni.

Patrice era interessato a me.

Questo bastava per farle scattare una molla nella sua mente malata.

L'avrebbe conquistato e rubato...fosse solo per una notte, così “vedrai che non sei così speciale”, come mi aveva spesso ripetuto.



Patrice era come me.

La mia dolorosa esperienza mi permetteva di riconoscere quelli che erano stati molestati .

Quelli come lui, sanno essere gentili, ma sfociano in atti di pura violenza, perchè in te rivivono i momenti che loro stessi hanno dovuto subire, anche se hanno fatto di tutto per seppellirli nell'angolo più oscuro della loro testa, sotto uno spesso strato di polvere.

Che cosa era venuto a fare in un covo di depravati sadici che era il castello di V.B?

La sua carriera criminale era all'inizio ed era meglio intrattenere rapporti amichevoli con tali personalità.

Patrice era freddo e duro come l'acciaio, di cui i suoi occhi ne avevano la sfumatura.

In quei saloni del '600 guardava quelli come me e cosa stavano loro facendo, senza tradire nessuna emozione, ma era capace di tenermi tra le braccia per consolarmi di qualcosa.

“Come fai ad essere così?”, gli chiesi rabbiosa perchè non potevo fare nulla contro il capo, che tutti chiamavano “Papà Goriot”, il quale quella sera si era sfogato su di me.

“Così come?”,domando quasi sorpreso.

“Non lo vedi cosa succede attorno a te?

Qui dentro?”.

Trattenni a fatica le lacrime.

Sino ad allora, solo il primo giorno in cui ero stata portata in questo macello, atterrita, incapace di capire cosa mi era successo, il corpo dolorante , mi ero lasciata andare a un pianto dirotto.

A mia madre avevo detto tra le lacrime cosa mi era capitato.

Ma lei lo sapeva benissimo.

Mi aveva dato una tazza di latte e spedita a letto.

Il fine settimana dopo , tutto era ricominciato come se niente fosse.

Capii in fretta che nessuno avrebbe avuto pietà di me e se volevo salvarmi dovevo far conto su una sola persona:

Annette Legrand.

E da allora , sino al mio incontro con Patrice, mai mi era sfuggita una lacrima.

Stingevo i denti e in quei momenti orrendi mandavo il mio cervello a spasso, lontano, così lontano che per anni , dopo che finì tutto, non ricordai più nulla.

Era stata la mia fortuna.

O sarei finita appesa ad una trave o un cumulo di sangue e carne sull'asfalto.


“Nanà, la vita è una merda, e tu lo sai benissimo...

Sta a noi riuscire a galleggiarci sopra....”, rispose calmo , poi si accese l'ennesima sigaretta.

Era un cocainomane saltuario, ma davanti a me non ne prese mai.

Mi accorgevo che l'aveva in corpo perchè non era gradevole passare la notte con lui in quei momenti.

Diventava violento...sadico, ed ero io a pagarne le conseguenze.

“Non ti ho mai chiesto qual'è il tuo vero nome...”, mi guardò negli occhi.

Ricambiai lo sguardo.

“Annette”, risposi.

“Annette....”, ripetè e buttò fuori una boccata di fumo, “...d'ora in poi ti chiamerò solo così....”.

Sfiorò con le dita un un livido quasi sparito che avevo sulla guancia., poi accostò il suo viso al mio.

Sentii la punta del suo naso sfiorare il mio, le sue labbra, le mie, e un brivido mi attraversò la schiena.

Perchè non ci siamo incontrati altrove?

Perchè non ho 16 anni?

Pensai.

Poi sentii le sue labbra schiudersi e indurmi a fare lo stesso.

Dio , non potevo farci nulla, non era mia la colpa di quella che ero, avrei voluto trascorrere i passati 4 anni a giocare con le bambole.

Ma il mio mondo era stato stravolto, ribaltato e sentivo per Patrice quello che avrebbe provato una 16enne, per cui ricambiai appieno il suo bacio.

E volevo di più.

Volevo che mi prendesse lì, in quel momento, anche se non era passata nemmeno un'ora dall'ultima volta.

Allungai il mio braccio lungo la sua schiena.

Mi prese il viso tra le mani.

Erano calde come sempre.

“Non lasciare che scompaia lo sguardo fiero che hai negli occhi.

Solo quello ti potrà salvare”.

A lui piacevano le sfide.

E io lo sfidavo spesso con il mio modo di guardarlo, che valeva più di mille parole.

Con quelle ero molto cauta perchè il primo comandamento che avevo imparato nell'organizzazione era di stare zitta e non fare domande.

Patrice non era solo molto bello e scaltro, era altrettanto intelligente.

Se la vita fosse stata meno crudele anche con lui, avrebbe preso un'altra strada e sono certa sarebbe diventato qualcuno in qualsiasi campo si fosse addentrato.

Ma si era trovato immerso in un ambiente tossico quanto il mio.

Il crimine era dentro la sua famiglia, tanto quanto la depravazione e lui non conosceva altri modelli, anche se per certi versi era riuscito in parte ad essere diverso.


Amavo Patrice.

Era l'unica persona che mi dava una benchè minima sicurezza e mi faceva sentire come non mi era mai successo in vita mia:

amata.

Anche se nel modo sbagliato.

Allo stesso tempo lo odiavo, perchè era parte di tutto l'orrore in cui ero immersa .

Mi avevano rubato 4 anni di vita e nessuno me li avrebbe mai restituiti.

Eravamo la coppia più improbabile del pianeta:

un'undicenne coinvolta in una rete di pedofili e un 20enne che sarebbe diventato il “nemico pubblico numero uno” da lì a pochi anni.



Dissi a mia madre ciò che Patrice aveva detto a me.

Ovvero che non era una buona madre.

Ne rimediai subito un ceffone dato con grande soddisfazione come notai dal suo sguardo, poi mi mandò in camera mia senza cena, perchè, testuali parole, “Sei una figlia irriconoscente dopo tutto ciò che faccio per te”.

Grazie mille avrei preferito tu mi ignorassi, mammina.

La punizione del saltare pranzo e cena, durò ancora per altri giorni e mi ritrovai a dover rubare il cibo a casa mia per non morire di fame.

Poi finì come era iniziato.

Ma io dimagrii di 3 kg.

Per il resto , la mia vita era divisa in due comparti stagni:

durante la settimana andavo a scuola, studiavo, uscivo con gli amici che abitavano attorno, il fine settimana frequentavo il jet set internazionale della depravazione.

In mezzo stava Patrice:

i suoi occhi azzurri , il sorriso smagliante, l'ira improvvisa, la violenza, la gentilezza, le nostre confessioni.

Era assurdo che un ventenne rivelasse la sua vita a una quasi bambina, ma lui era un dodicenne intrappolato nel corpo di un ragazzo.

Quando io ero in mezzo a quegli uomini e donne, lui attraversava i saloni col suo passo sicuro e dinoccolato e si guardava intorno per vedere se c'ero.

E io ero sempre lì , sempre accanto a qualcuno.

Una sera mi prese per un braccio e mi disse di andarmi a sedere lontano, in un angolo.

