Incursioni
di Chaozi
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Incursioni
- D’estate sarà libera.
Era un pomeriggio d’autunno di fine ottobre quando sentii questa frase e subito pensai, è ottobre, mancano nove mesi all’estate, come osa questo individuo parlarmi di tutto questo tempo come se fosse un giorno?
- Manca tanto tempo all’estate - gli risposi distratta, pensando ad altro.
- Vedrà, passeranno in fretta.
Fuori pioveva, la finestra da dove guardavo la pioggia era diventata opaca e io non sopportavo più quell’uomo che mi stava col fiato sul collo.
- Se ne vada, mi lasci in pace.
Il dottore non si lasciò spaventare da quel piccolo attacco di nervi: anche se era giovane, sapeva essere tollerante. O forse, proprio perché era giovane.
Non si scompose, fece un piccolo sorriso guardandomi fisso negli occhi, che lanciavano fiamme, mi salutò muovendo le dita della mano, ed uscì.
Fino alla primavera, avevo avuto una vita normale. Poi, una mattina di maggio, mentre scrivevo il mio articolo al computer, è arrivata la telefonata di mio figlio.
Mi chiedeva la ricetta del couscous alle verdure per la cena che aveva quella sera.
E’ il mio piatto d’eccellenza, nessuno riesce a farlo come me, anche se gli do la ricetta. E’ la mano che conta. L’ho ripetuta a mio figlio e mi sono rimessa al lavoro.
Ed è allora che è arrivato, si è proprio presentato, lì, davanti a me, in mezzo all’articolo che stavo scrivendo, senza nessun ritegno, senza perdite di tempo; il nemico si è intrufolato in una frase, nel bel mezzo, tra una virgola e l’altra.
Con queste parole: SMETTI DI SCRIVERE, NON HAI SCAMPO, STAI PER MORIRE. L’ho cancellata, all’inizio, e sono andata avanti. Ho finito il pezzo, l’ho riletto, mi sono alzata per prendermi un caffè, e quando sono tornata alla scrivania, in coda all’articolo, dopo il punto, un altro messaggio: LA MORTE NON E’ POI COSI TERRIBILE.
Ho avuto un sussulto, ma ho cancellato e ho stampato; nella stampa era tutto a posto. Non ho detto niente a nessuno.
Dopo una ventina di giorni, i messaggi si erano fatti sempre più frequenti e sempre più inquietanti. Mi minacciava di morte, voleva che smettessi di scrivere; cominciai ad avere il terrore di sedermi davanti al computer. E così l’ho detto a mio figlio.
- Non hai pensato a uno scherzo?
Non ci avevo pensato. E poi, uno scherzo di chi? E perché? No , non era possibile.
- come farebbe una persona, nel giro di pochi secondi, il tempo di distrarmi un attimo, a scrivere dentro il mio testo, riaggiustando tutto? E senza che io me ne accorga? Impossibile. Oltretutto, le scritte compaiono anche mentre sono seduta, senza muovermi, semplicemente rileggendo il testo.
Mio figlio è rimasto in silenzio, perplesso, cercando una spiegazione. Ma non c’era nessuna spiegazione logica. Un nemico si era intrufolato nella mia vita. E mi avrebbe cambiata per sempre.
Cercai, nelle settimane seguenti, di convincerlo a credermi, gli mostravo il testo violato, in tempo reale, gli dimostravo che non c’erano trucchi, che la cosa era così evidente.
Lui la prendeva alla lontana, o alla leggera, sorvolava, ma io sapevo che ci pensava, che era preoccupato.
Gli avevo chiesto di non parlarne con nessuno, ma non so come né perché, adesso mi trovo qua. Da settembre.
E che mai potrà succedere in estate che mi permetterà di uscire da questo incubo? Nessuno ci ha capito niente, non hanno scoperto CHI è il nemico. E non ci riusciranno. Lui vuole vedermi morta.
