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La gravità dell'ontologia

L'irreale reale

25 min di lettura

Si alzò dalla sedia con un’espressione stanca. Il piede nudo toccò la piastrella fredda “ed un brivido mi percorse la schiena. Feci un altro passo, ma questa volta il piede non toccò il pavimento. Tutto diventò buio. Avevo la sensazione che la luce stesse scappando da me, che un dio mi avesse giudicato colpevole. Sentivo il corpo sprofondare nel vuoto. I miei capelli si sollevarono nella caduta, mentre l’aria mi accarezzava il viso come una madre consolatrice. A un tratto tutto tornò normale. Mi guardai attorno, disorientato. La scrivania, beffarda, ostentava la sua concretezza; sopra di essa si accumulavano fogli di appunti trascritti, quaderni, libri, tazze sporche e fazzoletti. Toccai la superficie fredda e liscia della scrivania, cercando in quel contatto la mia mano, ma la ritrovai solo in parte. La sentivo distante.” Terrorizzato, percorse il corridoio strisciando contro il muro,” le unghie affondate nell’intonaco che mi lacerava la pelle”. Entrò nella sua camera, una stanza dalle pareti giallo pallido. La luce filtrava da una grande finestra, posta sul lato opposto rispetto all'entrata e i riflessi si spargevano per la stanza in modo stranamente caotico.” Avevo la nausea.” Guardava l’arredamento: armadi, comodini e mensole, un tempo azzurri, ora slavati e spenti, come se il colore stesso della realtà fosse scolorito. Smarrito, si fermò davanti all'armadio centrale. Aprì l'anta con un leggero cigolio e tirò fuori i vestiti. “Sentivo il tessuto scivolare tra le dita.” Si vestii in modo meccanico, “ma non percepivo il mio corpo: gli indumenti fluttuavano nella stanza, come gusci secchi di chiocciole rimasti appiccicati alle pareti dopo una lunga giornata di sole, tracce silenziose di un’esistenza ormai passata.” Affianco al comodino giacevano le chiavi di casa. Afferrò il mazzo e all’istante il rosso dettaglio del portachiavi gli trafisse violentemente l’occhio. “Sentivo il sangue scendere su tutta faccia e la vista piano piano offuscarsi. Poi tutto nero, di nuovo. Accecato, cercai a tastoni la porta: le dita scorrevano sulla parete liscia, inciampavano sulla serratura, finché incontrarono la maniglia. Con uno sforzo che mi sembrò immenso riuscii ad abbassarla. La porta si aprì con un gemito metallico, e un lampo di luce mi colpì in pieno volto.” Scese le scale del palazzo barcollando. Ogni gradino tremava sotto i suoi piedi. Il pavimento del piano terra era lucido, come se fosse stato appena lavato. Schiacciò il tasto bianco per aprire la porta, ma rimase bloccata: c'era infatti un sassolino sotto la porta che la bloccava. Allora tirò violentemente la porta, e il sassolino, raschiando, emise un rumore stridulo. Una volta fuori, fece un passo, ma, come prima, il piede non toccò terra.” Tutto diventò luminoso, irreale, onirico. Mi guardai le mani e piansi. Il cielo sembrava infinito e la sua presenza mi opprimeva. Avevo paura. Il cuore cominciò a battere sempre più forte. Mi sentivo schiacciato. "Perché tutto è così irreale?” Mi guardai intorno e rimasi stordito dalla luce che, rimbalzando sul cancello verde, sulle scale grigie, sui balconi gialli, mi mostrava lo spettacolo dell’essere ma non me ne faceva sentire partecipe. La mia coscienza stava piano piano svanendo. Nella mia testa le leggi della fisica smisero di esistere. Sentivo che da un momento all’altro i miei piedi, attaccati al suolo dalla forza di gravità, si sarebbero staccati e che il mio corpo, volteggiando come dentro a un vortice, sarebbe stato lanciato verso una realtà inesistente, un altro universo, lo Sconosciuto, la Morte.” Le sue gambe iniziarono a tremare e a stento riuscì a stare in equilibrio. Chinato, si aggrappò al corrimano. “Fissavo il pavimento, evitando che i miei occhi incrociassero quel rivoltante spettacolo. Li chiusi per cercare di fuggire dalla realtà, ma ormai essa si era impossessata della mia testa. Case, alberi, cartelli stradali, lampioni, erba, uccelli, cavi ad alta tensione, macchine. Umani. Presi coraggio e alzai la testa. A un tratto sentii dietro di me la porta aprirsi. Mi voltai e vidi uscire la mia vicina di casa, che una volta accortasi della mia presenza, mi salutò, forzando un sorriso. Io, ancora scosso dal delirio, gli risposi con un "Ciao" incerto, distaccato, facendo uscire solo per metà la c iniziale. I miei occhi erano fissi sul suo volto ma non sentivo di vederla, era trasparente. Le sue labbra si mossero ma non ne uscì un rumore.” Si scostò per farla passare e lei salì le