Il tizio accanto a me che mi aveva già infilato una mano dentro i jeans, in mezzo alle gambe, era furioso.

Protestò, poi vedendo la pistola infilata nei pantaloni di Patrice, si ritirò in buon'ordine.

Lo vidi andare verso il gruppo dove il capo dell'organizzazione intratteneva l'ospite.

La tizia che si occupava di noi accompagnò verso di lui una bambina di 9 anni, bionda, ricordo si chiamava Yvonne.

La vidi un altro paio di volte poi scomparve.

Uccisa probabilmente.

Ma l'uomo che prima era con me si stava lamentando con Papà Goriot.

Gesticolava e muoveva le mani.

Patrice che l'aveva raggiunto, prese l'arma gliela appoggiò in mezzo agli occhi senza togliere lo sguardo.

Era sceso il silenzio nel salone e potei sentire che dicevano.

“Se qualcuno la sfiora con un dito gli pianto una pallottola in testa...”.

Poi venne dove me ne stavo seduta.

“Ora ci sono solo io”.

Rimasi attonita e stordita.

Mi prese per mano e mi portò in un'altra stanza altrettanto sontuosa come l'altra, solo che era una camera da letto.

Ma non successe assolutamente nulla quella sera.

E nemmeno le settimane sucessive.

Patrice si addormentò e io feci lo stesso.

Iniziò così il mio percorso verso la salvezza.

Una strada che sarebbe stata ancora per molti mesi invasa dalla violenza, l'adrenalina, la tenerezza.

Avrei pagato quella speranza che era entrata in me quella sera.

Ma in cambio avrei avuto la mia vita.

La libertà.

Lui avrebbe pagato gli errori e gli orrori che aveva commesso morendo quasi quarantenne in una cella.

Lo trovarono impiccato ma non si seppe mai se fosse stato lui con la prospettiva di passare molti anni in carcere o se fosse stato ucciso da qualcuno mandato dalle organizzazioni criminali che aveva bazzicato per anni.

Iniziò così la mia assurda storia con Patrice.

Il gigante con la faccia d'angelo e la bambina.

Durò più o meno un anno poi mi lasciò davanti a casa mia con alcune raccomandazione e non ne seppi più di lui per molto tempo.

Sino a un fatidico giorno di giugno del 1980.


La mattina dopo quella sua iniziativa di tenermi solo per sè mentre facevamo colazione mi disse:

“Parto per Genova, starò via 3 giorni e verrai con me...”.

Per poco non mi strozzai col cappuccino che stavo sorseggiando.

La tazza rimase a mezz'aria e lo guardai.

“Che c'è?”, si mise in bocca un pezzo di croissant, “Non sei mai stata al di fuori di questo paese del cazzo?”.

“Si ...certo....ma non ho niente con me...”.

Scoppiò a ridere, e mi si sciolse il sangue mentre lo guardavo.

Non sapevo che in quel momento avevo iniziato ad amare l'ultimo dei miei aguzzini.

“Ti comprerò tutto ciò che ti serve ...e anche di più...mia piccola Annette...”.

Allungò una mano e mi accarezzò una guancia.

In quel momento mi sentii morire , ma mantenni la mia maschera di freddezza.

Quella non fu l'unica volta che mi portò con lui in Italia.

Aveva là degli affari e voleva avermi con sè.

Sei il mio portafortuna, mi diceva.

E fu proprio là che tutto iniziò sul serio, un paio di mesi dopo il mio riscatto.



Ovunque andava c'era un amico che gli metteva a disposizione una casa.

Una casa con minimo 15 stanze, giardino e piscina.

Ma a lui piaceva il mare e detestava il sapore del cloro , così non ci entrammo mai.

In compenso passammo lunghe giornate in spiagge discretamente frequentate.

Mi aveva comprato un due pezzi blù a pois e confrontandomi con le altre ragazze notavo fastidiosamente che la mia parte superiore era disperatamente piatta.

Ero magra, ero piatta come una tavola...perchè ero ancora quasi una bambina, ma Patrice pareva non notarlo.

Non mi aveva mai sfiorata con un dito, nonostante mi fossi aspettata che lo ripagassi già quella prima notte.

Le ragazze lo guardavano, ammicavano, bisbigliavano tra di loro e ridevano.

E io bruciavo di gelosia.

Indispettita mi alzai dallo sdraio.

“Vado a farmi un bagno!”, esclamai.

Lui mi guardò.

“Ok”, poi ritornò alle pagine di un libro.

L'acqua era limpida , calda, era quasi l'una e noi sino alle due non mangiavamo, mi immersi completamente e nuotai.

Tutto ciò che era stato sino a due mesi prima sembrava solo un brutto sogno, un incubo ormai lontano.

L'organizzazione, Papà Goriot, mia madre, il Barone, l'odore del sangue, la morte, le urla di disperazione.

Qui c'era il sole, la sabbia, un cielo azzurro da accecare.

Le persone sembravano brave persone, ma sapevo che molte di loro che frequentavano quei luoghi non lo erano affatto.

Poi c'era Patrice, il bellissimo Patrice, il mio cavaliere con l'armatura splendente che era venuto a salvarmi.

Risalii dall'acqua.

A pochi metri da lui sorrisi, ripensando ai momenti che stavo vivendo.

Mi avvicinai e gli sfiorai un braccio sedendomi sul bracciolo dello sdraio.

Quello per lui fu l'attimo in cui capì che le mie difese stavano scricchiolando.

Bastava un piccolo urto e tutto sarebbe crollato.

Mi afferrò una mano e mi disse di seguirlo.

Andammo verso le cabine dove la gente andava a cambiarsi.

Entrò e io lo seguii.

Ma non chiuse la porta a chiave.

Mi trovai davanti a lui.

Gli arrivavo a malapena al petto.

Mi prese il viso tra le mani e mi baciò.

“Il tuo sorriso ….la tua carezza mi sta facendo perdere la testa....”, mi disse.

Sentìì una delle sue mani entrare dentro gli slip.

“Chiudi la porta”, lo implorai.

Scosse la testa.

Le sue dita mi accarezzavano e andavano oltre.

“Volevo fossi tu a fare il primo passo ...”, mi sussurrò all'orecchio, poi mi sfiorò il collo con le labbra, “ed è valsa la pena aspettare.

Sentii gli slip scivolare sul pavimento.

Due persone passarono davanti alla porta parlando tra di loro.

Mi prese il terrore , ma l'adrenalina andò a mille.

E' la tecnica che imparano quelli che hanno subito la violenza ripetuta che conoscevo io.

Il cervello è come se si trasformasse in qualcosa di immobile, senza vita.

Solo determinate sensazioni vengono lasciate libere, anche grazie all'adrenalina , per puro spirito di sopravvivenza, primo fa tutti il piacere fisico.

Con Patrice non era difficile fare tutto questo, almeno le prime volte, quando anche in lui prese il sopravvento la violenza , il processo divenne automatico, come se fossi un robot.

Lo vidi in ginocchio davanti a me, la sua bocca tra le mie gambe e non riuscii a trattenere un gemito.