Ho dovuto farlo. A luglio sono andata alla polizia. E gli ho fatto leggere questo testo:
L’ultimo allarme lanciato dall’unione europea sui cambiamenti climatici, sempre più rapidi e drammatici ,hanno scosso l’opinione pubblica, che fino a ieri sembrava addormentata e sorda a qualunque appello LA SCRITTURA NON FERMERA’ LA MORTE in tal senso.
I politici dei vari paesi più sensibili a questo tema hanno firmato un documento in cui chiedono ai governi di stanziare dei fondi a sostegno della ricerca sulle fonti energetiche alternative, sottraendoli, ogni paese con una quota individuale in base alla propria economia reale, L’ORA E’ VICINA LA MORTE NON ASPETTA agli stanziamenti militari.
I più hanno storto il naso, non sono pronti a rinunciare alla difesa del proprio Paese, considerandola una priorità. Ma i tempi sono cambiati, la natura non tiene conto delle opinioni stantie dei politici o dell’indifferenza della gente, la natura ADESSO BASTA E’ LA MORTE CHE VINCE fa il suo corso e ci sta dicendo, ormai da troppo tempo, che la terra è stanca. Il pianeta è ai limiti della resistenza, FERMATI STAI PER MORIRE……………………………................................
Eccetera eccetera, l’articolo terminava senza altre incursioni.
Un poliziotto ha letto e mi ha guardata con sguardo vuoto e attonito non capendo il motivo della mia presenza lì. Gli ho detto che quelle frasi sulla morte non le avevo scritte io e non c’entravano niente, se non altro, logicamente, con tutto il resto. Ho insistito perché facessero delle indagini, ci deve pur essere un modo di scovare chi mi insidia in quel modo.
Mi hanno fatto parlare con una poliziotta della postale, la quale mi ha spiegato che potrebbero essere dei virus che si insinuano nei programmi e possono fare qualunque cosa, anche scrivere in un testo. Lo sapevo già, uso il computer da una vita. Non è questo il caso. Non c’è nessun virus, è lui che mi vuole morta.
E’ venuto mio figlio, più tardi, non so chi gli ha detto che ero là, ma vederlo mi ha risollevata, anche se mi ha sorriso con pietà. Ho fatto leggere il pezzo anche a lui. Ha guardato il poliziotto, poi di nuovo il foglio, e alla fine mi ha lanciato uno sguardo tra il supplichevole e l’incazzato.
A quel punto ho capito che mi considerava pazza.
In un’altra stanza, tutti e due seduti davanti a un altro poliziotto ancora, che ha detto:
- signora, lei fa la giornalista, può darsi che dà fastidio, ha scritto qualcosa contro qualcuno, ne ha parlato male………… esattamente di che si occupa?
Ho cercato aiuto in mio figlio, ormai rassegnata all’incomprensione, lui mi ha invitata a rispondere, e allora ho detto:
- Parlo soprattutto di ambiente e società, nessuno ce l’ha con me.
Mio figlio ha confermato, facendo si con la testa. Alla fine il poliziotto ci dice:
- non c’è niente di allarmante, sicuramente è un virus, ma se dovesse capitare qualcosa di più strano, noi siamo qui. Mio figlio l’ha ringraziato, non so perché.
Ad agosto ho deciso di andare in vacanza, nella nostra casa al mare. Lì, sola, col mio portatile, pensavo di rilassarmi e di lasciarmi alle spalle sia il nemico sia mio figlio. E infatti non gli ho detto niente quando si è rifatto vivo. Il nemico.
Ma poi il 23 agosto è successo: avevo finito di scrivere un articolo sulle vacanze ecologiche ed economiche, dimostrando, con dati, come si possono visitare luoghi interessanti senza svenarsi; l’avevo letto e riletto per controllare eventuali incursioni, e non c’era niente, tutto liscio. Mi apprestavo quindi a stampare, quando, con la coda dell’occhio, ho visto delle lettere in nero che spiccavano qua e là su tutta la prima pagina, all’improvviso. Al secondo rigo c’era una M in bella vista, al terzo una O, al quarto una R e via di seguito fino a formare il verbo al futuro: MORIRAI. Non ci ho visto più, letteralmente.