scale per uscire dal cancello di casa.” Rimasi fermo per qualche istante, poi decisi di fare due passi al parco che si trovava dietro casa mia. Staccai il piede da terra e salii ad un a uno, lentamente, i gradini.” Arrivato alla fine aprì con la mano il cancello e si ritrovò fuori. “Mi guardai intorno: non c’era nessuno, perfetto.” Iniziò a camminare verso il parco. “Toccai con la mano le foglie seghettate del cespuglio, tastando con le dita la loro sagoma. I palazzi intorno a me sembravano giganti, ma erano nulla in confronto all’infinito azzurro che li sovrastava, che mi sovrastava, opprimendomi, schiacciandomi al terreno, con una forza tale da spezzarmi le gambe. Tutto divenne buio. Sentivo le ossa frantumarsi, le vedevo fuoriuscire dalla pelle in un'orribile scena di sangue e carne lacerata. La tibia spezzata a metà sporgeva in modo innaturale, mentre una pozza di sangue si formava sotto di me. "Le foglie sono verdi".” Camminava come un robot. Le gambe tremanti si muovevano non con la fluidità di un passo naturale, ma con la rigidità e l’imprecisione di un bambino che sta imparando a camminare. Senza accorgersene arrivò sotto il porticato del palazzo adiacente al mio. “Alzai la testa e al posto di quell’orrendo cielo vidi un tetto grigio che impedendomi la vista dell’infinito mi rassicurava e mi cullava, mi faceva sentire adatto alla misura del reale. Mi girai intorno e tutto ridiventò normale. Il cuore iniziava a rallentare, mi toccai con la mano i capelli per verificare che anch’io ero tornato a esistere. "Esistevo".

Mi voltai e vidi arrivare due ragazzini in bicicletta. I loro volti sereni, spensierati, leggeri come l’aria. Non conoscevano ancora il peso dell’esistenza. Scesero dalle biciclette e si sedettero su una panchina posta davanti alla gelateria del porticato. Entrambi con il sorriso in volto, scherzavano, si scambiavano battute e gesti. Mi colse un fremito di tempi passati, caldi e leggeri. Poi tirarono fuori i telefoni, e tutto cambiò. Vidi le loro facce sciogliersi dentro i telefonini: la pelle diventò un liquido rosa denso e grumoso, a tratti intriso di peli sottili. Gli occhi si staccarono dall’orbita e dondolavano ancora attaccati dal nervo ottico, putridi come quelli di un pesce abbandonato sulla spiaggia. Dentro, però, si notava una spirale ipnotica. Le cervella, molli e grigie, si riversarono nella pozza, galleggiando tra sangue e pelle come un grottesco nucleo pulsante. Infine, i due corpi si fusero in un’unica massa vischiosa, rosa e lucida, ribollente di sangue, cervella e peli, un fluido vivo e palpitante. Senza accorgermene era diventato anche lui una poltiglia rosa, intrisa di organi e peli, disgustosa come vomito. Attraversai strisciando il corpo dei due ragazzini ed entrai nella gelateria del porticato. I diversi colori dei gelati erano come schegge di vetro scagliate contro i miei occhi. Alzai la testa per vedere la gelataia, ma non riuscivo a discernere un viso: era come la faccia bianca di un manichino.” In ansia, tremando, continuava a sfregare tra le dita sudate la banconota. Quando la gelataia mosse le labbra, gli indicò i due gusti del gelato e gli preparò la coppetta. La prese e fece un passo per andare in cassa a pagare. Davanti a lui c’era una signora sulla sessantina; “ne vedevo le rughe e il volto superbo, altezzoso. Scherzando con la commessa, tirò fuori il nuovo modello di smartphone e, senza degnare la cassiera di uno sguardo, schiacciò il tasto e pagò il gelato. BLING! Non vidi più nulla, poi colonne di 1 e 0 si formarono davanti a me. Questi numeri iniziarono a girare e diventarono pixel di vari colori, poi video di ogni forma: notizie, comici, romantici, pornografici, guerra, gore, sport… e vorticava questo uragano di colori. Sentivo il corpo perdere consistenza, come se stessi affogando nel mare di informazioni, impotente di fronte a quell’uragano digitale. "Scusa, ragazzo." Tornai subito in me, mi aggiustai la maglietta e alzai il viso. Vidi il volto e il sorriso della cassiera. Quest’ultimo si allargava sempre di più, superando i limiti umani: le commessure labiali arrivavano quasi agli occhi, mostrando denti lucidissimi, enormi, più grandi del normale. Le sue labbra si muovevano, ma non capivo se le parole che sentivo fossero reali o frutto della sua testa: "Mi scusi, sono… fammi calcolare… 30 minuti di vita per i 3 euro" (probabilmente dati dai genitori), poi continuò con un ghigno tra i denti: "15 minuti per l’attesa, 15 minuti per sederti o tornare a casa. Fanno un totale di…" Rise, mostrando quei denti giganteschi, "circa un’ora… lo 0,00014% della tua vita intera! Ricordati però che il tempo finisce, AH AH AH!!! Goditi il gelato!"”