Guardandomi sorrise.

Conosceva come me tutti i segreti per compiacere qualcuno fisicamente.

Li aveva imparati con maestri simili ai miei.

Poi si alzò, mi afferrò per i fianchi senza fatica, pesavo più o meno 40 kg, e sentii la mia schiena contro la parete della cabina.

Le mie gambe allacciavano la sua vita.

Lo sentivo sussurrarmi all'orecchio varie parole.

“Sapevo sarebbe stato così...mia piccola Annette....dovevo solo pazientare....”.

All'improvviso qualcuno si fermò davanti la nostra porta.

Lo guardai presa dal panico , anche se i miei occhi dicevano:

“Continua”.

Mi fece cenno di non fiatare.

“Dovrebbe essere questa..”diceva uno.

“Prova ad aprire...”, l'altro.

La porta stava per schiudersi quando Patrice con una delle sue lunghe braccia e richiuse con violenza la porta.

Senza esitare dissi:

“E' occupato!”.

L'individuo fuori:

“Mi scusi....”.

Poi passi di gente che si allontanava.

“Non ho fatto un errore...”, mi disse Patrice senza togliermi gli occhi d'addosso, “...scegliendo te....”.

Sorrise e gli circondai d'impeto il collo con le braccia e lo baciai.

Lui riprese quello che era stato interrotto e non fummo più disturbati.


Quella stessa sera eravamo dopo cena seduti a bordo piscina.

Lui stava bevendo qualcosa di alcolico, forse un brandy.

Lui era un dandy moderno.

Amava le cose raffinate, il lusso.

Indossava un orologio di Cartier, viaggiavamo sopra una Maserati nera con gli interni in pelle rossa, comprava vestiti e scarpe costose, e lo stesso fece per me.

Fu lui a regalarmi i più bei vestiti che io abbia mai avuto.

Uscivano da negozi di stilisti famosi.

“La mia piccola Annette deve essere la più bella di tutte ...”, diceva guardandomi mentre me li provavo davanti lo specchio.

Le commesse non riuscivano a capire che razza di rapporto poteva esserci fra noi due.

Alcune, dopo anni di lavoro avevano acquisito le capacità di uno psicologo a capire le espressioni, i modi, i movimenti delle persone e gli si poteva leggere il ribrezzo e la riprovazione in faccia.

Altre, le più giovani, credevano fossi una nipote o una sorella minore ed era la tenerezza a comparire nei loro sguardi.

Ma nessuno diceva nulla a chi viaggiava in Maserati, era bello come pochi altri al mondo, e non batteva ciglio a staccare assegni per milioni in lire, franchi o qualsiasi altra moneta.

E io mi sentivo orgogliosa di essere l'unica per Patrice, come mi aveva detto più volte.

“Potrei avere chiunque, là dove ti ho trovato o fuori, ma sei tu che mi ha preso la testa e non voglio nient'altro”.

Quella sera lo sentii dire:

“Anche se noi ci ritrovassimo quando tu avrai 16 anni, non staresti mai con uno come me....io sono un criminale.

Rubo, ammazzo la gente..”.

“Ma tu mi hai salvato la vita...”, gli feci notare.

“Una debolezza non fa di te una brava persona Annette...ricordalo...”, poi si accese una sigaretta e guardò tra gli alberi un punto qualunque, “Io pagherò quello che ho fatto loro....è gente che non lascia passare nulla...ma io sono più carogna e venderò cara la pelle...e la pagheranno per quello che ti hanno fatto...”.

“Che cosa ti hanno chiesto in cambio della mia ...liberazione?”, gli domandai.

Spense la sigaretta nel portacenere, buttò giù l'ultimo sorso di brandy e mi guardò.

“Lavorerò per Papà Goriot.....sino a che quel figlio di puttana non morirà...”.

Sicuramente parecchie uccisioni furono commissionate da lui, ma alcuni uomini dell'organizzazioni finirono stranamente sui luoghi delle rapine fatti da Patrice e vennero ammazzati senza pietà.

“Portami con te...”, lo pregai.

“Nessuno dei due sopravviverebbe....”, mi prese la mano, “Io farei delle stupidaggini per te che sei il mio unico punto debole , e se morissi non esisterebbe un posto al mondo in cui potresti nasconderti...”.

E il discorso finì lì.



Mia madre rimase molto contrariata per ciò che Patrice aveva fatto per me.

Non perchè io le portavo nelle tasche cifre considerevoli o privilegi.

Era una criminale da strapazzo, una psicopatica nel pieno senso del termine, che aveva ceduto con piacere la figlia a dei pervertiti assassini, per sentirsi gratificata dall'avere una figlia che frequentava l'elite internazionale, ma anche per la pura intenzione di distruggermi, psicologicamente e fisicamente.

La sua testa bacata associava me a lei da bambina quando aveva subito pesanti molestie da uno zio, nella totale indifferenza della sua famiglia, ed era cresciuta con la convinzione, instillatale da altri , che col sesso puoi ottenere tutto.

E lei l'aveva sempre fatto.

Che cosa c'era di strano se anche la figlia imparava questa lezione di vita a 6 anni?

Oltre a questo provava un'assurda invidia nei miei confronti che potevo entrare ogni fine settimana in castelli e ville da sogno, che lei poteva guardare solo dal giardino.

Ora nemmeno più quello le sarebbe stato permesso, e questo l'aveva mandata fuori dalla grazia di Dio.

La baronessa non le avrebbe più telefonato per fissare luogo e ora dove sarei stata scaricata per le 24 ore successive, e non sarebbe stata più sua “amica”.

Nella sua mente malata io ero già la moglie di un magnate della finanza o di un nobile e anche lei avrebbe potuto abbandonare per un pò la noiosa vita in un villaggio di provincia, le cui più grandi personalità erano il prete, il sindaco e il medico, che era suo marito.


Nell'organizzazione nessuno avrebbe avuto più alcun diritto su di me, almeno sino a che Patrice fosse stato vivo, ma ciò non escludeva che potevo essere anche essere presente con o senza lui.

Il che era forse peggio del subirle direttamente.

Quando dopo anni i ricordi vennero a galla e per tentare di togliermi un minimo peso inizia a raccontare ciò che mi era accaduto a qualcuno, vidi sulla loro faccia il terrore, il disgusto, ma anche l'incredulità.

Ciò che dicevo era troppo enorme per chi, il peggio che gli era successo nella vita era stata, la morte per malattia di un amico o un genitore.

Tutti sanno che esiste la gente come me e come quelli che mi hanno avuto tra le loro grinfie, ma il cervello , per una forma di difesa, tenta di considerarle fantasie, estremizzazioni di situazioni gravi ma non così tanto.

Se qualcuno vi dicesse che è stato venduto dalla madre a una elite di pedofili dai 7 agli 11 anni, ha assistito a sacrifici rituali di bambini a Satana, ha ucciso ficcandole un coltello nel petto una bambina della sua età perchè se non l'avesse fatto sarebbe toccato a lei, gli credereste , così senza nessun dubbio o esitazione?

Appunto....

Onestamente io stessa avrei qualche dubbio.