La ragazza di mio figlio mi ha trovata là, sul pavimento, svenuta. E’ successo di mattina e lei mi ha trovata il pomeriggio, quando è venuta a darsi una rinfrescata al mare, dopo il lavoro.
Faceva molto caldo quando mi sono svegliata in quel letto d’ospedale, all’imbrunire.
C’erano mio figlio e la ragazza, e un dottore. L’infermiera è arrivata dopo un pò. Potevo vedere il sole morente, arancio scuro, mischiato al nero della notte incombente, dalla mia infelice postazione.
Una meraviglia.
- Mamma…come stai?
Non l’avevo mai visto così allarmato. Gli ho sorriso.
- Signora… è stata svenuta tante ore…come si sente?
Era il dottore che parlava.
- Ma io non ero svenuta, dormivo…
Ho un pò tergiversato con me stessa prima di dirglielo, poi ho deciso che si, glielo avrei detto, cos’altro poteva accadermi di peggio?
- Mi vogliono uccidere, qualcuno mi vuole morta. Ho finto lo svenimento perché ero sola… ho avuto paura…quando ho visto quella scritta ho pensato che era lì, in casa, vicino a me e, dato che non c’era nessuno, mi avrebbe sicuramente uccisa, e allora mi sono buttata a terra e… alla fine, lo sfinimento mi ha fatto addormentare.
Si sono guardati negli occhi, a lungo, tutti e tre, poi è entrata l’infermiera.
Ha controllato la flebo e ha aspettato che il dottore parlasse. Ma il dottore non ha detto niente, era evidente che non mi credeva. Ha cercato aiuto in mio figlio, ma lui non ha condiviso il suo sguardo, e io, io… ho guardato fuori: era buio.
Il giorno dopo non mi hanno fatto tornare a casa. Hanno detto che qualche indagine sarebbe stata necessaria. Mio figlio mi ha convinta. Era solo qualche giorno, in fondo. Io ho pensato che almeno non avrei rivisto il computer.
“Qualche giorno” è diventato una settimana, due, e poi tre.
Settembre volgeva al termine, la sera arrivava sempre più presto e io… io non avevo più voglia di tornare a casa.
Il primo di ottobre mi hanno trasferita in un altro ospedale, anzi una clinica dove, mi aveva assicurato mio figlio, sarei stata meglio.
In questa nuova clinica, tutto era più soft, anche il personale, e anche le persone, intendo dire gli altri pazienti. Io ero in una stanza singola, con tanto di vaso con fiori e televisore. Ma quando ho chiesto il computer me l’hanno negato. Dopo una settimana non ce l’ho fatta più.
Un pomeriggio che sembrava non ci fosse nessuno, sono andata in una delle stanze dei medici, mi sono seduta al tavolo e ho acceso il computer: finalmente! Nella mia posta c’erano messaggi vari, ma niente di anomalo.
Ho guardato un pò di notizie. Mi sono distratta. Mentre ero immersa a leggere una storia di cronaca, ho sentito nettamente qualcuno osservarmi, ho alzato gli occhi, e sulla soglia, c’era un dottore, appoggiato alla porta con uno sguardo semi divertito e una smorfia sulla bocca, che chissà da quanto tempo era lì a guardarmi.
E’ stato allora che l’ho conosciuto, l’individuo che mi sta col fiato sul collo e mi dice che devo aspettare l’estate per essere libera.
Non so perché, ma mi sono sentita una ladra, ho farfugliato qualcosa e ho cercato di scappare. Il dottore mi ha bloccato e mi ha detto:
- No…non si preoccupi, non scappi, non c’è niente di male a stare al computer… se vuole, continui.