.Sconvolto, uscì dalla gelateria e si diresse verso il parco.” Con una mano tenevo la fredda coppetta, mentre con l’altra stringevo il plasticoso cucchiaino viola.” Staccò un pezzo di gelato e lo portò alla bocca. Il gelato sapeva di gelato. “Mi sentivo chiuso in una scatola. Feci un altro passo per uscire dal porticato e dirigermi al parco, ma la mia scarpa, come prima, non toccò il pavimento. Il terreno iniziò a spaccarsi sotto i miei piedi: rimasero solo piccoli blocchi di terra e mattonelle, come tessere isolate di un mosaico che si disfà. Sopra di me il cielo si era trasformato in un soffitto puntuto, un baldacchino di spine rivolte verso di me che, lentamente, scendeva accelerando. Preso dal panico saltai da un masso all’altro, da una piastrella all’altra, disperato, con le mani che cercavano appigli che non c’erano. Quasi giunto alle strisce pedonali, la parete mi raggiunse: mi schiacciò, perforò lo stomaco e strappò via una gamba. Poi tutto nero.” Attraversava le strisce pedonali e il bianco, il grigio dell’asfalto e l’azzurro del cielo si fusero in un'unica chiazza confusa. Un altro passo… finalmente sotto un albero. Si fermò un attimo per pensare, il cuore martellava violentemente il petto: “Perché non possiamo essere alberi? Loro si muovono, esistono.” Toccai con la mano la corteccia “Molti immaginano l’apocalisse come un incendio, un caos fumante, una furia incontrollata; la mia paura è un’altra. L’apocalisse che vedo è statica: una morte in posa, una quiete meccanica. Nessuno più si alzerà. Nessuno più camminerà.” “Scese dalla rampa del parco. Non c’era nessuno: l’area cani era vuota e nessun bambino giocava. Avevano appena tagliato l’erba, “ne sentivo l’odore familiare e vedevo inoltre i rimasugli sul bordo del sentiero, soprattutto vedevo corpi inerti di fiori trucidati.” Gli alberi erano quasi tutti malati, le foglie erano mangiate da una nuova specie di insetti. Per terra si trovava di tutto: gelati capovolti, lattine schiacciate, vetri di bottiglie rotte… “Un respiro. Guardai in lontananza i campi di grano. Una parete gialla pallida formata da milioni di cariossidi. Forse miliardi. Ma cosa sono io rispetto a questa infinità, a questo movimento. Mi sentii rimpicciolire, ero diventato un infinitesimo. Non esisteva nessun volume che potesse contenere la mia persona. Fu terrificante.” Angosciato e pietrificato, si voltò tremando e tornò a casa a passi veloci, facendo la stessa strada dell’andata. Superato il porticato, vidi in lontananza la mia famiglia. Mi stavano salutando ma già da lontano qualcosa non quadrava... I loro volti sembravano a zig-zag come un glitch, non li riconoscevo. Corsi forsennato verso di loro ma pur continuando ad accelerare era come se loro si allontanassero sempre di più. Piangevo. Poi iniziai a vedere tutto a zig-zag come un’emicrania e poi.... Mi colpì come un fulmine. Tutto ridiventò nero.

Piano piano ripresi coscienza. Mi guardai attorno... tutto bianco, un bianco opaco, cieco, senza sfumature, come se avesse assorbito tutta la luce della realtà. Le pareti parevano pulsare appena. Dove sono? Una sensazione mi attanagliava il braccio. Lo sollevai con la rigidità di un automa e decifrai il braccialetto: Paziente-Psichiatria. Il luogo dove mi trovavo non era però un ospedale. Le pareti, bitorzolute e che presentavano delle vene, formavano un labirinto amorfo. Stordito giravo nei corridoi. Non c'era nessuno però sentivo dei passi muti. Aprii una porta e dentro, a mia sorpresa, trovai due manichini grigi, fissi in posa. Colpito da un attacco d'ira dovuta dal panico e dalla confusione strappai il braccio di un manichino e poi colpii violentemente l'altro con l'arto appena staccato rompendogli la testa. I manichini caddero e li presi a calci. Non c'era sangue, solo il suono sordo e vuoto della plastica che si sfaldava. Uscii dalla stanza pieno di rabbia, il pavimento aveva una consistenza molle e a ogni passo il mio piede affondava silenziosamente, come camminare in un denso budino. Girai lo sguardo e in una parete vidi una sorta di cabina organica, circondata da tubi dai quali fuoriusciva un liquido incolore. Sopra si alternavano casualmente dei numeri: 3 ,7 ,1. Si sentiva un silenzioso rumore di movimento. Poteva essere un ascensore. 