La gente queste storie dell'orrore le immagina altrove, dove regna la miseria e l'ignoranza..... e poi non le vuole sentire, punto.

Magari l'80% di quello che raccontavo fossero state bugie, o fossi stata pazza.

I pazzi e i bugiardi non hanno sensi di colpa, io ne avevo una tonnellata anche se non potevo ritenermi responsabile.



“Una di queste mattine di porterò a casa e me ne andrò dalla tua vita”, mi disse Patrice una mattina dopo una notte spaventosa che avevo passato con lui, ma sembrava nella sua tranquillità che non fosse successo nulla.

Gli avevo detto a muso duro, lo avevo urlato:

“Sei un traditore cazzo”, era la prima volta in vita mia che dicevo volgarità anche se vi ero immersa sino al collo, “mi hai ceduto a quel bastardo solo per uno scambio di favori...”.

Lui era impallidito, poi il furore aveva preso il posto della sorpresa.

Aveva afferrato la pistola che era sul tavolo accanto a lui e mi aveva puntato la canna alla tempia.

“Non provare mai più a dirmelo brutta puttana”, aveva gridato, “ non provare a svignartela o ti ammazzo e ti faccio sparire in mezzo a uno di questi fottuti boschi o di do in pasto a quei loro maledetti cani del cazzo...”.

In una torretta io avevo assistito a un rito sacrificale e oltre al sangue sul pavimento e schizzi sulle pareti avevo visti resti umani, che non erano di adulti, gettati ai dobermann che appartenevano al Conte de B. padrone del castello dove io e Patrice alloggiavamo in quel momento.

Sentii un sudore freddo scendermi lungo la schiena anche se era pieno luglio.

Poi aveva iniziato a prendermi a ceffoni e altro.

Non era offeso per la parola”traditore”, era atterrito che anche io l'abbandonassi dopo che l'avevano fatto quelli in cui aveva più riposto la sua fiducia:

suo padre e sua madre.

“Tu non hai ancora capito come devono andare le cose con me vero?”.

Mi aveva preso per i capelli e costretta a guardarlo.

“Eppure sei stata qui dentro 4 anni...”.

Mi aveva trascinato al tavolo e premuto la testa contro il ripiano.

Sentivo il freddo del marmo contro la guancia e la sua lunga mano che mi premeva la testa .

“Fai un movimento e te la schiaccio come una noce....”, disse rabbioso.

Sapevo che ne sarebbe stato capace, soprattutto se era sotto l'effetto della droga, e ora lo era.

Sentii l'altra mano tra le natiche poi come se un coltello mi attraversasse la carne.

Urlai.

“Raccontami come è andata con quel tipo....”, disse e lo vidi sorridere malignamente.

Fui costretta a raccontargli ogni cosa a cui fui sottoposta e lui trasformò quella notte in una copia di quella precedente.

“Ma non mi vedrai piangere....”, pensavo, “...e io non ho bisogno di nessuno per cavarmela....”.

Mi addormentai dolorante e pesta e fu quella mattina che stentai a riconoscermi nello specchio di casa con grande soddisfazione di mia madre che si era già premurata di trovare una scusa valida per mio padre, il quale si limitò a dire:

“Sei sempre la solita distratta...non cambierai mai...”.

Dopo quel :

“Una di queste mattine di riaccompagnerò a casa e me ne andrò dalla tua vita”, mi impartì i consigli che avrei dovuto seguire:

“Vattene appena puoi...fuori da questo paese, non parlare mai a nessuno di questa gente, non farti mai dare soldi da un uomo, soprattutto in cambio di sesso...anche se è l'unica cosa che potrebbe venirti in mente di fare”.

Odiavo quel lato terribile di Patrice che avevo rivisto quella notte, ma lo ascoltavo, e pensavo che si era più preoccupato per me lui in quei pochi mesi di quelli che dovevano occuparsi di me dalla mia nascita.

Certe volte non sapevo cosa pensare di quell'imponente bellissimo 20enne che poteva avere chiunque ma aveva scelto una undicenne anonima, il cui unico tratto distintivo erano i suoi”occhi pieni di orgoglio”, come diceva lui.

Soprattuto non capivo perchè volesse avere davanti qualcuno che gli ricordava ciò che aveva dovuto subire anche lui.

Ma poi lo capii.

Ero qualcuno su cui poter scaricare la propria rabbia e desiderio di vendetta dal momento che, anche se non avrebbe aggiunto nulla sua coscienza appesantita già da qualche omicidio, non avrebbe mai avuto il coraggio di ammazzare suo padre e sua madre.

Come io non l'avrei mai avuto nei confronti di mia madre.

Malati rapporti famigliari.

Talvolta fantasticai su un probabile nostro incontro quando fossi un pò cresciuta e lui aveva deciso di lasciare il crimine.

La prima parte accadde, la seconda non accadde mai.

E non accadde che lui mi portasse via con sè.

Sposò una donna non bella, volgare, una ex puttana, ma che Patrice definì”l'unica con lo stomaco di accettarmi così come sono”.

Aveva lo “stomaco”, perchè non fu estranea a quei personaggi che gravitavano attorno a me, in particolare conosceva molto bene una ruffiana che gestiva un casino, dove lei aveva lavorato, la quale fu coinvolta anni dopo in un caso di traffico di bambini che venivano transitati da lei prima di arrivare a destinazione.

Ebbero anche un figlio, Alexander, ma Patrice morì quando aveva 5 anni, lasciandogli sulle spalle un cognome pesante come il piombo, insieme a una fama eterna.

Ma molto poco della sua sfolgorante bellezza.

Occhi azzurri e capelli biondi, un aspetto delicato, ma nulla più.

Era un pezzo di vetro colorato accanto a un diamante di straordinaria perfezione.

Un essere normale che sarebbe stato sempre confrontato con un personaggio negativo, ma che aveva esercitato , ed esercitava sulla gente un enorme fascino, come solo i dannati a cui la natura a dato più del tutto , possono fare.

A loro alla fine si perdona ogni cosa:

il dolore che hanno arrecato, la morte che hanno inflitto, l'assenza di morale e compassione.

Esseri come solo quegli animali rarissimi in natura , particolari , bellissimi e crudeli, possono essere.

Eppure proprio chi gli stava accanto, non gli risparmiò la crudele verità:

era nato per sbaglio e sua madre aveva cercato di liberarsene senza riuscirci.

Nonostante la fortuna di aver messo al mondo un essere tanto bello.






1980


Vivevo a Parigi da due anni.

Avevo trovato lavoro in una libreria gestita da almeno 50 anni dalla stessa famiglia:

i Subis.

Erano gentili, e la moglie mi considerava come se fossi la figlia che non aveva mai avuto .

E io vedevo in lei la madre ….normale che avevo sempre sognato.

Come ogni giorno tornai a casa verso le 17.

Uscivo dal negozio alle 16, ma mi ero fermata nella via delle botteghe a fare un pò di spesa.

Trovai nella cassetta della posta una busta bianca da lettere.

C'era scritto solo “Annette”.

Qui per tutti ero Annie, perchè avevo detto che mi chiamavo così.