E’ stata una terapia ad effetto positivo immediato. Devo averlo guardato con dolcezza, perché anche il suo sguardo è diventato molto dolce.
Ho continuato. Era bello essere di nuovo davanti allo schermo come ai vecchi tempi, senza che nessuno mi disturbasse.
Lui è rimasto tutto il tempo nella stanza, facendo finta di fare qualcosa, ma in realtà mi osservava.
Non mi importava. Non avrei rinunciato a quei minuti di libertà.
Nei giorni che sono seguiti, quel dottore l’ho rivisto. Veniva a trovarmi in camera, di pomeriggio, nella calma piatta di una giornata in una clinica per matti, a pagamento.
Ma io non avevo molta voglia di parlare, soprattutto con uno sconosciuto.
Adesso mi andava di stare da sola.
Quando mi vedeva nella sua stanza, davanti al computer, sembrava volermi proteggere da questo nemico invisibile, e al tempo stesso era curioso di vedere cosa sarebbe successo. Ma io non ho mai fatto niente di diverso da quello che ho sempre fatto nella mia vita, scrivere. E poi, in questa clinica, in questa stanza, davanti a questa scrivania, su questo computer, stranamente il nemico era sparito. Forse era questo il mio posto.
Il paradiso, però, è durato poco.
Un giorno è successo. Anche lì, nell’idillio della stanza di un medico, lui, il nemico, mi ha stanata.
Stavo scrivendo, solo per diletto ormai, un articolo sulla creatività moderna, o meglio, sulla sua mancanza, e cercavo di individuarne le ragioni ed analizzarle, quando, nel bel mezzo di una frase, si è presentato, con queste parole: SO DOVE SEI NON MI SFUGGIRAI.
Quando ho aperto gli occhi, nel mio letto, prima ancora della flebo, ho notato la penombra.
Ero immersa in un tempo e in uno spazio irreali, ed è stato allora che ho capito: le parole non mi servivano più. Quello che ci voleva era un cambio di rotta.
Non sono più tornata nella stanza del dottore. Ho passato il tempo programmando la mia fuga. Ero decisa ad andare via da lì. Non avrei aspettato l’estate. Ma sapevo che, per farlo, mi ci voleva del tempo: quel dottore mi sorvegliava, mi stava col fiato sul collo.
Sono fuggita di notte, come una ladra. Tutti dormivano alle due di notte di quel sabato di autunno, anche il medico di guardia. Non ci sono mai emergenze in una clinica privata di lusso per matti.
Ma mi sbagliavo. Quell’individuo, quel “dottorino”, non dormiva. Avevo fatto la valigia in tutta fretta per paura di chissà cosa, e stavo per svignarmela, con le pantofole, per non far rumore, avrei messo le scarpe una volta fuori, quando, a due passi dalla porta che dà sulle scale interne laterali, un passaggio che mi avrebbe evitato l’ingresso principale,… ho saltato così forte che le pantofole sono volate via, perché… perché ho sentito il mio nome, chiaro e forte, come un colpo sulla schiena. Era lui. In quel momento mi sono sentita veramente persa.
Tutto quello per cui avevo lavorato fino ad allora, svaniva, così, in un soffio, per colpa di uno squattrinato individuo che pensava di essere Freud.
Poi ho sentito la voce, calma, distesa.
- Non c’è bisogno di andare via di notte, nessuno ti trattiene qui.
Ma davvero? Irritante oltre misura, era la prima volta che mi dava del tu.
Ho preso tutto il coraggio che mi ci voleva, e ho detto, dandogli del tu:
- Non sei tu che mi hai detto che sarò libera soltanto d’estate?
- Si, ma solo perché penso che tutto è cominciato d’estate e d’estate finirà… non vuoi sapere come va a finire?
Davvero furbo, il dottorino.
- Sei tu che vuoi sapere come va a finire.
- Ho detto solo che penso che finirà d’estate, ma non per forza qui. Io questo non l’ho mai detto.