5, 4 ,0. Con un suono umido i tubi si ritrassero come labbra carnose che si dischiudono. Entrai e alle mie spalle si sigillarono subito con uno schiocco viscoso. Un respiro. Mi girai e vidi il mio riflesso... uno spettro opaco e indistinto che mi fissava. Allungai allora il braccio per toccare la mia mano in cerca di conforto. Nulla. Solo una ripugnante sensazione appiccicosa, come spremere una gomma masticata tra le dita. L'ascensore a un tratto si fermò al nono piano e uscii da quell’angusto blob. Camminai barcollando nel bianco accecante perdendo l'equilibrio ad ogni passo. Poi uno squarcio. I colori tornarono e mi si presentò davanti il vero piano nove dell'ospedale.” Davanti a me un'infermiera con la divisa blu lo chiamò per nome.” "Questa è la tua nuova prigione, ragazzo. Qui puoi fare… aspetta…" Si toccò il labbro inferiore con l'indice. "Assolutamente niente! Evviva!" Mi sembrò che stesse battendo le mani in segno di gioia. "Però c'è la camomilla alle venti, non perdertela," e se ne andò via con quello che mi pareva un sorriso.” Subito dopo, un altro infermiere, questo con la casacca bianca, lo perquisì e poi lo accompagnò nella sua nuova camera. Si sdraiò, abbandonato, e guardò il soffitto. Allungò la mano, come per toccarlo, ma era troppo esausto. Chiuse gli occhi e si addormentò repentinamente. Lo svegliò un'infermiera che reggeva un bicchiere con delle pastiglie. “Lei parlava, ma io non l'ascoltavo. Presi il bicchiere e, senza fare domande né indugiare, inghiottii i farmaci.” L'infermiera si girò e se ne andò alacremente verso la prossima stanza. “Finalmente mi guardai attorno e notai che affianco a me c'era un altro ragazzo che stava dormendo. Gli vedevo parte del viso, ma alcune zone del corpo non c'erano. Erano come trasparenti ai miei occhi. Scattai all'indietro con fare di stupore. Mi misi le ciabatte e mi lanciai nel corridoio. Li vedevo, parzialmente, ma li vedevo. Riuscivo a distinguere pezzi di corpo degli altri pazienti: a uno vedevo solo le gambe, a un'altra solo il busto e parte dell'orecchio, a un altro ancora solo il braccio sinistro.” Stupito, si avviò verso lo stanzone centrale, la mensa. Appena arrivato vicino a un tavolo, un uomo sulla quarantina lo fermò.” Riconoscevo solo l'avambraccio destro e parte della fronte, solcata da una cicatrice. Salì sulla sedia e, con fare solenne, disse: "Io sono il Poeta Maledetto!" Si mise la mano sul cuore. "Qui dentro siamo tutti malati di una stessa malattia, chi più chi meno. Sai qual è, amico?". Lo guardai perplesso: "Siamo..." esitai, "pazzi?" "No, amico!" Si mise a ridere. "Soffriamo di una malattia ben peggiore e incurabile: l'ipersensibilità." Scese dalla sedia e mi allungò l'avambraccio, come per toccarmi la spalla. "Secondo te è giusta la realtà?" Mi guardo con gli occhi lucidi, si voltò e si volatilizzò nell’aria. Era ancora bloccato in quel dubbio quando sentii le urla. Erano le otto. L'infermiera di prima uscì dalla cucina con una teglia in mano e gridò, o almeno credo: "Camomilla! Venite a prendere la buonissima camomilla!" “Si avvicinò curioso e prese un bicchiere dall'infermiera, che gli versò la bevanda bollente. Ne bevve un sorso: sapeva solo di acqua. Lasciò il bicchiere sul tavolo centrale e tornò nella sua stanza. “Nel corridoio, l'orologio della guardiola mi fissava, come se avessi commesso un crimine indicibile.” Quando entrò nella camera, l'altro ragazzo dormiva ancora. “Mi buttai sul letto e mi abbandonai all'abbraccio del sonno. “

Una voce metallica lo riportò indietro: “È ora di prendere le medicine”. Un’infermiera stava davanti a lui, un altro bicchiere pieno di pastiglie in mano. Trangugiò anche questo. “"Muoviti, perché sei ancora qui? La colazione sta finendo! Dai su, forza, alzati!" mi gridò, forse, l'infermiera con un ghigno stampato sul suo vitreo volto. Ancora annebbiato dal sonno si alzò, si mise le ciabatte e andò in mensa. Sentivo a ogni passo il pavimento tremare, come se potesse crollare da un momento all'altro. Mentre barcollavo, un rumore secco mi fece sobbalzare: "Buongiorno." Mi fermai. Non c'era nessuno lì. O meglio, c'era solo una mano che spuntava da dietro l'angolo della parete bianca, compiendo un rapido e inspiegabile cenno. Stranito, risposi con un cenno lieve. “Arrivò nella zona vassoi, prese il tè e i biscotti e si sedette al tavolo centrale. La luce rimbalzava contro la parete, lanciandomi schegge negli occhi. Accanto a me si sedette il Poeta Maledetto che, con un'aria felice, mi disse: "Oggi mi dimettono. Ho finalmente trovato la risposta alla domanda” fece una breve pausa “Qual è la mia realtà?”