Non volevo nulla che mi legasse al passato.

Doveva essere quindi qualcuno che non faceva parte delle amicizie dopo che a 16 anni me n'ero andata da casa.

Qualcosa si accese nella mia testa.

Percorsi un pò malsicura la rampa di scale che portava al mio appartamento e faticai un pò a infilare la chiave nella serratura.

Entrai e appoggiai le buste con il cibo sul tavolo di cucina.

Mi rigirai la busta tra le mani come se avessi paura di aprirla.

E ne avevo per la miseria...tremavo.

Mi versai un pò d'acqua, ne presi alcuni sorsi e poi mi sedetti sulla sedia lì accanto.

Lentamente aprii la busta e ne uscì un foglio che aprii.

“Mia piccola Annette....”.

La lettera iniziava così e sentii il respiro bloccarsi in gola.

I piedi, le gambe , le braccia diventarono di piombo.

“Patrice.....”, sussurrai.

Fu come essere risucchiata in un buco temporale .

“....mi sei mancata....”, continuava, “....molto, e così ho deciso di chiedere a un amico di cercarti.

E ti ho trovato.

Sarò a C. tutto il fine settimana e mi piacerebbe rivederti , anche solo per un'ora.

Mi troverai alle 11 seduto nel bar della piazza.

Non so quanto sono cambiato, ma credo mi riconoscerai....tu devi essere molto diversa.

Ti amo ancora.

Patrice”.

Ero inebetita, stravolta, il mondo che mi ero faticosamente costruita crollava miseramente sotto l'urto di quelle poche righe.

Il mio cervello era riuscito a nascondermi quei 5 anni maledetti, non so come, ma avevo rimosso tutto, facce, morti, sangue, dolore, luoghi...persino lui...e ora la vita mi risputava tutto in faccia

La serata fu uno schifo, la notte peggio ancora.

Avrei potuto semplicemente stracciare la lettera e far finta che non fosse mai esistita.

Ma Lui mi avrebbe trovata.

Conosceva poliziotti, politici, industriali.

E poi ero io la prima a volerlo rivedere.

Se avessi avuto 10 anni di più, o mille, avrei stracciato comunque quella lettera cercando di far finta che non l'avevo ricevuta, ma non a 20.

Ero un vaso di cristallo che cercava di non andare a pezzi in un mondo fatto da vasi di ferro.

Per cui mi presi il fine settimana e decisi di andare a C.

Coricata sul mio letto, gli occhi chiusi rivedevo Patrice, il gigante col viso d'angelo....e rivedevo me, i miei vestiti corti rossi a fiori, come andavano allora, lo sguardo imbronciato o un sorriso triste nelle foto in mezzo ai parenti, i capelli divisi nel mezzo e trattenuti ai lati da fermagli a forma di farfalla.

Una bambina come tante altre se qualcuno avesse visto quelle foto, una bambina diversa da tutte le altre per chi conosceva la mia seconda vita.

E ora lui saltava fuori da una nebbia che sembrava quella di un film dell'orrore.

L'indomani mattina saltai sopra la mia Mini rossa e mi misi in viaggio verso C.



Ci vollero più o meno due ore.

Il paesaggio che degradava nella campagna piena di fiori di inizio giugno era meravigliosa per me che ormai ero diventata una cittadina a pieno titolo.

C'era una sola piazza nel paese e non faticai a trovarla.

Lì un solo bar con tavolini fuori e un tendone a righe bianche e azzurre che faceva ombra sul caldo di inizio estate.

Parcheggiai poco lontano e poi cercai quasi di rallentare la mia camminata sopra i sandali con zeppe alte dieci cm mentre mi dirigevo verso il bar.

Indossavo una camicetta bianca legata in vita, jean larghi all'altezza delle caviglie, cerchi d'oro alle orecchie e a tracolla una borsetta di cuoio con ai lati frange che terminavano in tante perline colorate.

Sul naso un paio di occhiali da sole con lenti tonde piuttosto grandi.

Una tipica ventenne del 1980.

Mi fermai di botto.

Una testa biondissima era leggermente inclinata sulle pagine di un quotidiano.

Arrivai silenziosamente davanti al tavolino, davanti Patrice.

Questi alzò la testa .

Indossava un paio di Rayban.

Non disse nulla, poi si abbassò gli occhiali e io me li tolsi.

“Annette....”, e rividi quel sorriso che mi aveva fatto innamorare.

“Patrice....”.

I suoi capelli erano un pò più corti di allora, la moda dall'inizio anni '70 era molto cambiata, erano come scompigliati e forse era ancora più bello di allora perchè a 30 anni non aveva più l'aria di un ragazzo.

Scostò una sedia.

“Siediti...cosa prendi?”, mi chiese.

“Quello che prendi tu...”, dissi indicando un piccolo calice colmo di vino bianco.

Fece cenno al cameriere di portarne un altro.

Mi accomodai e lo guardai.

“Che c'è ?”, mi domandò notandolo.

“Sembri sempre uscito da un film americano.....anche se non sei più quel 20enne che ho conosciuto...”.

“E tu sei diventata una bellissima ragazza....mia piccola Annette...”, allungò una mano e mi accarezzò una guancia come faceva molti anni prima.

Una scossa elettrica mi attraversò tutto il corpo.

Ma non volevo se ne accorgesse.

“Perchè mi hai cercato?”, gli chiesi e sorseggiai un pò di vino.

“Perchè volevo vederti...vedere com'eri diventata...”, anche lui bevve dal suo calice.

“Se tu non sei molto cambiato, io non sono più come allora...la piccola Annette è cresciuta...”, lo guardai dritto negli occhi.

“Il tuo sguardo è ancora lo stesso...”.

“I difetti raramente riescono a scomparire...”.

“Non l'ho mai considerato un difetto, anzi ho sempre pensato che proprio la tua fierezza ti avrebbe salvato la pelle...”.

“Grazie alla mia fierezza non hai avuto scrupoli a battere pesantemente la pelle di una 11enne....”.

Per un attimo abbassò lo sguardo.

“Lo so....mi spiace....davvero”.

Alzai un braccio verso di lui.

“Anche a me...e mi hai lasciato un bel marchio...come si fa con le cose che ti appartengono...”.

Sul polso mi era rimasta la cicatrice di una bruciatura di sigaretta.

Un giorno gli avevo risposto a tono una volta di più e si era molto arrabbiato.

“Usi ancora quella roba?”, mi riferivo alla cocaina.

“Si”, mi rispose, “....è l'unica cosa che mi permette di sopravvivere a tutti i demoni che ho in testa...e tu sei uno di quelli...”.

“Io volevo solo amarti e che tu mi amassi....”.

Non mi lasciò finire.

“Io ti amavo cristo santo!”, si accese una sigaretta, “Ti ho amato dal primo momento che ti ho visto....in mezzo a quello schifo di gente....e subito ho deciso che ti avrei portato via....”.

Sembrava esausto.

“Allora perchè mi hai dato a quel tipo quando già mi avevi riscattato?”.

Indifferente mi guardò.