- Ho quindici anni più di te, conosco il mondo, l’ho girato e l’ho indagato, non penserai mica di fregarmi così!?
-Io non ti ho mai detto la mia età.
Lunga pausa di intontimento e riflessione, gli occhi di entrambi fissi su quelli dell’altro, poi lui ha rotto l’incanto, o l’incubo, se preferite.
- Ti posso offrire un caffè?... Nella mia stanza, dalla macchinetta. Come puoi intuire il bar è chiuso, a quest’ora.
Ma io non avevo voglia di ridere; quest’uomo, ancora lui, mi aveva smontato il piano perfetto per fuggire, via da lì, e via dalla mia anima, che non mi dava tregua.
No, decisamente non avevo proprio voglia di ridere.
- Voglio andarmene… adesso.
Piccolo momento di panico, tutti a volte sanno guardare dentro l’altro.
- Solo un caffè, e dopo fai quello che vuoi.
Non so perché, ma mi infilai le pantofole e lo seguii.
Non ha senso adesso parlare di quello che successe nella stanza. Bevemmo molti caffè, fino al mattino, quando i primi rumori della vita di un ospedale ci interruppero e alla porta si affacciò un uomo col camice bianco che, appena ci vide, disse, senza pronunciare una sola sillaba:
“ Te la sei vista brutta stanotte. Adesso vattene a casa a dormire”.
Tutto normale, se non fosse che il dottorino, invece di rispondergli, sempre senza pronunciare una sillaba, “eh hai visto che palle è tutta la notte che la sopporto”, disse:
“ No, non è andata così, non me la sono vista brutta… se non arrivavi tu neanche mi accorgevo che è passato tutto questo tempo…”.
Non potevo permettermi di sorridere, ero lì di passaggio, prima di andarmene. Però ho guardato tutti e due, prima uno poi l’altro. Sotto i baffi me la godevo.
L’individuo sulla porta col camice bianco rimase immobile, con un ghigno vomitevole, rimase fermo un’eternità. Ma poi anche l’eternità finisce e, quando se ne andò, facendo segno al collega di raggiungerlo appena si fosse liberato di me, il dottore con cui avevo bevuto caffè una notte intera, mi guardò stralunato e disse, questa volta pronunciando parola per parola:
- Se te ne vai adesso, chi ti minaccia ti seguirà e non ti libererai facilmente di lui.
Non ho mai capito se voleva essere una rassicurazione o una minaccia.
Le cose stanno così: o morte o libera.
Il “mio amico” dottore se ne è andato e io sono rimasta in quella stanza e ho acceso il computer.
Bisogna credere all’impossibile: avevo un desiderio, uscire da quel posto e guardare il cielo e il mare, come quelli che stanno in prigione, e stavo per farlo, quella notte, stavo per riuscirci.
Perché allora ero ancora lì, in quella stanza anonima, davanti a quel computer estraneo, senza più un nemico da combattere?
Le cose stanno così: o morte o libera..
E fu così che scelsi: libera.
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Da questa postazione posso vedere i traghetti che vanno e vengono senza posa. La gente va sulla terraferma e poi torna sull'isola. Non c’è quasi nessuno che dall’isola va sulla terraferma per non tornare.
Mio figlio viene sulla barca, di tanto in tanto, si stende e si addormenta al sole. Solo il profumo del couscous lo sveglia. Quando va via , la sera, lo vedo sereno.
Ho saputo che il dottore mi cerca ancora, non si dà pace, e non so il perché.
Su una cosa, però, aveva ragione: tutto è finito d’estate.
Forse pensa di aver fallito. Ma si sbaglia. La morte e la libertà hanno molto in comune.
Stare davanti al computer cullata dal dondolio del mare non ha eguali.
Ho fatto giurare a mio figlio di non parlare con nessuno di me e di dove e come mi trovo.
Ma io so che lui non mantiene il giuramento. Io so che il dottore sa tutto di me.