. Mi guardò fisso negli occhi e mi chiese: "Tu l'hai trovata?" Mi persi nei suoi occhi. “No”, gli risposi. Davanti a me, il poeta svanì di colpo e tutto cominciò a girare come un vortice. Mi sentii come dentro una centrifuga: la realtà perdeva la sua forma, diventava liquida. Rimase solo una pozza sotto di me e nient'altro, attorno solo buio. Camminavo in questo tunnel buio e distorto, estraneo ai concetti della matematica e della fisica. Non riuscii a reggere oltre. Mi sedetti contro quello che nel mondo materiale doveva essere una parete. Era fredda. Nascondevo il viso fra le mani, tirandomi i capelli in una crisi silenziosa. A un tratto, sentii sedersi un altro corpo vicino al mio. In lontananza, percepivo prima un rumore sordo che poi si trasformò piano in un limpido: "Hey, tutto bene?" Con un gesto lieve, mi toccò la spalla con la sua mano. La sentii calda, reale, concreta. Tutto ridiventò normale. La luce, come nascosta dietro un angolo ad aspettare il mio ritorno, subito incominciò a torturarmi. Mi voltai. Davanti a me c'era una ragazza. La mia pupilla si dilatò, il mio cuore incominciò a battere velocemente. A differenza di chiunque altro al mondo, lei aveva un volto intero. "Oi, stai bene?" mi chiese preoccupata. "Il tuo volto è.… intero", le dissi con una naturalezza sconcertante, e allungai il braccio per sentire con la mano la concretezza del suo viso. "Eh? Ok, tu non stai bene." Si allontanò con un sussulto, imbarazzata. Poi tirò un sospiro, come a riprendere il controllo in quel luogo assurdo. "Comunque, io mi chiamo Phoebe. Tu?" Aveva adesso un sorriso autentico, diverso dal ghigno vitreo dell'infermiera. "Io... mi chiamo Diego. Scusa per questa sceneggiata. Sto benissimo," mentii. "A cosa stavi pensando?" "Alla realtà. Secondo te cos'è questa che noi chiamiamo esistenza? Chi siamo noi?" Lei sorrise, poi disse: "La realtà siamo noi. Cambia quando si distorce la visione di noi stessi.” Annuii con la testa, lei continuò “Chi sei quando tutte le certezze crollano e sei solo davanti all'infinito? " Fece una piccola pausa. Ripresi io, colpito dal discorso: "Non lo so. Siamo coperti da una marea di dati, stimoli, emozioni che il nostro cervello non riesce a elaborare. Siamo connessi più di ogni periodo storico ma alla fine ci sentiamo soli nell'anima, mai abbastanza per questa società." Lei con un sussulto continuò: “E’ proprio grazie a questa mancanza di connessione reale non riusciamo a trovarci. Non riusciamo più a trovare noi stessi negli altri e di conseguenza anche la realtà si allontana da noi." Imbarazzata per la foga con cui pronunciò quest’ultime parole, chinò la testa verso il basso. Anche lei non era completa: gli mancavano parte del busto e la gamba destra. “Chi sono io?” pensai, rannicchiandomi ancora una volta nella mia mente angusta. "Dai su!" urlò Phoebe repentinamente dopo aver notato il mio rimuginio. "Camminiamo un po' lungo questo corridoio, devo allenare la gamba," e indicò con la mano la parte di corpo a me invisibile. Mi alzai deciso. "Va bene," dissi con convinzione. Iniziammo la nostra odissea: andare avanti e indietro per il reparto. Camminammo all’inizio in silenzio, lei zoppicava. "Hey, Diego, cosa ti piace? Ho visto prima che leggevi. Ti piacciono i libri?" chiese Phoebe. "No, leggere mi fa schifo," risposi, evidenziando con un'espressione il mio ripudio. "E allora perché lo fai?" mi chiese dubbiosa. "Ci sono vari motivi, e non tutti nobili." La ragazza, ancora più incuriosita e con un sorriso in volto, domandò: "Tipo? Quali sono questi motivi non nobili?" E io, sinceramente, dissi: "Per sentirmi più intelligente degli altri." Phoebe scoppiò a ridere. "La vita non è una gara. Dai, cosa ti piace? Tu studi?" "Matematica." "Matematica, allora ti piacerà un sacco." Le risposi secco: "No, mi fa schifo e mi mette ansia” e lei: "E allora perché la studi?". Le guardai il volto, un viso felice ma allo stesso tempo grigio. "Mi hanno sempre detto che ero bravo e che ho un dono, inoltre mi serve la laurea per avere un futuro." Phoebe scoppiò nuovamente in una risata. "Sei tu che scegli. Sei proprio strano, però un po' ti capisco”. Camminammo per un po’ in silenzio. Poi Phoebe rientrò nella sua stanza per riposarsi. “Cosa mi piace davvero? A un tratto tutto intorno diventò scuro e mi ritrovai in una specie di castello. Davanti a me iniziava una rampa di scale di pietra. Guardai in alto. Le scale non finivano, erano infinite, si attorcigliavano come nel quadro di Escher. Un forte senso di angoscia salì in me. Chi è veramente Diego? La domanda mi risucchiava, le scale giravano sempre più veloci... "PRANZO! È arrivato il pranzo! Muovetevi!" l'urlo mi riportò alla realtà. Come appena svegliato da un sogno, mi guardai attorno. Le pareti, le finestre, le porte... tutto era tornato a esistere.” Si