“Gli dovevo un favore...e nel mio ambiente i favori si pagano o scoppia la guerra....e se morivo, per te sarebbe stato peggio...”.

Mi uscì un sorriso isterico.

“Peggio?

Scossi la testa.

“Tu non hai la più pallida idea di cosa è capitato in quei due giorni.....”.

“So perfettamente di cosa parli ...e l'ho dovuto sopportare anche io ….dentro casa....”, alzò una mano in aria come per scacciare una mosca, “.....ma ora tutto è passato per cui è inutile ritornarci sopra....”.

Schiacciò il mozzicone nel portacenere.

“Sono venuto qui per rivederti...per stare un pò con te...parlare...”.

“Solo parlare?”, chiesi sospettosa.

“Voglio portarti fuori a cena...credi di poter venire?”.

“Si credo di si...”.

“Ok”.



Alle 19 ci trovanno in un magnifico ristorante in mezzo la campagna.

Arrivammo con la Ferrari nera di Patrice.

Il dandy dei criminali.

I vestiti migliori, le auto più belle, i gioielli più costosi, ristoranti, alberghi di lusso.

Per questo aveva iniziato la sua attività criminale.

Avrebbe potuto fare l'attore e avrebbe avuto le medesime cose, ma non l'adrenalina nel sangue e l'odore della morte nel naso.

Il nostro posto era accanto a una lunga vetrata che ci permetteva di avere sott'occhio tutto il panorama.

L'odore dei fiori era ovunque.

Il cibo ottimo.

Non dicemmo quasi nulla.

Di cosa avremmo potuto parlare lì?

Dei ...bei vecchi tempi?

Se avevo trovato qualcun'altro che mi buttava in mezzo a un orgia ?

E lui?

Degli ultimi due che aveva ammazzato rapinando una banca o un furgone portavalori?

Non erano davvero gli argomenti che contribuiscono a renderti facile la digestione.

Io non potevo fare a meno di guardarlo.

Aveva una camicia bianca i cui primi tre bottoni erano slacciati , i pantaloni erano neri e vestivano magnificamente il suo metro e 90 .

Al polso un orologio dal cinturino d'oro.

Cercai di non farmi notare ma lui per abitudine era scaltro e doveva vedere tutto.

Mi guardò e sorrise.

“Stai bene con quel vestito ...”osservò.

Me l'aveva comprato quel pomeriggio.

Era azzurro, corto come andava allora.

Ovunque andavamo anni prima mi comprava vestiti, scarpe.

“La mia Annette deve essere la più bella...”, diceva.

E poi magari mi sbatteva contro un muro sino a non poterne più.

Gli mostrai il polso.

C'era un sottile braccialetto d'argento.

Lui allungò la mano e lo sfiorò.

Sembrava quasi commosso.

“E' quello che ti ho dato io....”, continuò a guardarlo.

“Si...”.

Gli mostrai le iniziali P ed A intrecciate, e la data fatta incidere all'interno:

27 settembre 1970.

10 anni erano passati e sembravano 3 vite.

Era felice, non compiaciuto che non me fossi liberata..

Era rimasto dentro una scatola con altre cose che ero riuscita a nascondere dentro casa, poi avevano viaggiato con me, anche se quella scatola non l'avevo più riaperta sino alla lettera di Patrice.

Avevo rimosso ogni cosa e forse inconsciamente pensavo che aprendola ne sarebbero usciti i miei mostri.

“Non pensavo l'avessi conservato.....”.

“Ti ho tenuto in una parte della mia testa per tutti questi anni, anche se non sapevo dov'eri....come avrei potuto liberarmi di una cosa tua?”.

Non disse nulla.

“Avrebbe potuto essere la storia del secolo la nostra ...”, sorseggiò un pò di vino, “...se fossimo nati altrove....in case diverse...”.

“Io ti amo ancora....”.

Scosse la testa.

“Ormai non c'è più nulla da fare....ho intenzione di sposarmi...voglio un figlio....”.

Rimasi di sasso.

“Chi..è?”, domandai quasi sottovoce.

“Una ex puttana..una che ha partecipato ad alcune rapine...”.

Tirò una boccata alla sigaretta.

“E' l'unica con lo stomaco abbastanza forte per non rimanere schiacciata da me...siamo simili, nel senso più negativo della parola 'simile'.....”.

“Com'è?”, mi informai.

“Una donna....ha due anni meno di me..niente di che...”.

“Dio santo Patrice ….sei sempre stato il ragazzo più bello che abbia mai visto...”.

Sorrise.

“Non puoi accontentarti di così poco....”.

“Avrei voluto una come te.......ma finirebbe male....e lo sai anche tu...perchè anche noi due siamo....simili...”.

“C'è mai stata un'altra Annette dopo di me?”.

“Vuoi dire qualcuno della tua età?”.

“Già...”.

“No.

Mai più....mai più....lavoro ancora per quella gente ma non sono più tornato là...”.

Si riferiva al castello dove ci eravamo conosciuti e le altre case che gente molto ricca metteva a sua disposizione.

“Lavori ancora per Papà Goriot?”.

“Smetterò quando sarà sotto due metri di terra te l'ho detto anni fa...contratti del genere prevedono penali troppo alte se vuoi andartene...”.

“Davvero vuoi sposarti?....” ero ancora incredula e fissavo il fondo del mio bicchiere.

Sorrise di nuovo..

“Si...ti sembra una cosa tanto strana?”.

“No...”, risposi avvolta da un'atmosfera irreale.

Si allungò sopra il tavolo verso di me, ma me ne accorsi solo quando stava per baciarmi.

“Dio quanto mi sei mancata mia piccola Annette....”

Alzai gli occhi:

“Anche tu....”.


Finì come doveva finire, nella camera di un albergo.

Ma non era me che amava.

Era quello che ero stata quando mi aveva conosciuta:

una ragazzina di 11 anni.

Mi alzai e andai in bagno.

Quando ritornai era sveglio e mi guardava.

“Non è stato come te l'aspettavi...non è così?”, gli dissi dentro la sua camicia che mi arrivava a metà coscia.

“La mia pelle non è più liscia come allora e il mio corpo non è più così...piatto....”.

Non disse nulla, poi:

“Lo so....”.

Sembrava triste.

“Continui a vivere di un ricordo che non c'è più...di un corpo che non è più lo stesso....”.

Prese una sigaretta stizzito.

“Siamo due esseri maledetti....non ne usciremo mai...ma non riusciamo nemmeno a stare insieme....”.

“Hai ragione...io sono maledetto e farò una pessima fine....per questo motivo voglio lasciare almeno una cosa buona dietro di me...”.

“Qualcuno che si porti un peso di una tonnellata sopra le spalle chiamato Patrice Hamier?”.

Mi guardò.

“Non sarà mai bello come te.

Non sarà mai affascinante come te.

Non sarà mai il personaggio che sei tu.

Sarà solo maledetto e basta”.

Non disse nulla.

Poi:

“Ma sarà sempre mio figlio...”.

“E se fosse una femmina?”, gli chiesi.

“Sarà un maschio”, rispose sicuro.

Ed ebbe ragione.

E io ho avuto ragione.

Era un ragazzo scialbo legato morbosamente a una madre autoritaria.

Troppo insicuro per prendere un'iniziativa, buona o cattiva, per costruirsi una sua vita, e finì per affiancare la madre nel ristorante che aveva acquistato con soldi sicuramente di dubbia provenienza.

“Come si chiama quella ...donna?”

Girò la testa e mi guardò.

“Yvonne”.

“Hai ragione un bel nome da puttana...”.

Chiuse gli occhi e io guardandolo mi ritrovai a fare pensieri lontani.

“Quando sei all'inferno solo il diavolo può aiutarti.....”, sussurrai.

Lui li riaprì e mi guardò.

“Una volta che te ne andrai non ci vedremo mai più....lo sai vero?”.

“Si....”.

“Credi che sia possibile sentire la nostalgia per il dolore....il sangue....la morte?”, allungai una mano e gli accarezzai la guancia.

Patrick non disse nulla.

Poi:

“Si...perchè è quello che succede anche a me.....”.

“Dio...li posso ancora vedere in quella segreta del castello dentro una gabbia come conigli a cui tagliare la gola...”, chiusi gli occhi, “....i saloni di quelle ville ...con loro vestiti da hippy passarsi l'un con l'altro ….noi....”.

“Annette.....”.

“Mia madre sorridente dopo un fine settimana in cui avevano fatto di tutto su di me....aspettarmi sorridente con la sua mini verde acido.....che le aveva regalato la Contessa...”.

“La Contessa è morta.....”, mise la sua mano sopra la mia, “...l'ho ammazzata io.....”.

Riaprii le palpebre all'improvviso.

“L'ho aperta dalla gola allo stomaco....e l'ho lasciata ai suoi cani....”.

Un alone di sorriso mi passò per un attimo sulla faccia.

“Avrei voluto esserci....”.



1971

febbraio


Febbraio è tempo di carnevale.

Un periodo magico per i bambini.

E' tempo di maschere, feste.

Mi rimanevano 8 mesi ancora prima che Patrice mi avrebbe riaccompagnato a casa dandomi precise istruzioni su come avrei dovuto comportarmi nella vita:

mai vendersi per soldi, mai fare uso di droghe.

Gli chiesi perchè mi diceva quelle cose e lui rispose:

“Perchè questo è l'ultima volta che ci vediamo Annette....sei libera...anche da me...”.

Scossi la testa.

“Io...”, stavo per dire.

“Tu avrai una vita che non hai mai conosciuto....normale....e io continuerò per la mia strada....”.

“Perchè non possiamo più vederci?”, ero disperata, terrorizzata.

“Perchè è quello che ho promesso....a loro...

Ti lasciano andare...”, si accese una sigaretta, “...ma finisce qui....”.

Gli presi il polso, che sembrava troppo largo per la mia mano.

Mi scese una lacrima.

“Cosa farò ...senza di te.....”.

Mi sorrise.

“Te la caverai benissimo.....noi abbiamo la pelle dura....”, appoggiò la sua mano calda sopra la mia.

Scossi lentamente la testa.

“E mia....madre?”.

Un moto di furore gli attraversò gli occhi azzurri come un mare tropicale.

“Se quella puttana ti tocca con un dito l'ammazzo.....e siccome sanno che ne sono capace , nessuno ti torcerà nemmeno un capello...”.

Poi all'improvviso mi prese il viso tra le mani e mi ritrovai il suo sguardo nel mio.

“Ma devi promettermi una cosa....

Non parlarne mai a nessuno...mai!”.

La sua voce si alzò di un tono e si fece dura.

“Mi hai capito?

MAI!”.

Feci di si con la testa.

“Dimentica ogni cosa.

O faranno a pezzi anche te.....”.

Mi lasciò e distolse lo sguardo.

“Adesso vattene....mia piccola Annette...ti prego vattene...”.

Si allungò, mi aprì la portiera dell'auto.

Scesi.

Lo vidi sgommare e andarsene.

Sono certo che anche a lui era scesa una lacrima.



Le feste a cui partecipavo io erano fatte da adulti mascherati che si aggiravano tra I saloni come demoni nei gironi dell'inferno.

Urla strazianti uscivano dalle serrature di alcune camere, insieme a risate sguaiate, offese, improperi.

Il suono di uno schiocco di frusta è inconfondibile.

Posso sentire sulla mia pelle il dolore della carne che si graffia...poi pian piano un colpo dopo l'altro si apre.

Ma Annette non piange.

Annette non urla e Papà Goriot si irrita sempre di più.

Passo per il corridoio a passo veloce ….penso a domani che è lunedì e sarò a casa mia....a scuola e tutto questo sarà solo un ricordo.

Sento afferrarmi un braccio.

E' Galois.

Lo chiamiamo così perchè è inglese.

Di Edimburgo.

“Dove te ne vai ?”.

“Da nessuna parte....”, fingo indifferenza.

Mi guarda con quei suoi occhi da furetto e sorride malignamente.

“Mi hanno detto il gangster “, così era chiamato Patrice, “...ti ha preso sotto la sua ala protettrice....”.

Non dissi nulla.

Parlare sarebbe stato ancora peggio di quello che poteva avvenire.

E sarebbe successo.

Mi prese per un polso e con uno strattone mi tirò con sè, per farmi entrare in una magnifica stanza con soffiti dipinti a volte, tappezzerie di raso, mobili Luigi XVI.

Davanti ad un camino enorme, un tavolino di vetro rettangolare , un divano e due poltrone di raso rosso rubino.

Patrice era seduto in una delle due e davanti a lui Papà Goriot, un bicchiere in mano e un sigaro nell'altra.

Si voltarono quando ci sentirono entrare.

Patrice mi guardò come se fossi di cristallo e il suo sguardo mi passasse attraverso.

Totale indifferenza.

L'altro sorrise malignamente.

“La nostra piccola Nanà....”, esclamò.

Poi verso Patrice.

“Sei davvero sicuro?”, gli chiese.

“Ne abbiamo già parlato....”, tirò una boccata alla sigaretta, “ mi da ai nervi dover ripetere le cose due volte....”.

“Non ti ho mai chiesto perchè?”, si riferiva al fatto che mi aveva riscattato.

“Perchè sono affari miei....”, schiacciò il mozzicone nel portacenere,”..ho detto che lavorerò per te....al di fuori di tutto questo....schifo....ammazzerò tutti la gente che vorrai...”, si riferiva a ciò che accadeva dentro quei castelli e ville, “..ma piantala di rompermi le scatole,,,,”.

Si alzò spazientito.

“Non mi pare che ti manchi la merce con cui ti diverti.....”, concluse Patrice.

“Sei molto diverso da tuo padre....”, disse Papà Goriot guardandolo dal basso in alto.

“Non parlare di mio padre....non parlarmene mai più...”, si abbassò verso di lui dal metro e 90 di altezza, “o, anche se so che sarà l'ultimo delitto che commetterò, ti faccio saltare la testa …..”.

L'altro non disse nulla.

Galois continuava a tenermi stretto il polso che cominciava a farmi male.