alzò ancora tremando e andò a prendere il suo vassoio.” Appena lo presi, il cibo si trasformò in una poltiglia bianca inodore. Alzai lo sguardo. Nella stanza tutti erano scomparsi. Guardai stranito i tavoli e le sedie, sbirciai nell'angolo degli infermieri. Nessuno. Fissai la mia mano destra: stava diventando anche lei trasparente come se fosse stata un guanto di cristallo. Presi la forchetta di plastica e assaggiai quello che sembrava fango incolore. Non sapeva di niente. Mi accasciai allo schienale. “Sai che ho battuto la Morte? Sono immortale. Guarda questa cicatrice, volevano tagliarmi la testa in quattro, ma io sono duro. Sono immortale. Tu, come ti chiami?". Parlai al vuoto, confuso, "Io…Diego" Parlai al vuoto, confuso. "Te quanto sei alto?" mi disse. "Sono un metro e settantatré," risposi e lui: "Io un metro e settanta. Ti sembra il caso che un poliziotto debba lavorare anche in psichiatria? Io sono un poliziotto sai, tu mi sembri un tipo per bene." Finalmente lo vidi, mi stava parlando il paziente con solo il braccio sinistro. Non capivo niente di ciò che mi diceva. Restai ad ascoltare quei dialoghi assurdi per quasi un’ora. In lontananza, vidi Phoebe uscire dalla stanza, prese il vassoio e si mise di fronte a me. "Mi volevano tagliare la testa, guarda qua," il braccio indicò la sua fronte, credo, "ma io sono duro. Sono un Highlander. Sono immortale." Guardai Phoebe negli occhi e scoppiai in una risata. "Ma cosa sta dicendo sto tizio qua?" chiesi a Phoebe ridendo, e lei mi rispose con un sorriso. Quando finimmo faticosamente di pranzare tra forchettate insipide e chiacchere vivaci, arrivò dietro di me un infermiere. "Sei Diego, giusto?" “Annuì, “ma la mia mente era irrequieta. Vedevo il suo viso mischiarsi: la bocca si fondeva con gli occhi, il naso girato prendeva il posto del mento. Tremavo e mi veniva da vomitare per l'agitazione. "È arrivata la tua fine," mi disse, o almeno quello che la mia testa capì. "Devi fare il colloquio con lo psichiatra. Seguimi."” Salutò Phoebe, che si era spaventata per la reazione di Diego, e si mise a seguire l'infermiere. “Arrivammo a una porta, la vedevo distorta: rossa con chiazze sparse di sangue, piena di spine e teschi, come se fosse stata la porta dell'inferno.” Afferrò la tiepida maniglia ed entrò nella stanza. Le pareti erano quelle bianche e organiche del primo delirio. In un lato c'era un tavolo e due sedie messe una di fronte all'altra. “Feci un passo per raggiungerle, ma mi sbilanciai e caddi per colpa della consistenza molle del pavimento, simile a quella di un budino. Mi rialzai e mi sedetti.” Alle sue spalle entrò qualcuno. Si girò: era lo psichiatra.” Naturalmente non gli vedevo il volto, che mi appariva come quello di un manichino. Iniziai a tremare. Il dottore si sedette di fronte a me e mi chiese: "Come stai, Diego?" Io, intimorito da quella figura, iniziai a raccontare la mia storia. "Soffro di ansia da quattro anni, da dopo che ho avuto un incidente." Fissavo il pavimento. "All'inizio l'ansia era solo 'fisica', si presentava sotto forma di attacchi di panico, ma poi con il tempo si è trasformata in un mostro interiore, ha iniziato a cambiarmi i pensieri e non mi sentivo, e ancora adesso non mi sento, più reale." Iniziai a piangere. "Dottore, cosa mi sta succedendo? Non ce la faccio più! Cosa ho fatto per meritarmi questo?" Il dottore mi fissò con i suoi non-occhi per un paio di secondi e mi chiese: "Tu vuoi morire, Diego?" Quella frase mi colpì al cuore come un proiettile. Forse lo volevo o forse era l'ansia, e io volevo solo rinascere. "Non lo so, da quando ho l'ansia la vita ha iniziato a perdere i colori. Sa cosa vuol dire vedere una persona ma non vederla? Guardare il cielo e sentirlo estraneo? Posso guarire? E se posso, come faccio, dottore?" Scrisse qualcosa su un foglio di carta, poi alzò lo sguardo, forse, e disse: "La cura è dentro di te, devi essere tu a cercarla. Io ti posso solo aiutare con i farmaci, ma non posso entrare nella tua testa." Finì di compilare il foglio, mi salutò e se ne andò in modo meccanico. “Dentro di me? Ma chi sono io?”. “Andò in corridoio e subito si trovò Phoebe che con uno scatto si avvicinò.” "Com'è andata?" chiese con premura. Ero ancora bloccato nei labirinti angusti della mia mente, terrorizzato e furioso. "Dentro di me? È colpa mia se vedo se mi sento irreale, se vedo tutti frammentati?" urlai e con una mano cercai di toccare la gamba invisibile di Phoebe. "Perché non riesco a vedertela." Al contatto lei tirò un urlo straziante e poi... fummo catapultati in caduta libera in una realtà parallela.

Ci schiantammo violentemente sul corpo cellulare di quella che sembrava una specie di neurone. Mi guardai attorno, il cuore che martellava il petto, come se volesse uscirne e scappare. Eravamo in un luogo infinito. Le pareti, sconfinate e tappezzate di tunnel, erano ricoperte da un'orrida membrana grinzosa, dal quale colava, lento, un liquido viscoso. La sensazione era quella di stare dentro l'intestino di un animale. Giacevano in questo posto eterno miliardi di quelli che sembravano neuroni, tutti avviluppati tra loro come radici di alberi. Mi avvicinai al bordo della soma e guardai in basso. Un vuoto nero mi fissava. Mi voltai verso Phoebe. Aveva lo sguardo fisso e stava tremando. La testa mi girava e vedevo tutto sfocato. A stento camminai lungo l'assone e raggiunsi le sinapsi. "Come possiamo uscire da qui" pensai. Fu allora che un bagliore innaturale attirò la mia attenzione. "Cos'è questo?", mi chinai e toccai con la mano un ramo invaso da cavi digitali e sul quale pulsavano incessantemente dei codici binari. Sputava fuori una sostanza iridescente che appena la sfiorai mi travolse con un flusso di pixel e dati puri. Phoebe mi raggiunse a malapena, terrorizzata " Ho già visto qualcosa di simile... sembra un cervello aggrovigliato e putrido" mi disse, le sue parole erano fragili come foglie secche sugli alberi di autunno. Guarda qua ", gli indicai con la mano, " alcuni neuroni sono solidi e pulsanti, altri sono gialli e frammentati. È come se fossero marci. Inoltre, alcuni sembrano colpiti da una sorta di virus digitale ". A un tratto sentimmo uno spostamento d'aria alle spalle. Inquieti, ci voltammo repentinamente. Non c'era nessuno. Io e Phoebe ci fissammo negli occhi, immobili come statue in pietra. Ci guardammo attorno. Ancora niente. Poi a un tratto davanti a noi apparve uno spettro informe, che aveva addosso una tunica oscura piena di geroglifici illeggibili. Come un riflesso mi misi davanti a Phoebe, per la paura la mia fronte era imperlata da gocce di sudore. "Chi sei? Cosa vuoi da noi?" urlai e lui rispose con un suono innaturale, una vibrazione che sembrava lacerare il tessuto stesso dell'aria, quasi metallica: 'L'Autorità vuole vederti'. Dopo aver detto questa frase si volatilizzò nell'aria, lasciando una nebbia di dubbio nella mia mente. Cosa significa che l'Autorità vuole vedermi? Per ore o anni esplorammo quel putrido mondo in cerca di un'uscita, che forse neanche esisteva affatto. La decadenza dei neuroni aveva varie cause. Il virus veniva iniettato nelle sinapsi con aghi meccanici; droni, simili a calabroni, volavano aggressivi con gigantesche forbici e tagliavano i dendriti. Qualcuno voleva sabotare i legami, interrompere i passaggi d’informazione tra le cellule. Una domanda mi martellava in testa: chi è l’artefice? L’Autorità? Qual era il suo scopo? C’era un’altra forma di distruzione in quel mondo: una nebbia tetra, acida, che corrodeva qualunque cosa organica. Scattai, guardando il vuoto. “Perché ho così paura del futuro, Phoebe? “dissi a un tratto. Lei mi guardò stupita: il suo sguardo mi penetrava negli occhi, nell’anima. Aprì lentamente le labbra: “Tutti hanno paura dell’ignoto... vivere è come cadere in un pozzo senza fine: non sai mai cosa ti aspetta, né quando arriva la fine. “Si toccò l’orecchio con l’indice. “E intanto continui a sentire un ticchettio dentro, incessante, che ti ricorda che prima o poi arriverà... la morte. “Ripresi io: “La morte. Non hai l’impressione che la mente cerchi sempre di scacciarla? Mi spiego meglio: quando penso, o sento qualcuno dire, “un giorno morirò”, non provo subito un brivido. Devo pensarci davvero, e solo allora, quando la sento, la morte, il cuore accelera, prendo coscienza della mia finitezza... e per quell’istante, mi sento vivo. Nietzsche sbagliò quando disse che Dio è morto. No: io credo che abbiamo ucciso la Morte. Abbassai lo sguardo, avvilito e poi, quasi sussurrando “Non ne siamo più spaventati perché l’abbiamo rimossa, neutralizzata culturalmente, e questo ci priva di una parte essenziale della vitalità. "Forse," commentò Phoebe, guardando il vuoto pulsante che li circondava, "non abbiamo ucciso la morte. L'abbiamo solo medicalizzata, resa un evento clinico, l'ultimo