“Te la spediamo a casa domani ...” disse rivolgendosi a Patrice, “...ma per stanotte rimane qua....”.

Il terrore prese ogni cellula del mio corpo ma non emisi un fiato.

Guardai il mio salvatore e nei miei occhi c'era scritto tutto ciò che sentivo in quel momento.

Lui schiacciò lentamente la sigaretta nel portacenere, l'osservò spegnersi poi alzò di nuovo lo sguardo:

“Va bene...rispeditela a casa sua domani mattina....”.

Stavano per scendermi le lacrime ma riuscii a fermarle.






1980


Ero alla finestra a respirare un pò d'aria.

Patrice si era addormentato.

“Hey....”, sentii la sua voce.

Mi voltai.

“Che cosa ti è successo?”.

Il mio sguardo era carico d'odio.

“Stavo ripensando all'ultima notte prima che diventassi di tua proprietà....”.

Non disse nulla.

“Credevo di aver già visto tutto...eppure ho dovuto sopportare molto altro....”.

“Non m'interessa Annette....”, disse quasi infastidito prendendo una sigaretta dal comodino accanto al letto.

“C'erano una ragazzina di 8 anni.....e due di 6...”, continuai.

“Smettila Annette...”, disse facendo girare più volte la rotella dell'accendino come se gli tremassero le mani.

“E c'erano più o meno 5-6 uomini …..”.

“Ti ho detto di piantarla......”.

Mi avvicinai di qualche passo a lui.

“Sono passati per ognuno di loro....”, gli vedevo le labbra tremare”....poi Papa Goriot li ha fatti a pezzi.....”.

“Stai zitta!”, il tono della sua voce era salito.

“E li ha dati in pasto ai suoi cani”.

Patrice si alzò come una molla lanciò l'accendino contro il muro.

Era furioso.

“Sono rimasta viva solo io.....perchè sapevano che ormai ero nelle tue mani....”.



Patrice entrò nel bagno.

In quel momento sapevo che avevo i minuti contati.

Mi vestii, raccolsi la mia roba e me andai.

Una porta si chiudeva per sempre nella mia vita.

Lasciai solo un biglietto:

“Non cercarmi mai più”.

E lui lo fece.

Non mi cercò mai più.

Venni a sapere anni dopo delle sue vicende criminali e della sua morte.





4 giugno 2021



Ora ho 61 anni.

Un figlio di 25 che è andato a trascorrere le vacanze col padre.

Mi sono sposata.

Ci ho creduto ma non è andata bene.

Probabilmente per una che ha avuto la mia vita è impossibile far funzionare una relazione.

Sono come un vaso che è caduto a terra ed è stato rimesso insieme.

Da lontano sembro intatta, ma se vi avvicinate vedete tutte linee di sutura.

Sono come le cicatrici che mi porto dentro.

Il mio cuore è stato spaccato e rimesso insieme decine di volte, ma il mio cervello sta dentro un involucro fatto di piombo della migliore qualità.

Vi sembrerà assurdo ma io sono felice.

Felice di quello che sono, felice di ogni piccola cosa che mi da la vita.

Il mio matrimonio è andato a rotoli ma il mio ex marito è un grande amico.

Dicono che i miei occhi sorridono ancor prima della mia bocca, e una luce speciale mi illumina.

Io lo chiamo l' “alone dei sopravissuti”, e riconosco quelli come me tra milioni di persone.

Credo di aver amato davvero solo una volta nella vita.

Patrice Hamier.

Il mio diavolo biondo che mi ha fatto uscire dall'inferno attraverso una porta secondaria.

E' morto 30 anni fa.

Dicono che si sia suicidato nella cella di una prigiona.

Io so che avrebbe preferito morire provando a fuggire.

Sapeva troppe cose di un mondo più profondo è lurido di una cloaca,

Per questo l'abbo ammazzato.

Ha lasciato una vedova e un figlio .

Forse ha finito di soffrire.

Quello che si portano dietro quelli come noi non è facile da sopportare.

L'orrore è dentro di noi e dobbiamo conviverci ogni giorno.

La pelle ci fa male e c'è stampato sopra il dolore come un tatuaggio.

Ma in me l'amore per la vita supera ogni cosa e una luce dentro di me non si è mai spenta per quanto abbiano tentato di farlo.

I suoi occhi azzurri erano un oceano di dolore , rabbia e furore.

Penso che anche lui abbia amato una sola volta nella vita.

La piccola Annette.

A modo suo ma l'ha fatto e mi ha salvato.


Sono andata a vedere la sua tomba.

E' tristemente abbandonata, come se tutti avessero voluto cancellarlo.

Ma lui è dentro di me....sempre e ogni tanto torna a trovarmi nei sogni.


La spiaggia non è molto affollata a quest'ora.

Ci sono bambini che giocano sotto l'occhio vigile dei genitori.

Ci sono ragazzi e ragazze che scherzano e flirtano tra loro.

Io non ho mai avuto niente di tutto questo.

Ma ho avuto il ragazzo più bello del mondo.

Per quasi un anno.

Chiudo gli occhi sdraiata sull'asciugamano steso sopra sabbia.

Ascolto una canzone molto carina che va molto quest'anno. “Love Again”, di una cantante che si chiama Dua Lipa.

E penso.....sembra quasi scritta per me.

Sono io...

E Patrice.... mi guarda e sorride...........






I never thought that I would find a way out

I never thought I’d hear my heart beat so loud

I can’t believe there’s something left in my chest anymore

But goddamn, you got me in love again

I used to think that I was made out of stone

I used to spend so many nights on my own

I never knew I had it in me to dance anymore

But goddamn, you got me in love again


Show me that heaven’s right here, baby

Touch me, so I know I’m not crazy

Never have I ever met somebody like you

Used to be afraid of love and what it might do

But goddamn, you got me in love again


So many nights, my tears fell harder than rain

Scared I would take my broken heart to the grave

I’d rather die than have to live in a storm like before

But goddamn, you got me in love again


(Love again – Dua Lipa)



Non avrei mai pensato di trovare una via d’uscita

Non avrei mai pensato di sentire il mio cuore battere così forte

Non posso credere che sia rimasto qualcosa nel mio petto

Ma maledizione, mi hai fatto innamorare di nuovo

Pensavo che fossi fatta di pietra

Passavo così tante notti da sola

Non sapevo di avere ancora dentro la voglia di ballare

Ma maledizione, mi hai fatto nuovamente innamorare


Fammi vedere che il paradiso è qui, tesoro

Toccami, così so di non essere pazza

Non ho mai incontrato una persona come te

Prima avevo paura dell’amore e di quello che poteva farmi

Ma maledizione, mi hai fatto innamorare di nuovo


Così tante notti, le mie lacrime cadevano più forti della pioggia

Avevo paura di portare il mio cuore spezzato nella tomba

Avrei preferito morire piuttosto che vivere nella bufera come in passato

Ma maledizione, mi hai fatto innamorare di nuovo











































Commenti

0 commenti

Accedi per commentare e dire a chi scrive che cosa ne pensi.

Ancora nessun commento. Inizia tu la conversazione.