fallimento di un corpo che smette di funzionare. Un difetto della vita. Le abbiamo tolto il rito, il mistero." Fece una pausa, come per assaggiare l'amaro della propria verità. "Abbiamo paura della fine, dell'ignoto, è vero. Ma abbiamo ancor più paura della fatica, del dolore. Ed ecco l'inganno: una volta svuotata del suo orrore sacro, la morte non è più un mostro. Diventa una tentazione. Una via di fuga che luccica di una logica perversa, perché promette l'unica soluzione definitiva a un dolore che non ha più altre risposte." Phoebe si fermò e si guardò la gamba, immersa nei suoi pensieri. Di impulso l’abbracciai affettuosamente, sentendo il suo corpo caldo contro il mio, il suo respiro lento. Le lacrime iniziarono a scendere dal mio viso come gocce di rugiada, tremanti e leggere, incapaci di nascondere il peso dell’emozione. "Diego, non..." un terremoto ci strappò dall’abbraccio. Dall’ammasso di neuroni marci si eresse orribilmente un edificio organico. La punta di quello che doveva essere il pinnacolo di una cattedrale penetrò la membrana delle cellule ed uscì spargendo ovunque liquido amniotico. Saliva inarrestabile la facciata fatta di pelle: si vedeva comparire il rosone, che era una cavità orale circondata da schifose labbra umide, frastagliate da denti aguzzi e minacciosi. Gli archivolti non erano di pietra, ma di costole concentriche, levigate e pallide come l'avorio antico, che sembravano stringersi in un abbraccio mortale attorno al vuoto oscuro del portone d'ingresso. Io e Phoebe ci guardammo, e i nostri volti parlarono senza bisogno di parole. Eravamo spaventati, esausti, depressi. Cosa ci stava succedendo? All’improvviso, il portone si spalancò e una figura eccentrica apparve sulla soglia. «Ehi, voi due dispersi!», esclamò con voce vivace. «Venite dentro! Io sono il Curatore, e questo è il mio centro per giovani come voi. Avanti, entrate!». Il Curatore si voltò, e il suo sorriso rimase sospeso in un silenzio innaturale. Con un cenno della mano, ci guidò in quell’edificio squallido. Ad accoglierci fu una stanza angusta, con due file di sedie dai colori primari: un rosso, un blu, un giallo smorti; su un lato si trovava uno scaffale pieno di libri e a fianco era posizionato, austero, un distributore di snack e bevande. Su una sedia aspettava impaziente un altro ragazzo; avrà avuto circa la nostra età e, come al solito, non riuscivo a vedergli una parte del corpo: gli occhi. “Accomodatevi” disse il Curatore con ghigno sul suo volto. “Invece te,” indicò il ragazzo “seguimi, è il tuo turno”. Quest’ultimo si alzò tremando e seguì a fatica il Curatore lungo un corridoio tetro. Eravamo rimasti soli. “Perché diavolo abbiamo accettato di entrare Diego? Adesso cosa facciamo?” mi disse stizzita. Dal soffitto colava un liquido viscido. “Cosa dovevamo fare Phoebe? Vagare ancora come vagabondi per questo mondo distorto? Magari il Curatore può aiutarci.” Tastai con la mano la tasca: 1 euro. Andai alla macchinetta e misi nella fessura l’euro, schiacciai il tasto 68, appiccicoso, e presi una bottiglietta d’acqua. “Finalmente dell’acqua. Ne vuoi un po’ ?” “All’acqua? Davvero pensi all’acqua” disse Phoebe, il volto pieno di delusione e rabbia. “Quello lì è un pazzo Diego! Altro che Curatore! Ci tratterà come cavie, capisci? Saremo i suoi topi da laboratorio. Scappiamo finché siamo in tempo!”.

Commenti

1 commento

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  1. Diego FiolettiChi scrive

    Ehi. Se stai leggendo questo, significa che ce l'ho fatta. Ho messo su carta quello che mi tormentava da un po', anche se non sono uno scrittore. Anzi, questo è il primo testo che scrivo in vita mia. Volevo raccontare la mia storia, della derealizzazione, di come mi sento perso a volte. Ma scrivendo, ho capito che non è solo una cosa mia. È una sensazione che tocca tutti noi, una malattia silenziosa della nostra società. Ci sentiamo iperconnessi, ma siamo più soli che mai. Le nostre vite scorrono sui social, i nostri corpi si trasformano in dati, in una massa informe di informazioni. Ho cercato di aggrapparmi al reale, ma a volte mi sembra che anche la realtà sia fatta di plastica. Siamo tutti in questo vortice. Insieme. Lain non ci ha salvati.